Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

parabola luminosa luminator passerà a definire la lampada da terra con diffusione fisso che

proietta luce sul soffitto. Duplice contesto: disponibilità della tecnologia a luce riflessa, ma anche il

rinnovamento del linguaggio tecnologico moderno. Nasceva con Siegfried Giedion il prototipo della

lampada da terra a luce indiretta, su uno stelo in acciaio poggiano un portalampada e la calotta in

questo caso orientabili. La logica diventa industriale, dall’adozione di nuovi materiali alla

semplificazione delle componenti.

22. Penna Stilografica Extra faccettata (Omas, Armando Simoni, 1932)

In Emilia lunga specializzazione legata alla motoristica e alla precisione. A questo secondo filone si

inserisce Omas con le sue penne.

Da principio produzione di penne di buona qualità simili a quelle americane e tedesche. Ma già

negli anni 20 inizia la ricerca intorno a un modello faccettato che condurrà allo sviluppo della

stilografica Omas Extra del 1932. La Extra faccettata costituisce un corretto esempio di progetto

basato su diversi elementi caratteristici del tessuto produttivo locale, a cominciare dalle

competenze di precisione. La collocazione del pennino sull’asse centrale della stilografica

permetteva un’inedita compresenza di più possibilità di scrittura. Tagliano il bastone di celluloide si

procede a forarlo e collocarlo in un speciale forno dal quale lo si toglie per passare alla levigatura

della superficie, portando alle 12 faccettature. La stessa celluloide presenta diverse colorazioni su

specifico disegno dell’azienda.

23. Sgabello elastico 50 C (Columbus, Ufficio Tecnico, 1933)

All’inizio Angelo Colombo possedeva un’azienda che produceva tubi d’acciaio per aeroplani e bici.

Molto curioso entra in contatto con Marcel Breuer e con lui con l’azienda Wohnbedarft AG con

negozio a zurigo progettato dallo stesso architetto.

Muovendo dalle ricerche condotte nel Bauhaus, era stato lo stesso Breuer che aveva prodotto la

poltrona Wassily e poi altri come Mies Van der Rohe, avevano fatto delle sedute d’acciaio un

simbolo dell’arredo moderno e funzionale. Quasi per la prima volta nel settore d’arredo, per

almeno parte della sua realizzazione prevedeva l’utilizzo di materiali industrilali. Colombo stringe

con Wohnbedarft un accordo per produrre in Italia con marchio Columbus i prodotti del catalogo

dell’azienda zurighese. A differenze della altre fabbriche che produssero arredi di tubo metallico, i

mobili Columbus erano gli unici fabbricati da un’azienda specializzata nei tubi metallici, forniti

dunque di una qualità superiore. Un modello tra i tanti progettati intermante configura in sostanza

un unicum lo sgabello denominato 50 C, dove l’iniziale sta per il disegno Columbus. Ebbe

soluzione sia nelle soluzioni più comuni, domestiche o per spazi pubblici.

24. Caffettiera Moka Express (Bialetti, Alfono Bialetti, 1933)

La Valle Stroppa è al centro dell’importante distretto dei casalinghi. Nel 1918 Alfonso Bialetti, apre

un’officina di semilavorati in alluminio, nel 1933 inizia a produrre una caffettiera ottagonale di

chiara ispirazione decò, con un’inedita configurazione di 3 elementi: il blocco unico di caldaia, il

filtro e il recipiente-contenitore. Realizzata i alluminio fuso a conchiglia. Questo materiale assorbe

con l’uso le caratteristiche del caffè, esaltandone il gusto e l’aroma. All’inizio era formata da due

corpi ottagonali identici ma poi modificata perché troppo instabile. Idea nata mentre guardava la

moglie fare il bucato.

Nel 1946 il figlio Renato passa a una logica produttiva industriale, fortemente sostenuta da

un’intesa attività pubblicitaria. Nel 1955 nasce l’omino con i baffi. La caffetteria Moka Express

viene brevettata nel 1955 formata da tre parti: caldaia con valvola di sicurezza, il filtro a imbuto per

la polvere di caffè, la parte superiore con colonnino da cui fuoriesce e dove si raccoglie la

bevanda. La Moka è all’origine della fortuna dell’azienda, per lungo tempo pressochè

monoprodotto, ma soprattutto una radicale modifica delle abitudine del caffè.

25. Occhiali da sole 649 (Persol, ufficio tecnic, 1938)

L’industria ottica di Giuseppe Ratti nasce a Torino nel 1917 quando progetta Protector uno speciale

occhiale con lenti arrotondate in vetro affumicato pensato per proteggere dalle intemperie i piloti e i

corridori automobilistici. Denominato in seguito Persol 649 riuscita sintesi tra soluzioni tecniche

produttive e disegno. Il marchio Persol compare nel 1928 quando ratti per proteggere dal sole

adotta il cristallo puro per le lenti che dopo il processo di lavorazione “di massa” assumono un

colore giallo-bruno garantendo alta protezione dai raggi nocivi.

L’astina flessibile Meflecto consentiva l’adattamento al volto grazie al sistema di cilindretti

intersecati da una sottile lamina di acciaio inox lungo l’asse longitudinale della stanghetta. Nello

stesso periodo viene ideata anche la cerniera metallica tra frontalino e astina dall’inconfondibile

forma di freccia. Altro elemento è il Victorflex che estende la flessibilità delle aste al ponte. Il

modello del 1938 verrà riproposto nel 1957 diventando l’occhiale Persol più diffuso e conosciuto.

Prodotto ancora oggi con i migliori materiali.

26. Orologio Radiomir (Panerai, ufficio tecnico 1938-1943)

Orologi subacquei Radiomir progettati dalle Officine Panerai di Firenze progettati per la marina

militare. L’azienda aveva sempre prodotto indicatori per la marina, questi meccanismi di

puntamento (es. bussole) erano trattati al radiomir, materiale luminescente. La stessa sostanza da

il nome originario all’orologio, sulla quale era applicata non come pasta ma come polvere

racchiusa in tubetti di vetro ermetici. Primo modello nel 1936, ma da subito vengono introdotte le

prime migliorie che portarono alla forma definitiva. A cominciare dalle modifiche al quadrante, dove

i numeri sono resi brillanti nell’oscurità grazie a un serbatorio di sostanza antiluminosa. Viene poi

modificato il sistema di chiusura a mezzaluna nel quale si colloca la leve per proteggere e

mantenere la corona di carica saldamente chiusa. Sempre nei primi anni 40 il movimento rolex è

sostituito da uno Angelus con 8 gg di carica. Infine il materiale luminoso a base di trizio sostituisci il

Radiomir. Di chiaro disegno complessivo è sempre stato prodotto in tirature limitate per 50 anni.

27. Poltrona pieghevole da campo (Produttori vari, Ettore Moretti, Zanotta, anni 30)

Nel corso degli anni 30 anche in corrispondenza delle esigenze in attrezzature e arredi agili

destinati agli ufficiali in africa, le aziende italiane riprendono i modelli di campaign chairs di

tradizione anglosassone.

Fin da subito queste sedie sono state chiamate Tripoline. Tra queste sedute un modello recupera

la Roorkhee chair, poltroncina da campo in legno e tela pieghevole realizzata nel 1898 per gli

ufficiali inglesi in india. I materiali leggeri e la velocità di montaggio la rendevano un prodotto

funzionale e adatto alle esigenze dei militari, senza rinunciare alla robustezza e alla comodità di

seduta, compreso il bascuglio dello schienale. Assieme alle sdraio da spiaggia si tratta di una delle

prime sedie che rinuncia alla struttura rigida della seduta, sostituita da un tessuto. Questo

archetipo trova negli anni 30 declinazioni nazionali.

In Italia è distribuita dalla Rinascente e prodotta da Ettore Moretti. La versione italiana è

caratterizzata dalla presenza di “dadi” in corrispondenza delle attaccature di braccioli e gambe.

28. Poltrona Tripolina (Produttori vari, Cesare Viganò, Gavina, Citterio, anni 30)

Come accaduto per la sedia in tela realizzata da Moretti, anche la Tripolina, nata da un progetto

inglese conosce diffusione e notorietà proprio a partire dalla produzione italiana. È caratterizzata

da un disegno essenziale e funzionale da cui deriva la sua longevità. Il modello originale fu

brevettato Inghilterra nel 1877.

In Europa era conosciuta come la sedia da safari o campaign chiar. La sua adozione nella guerra

in Libia negli anni 30 nonché l’esecuzione da parte di aziende italiane, ha portato alla

denominazione Tripolina.

29. Sanitari Montebianco (Produttori vari, Pozzi – Ginori, anni 30)

Alla fine degli anni 30 per i sanitari si registrano decisive trasformazioni. Una prima legata alla loro

diffusione grazie alle reti idrauliche e la seconda la possibilità di realizzarli con procedimento

industriale grazie all’abbandono di forme decorative a favore di linee semplici e pulite, facilmente

producibili.

La ceramica vetrificata formata per colatura di un impasto di caolino e argilla rappresentavano un

basso coefficiente di assorbimento ed erano di colore bianco. Si affermarono allora alcune forme di

riferimento come la famiglia dei lavabo a colonna: il più famoso è il Montebianco della Ceramiche

Pozzi divenuto sinonimo e di frequente usato per indicare l’intera tipologia. Tra i vari modelli

presenti sul mercato gli elementi comuni sono la colonna quadrata con svasatura a formare la

base e la vasca con forma rettangolare con doppio bordo perimetrale digradante. Si tratta in

sostanza del primo modello fornito di una precisa identità destinato a numeri produttivi industriali.

Bisognerà attendere gli anni 50 perché anche questo prodotto vengano progettato da un designer,

da una parte adottando un differente linguaggio che supera i riferimenti di inizio secolo, dall’altra

configurando una più ampia possibilità di scelta tra i modelli.

30. Motore ausiliario Mosquito (Garelli, Alberto Gilardi, 1946)

Nell’immediato dopoguerra per affrontare l’emergenza della riconversione industriale in diverse

nazioni vengono progettati motori ausiliari da montare sulla bicicletta, in pratica l’unico mezzo di

locomozione individuale a disposizione di un gran numero di persone. In italia per eccellenza era il

Mosquito Garelli. All’origine dell’azienda vi era un motore bicilindrico che permise successi

agonistici importanti, che rimase in produzione fino agli anni 30 quando iniziò la produzione di avio

compressori per motori aeronautici. Nell’immediato dopoguerra, Alberto Gilardi progetta il motore

ausiliario Mosquito che poteva essere applicato alla pedaliera della bicicletta, affidabile e facile da

smontare, trasmetteva il movimento alla ruota posteriore e raggiungeva i 40 km/h. Il serbatoio era

posto sotto la sella, sopra il parafango posteriore, come il portapacchi. Si andava dal rivenditore

con una bici e si tornava a casa con un ciclomotore.

31. Cucitrice Zenith 548 (Balma e Capoduri, Aldo Balma, 1948)

Un oggetto obbligato per gli ambienti di lavoro è la cucitrice a punti metallici. Il modello per

antonomasia è lo Zenith 548 delle ditta Balma e Capoduri, fra i primi ad occuparsi in Italia di piccoli

oggetti per il lavoro di ufficio con spirito volto all’innovazione e al progetto, ben testimoniato dalla

cucitrice brevettata e dalla colla Coccoina. A metà degli anni 30 e già prima della 548, in

contemporanea con el ricerche sulla definizione tecnica e formale del prodotto in corso sia in Eu

che negli US, ma diversamente da chi lavorava sulla doppia pinza in parallelo – Balma aveva

proposto nel 1935 un modello basato su un corpo corazzato a contenere il meccanismo azionato

da una lunga leva arcuata. Le proporzioni sono le stesse delle 548 nelle quale vengono inseriti

meccanismi anti inceppamento. Interamente metallica e prodotta perlopiù in versioni bicolore, la

548 è costituita da un involucro esterno forato per l’alloggio dei perni attorno ai quali ruotano le

parti mobili dell’apparecchio, e da 22 elementi interni progettati con l’obiettivo di semplificarne il

meccanismo d’uso. Brevettata in Italia nel 1948, la cucitrice riceve nel 1954 la segnalazione al

Compasso d’oro.

32. Cestino a filo (Alessi, Ettore Alessi e ufficio tecnico, 1953)

Prima cha Alessi acquisisse fama internazionale dai primi anni 70 disponeva già di solide basi

innestate dentro la tradizione produttiva della Valle Strona. Nata nel 1921 su iniziativa di Giovanni

Alessi e negli anni trenta grazie all’introduzione dell’acciaio e alle tecniche di stampaggio,

conferiscono una precisa identità all’azienda. Un settore portante per l’azienda è sempre stato

quello delle forniture per gli esercizi pubblici come alberghi, ristoranti e caffè, per i quali sono

necessari oggetti di estrema funzionalità ed efficienza in quanto sottoposti a un uso serrato

quotidiano. Fra i prodotti nati per questi impieghi, ma destinati anche a fornitura domestica, la serie

dei cestini a filo, nasce prima il porta pane e in seguito il porta agrumi, entrambi interamente

disegnati all’interno dell’azienda, poi verranno chiamati anche designer. Il cestino a filo è il risultato

di una doppia intenzione, tecnica e formale. Costituisce l’originale interpretazione in chiave

contemporanea dei contenitori traforati tradizionali, ma reso essenziale negli elementi, ridotti a un

base, un anello e alla struttura a filo. Leggero e facile da realizzare perché le forcelle in acciaio

appoggiate sull’anello superiore vengono “puntate” di testa ed eseguite in automatico in pochi

secondo 40 saldare elettriche necessarie

33. Contenitori in plastica bicolore (Fratelli Guzzini, Giovanni e Raimondi Guzzini e Piero Cruciani,

1954)

Nei primi oggetti in plastica dei fratelli guzzini prevale una precisa valorizzazione del materiale.

All’inizio con un principio imitativo di altre materie; in seguito attraverso il valore aggiunto conferito

da una particolare lavorazione o tecnologia. Emblematici da questo punto di vista sono i prodotti

bicolor degli anni 50, cha hanno definitivamente contribuito all’ingresso nel panorama domestico

dell’azienda di Recanati con il disegno semplice e elementare eppure caratterizzato. Nel 1954

Virgilio Guzzini perfeziona un processo di produzione della lastra in metacrilato. Si tratta della

realizzazione della colata della lastra in bicolore, ovvero la polimerizzazione di due strati di

plexiglas nicol, che ne impedisce il distacco, il materiale viene poi sagomato secondo le forme

volute, termoformato, scontornato, smerigliato e lucidato con vari passaggi.

Tecnologia applicata ai prodotti per la tavola, sia rinnovando forme archetipiche, come i recipienti

bassi di forma circolare già presenti negli anni 40 in plexiglas trasparente, sia ideando nuove

creazioni, come i contenitori quadrati e ovali ideati da Giovanni e Raimondo Guzzini e quello assi

metrico di Pietro Cruciani progettato nel 1953 per l’azienda. In quest’ultimo c’è l’inedito abbandono

delle forme usuali dei recipienti a favore di elegante volume conico, a base ovoidale. I bicolor sono

stati di recente rimessi in produzione, a documento di come un continuo vitale ringiovanimento

imprenditoriale e progetto possa essere condotto, senza per questo perdere di vista le proprie

origini e caratteristiche.

34. Valigetta 24 ore (Valextra, Giovanni Fontana e Lucio Mosca, 1954)

È difficile rinnovare un prodotto tradizionale come la borsa, valextra ci è riuscita introducendo

modelli che hanno fatto storia, fondata nel 1937 da Giovanni Fontana ha sempre mantenuto

dimensioni artigianali, negli anni 50 la ricerca di nuove tipologie di prodotto e la sperimentazione di

materiali si esprimono nella valigia-borsa d’affari 24 ore disegnata da Giovanni Fontana e Lucio

Mosca nel 1954. Riceverà il Compasso d’oro con la motivazione che la perfezione esecutiva è

anche un’utile innovazione. Il nome del prodotto è divenuto sinonimo di borsa da lavoro, piccola

ma sufficiente per contenere carta e documenti assieme a qualche capo di abbigliamento o toilette.

È proprio questa l’innovazione: l’associazione tra un vano mascherato da apposita separazione e

una cartella porta documenti, così che l’utilizzatore possa estrarla senza mostrare il resto del

contenuto della borsa. Per ottimizzare spazio e prestazioni, fondamentali nella concezione di una

borsa destinata al viaggio di lavoro, si è intervenuto sulla tecnica costruttiva e sui dettagli di forma

inconsueta, irrigidita all’interno con una sottile lamina di acciaio armonico, è connotata

dall’inconfondibile cerniera a correte lungo tutto il bordo superiore, fusa direttamente sul tessuto

senza binario, con chiusura celata sotto il fondo. Le pelli sono cucite a mano. La maniglia imbottita

e cucita solo superiormente consente inoltre di non recare segni del peso trasportato.

35. Apparecchio telefonico (STET Società Torinese Esercizi Telefonici, Lino Salatini, 1959)

Il telefono unificato disegnato nel 1959 da Lino Salatini per decine di anni ha accompagnato gli

italiani, resistito fino alle apparecchiature di Giuseppe Giugiaro negli anni 80. È il tipo base

distribuito dalla SIP, quando l’utente disponeva dell’apparecchio a noleggio.

Salatini, si cimenta nell’ideazione di un modello standardizzato in un periodo in cui certamente il

telefono non era di frequente sostituzione, similmente agli elettrodomestici. Era concepito per

durare anni e per sopravvivere ai cambiamenti del tempo e di gusto del pubblco. Il disegno doveva

essere abbastanza semplice e armonizzarsi con qualsiasi tipo di arredamento. Era prodotto in due

versioni, da tavolo o da parete. In origine rigorosamente, negli anni 60 è stato colorato di tinte forti,

per diventare grigio chiaro o caffelatte nella versione definitiva. Nella sua forma c’è una

semplificazione formale e razionalizzazione rispetto ai telefono in bachelite prima della guerra.

Spigoli smussati e curve morbide, disco combinatore trasparente con un lettering semplificato e

cifre di grandi dimensioni.

36. Casalinghi in plastica Kartell (Kartell, Gino Colombini e ufficio tecnico, anni 50)

Con l’introduzione delle materie plastiche per la prima volta un prodotto ha avuto la possibilità di

essere realizzato con relativa semplicità progettuale-costruttiva in un materiale artificiale, in grande

numero di esemplari a prezzi ridotti. Tutto poteva essere realizzato con le materie plastiche, a poco

prezzo e in grande quantità, raggiungendo un numero elevatissimo di consumatori. La democrazia

plastica nella sua affermazione del dopoguerra, trova esplicitazione massima negli oggetti più

consueti dedicati all’abitare domestico. Inarrestabili divengono il successo e la diffusione degli

oggetti d’uso quotidiano: quelli impiegati in cucina e destinati alle attività in apparenza più banali.

Testimonianza di questo possono essere i prodotti casalinghi Kartell degli anni 50. Inizialmente

dedicata alla realizzazione di prodotti per le auto come portasci e portabagagli poi l’azienda avvia

la produzione di oggetti in polietilene. Interessa l’esaustiva casistica di oggetti comuni prodotti in

plastica, in verità anche il contributo del progettista anonimo interno Gino Colombini, oltre la

chiarezza di scelte e impostazioni grafiche, probabilmente ispirate dal grafico dell’azienda Michele

Provinciali. Tra i prodotti spicca lo spremiagrumi premiato con il compasso d’oro nel 1959.

37. Libreria Congresso (Lips Vago)

Nel 1800 Francesco Vago apre a Milano un laboratorio artigiano per produrre carpenteria

metallica. Nel 1911 l’azienda si fonda con l’olandese Lips. Diventa così una vera e propria fabbrica

moderna, nei macchinari e nell’organizzazione del processo, nella specializzazione dei reparti,

nell’ausilio di consulenti per testare i materiali considerate le garanzie che doveva assicurare ai

clienti. Negli anni 20, per conferire maggiore stabilità alla produzione vengono ampliati i programmi

di lavoro e nel 1925 avviata la realizzazione di scaffali e mobili metallici. Oltre ai modelli brevettati

con tavolette spostabili e mensola, l’azienda produce armadi con ante di vario tipo, mobili per uffici,

vetrine per musei, mobili coloniali e di uso domestico. Trasferendo le conoscenze sedimentate

nella produzione di casseforti, i prodotti sono eseguiti con acciai di qualità, lavorati mediante

processi industriali, razionalizzati e caratterizzati da speciali accorgimenti costruttivi. Le scafalature

sono disegnata per garantire massima stabilità e robustezza ed essere facilmente aggregabili,

montabili a secco e trasportabili per eventuali cambi di posizione. Le tavolette sono generalmente

spostabili senza l’uso di attrezzi. Tra i modelli realizzati nel tempo e che hanno avuto enorme

longevità, gli scaffali Eur a loro volta derivati dai 1196, si stavano costruendo a fine anni 30. Nel

dopoguerra la serie Eur viene perfezionata nel modello Congresso che ha avuto enorme diffusione

in ambito domestico, particolarmente curata nel disegno anche perché progettata per essere

impiegata nellse sale di lettura. Anch’esse mono o bifacciali, variamente colorate, si distinguono

per la possibilità di consentire lo spostamento di tavolette,anche cariche, senza doverle sfilare

dalla cremagliera, caratteristica che determina risparmio di tempo e razionalità nell’impiego visto

che si potevano spostare le tavolette in verticale liberamente.

38. Pentola a pressione (Lagostina, ufficio tecnico, 1960)

Nel seicento primo prodotto per la cottura dei cibi a vapore ideato dal francese Denis Papin che

mie a punto un contenitore di ferro provvisto di una valvola di sicurezza e di un coperchio tenuto

aderente con morsetti e viti. Non ebbe però alcuna fortuna nell’applicazione domestica. Dopo molti

esperimenti e perfezionamenti, alla fine degli anni trenta del 900 una penta a pressione viene

prodotta industrialmente negli USA. Dopo la guerra anche in Italia ci fu il boom dei consumi e delle

trasformazioni sociali e si fu pronti per modificare le proprie tradizionali abitudini culinarie quando

nel 1960 Lagostina lancia la propria pentola a pressione. L’azienda fondata nel 1901 in principio

protagonista della popolare diffusione delle posate metalliche, dagli anni 30 aveva con decisione

introdotto l’acciaio inossidabile nel settore. La pentola a presione ben interpreta il mutato ruolo

della donna, che lavora e abbisogna di strumenti pratici e versatili, in modo da velocizzare la

preparazione del cibo con minore fatica, mantenendo i valori nutritivi. La pentola a pressione nasce

subito progettata in acciaio 18/10. Alcune migliorie rispetto ad altre pentole era la chiusura non

obbligata, il movimento di chiusura a leva e i doppi manici e il fondo in anticorodal termo diffusore

Termoplan. Lagostina aveva acquisito nel 1956 il brevetto del procedimento per l’applicazione

dell’alluminio fuso sull’inox già utilizzato nelle turbine a gas dei motori degli aerei. Thermoplan

diventerà il sinonimo di doppio fondo Lagostina e inizialmente sarà il nome della linea di pentole in

acciaio inossidabile con fondo doppio radiante. Il modello leggermente bombato si inserisce con

continuità nella linea identificata dalle versioni precedenti di pentole per la casa, formalmente pulite

nel disegno e nei meccanismi.

39. Macchina per caffè espresso E61 (Faema, ufficio tecnico, 1961)

La via italiana all’arte e alla cerimonia del caffè passa attraverso la moka e la macchina da

espresso da bar. Di queste alcune furono disegnate da designer, come Giò Ponti che per la Pavoni

di Mailno disegnò la cornuta, dal perfetto cilndro contenente la caldaia disposta orizzontalmente,

segnando il declino dello sviluppo orizzontale e la diffusione dello scalda tazza superiore. Un

modello tra tutti diventa un’icona irrinunciabile talvolta anche custodito gelosamente per la qualità

superiore della produzione espressa, la Faema E61. La E61 rappresenta una tappa fondamentale

per la definizione della tipologia di prodotto, che coniuga l’automazione e la soliditià con la facilità

di manovra per l’operatore. L’innovazione grazie alla pompa elettromeccanica che al contrario delle

macchine tradizionali in cui l’acqua fredda prelevata veniva scaldata e poi compressa, porta

l’acqua fredda già compressa prima di entrare nella caldaia, evitando l’inconveniente di bruciare il

caffè, assicurando la fuoriuscita alla temperatura giusta. L’adozione di questi accorgimenti

determina diversi risparmi. Rispetto alla sicurezza di utilizzo proprio l’avvento del meccanismo di

erogazione dimnuisce il rischio per l’operatore che ora deve solamente agire su una levetta per

avviare il ciclo di attività. Il disegno della macchina pur affidando il controllo dei costi a una

soluzione di modelli modulari, non enfatizza i presupposti strutturali del sistema. L’involucro

esterno di acciaio è razionale e semplificato: con testate sempre uguali che avvolgono i dispositivi

tecnici per dare compiutezza all’insieme. C’è bombatura nel cupolino che identifica lo scalda tazze

con sopra una lastra di vetro sagomato con logo e denominazione del modello

40. Plastilina Das (Adica Pongo, poi Fila, Dario Sala, 1962)

La plastilina Das alla sua uscita sul mercato era un prodotto completamente nuovo, che non c’era.

Una pasta modellabile molto simile nelle sue proprietà alla creta, ma che non aveva bisogno di

essere scaldata al forno per indurirsi. A partire dalla sua introduzione al principio degli anni 60 ha

avuto una grande diffusione tra ragazzi e ragazze o adottata d’obbligo nelle ore di educazione

artistica. In una prima fase sperimentale il prodotto era una polvere cui aggiungere acqua, dal

1968 diventa pronto e auto indurente, contribuirono all’affermazione un’accorta comunicazione a

partire dal packaging sottovuoto di carta alluminio, ma anche l’insolito colore grigio, divenuto poi

bianco o terracotta. La soddisfazione dei creativi era davvero grande. Punizione e destino per le

imitazioni era che alla fine, qualunque fosse il loro nome venivano sempre chiamate Das.

Brevettata nel 1964 da Luigi Sala venne subito venduta alla Adica Pongo di Firenze, pi Fila.

Un’invenzione che, senza portare grandi ricchezze o gloria al suo autor ha potuto però trovare un

giusto canale imprenditoriale, oltre che un adeguato contesto di mercato, per diventare un prodotto

innovativo

41. Classificatori Metallici (Olivettu Synthesis, Ufficio Tecnico, 1963)

In Olivetti si è formata una parte significativa del management delle imprese italiani e

internazionali, l’approccio di intendere e affrontare il design, sia negli oggetti sia nella

comunicazione visiva, oltre ad aver contribuito alla formazione e alla cultura di molti designer che

vi hanno lavorato, ha fatto dei prodotti Olivetti indiscusse icone internazionali del progetto

industriale. Adriano pose un’impostazione fortemente etica che lo spinse oltre all’industria anche

nella politica. Nel 1930 nasce Olivetti Synthesis, ramo dedicato ai prodotti per l’archiviazione e

l’arredo d’ufficio con uno schedario orizzontale disegnato da Aldo Magnelli. Alla fine della seconda

guerra, dopo la ricostruzione dello stabilimento riparte la produzione di mobili per ufficio e

compaiono i nuovi classificatori e schedari a sviluppo verticale. Questi modelli vengono affiancati

nel 1963 da una nuova serie caratterizzata da un pannello frontale “a diamante” con nuovi

materiali ed elementi tecnologici. Nella pubblicistica dell’epoca i classificatori sono presentati

proprio accanto a questi progetti. Attenzione al nuovo linguaggio progettuale, soprattutto con una

“bugnatura” opportunamente sagomata evitando spigoli vivi, per ricavare inferiormente la maniglia.

In alto tre piccoli fori triangolari servono a posizionare a pressione i porta etichette in plastica,

mantenendo la continuità figurativa dell’insieme. Lo studio della razionale sistemazione dei

documenti e loro agevole reperimento nonché delle economie produttive, porta ad assumere,

come criterio base della progettazione, la modularità degli elementi costitutivi da cui deriva

l’intercambiabilità dei pezzi. Rendono possibili così aggregazioni nello stesso involucro, anche

perché sono stati eliminati i traversi di unione delle fiancate che delimitavano il vano utile e

vincolante all’inserimento. Costruititi interamente in lamiera d’acciaio, lucida, decapata e laminata a

freddo, resi solidi e robusti da particolari soluzioni esecutive, possono essere equipaggiati

all’interno con diverse attrezzature, facilmente sostituibili: dalle vaschette ai separatori, dalle

cartelle da appoggiare al fondo a quelle sospese oscillanti.

42.Giocattoli di gomma Walt Disney (Ledraplastic, Uffico tecnico, 1966)

La Walt Disney ha sempre fatto una vasta attività promozionale e di merchandising. A cominciare

dai pupazzi dei propri personaggi che per un ventennio sono stati prodotti dalla Ledraplatic,

azienda in provincia di Udine. Distribuiti e venduti a livello internazionale hanno contribuito alla

diffusione dei personaggi. Fondata nel 1948 Ledraplastic si era specializzata nello stampare un

corpo cavo in unica soluzione, elminando la tradizionale operazione di unione di due pezzi per

mezzo di collanti. Il passaggio a una dimensione produttiva industriale avviene a metà degli anni

60 con la licenza Disney. Il contributo dell’azienda friulana è stato dunque di tipo ideativo e

produttivo. Innanzitutto la rese in tre dimensioni dell’originaria bidimensionalità dei cartoon. Per

quanto riguarda la produzion il modello di creta consentiva, attraverso l’immersione in un bagno

galvanico con nichel e rame di eseguire gli stampi necessari a produrre i personaggi dotati di una

base di inserimento della plastica e l’estrazione del pezzo finito. Si lavorava sulla rivoluzione del

materiale fino a farlo aderire alle pareti in modo uniforme. I giocattoli erano protetti da licenze e

brevetti di sicurezza.

43. Tappo apribottiglie (Caimi brevetti, Renato Caimi, 1968)

Nel panorama delle imprese italiane sono assai frequenti gli esempi dove competenze progettuali

ed esecutive anche avanzate sono state declinate in semplici prodotti comuni, non di gran pregio

ma decisivi per costruire il successo di un’azienda. Dentro un ‘area si sviluppano non solo attività

affini, ma anche complentari, trasversali, stimolandosi a vicenda. Esempio è la Caimi Brevetti di

Nova Milanese, azienda che fin dalle origini attinge alla tradizionali capacità di saper fare e

produrre caratteristiche del milanese riuscendo a depositare decine di brevetti. Un esempi tra tutti

è il piccolo tappo apribottiglie, del 1968 di plastica colorata. Si tratta di un levatappi con chiusura a

pressione di metallo, dotato di una parte rivestiti in plastica, ideto per aprire le bottiglie e poterle poi

richiudere, impiegando un unico oggetto. Dalla superficie piatta segnata solo da due anelli cilindrici

che fanno da tappo elastico all’integrazione dei due materiali, plastica e metallo, fino al foro che

segna la parte terminale del manico, per appendere eventualmente il cavatappi a corona. Tutto in

apparenza semplice anche perché siamo ormai abituati a vederlo.

44. Ciclomotore Ciao (Piaggio, Vittorio Casini e ufficio tecnico , 1967)

Fin dal suo apparire alla metà degli anni sessanta, il ciclomotore Ciao introduce ne settore un

decido cambiamento. Progettato dall’uffico tecnico diretto da Vittorio Casini, viene proposto un

veicolo dotato non solo di soluzioni meccaniche ma di un disegno originale, interprete delle mutate

condizioni sociali e culturali. Nel 1955 era stato proposto il vespino ma nel frattempo era stata

introdotta la frizione centrifuga automatica, seguita poi dal cambio automatico vero e proprio. Con

questa innovazione il ciclomotore diventa un mezzo di trasporto di facile impiego anche per i

meno esperti, bastava solo azionare la manopola del gas. Il Ciao è un ciclomotore a due ruote a

tempi. Non ha cambi né marce solo tre comandi principali: due leve dei freni e l’accelleratore, la

levetta della decompressione per facilitare l’avviamento e spegnere il motore e il clacson. Il telaio e

le fiancate in plastica racchiudono il motore e organi meccanici all’interno della carrozzeria

continua che configura una linea armoniosa e filante, telaio molto aperto e coperchio del motore

funge da poggiapiedi. Tutte le soluzioni insomma paiono indirizzate a costruire un veicolo facile da

utilizzare e confortevole anche per l’utenza femminile. Inoltre è offerto in una vasta gamma di

colore mentre gli altri erano sempre o grigi o neri.

45. Doposci Moon Boot (Tecnica, Ambrosiano e Giancarlo Zanatta, 1970)

Il moon boot calzatura doposci per antonomasia rappresenta un interessante caso di introduzione

di una nuova tipologia di prodotto, di longevità e fortuna imprenditoriale. In produzione dal 1970 da

un’idea del Calzaturificio Tecnica. Ha conservato per quasi 40 anni la sua integrità iniziale: non

sono variate la struttura, né la sua forma esterna, né i materiali né la suola. Si tratta della riuscita

combinazione tra il sorgere di un bisogno particolare- quello di una confortevole calzatura per tutti

da usare sulla neve nel momento in cui il turismo invernale diviene di massa - e la capacità di

immaginare un prodotto realizzabile con tecnologie disponibili e materiali economici. Ispirato

all’abbigliamento degli astronauti della spedizione Apollo sulla luna del 1969, lo stivale dalle linee

arrotondate è costituito da pochi elementi: suola, rivestimento interno ed esterno, lacci. Suola

ampia e ovale antiscivolo riducendo il pericolo di cadute e uno strato interno di gommapiuma

confortevole. Il rivestimento esterno di nylon impermeabile mantiene il piede asciutto al riparo da

acqua e neve, e la chiusura con i lacci impedisce alla neve di entrare all’altezza del ginocchio.

Oltre alle caratteristiche di comodità, leggerezza, prezzo contenuto, è particolarmente adattabile:

unisex e uniform, ovvero a calzata ambidestra e multipla in grado coprire tre taglie. Il Moon Boot

esemplifica le caratteristiche del distretto industriale della zona di Montebelluna che si è affermato

nella produzione di calzature sportive fino a raggiungere risultati importanti a livello italiano e

internazionale.

46. Packaging Coppa del Nonno (Motta, Salvatore Gregorietti Unimark International, 1973)

Il packaging alimentare è un ambito progettuale di grande importanza. In alcuni casi il packaging

alimentare appare indissolubilmente legato al prodotto alimentare, identificandosi interamente con

esso. Fra i primi a costruire un ‘inscindibile relazione tra alimento e confezione fu di sicuro il gelato

al caffè Coppa del Nonno Motta. Per la prima volta il packaging acquisiva una propria forma e

cromia, superando l’anonimato del comune bicchierino in carta. Nel 1973 fu disegnato da

Salvatore Gregorietti. Praticamente nessuno sa chi è l’autore del progetto. Nonostante questo

credo di non essere mai stato così fiero di un progetto che, tranne qualche lieve aggiustamento, è

rimasto immutato nel tempo e ha raggiunto dei numeri di produzione che faccio molta fatica a

ipotizzare. I problemi emessi durante la progettazione erano connessi alla possibili tecniche di

produzione. Il cartone, materiale usato fino a quel momento, non offriva la flessibilità necessaria

per poter uscire dalla consueta forma della vaschetta svasata. La plastica a iniezione permetteva

maggiore libertà. Importante fu la soluzione ergonomica per impugnare la coppa: ponendo l’indice

sotto il manico e contrapponendo il pollice nella parte superiore si ottiene una presa sicura.

47. Reti da cantiere Gigan (Tenax, Gian Mario Beretta, Pierluigi Maggioni, Luigi Bertoncini, 1980)

La rete di colore arancio è divenuta da qualche decennio l’elemento più riconoscibile per segnalare

la presenza di un cantiere aperto e di lavori in corso. La sua progettazione e realizzazione si deve

e Tenax, nata nel 1960 in provincia di Lecco. Nel 1964 industrializza la produzione di recinzioni a

maglia romboidale in polietilene di alta densità e dal 1973 propone le reti estruse bistrate. Per

quanto riguarda Texan Gigan, più comunemente conosciuta come la rete arancio dei cantieri, l’idea

di un nuovo processo per la produzione di una nuova rete risale al 1980 per opera del titolare

Beretta, in collaborazione con Maggioni, allora direttore tecnico. Inizialmente in vari colori,

principalmente verde, è prodotta con una testa di estrusione circolare di piccole dimensioni, risulta

quindi piuttosto bassa e viene utilizzata per la segnalazioni i cavi interrati. La crescita di

consapevolezza delle potenzialità del processo porta a testarne l’impiego nella delimitazione dell

piste da sci, utilizzando una versione di colore rosso in polietilene. In seguito da un’idea di

Bertoncini, viene sviluppato ulteriormente il progetto ipotizzano un prodotto monostirato per cantieri

molto visibile di colore arancione. Nasce così la Tenax Gigan con maglia a disegno ovoidale,

utilizzata nei cantieri e anche in ambito sportivo. L’impiego massiccio nella recinzione di cantieri si

deve specialmente all’elevata visibilità, unita alla resistenza del colore agli agenti atmosferici e alla

polvere, tanto da diventare elemento indispensabile per rendere a norma le recinzioni mobili

metalliche.

48. Guscio per telecomando (Meliconi, Loris Meliconi, 1987)

Il telecomando appare non pienamente un progetto risolto, e presenza alcuni inconvenienti, oltre a

un’interfaccia di non sempre facile comprensione e lettura. È costruito infatti con un involucro

plastico poco resistente agli urti, svantaggio evidente per un oggetto maneggiato di frequente e da

persone con differenti capacità motorie. Osservando anche le comuni abitudini volte alla

preservazione del telecomando da cadute e rotture, Loris Meliconi nel 1987 inizia a realizzare una

serie di prototipi con l’intenzione di trovare un modo per proteggere il dispositivo, anche se gettato

a terra. Il guscio di gomma è prodotto in un unico pezzo con un materiale di basso costo,

sufficientemente elastico per potervi infilare il telecomandi di varie forme e dimensioni e trattato

superficialmente per rendere più sicura la presa.

49. Vite polydrive (Brugola OEB Industriale, Giannantonio Brugola, 1994)

Le viti a testa esagonale e gli utensili per fissarle hanni assunto nei diversi paesi il nome dei loro

inventori e produttori. In italia questo sistema è conosciuto come brugola dal nome del suo

produttore. L’azienda OEB durante la seconda guerra mondiale inizia a fabbricare componenti

speciali di fissaggio ad alta precisione per il settore meccanico e motoristico. Non è una vera e

propria modifica del disegno della testa della vita o dell’utensile per usarla – “macchine” semplici di

uso comune in particolare da quanto vengono prodotte industrialmente standardizzandone le

caratteristiche – ma un peculiare modello, che trova applicazione nel settore soggetto a forti

sollecitazioni meccaniche. La sempre maggiore specializzazione porta alla collaborazione con le

maggiori case automobilistiche. Nel 1994 brevetta l’innovativa vite con l’interno cavo a lobi,

chiamata Polydrive, dedicata principalmente al settore dell’industria automobilistica. Grazie alla

particolare forma e alla differenziazione dei punti di forza, garantisce una durata fino a sette volte

maggiore rispetto a quelle esistenti.

ANONIMO D’AUTORE

50. Tuta (Thayaht, 1920)

La teoria e la pratica futurista con la sua esaltazione della velocità, delle macchine e delle

fabbriche, conteneva in nuce diversi elementi di apertura al mondo della produzione industriale.

Fra gli esiti significativi, l’ideazione da parte di Thayaht (Ernesto Michaellens) di un capo di

abbigliamento destinato a grande diffusione: la tuta. Non la versione operaia eleborata da

Rodcenko ma un vestito dedicato al sistema borghese di Firenze. Thayant era entrato in contatto

con i futuristi nel 1915. In senso stretto la tuta sembra aver origine dal momento difficile dal primo

dopoguerra, dai problemi della riconversione e dalla carenza di materie prime piuttosto che da una

riflessione specifica collegabile al futurismo. In principio la tuta è un abito unisex, semplice ed

essenziale, ottenibile con pochi tagli da un unico pezzo di stoffa, abbottonata davanti, tinta unita,

con 4 tasche e collo basso aperto davanti. La sua vocazione un po’ aristocratica e raffinata trova

conferma nell’indicazione di portarla con una cintura di stoffa, cappello, bastone e sandali. La tuta

ebbe una prima produzione dell’esteta del 1920 e un certo successo per via del prezzo modico. La

tuta di Thayaht è il risultato di un’idea con i suoi ridotti elementi e la semplificazione dei tagli

configura la possibilità realizzative appropriate a un metodo produttivo industriale.

51. Bottiglia Campari Soda (Campari, Fortuna Depero, 1932)

Depero è stato tra i futuristi più attivi nel settore della comunicazione visiva e delle arti applicate, a

cominciare dalla bottega d’arte di Rovereto. Fra le collaborazioni la più significativa risulta quella

con Campari per cui realizzò manifesti numeri unici di riviste, oggetti promozionale e molto altro. E

fornì negli anni 30 un importante contributo al disegno della bottiglia di Campari Soda. Nel caso di

prodotti liquidi il prodotto e il packaging hanno uno stretto rapporto. Il prodotto più noto dell’azienda

i cui stabilimenti furono costruiti nel 1903 dall’architetto Luigi Perrone, è il Bitter, nel 1932 fu iniziata

la produzione del Campari Soda, per bere il bitter in porzioni già miscelate e pronte per l’uso. La

bevanda è contenuta nell’inconfondibile bottiglietta a forma di tronco di cono, eseguita in origine

dalle Vetrerie Bordoni di Milano, su disegno a cui ha contribuito anche Depero. La forma del

contenitore è infatti derivabile da analoghe morfologie – frutto delle scomposizioni /ricomposizioni

di matrice geometrico-macchinista che segnano la ricerca artistica deperiana e di molti futuristi-

presenti anche in oggetti promozionali. La sagoma conica o a calice rovesciato viene in seguito

sviluppata dalla vetreria e dall’azienda. Si tratta di una piccola bottiglia in cui il terzo superiore del

corpo va restringendosi ed è coronato da un’apertura leggermente rigonfia, nella parte inferiore è

stampato sul vetro a rilievo il nome dell’azienda. Svariati dunque gli elementi di interesse: l’inedità

forma conoidale, che tra l’altro ne favorisce lo stoccaggio in apposite casse: il materiale adottato,

un vetro smerigliato trasparente con una speciale tattilità di superficie, atto a fornire massima

evidenza alla particolare tonalità di rosso della bevanda. Vale la pena ricordare che qualche anno

dopo il lancio del Campari fu progettato un distributore automatico per la bevanda, destinatoa ai

luoghi pubblici. L’antesignana vending machine, dalla base trapezoidale e corpo superiore

rettangolare, recava sulla sommità una scultura pubblicitaria di Depero: la figura antromorfa con

cannuccia beve dal contenitore a calice rovesciato.

52. Elettrotreno ETR200 (Breda, Giuseppe Pagano e ufficio tecnico, 1936)

La Breda fu tra le prime grandi industrie a cercare collaborazione con architetti per coinvolgerli nel

percorso nascente del design industriale. Fra i prodotti più emblematici figura l’elettrotreno ETR200

del 1936, al cui disegno collaborò anche Giuseppe Pagano. Nei progetti Breda è possibile leggere

il percorso che ha condotto dai prodotti in cui è dominante il contenuto tecnologico ad altri dove gli

aspetti funzionali, tecnici e prestazionali dialogano appropriatamente e sono integrati in un unicum

compiuto. La vocazione originaria è comunque legata alla produzione di materiale rotabile: già nel

1908 viene costruita la millesima locomotiva. Nel campo del trasporto pubblico fu estremamente

significativa tra il 1928 e il 1931, per esempio la fornitura di 110 esemplari dei tram modello 1500

per la città di Milano. L’ETR fu uno dei primi esempi di collaborazione fra un designer e l’industria

per un oggetto a tecnologia complessa. Progettato dall’ufficio tecnico delle Ferrovie dello Stato e

della Breda, ma con il contributo decisivo di Pagano. La forma aerodinamica, con il fronte

triangolare a testa di vipera, risentiva delle contemporanee ricerche dello streamline e conferiva un

bassissimo coeffienciente per un’elevata velocità di crociera. Altrettanto moderni gli interni

53. Motofurgone Ape (Piaggio, Corradino d’Ascanio, 1947)

Dopo aver chiamato Vespa lo scooter deve essere parso naturale dare il nome Ape al modello a

tre ruote, destinato all’impiego per il trasporto commerciale.

Le vicende dei due veicoli procedono parallele, entrambe frutto dell’ingegno progettuale di

Corradino d’Ascanio e di quello imprenditoriale di Enrico Piaggio. Sul finire della seconda guerra

mondiale la Piaggio trovò nella vespa e nell’ape, la soluzione ai problemi di riconversione

postbellica delle quali era costituito dalla costruzione di aerei e componenti come i motori.

D’Ascanio era un ingegnere aeronautico detentore di numerosi brevetti. Egli aveva anche

progettato nel 1932 sempre per l’aeronautica, l’elica a passo variabile, prodotta poi da Piaggio, che

equipaggiò i più interessanti velivoli degli anni 30. Nel progetto della Vespa il primo scooter

moderno, D’Ascanio, travasa le tecnologie di derivazione aeronautica, ma muove anche da un

concetto differente di moto; in questa diversità ha origine il suo specifico progettuale e la sua

stessa longevità. Le soluzioni adottate per il posizionamento dei comando – trasferite fin da

principio sull’Ape-furono innovative rispetto alla tradizione motociclistica, ma in pratica definitive,

destinate a durare fino a oggi:come il cambio al manubrio e il freno a pedale sulla pedana. Il

motofurgone aveva un cambio a due velocità potendo portare oltre 300 kg. Alla base del suo

processo ci sono l’estrema maneggevolezza e il buon rapporto fra carico utile e peso a vuoto che

ne ha fatto un prodotto unico, venduto in tutto il mondo. La grande forza fu inoltre rappresentata

dalle possibilità di realizzazioni su misura. Il modello C del 1956 infine introduce un’importante

modifica della seduta, passando dall’impostazione motociclistica derivata dallo scooter a una più

automobilistica con un sedile che poteva ospitare due persone. Vespa e Ape erano inoltre facili da

usare, guidare e produrre. I due veicoli, paiono in qualche modo sancire la trasformazione

contemporanea del progetto dell’oggetto tecnico: il dover essere della tecnologia e

dell’innovazione dialoga ora con il linguaggio del design; l’ingegnere inventore è divenuto un

consapevole industrial designer, attento a tecnologia innovazione, funzionalità e buona forma.


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

26

PESO

68.81 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze e tecniche della comunicazione grafica e multimediale
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher zanespace di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Design di prodotto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Istituto Universitario Salesiano Venezia - IUSVE o del prof Schianchi Paolo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!