Introduzione
Ogni oggetto è risultato di un pensiero progettuale. Ovvero è possibile anticiparne le caratteristiche prima che la realizzazione dell’artefatto sia reale. In questa prospettiva è interessante guardare ai cosiddetti oggetti anonimi, che non vuol dire che siano senza progettista, ma che poco o nulla conosciamo di questo. Sono la maggioranza degli oggetti quotidianamente utilizzati.
Design anonimo
La maggior parte degli oggetti usati quotidianamente sono anonimi dal punto di vista del progetto, nel senso che non conosciamo il nome del designer, nella maggioranza dei casi nemmeno l’azienda produttrice. Ad analizzarle bene non sono banali, tutti contengono un’idea, alcuni dei quali sono necessari, indispensabili, funzionano e questo basta. Alcuni rimandano al mondo della tecnica e alcuni hanno addirittura un brevetto. In molti casi sono identificati unicamente con il nome dell’azienda, fino a divenire quest’ultimo sinonimo dell’oggetto stesso.
Umberto Eco distingueva tra design firmato e non firmato. Chi costruiva questi oggetti non pensava di essere un designer, si preoccupava solo di produrre un oggetto capace di funzionare. L’anonimo si colloca in un territorio di confine che è difficile da circoscrivere in un modo univoco e puntuale: è in sostanza un oggetto utensile. Molto spesso non ha un’unitaria modalità di progettazione, in altri casi è frutto del lavoro di un’intera impresa, di un distretto o di un'ideazione autoriale.
Per Vittorio Gregotti nei piccoli oggetti anonimi il significato è tanto più diffuso quanto più è connesso alla ragione strutturale del suo essere nel mondo. Caratteristiche dell'oggetto anonimo: formalizzazione compiuta, notevole durata nel tempo, complessiva misura, corretto valore di mercato, facile reperibilità.
Progetto anonimo e oggetti tecnici
L’oggetto anonimo di frequente riesce di solito a predisporre e instaurare una precisa relazione con l’utilizzatore. Si tratta di soluzioni che in virtù della loro specifica necessità superano una certa autoreferenzialità e contribuiscono al disvelamento alla narrazione esplicita delle tecnologie. È questo che rende gli artefatti tecnologici o semplicemente l’applicazione quotidiana della tecnica fra i contesti più rilevanti per l’operare del design, spesso i prodotti anonimi per tutelarsi, è una cosa positiva che vengano depositati molti brevetti.
L’indagine sugli oggetti anonimi si colloca al confine con altri ambiti: gli oggetti anonimi raccontano la loro epoca e da essa vengono narrati, nascondo le relazioni sociali ed economiche di cui sono frutto.
Anonimo storia e critica degli artefatti
In un mondo ancora prevalentemente artigianale la presenza di oggetti firmati era limitata ad occasioni straordinarie e ben riconoscibili (oggetti d’arte), esisteva poi la massa degli oggetti cosiddetti normali.
- Il design anonimo contraddistinto da oggetti con scarsi intenti simbolici e della struttura più essenziale.
- Il design curato da specialisti e ingegneri preoccupato della logica formale interna all’oggetto.
- Il disegno creativo dominato dalla personalità dell’autore dove la struttura si adatta alla funzione.
La cultura materiale di una società è l’insieme di tutti gli artefatti che tale società ha prodotto.
Anonimo cultura e prassi del progetto
Il tema dell’anonimo riemerge in relazione a questioni come lo standard e la serie piuttosto che con la decorazione e il contributo dell’arte. Il primo a interessarsi del design anonimo fu forse Le Corbusier con l’intento di creare mobili tipo della sensibilità moderna. La mostra della produzione di serie di Giuseppe Pagano grande sviluppo della produzione industriale anonima tra le due guerre. A Pagano si deve un contributo teorico decisivo per l’elaborazione nel contesto italiano di una avanzata teoria del progetto in particolare del disegno industriale.
La sedia senza aggettivi di Giò Ponti. Il tema dello standard sarà rilevante anche per tutti gli anni 50. Per Sottsass “una forma standard è un’opera d’arte immaginata e concretata non da un individuo ma da una somma di individui, da un popolo e dall’umanità intera.”
Bruno Munari ebbe l’idea del “Compasso d’Oro a ignoti”. Una delle caratteristiche tipiche di queste produzioni è la variazione della serie. Nella progettazione di un oggetto di grandissima produzione dobbiamo tener conto dei gusti del pubblico e proporre possibili variazioni del modello così da aumentare le vendite accontentando un maggior numero di compratori.
Una buona progettazione deve tener conto di tutte le componenti del problema da risolvere e non solamente dell’estetica a tutti i costi, della trovata alla moda, dell’invenzione strana anche se poco funzionale. Tra le componenti del problema è l’economia. Una giusta progettazione conduce quindi a oggetti che si pongono fuori dalle mode, dagli stili e durano nel tempo finché una nuova materia o una nuova tecnica non propongono nuove soluzioni per la medesima funzione. Oggetti di cui non si sa nemmeno il nome del designer.
Nelle loro progettazioni i fratelli Castiglioni si sono sempre ispirati a oggetti anonimi o comuni attraverso sia il ready-made che il re design.
Anonimo e design contemporaneo in Italia
Gli oggetti investiti dal trend dell’integrazione tendono a diventare più densi, a perdere trasparenza. Quasi senza rendercene conto stiamo passando da un “sistema degli oggetti” a un sistema dei processi. Il loro valore non ha più unicamente relazione con le regole dei costi di produzione, quanto piuttosto con la “valutazione della potenza dei segni e dei simboli veicolati con icone mediali e da artefatti fisici”.
Oggi nella complessità della produzione gli oggetti sono spesso a paternità collettiva, riconducibili e identificabili solo con il nome dell’azienda produttrice, esito di un lavoro di gruppo, parcellizzazione delle responsabilità, elevato numero di referenti e decisori.
Può esserci una collaborazione occasionale tra designer e imprenditore oppure una collaborazione continuativa e duratura, nella quale a volte ricopre il ruolo di art director, coordinando aspetti che legano la produzione alla comunicazione e dalla pubblicità all’exhibition del retail.
L’ansia di firmare oggi assume una dimensione spropositata. A volte la firma nasconde un vuoto di contenuto, vende unicamente se stessa, giungendo a un prodotto omologato oppure schiacciato nella logica iperconsumistica della novità.
Come stiamo argomentando la maggior parte degli oggetti usati quotidianamente perlopiù sono scelti non per la firma dell’autore, al massimo ne riconosciamo il produttore. Nel nostro caso siamo di fronte a non oggetti ma alla fine superoggetti. Da una parte si spersonalizza la relazione oggetto/utilizzatore nella forma distratta, dall’altra si enfatizza il brand aziendale o autoriale; restano tuttavia in maggioranza gli oggetti utilizzati perché unicamente “di buon progetto”.
Inventario del design anonimo italiano
Tre grandi famiglie di anonimi:
Anonimo di tradizione
Epoca e conduzione di produzione pre-industriale. Affondano le loro radici in tempi abbastanza lontani. Risalgono a un’antica tradizione di saper fare e produrre, ma non sono artigianali in senso stretto anche perché la loro realizzazione appare in senso seriale – per quantità e organizzazione del processo – e insieme originata da una chiara idea progettuale, magari affinata da continui contributi individuali configurando una sorta di design collettivo. (es. Litro, pezzotto valtellinese, ciabatte friulane)
Anonimo
Nessuna classificazione ulteriore è parsa invece necessaria a definire una seconda categoria: artefatti dell’era industriale che hanno codificato soluzioni a problemi, configurando formalmente tipologie, risposto a specifiche esigenze in un mercato di consumi dove si andavano affermando sempre nuovi bisogni. Sono ancora tutti in produzione e non mancano esempi contemporanei. Diversi sono divenuti sinonimo di intere tipologie, prefigurando uno standard riconosciuto per un prodotto che non c’era: la valigia 24 ore, la brugola, la Moka, la rete da cantiere..ecc… molti sono ancora realizzati identici, altri hanno avuto una sola folgorante stagione. Per diversi di loro esiste una storiografia settoriale e specifica con utili elementi di comprensione, ma restano noti in pratica solo agli addetti ai lavori.
Anonimo d’autore
Le riflessioni condotte acquistano ancora maggiore valore nel terso filone – giocando in modo deliberato sulla contraddizione linguistica - definito d’autore. Chiunque ha qualche dimestichezza con storia e cronaca del disegno industriale è in grado probabilmente di attribuire paternità ai prodotti di questa sezione. Sono in sostanza anonimi “svelati” e sempre in ogni caso a una ridotta minoranza.
Anonimi di tradizione
-
Fiasco per il vino (Produttori vari, XII secolo)
La sua fabbricazione in area toscana risponde ad alcune necessità: da una parte fornire un’unità di misura universale, dall’altra contenere il vino di produzione locale, il Chianti. Le misure fondamentali diventarono il barile e il fiasco (1/20 di barile). Da principio quindi il fiasco nasce come unità di misura. È rivestito di paglia intrecciata in modo da proteggerlo durante il trasporto e permettergli di rimanere autonomamente in posizione verticale. All’inizio l’impagliatura lo copriva tutto poi è stata diminuita per la necessità di appare il marchio con la capacità per evitare frodi sulle tasse. Prodotto in vetro e quindi vincolato alle aree dove c’erano materie prime. Un oggetto come il fiasco interessa per il percorso che ha portato un antico e tradizionale manufatto artigianale a una produzione industriale. Dal punto di vista del progetto, appare esito di modificazioni che hanno nel tempo affinato le soluzioni tecnico-funzionali. Un’innovativa idea di packaging che comunicava immediatamente il prodotto alimentare.
-
Litro, contenitore per vino (Produttori vari, Matteo Buzzone, XV secolo)
La forma dell’oggetto si definisce in relazione alla necessità di identificare un’unità di misura. La vicenda specifica pare collocabile nel 600 con Matteo Buzzone. La bottiglia ha diffusione specialmente nella zona dei Colli Romani, per il vino prodotto nell’area, con la denominazione assai diffusa di “foglietta” a indicare il mezzo litro. A inizio novecento venne iniziata la produzione industriale (fratelli Bormioli) del caratteristico vetro incolore per oggetti di uso domestico e anche per la farmochimica.
-
Sedia chiavarina (Produttori vari, Giuseppe Gaetano Descalzi, detto il Campanino, 1807)
Imitando un modello francese portato dal marchese Stefano Rivarola, Descalzi disegnò una sedia in legno di ciliegio leggera, resistente ed elegante, con spalliera e gambe semplificate, ha la seduta intelaiata con sottili strisce, in origine di salice bianco da sembrare una robusta tela di lino, arrotondò l’estremità della cartella dorsale per adattarle alle spalle ed eliminò i perni che ne disturbavano la linea. Era nato l’archetipo della sedia Chiavari chiamata Campanino in onore del suo autore. Le sedie Chiavari configurano un prodotto colto senza dubbio esito della domanda di una committenza esigente e cosmopolita. Molto utilizzata e imitata da altri designer (leggera di Ponti), la tecnica costruttiva è rimasta identica, frutto di un rigoroso lavoro artigianale che prevede realizzazione e assemblaggio a mano e la conoscenza dell’elasticità del legno. La sedia è unita ad incastro senza l’utilizzo di elementi metallici. Resta un buon prodotto con l’adozione anche di componenti standard.
-
Sigaro Toscano (produttori vari, 1815)
Ogni prodotti risponde a delle intenzioni che attengono al design del momento e configurano una specifica relazione coi modi dell’organizzazione complessiva della produzione. Risponde a questi criteri il sigaro toscano, cominciato ad essere realizzato artigianalmente a inizio 800. Nasce nel 1815 a Firenze per caso, da foglie di scarto perché bagnate nasce un prodotto di basso costo, subito apprezzato dai consumatori. Si tratta di un prodotto con tabacco non conciato ma fermentato naturalmente. La produzione prosegue su due linee: a mano per i sigari di elevato pregio e tiratura limitata e semiautomatica per gli altri. Vengono fatti stagionare in luoghi adeguatamente umidificati per tempi diversi a seconda del tipo di sigaro.
-
Cappello di Feltro Borsalino (Giuseppe Borsalino, seconda metà 19 sec.)
In tutto il mondo il cappello da uomo in feltro è il Borsalino: identifica non tanto un modello preciso quanto un copricapo moderno e dalle proporzioni equilibrate, una certezza in termini di qualità di materiali, esecuzione e durata. Mediazione simbolica tra il cilindro, la bombetta e i cappelli flosci. Tra le due guerre mondiali acquista dignità di oggetto industriale e viene presentato isolato e imponente anche in vivaci campagne pubblicitarie. L’industria di Alessandria si configura subito come un’industria di qualità per la produzione di cappelli di peli con modelli e modalità di produzione con cospicui volumi. La svolta industriale avviene negli anni 70 dell’800 con l’arrivo di macchinari inglese. Il cappello Borsalino è un manufatto industriale con le caratteristiche di raffinatezza di un prodotto artigianale. È realizzato utilizzando fibra animale sottoposta a feltrazione, un processo naturale di stretto incrociamento tra le fibre per renderlo resistente, impermeabile ed elastico.
-
Coppola (produttori vari, seconda metà 800)
Dalla metà dell’800 si compie un processo che impone un modello estetico con valori di sobrietà e uniformità diffondendosi tra gli strati più bassi della popolazione tenendo ad attenuare la polarizzazione tra cilindro e berretto floscio. Nel filone del berretto floscio e del copricapo sportivo, nati in Inghilterra si colloca la coppola, diffusasi in tutta Europa. Il siciliano dei campi di allora non si copre il capo con la coppola, è molto più recente questo stereotipo. In realtà lo strumento di protezione è stato soprattutto una sorta di mantello. La coppola era il berretto delle classi umili, derivato dal copricapo che si era diffuso in tutta Europa e America nell’800. L’uso della coppola e l’assenza del cappello era spesso espressione distintiva di classe. Il diritto di portare il cappello era esclusivo solo dei signori e l’abolizione di questo privilegio solo dopo lunghi sforzi. Come era accaduto in altri contesti sociali e geografici, il berretto floscio o coppola – nato come copricapo prodotto artigianalmente in Sicilia - diviene corredo dell’abbigliamento informale e sportivo.
-
Pezzotto valtellinese (produttori vari, seconda metà del 800)
La sua comparsa alla fine dell’800 si affianca alla lavorazione della canapa e del lino. Tappeto rustico per uso domestico, deriva dalla possibilità di sfruttare le pezze di scarto delle manifatture tessili. I modelli valtellinesi si differenziano per le maggiori dimensioni, la sobrietà delle decorazioni, la compattezza della tessitura della trama e un uso più frequente di ritagli di lana. Proprio nell’operazione di taglio a strisce dei cenci che precede la tessitura sta una delle particolarità del processo che li distingue da altri prodotti come i patchworks inglesi. In genere le variazioni di trama e di colore sono di matrice geometrica perché con due soli fili nell’ordito del telaio non è possibile una grande varietà nel disegno. Quando inizia ad essere commercializzato negli anni 30 nasce anche un apposito telaio a due pedali. La sua consacrazione come prodotto adattabile di linguaggio moderno è ben documentata da un articolo del primo numero di Domus del 1928.
-
Ciabatte friulane (produttori vari, seconda metà del 800)
Il scarpet è una scarpetta bassa di panno o velluto con suola con tela a molti doppi fittamente trapuntata a spago. Riconosciuta come generalmente friulana e diffusa nell’800 ha di sicuro origini più antiche. Alternativa ideale sul terreno asciutto e in casa e leggere rispetto agli zoccoli ed economici, venivano confezionati in ambito domestico preparando l’occorrente servendosi dei materiali disponibili. Così per la suola doveva essere usata una stoffa molto spessa per poter resistere (blecs, stoffe unite assieme e pressate con il ferro da stiro). La suola veniva poi trapuntata finemente unendo la tomaia alla suola. Differenti soluzioni per suola e tomaia dipendevano dall’epoca e dal contesto: in tempi di ristrettezze si usavano le foglie delle pannocchie, pezzi di cuoio o durante la guerra si iniziò a saldare alcuni pezzi di copertoni di bicicletta. Il successo di queste calzature ha visto più riprese assistendo nel tempo alla comparsa di varianti più economiche ma anche confezioni con stoffe preziose realizzate da stilisti e addetti moda.
-
Sedia pieghevole da osteria (produttori vari, seconda metà 800)
Anonima per eccellenza riceve il Compasso d’Oro a ignoti da Bruno Munari nel 1972. Chiamata anche sedia pieghevole da birreria, giardino, ecc. dichiarando chiaramente la sua diffusione negli spazi pubblici. A inizio 900 in Friuli si concentrano numerosi laboratori che si orientano alla produzione di sedia non ancora variata. Questo modello si differenzia dalla produzione strettamente artigianale affidata ancora a donne e bambini.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Design di prodotto, Prof. Rossi Mario, libro consigliato La grammatica dei tessuti, Michela Finauri…
-
Riassunto esame Design di prodotto, Prof. Rossi Mario, libro consigliato La grammatica dei tessuti, Michela Finauri…
-
Riassunto esame Graphic design 1, Prof. Cruciani Fabrizio, libro consigliato Appunti graphic design, Giovanni Espos…
-
Riassunto esame Storia del design, Prof. Patti Isabella, libro consigliato Storia del design, Disegno industriale u…