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per cessazione di attività commerciale.

Viene erogata mensilmente su 12 mensilità all’anno ed è pari all’importo della rata mensile della pensione

calcolata al momento dell’accesso alla prestazione, che non può in ogni caso superare l’importo massimo

mensile di 1500 euro e non è soggetta a rivalutazione. Il beneficio dell’indennità è riconosciuto, a domanda,

entro i limiti annuali di spesa. la pensione anticipata, il secondo trattamento pensionistico

2.8 La pensione anticipata senza penalizzazioni:

introdotto dalla legge Fornero, sostituisce la pensione di anzianità (una delle concause principali dello squilibrio

’90,

previdenziale degli anni in quanto consentiva il pensionamento con l’unico requisito dei 35 anni di

anzianità contributiva e forniva, quindi, incentivi all’abbandono precoce dell’attività lavorativa). Il

pensionamento di anzianità è stato oggetto della riforma Maroni del 2004. Nel 2009 è stato introdotto il

sistema delle quote ovvero la sommatoria del requisito di età anagrafica e del requisito di anzianità

contributiva, in forza del quale si accede alla pensione in esame. Così, la pensione di anzianità si consegue

indipendentemente dall’età anagrafica, con un’anzianità contributiva pari o superiore a 40 anni. In questo

quadro normativo si inserisce la legge Fornero. Nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici in possesso di

anzianità contributiva al 31 Dicembre 1995, la prestazione può essere conseguita, indipendentemente dall’età

anagrafica, al perfezionamento, dal 1 Gennaio 2012, di un’anzianità contributiva pari a 42 anni ed 1 mese per

gli uomini e a 41 anni e 1 mese per le donne. Tale requisito contributivo è stato aumentato di 1 mese nel 2013,

di 1 altro mese nel 2014 ed ulteriormente incrementato a seguito della speranza di vita. Quindi, dal 1 Gennaio

2016 e sino al 31 Dicembre 2018 il requisito contributivo per accedere alla pensione anticipata è pari a 42 anni

e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne. I lavoratori il cui primo contributo versato è

successivo al 31 Dicembre 1995 (e che quindi hanno diritto alla liquidazione del trattamento pensionistico

interamente con il sistema contributivo) possono conseguire il trattamento anticipato, sempre a prescindere

dall’età anagrafica, al perfezionamento delle medesime anzianità contributive previste per i lavoratori nel

sistema retributivo o misto citate. Chi è nel sistema contributivo può ottenere la pensione anticipata, se più

favorevole, al compimento di 63 anni, a condizione che risultino versati e accreditati almeno 20 anni di

contribuzione effettiva (è utile solo la contribuzione effettivamente versata: obbligatoria, volontaria, da

riscatto). Anche il requisito anagrafico di 63 anni è soggetto agli adeguamenti alla speranza di vita. Nel triennio

2016-2018 il valore è stato incrementato di 7 mesi. Va infine rilevato che nella legge di bilancio 2017 (art. 1,

commi da 223 a 225) sono state introdotte importanti disposizioni in materia di pensionamento anticipato per

le lavoratrici (estensione della possibilità di usufruire della c.d. La possibilità di accesso

opzione donna).

anticipato sulla base del regime sperimentale è riconosciuta ora alle donne che hanno maturato 35 anni di

anzianità entro il 31 Dicembre 2015 e al compimento dei 57 anni e 7 mesi di età se dipendenti o 58 anni e 7

mesi d’età se autonome. per i lavoratori precoci è prevista la possibilità

2.9 Le agevolazioni per i lavoratori precoci, usuranti e gravosi:

di accedere al pensionamento anticipato in tempi più rapidi rispetto ai criteri ordinari. A partire dal 1 Maggio

2017 questi lavoratori possono accedere al pensionamento anticipato con un requisito contributivo ridotto di

41 anni (in luogo di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne). E’ necessario quindi

possedere i requisiti di lavoratore precoce (soggetti che abbiano almeno 12 mesi di contribuzione versati prima

del compimento del 19esimo anno di età, iscritti ad una forma di previdenza obbligatoria di base da una data

precedente al 1 Gennaio 1996), rientrare in una specifica categoria professionale, rientrare nel limite massimo

delle risorse stanziate. I soggetti in questione devono trovarsi nelle seguenti situazioni di disagio sociale: a)

stato di disoccupazione; b) svolgimento di assistenza in favore del coniuge o di un parente di primo grado

convivente; c) riduzione della capacità lavorativa pari o superiore al 74%; d) svolgimento di c.d. attività

lavorative usuranti. Il requisito ridotto di 41 anni è comunque soggetto ad adeguamento in base agli incrementi

della speranza di vita. E’ diventato più agevole anche l’accesso al pensionamento anticipato dei lavoratori che

svolgono attività usuranti. il mancato coordinamento fra riforme delle

2.10 L’inadeguatezza delle pensioni dei giovani lavoratori:

pensioni e trasformazioni nel mercato del lavoro ha fatto si che il rischio di una pensione inadeguata ricadesse

interamente sui soggetti deboli, con carriere brevi e a intermittenza, privi di grandi prospettive future. Si è

aggiunto negli ultimi anni il sempre maggiore ricorso a contratti di durata predeterminata che ha contribuito a

frammentare ulteriormente le carriere dei lavoratori. Sotto il profilo previdenziale, questo comporta seri rischi,

in particolare in tema di equità e solidarietà fra generazioni. A preoccupare è soprattutto il fatto che ad

alimentare il sistema pensionistico dovrebbero essere quegli stessi giovani, disoccupati o precari, che

percepiranno pensioni ben al di sotto dell’ultimo periodo. Ad oggi la povertà assoluta risulta inversamente

proporzionale all’età, diminuendo all’aumentare di quest’ultima. Alla luce di queste considerazioni, si ritiene

pertanto che il futuro del nostro sistema pensionistico dipenda soprattutto dalle politiche riguardanti il

mercato del lavoro, a favore dei giovani e delle donne (progetti di alternanza scuola-lavoro, misure

straordinarie su innovazione, ricerca, infrastrutture materiali e immateriali). Il governo sembra intenzionato ad

introdurre la c.d. pensione contributiva di garanzia , una pensione contributiva di solidarietà che assicuri una

sorta di tutela minima, legata ai contributi versati ma anche all’età di uscita dal lavoro. La pensione a cui il

giovane avrà diritto tiene conto non solo dei periodi in cui ha lavorato e versato contributi effettivi ma anche di

quelli di disoccupazione involontaria, certificati dai servizi per l’impiego, quando cioè ha cercato attivamente

lavoro ma non lo ha trovato, a cui viene fatta corrispondere una contribuzione figurativa. Condizione

indispensabile perché ciò possa realizzarsi è però il buon funzionamento dei servizi per l’impiego che implica un

rafforzamento delle politiche attive del lavoro (pag. 83, nota 96).

la legge di bilancio (art. 1, commi da 195 a 198) interviene sulla

2.11 La nuova disciplina del cumulo gratuito:

disciplina del cumulo, l’istituto che dà la possibilità al lavoratore di cumulare i periodi assicurativi accreditati

presso differenti gestioni, senza oneri a suo carico, per il riconoscimento di un'unica pensione da liquidarsi

secondo le regole di calcolo previste da ciascun fondo. Dal 1° gennaio 2017 il cumulo gratuito (inserito nel

2013) è esercitabile dai lavoratori iscritti a due o più forme di assicurazione obbligatoria per invalidità, vecchiaia

e superstiti dei lavoratori dipendenti, autonomi (commercianti, artigiani) e dagli iscritti alla gestione separata

dell'Inps, oltre che dagli iscritti alle forme sostitutive ed esclusive della medesima (ex Inpdap, ex Enpals, Fondo

Volo, Fondo Elettrici, Fondo Telefonici eccetera) nonché anche dagli iscritti alle casse professionali (es. Cassa

Forense, Cassa dei Dottori Commercialisti ecc). Al pari della totalizzazione, il cumulo deve interessare tutti e per

intero i periodi contributivi non coincidenti accreditati presso le diverse gestioni assicurative (non è possibile un

cumulo parziale, cioè diretto a valorizzare solo la contribuzione in alcune gestioni); è necessario che gli

assicurati non risultino già titolari di un trattamento pensionistico diretto in una delle gestioni interessate dal

cumulo stesso (comprese le casse professionali). A differenza della ricongiunzione il cumulo non opera alcun

trasferimento della contribuzione da una gestione previdenziale all'altra e, a differenza di quanto accade

normalmente con la totalizzazione, che collega virtualmente distinte posizioni assicurative qualora non vi sia la

sufficienza contributiva per maturare il diritto a pensione in forma autonoma presso un’unica gestione, il

cumulo non prevede il passaggio al sistema contributivo (conserva le regole di calcolo proprie di ciascuna

gestione pensionistica).

Le prestazioni conseguibili mediante totalizzazione sono: 1) pensione di vecchiaia con 65 anni di età e almeno

20 anni di anzianità contributiva, fatti salvi gli adeguamenti alla speranza di vita; 2) pensione di anzianità con 40

anni di anzianità contributiva a prescindere dall’età anagrafica, fatti salvi gli adeguamenti alla speranza di vita;

3) pensione di inabilità con i requisiti previsti nella gestione di iscrizione al momento dell’evento inabilitante; 4)

pensione indiretta ai superstiti con i requisiti previsti nella gestione di iscrizione al momento del decesso.

la perequazione automatica è quel meccanismo che

2.12 La storia tormentata della perequazione automatica:

consiste nella rivalutazione delle pensioni in pagamento in base all’indice dei prezzi al consumo. Il governo si

impegna a introdurre un sistema di perequazione basato sugli scaglioni di importo confermando a partire dal

2019 il ritorno al meccanismo già previsto dalla legge 388/2000. Si impegna inoltre a valutare la possibilità di

utilizzare un diverso indice per la rivalutazione delle pensioni, maggiormente rappresentativo della struttura

dei consumi dei pensionati. In questo contesto, tenuto conto della necessità di tutelare le pensioni di basso

importo, la legge di bilancio 2017 è intervenuta sulla disciplina della c.d. quattordicesima , per incrementare i

trattamenti pensionistici di importo più basso. Si prevede che venga erogata non più solamente se il soggetto

interessato possieda un reddito complessivo individuale non superiore a 1,5 volte il trattamento minimo annuo

I.N.P.S. ma anche, con importi diversi, nei casi in cui il soggetto possieda redditi fino al limite di 2 volte il

trattamento minimo I.N.P.S. La legge in esame è intervenuta anche sulla e sul connesso sistema di

no tax area

detrazioni, con l’effetto di aumentare l’importo della pensione netta spettante. Le detrazioni cui hanno diritto i

percettori di redditi da pensione sono determinate secondo un sistema di calcolo in base al quale l’importo

delle stesse decresce all’aumentare del reddito complessivo, sino ad annullarsi al raggiungimento di un importo

reddituale pari a 55mila euro. l’area di esclusione della riforma Monti-Fornero si

2.13 La questione degli esodati e l’ottava salvaguardia:

estende: 1) ai soggetti che abbiano maturato i requisiti previsti per il diritto al pensionamento entro il 31

Dicembre 2011, che sono andati in pensione secondo quanto disposto dalla normativa precedente; 2) ai

dipendenti del settore privato che abbiano raggiunto entro il 31 Dicembre 2012 un’anzianità contributiva di

almeno 35 anni; 3) agli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, che abbiano maturato i

requisiti per la pensione entro il 1 Gennaio 2012; 4) ai lavoratori collocati in mobilità ed in mobilità lunga, che

fruiscano o abbiano diritto a prestazioni straordinarie a carico dei fondi di solidarietà di settore.

I problemi sono sorti per le ultime 2 categorie di lavoratori, noti come esodati. L’emergenza è stata affrontata

ad oggi con 8 operazioni di salvaguardia, l’ultima delle quali è prevista dalla legge di bilancio 2017. L’intervento

opera essenzialmente attraverso l’incremento dei contingenti di categoria attraverso il prolungamento del

termine (che passa da 3 a 7 anni successivi all’entrata in vigore della riforma pensionistica) entro il quale i

soggetti devono maturare i requisiti previsti per il pensionamento nel regime previgente.

l’ennesimo riordino della normativa in

2.14 Il 2017, l’anno degli ammortizzatori sociali ma non per tutti:

materia di ammortizzatori sociali è avvenuto con il recente D.lgs. 4 Marzo 2015 di attuazione della legge delega

c.d. Jobs Act. In generale, si assiste da un lato al ridimensionamento degli ammortizzatori classici, come la Cassa

integrazione guadagni (CIG), dall’altro si rileva l’istituzione di fondi bilaterali di solidarietà, destinati a operare

per i settori non coperti dalla normativa in materia di integrazione salariale, con la finalità di assicurare ai

lavoratori una nei casi di riduzione e sospensione dell’attività lavorativa. Si assiste soprattutto all’ingresso di

nuovi trattamenti in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati, come

l’assegno di ricollocazione (Almaviva). Inoltre, deve rilevarsi che, a decorrere dal 1 Gennaio 2017, l’indennità di

mobilità è confluita nella N.A.S.P.I., la nuova assicurazione sociale per l’impiego (vale per gli eventi di

disoccupazione che si verificano a decorrere dal 1 Maggio 2015 e per tutti i lavoratori, ad esclusione della PA e

dell’agricoltura, che abbiano perso involontariamente l’impiego; la base retributiva della Naspi sono gli ultimi 4

anni di impiego, anche non continuativo). Ad essa si affianca l’A.S.D.I che però ha natura assistenziale.

Un’attenzione particolare non può non andare alla c.d. DISColl, riconosciuta ai collaboratori coordinati e

continuativi e a progetto, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata, non pensionati e privi di partita IVA, che

abbiano perduto involontariamente la propria occupazione la cui erogazione è però condizionata alla

partecipazione del disoccupato a iniziative di attivazione lavorativa o di riqualificazione professionale. Questi

devono soddisfare congiuntamente i seguenti requisiti: a) essere in stato di disoccupazione al momento della

domanda di prestazione; b) possedere 3 mesi di contribuzione nel periodo che va dal 1 Gennaio dell’anno

solare precedente l’evento di cessazione dal lavoro all’evento in questione. La misura della prestazione era pari

al 75% del reddito medio mensile se pari o inferiore all’importo di 1195 euro.

“Welfare l’Italia ha bisogno più che mai di un

2.15 E’ tempo di costruire un per la crescita e la competitività:

welfare per la crescita e la competitività , che affianchi le persone, a cominciare dai giovani e dalle donne in

generale, nei loro percorsi lavorativi, garantisca formazione permanente, consenta la conciliazione famiglia-

lavoro, fornisca ammortizzatori sociali intelligenti, faciliti la mobilità e la flessibilità. E’ necessaria in questo

senso anche una collaborazione tra imprese e sindacati. Nei confronti dei giovani che abbandonano la scuola e

non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro (NEET), la società ha doveri di inclusione non inferiori ai doveri

di protezione verso gli anziani. Serve allora anche un welfare per l’inclusione attiva rivolto alle fasce più

deboli. Il welfare per la competitività e quello per l’inclusione sono condizioni necessarie per continuare a

finanziare il welfare per la sicurezza. Deve esservi un graduale travaso delle risorse dalla previdenza

pensionistica pubblica al settore dell’assistenza e dei servizi alle famiglie, la costituzione di un sistema

universale ed efficiente.

CAPITOLO 3 : IL TENTATIVO DI RILANCIARE LA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Nello scenario italiano viene messa a rischio l’adeguatezza del trattamento pensionistico, ed allora appare

necessario un secondo pilastro previdenziale al quale il lavoratore possa aggrapparsi al fine di conseguire un

trattamento idoneo per condurre un’esistenza libera e dignitosa, che si potrebbe individuare nella previdenza

complementare (es. i fondi pensione). la previdenza

3.2 La funzionalizzazione della previdenza complementare alla previdenza obbligatoria:

complementare concorre insieme a quella obbligatoria alla realizzazione del comune obiettivo di assicurare i

mezzi adeguati alle esigenze di vita richiamato dall’art. 38, comma 2, Cost. Secondo questa posizione, la

previdenza pubblica ha il fine di soddisfare i bisogni inerenti al minimo vitale , riferibili a tutti i cittadini

lavoratori, mentre la previdenza complementare va a soddisfare tutti quei bisogni socialmente rilevanti, che

non si ritiene debbano essere soddisfatti direttamente dallo Stato. Secondo altri, quest’ultima andrebbe

ricondotta nel comma 5 dell’art. 38 Cost., secondo cui l’assistenza privata è libera . La giurisprudenza

nazionale costituzionalizza la previdenza complementare e la funzionalizza alla previdenza obbligatoria (art. 1

del d.lgs. n.252/2005) e, nella stessa direzione, si è orientata la giurisprudenza comunitaria.

per quanto riguarda la forma giuridica che i fondi pensione possono

3.3 Le tipologie dei fondi pensione:

assumere, il legislatore prevede lo schema dell’associazione non riconosciuta, l’iscritto è dunque rimesso agli

accordi degli associati, a loro volta condizionati dalle fonti istitutive. I fondi pensione possono essere costituiti

anche come persone giuridiche di diritto privato. Ciò premesso, le forme pensionistiche complementari

possono essere classificate: a) in base alla fonte istitutiva: l’atto o il soggetto che li istituisce; b) in base

all’ambito dei destinatari: i soggetti che possono aderire; c) in base alle prestazioni che garantiscono; d) in base

alla data di istituzione, se istituite prima del 15 Novembre 1992 c.d. fondi preesistenti (FPP), fondi

corrispondenti a settori produttivi con alte disponibilità finanziarie e con elevate retribuzioni, finalizzati a

garantire una sostanziale invarianza di reddito tra rapporto di lavoro e pensione, oppure dopo. I primi hanno un

obbligo di adeguamento alle norme in tema di governance e funzionamento e devono acquisire autonoma

soggettività giuridica.

Le fonti istitutive della previdenza complementare sono: 1) contratti e accordi collettivi, anche aziendali e

interaziendali; 2) accordi fra lavoratori subordinati, lavoratori autonomi, liberi professionisti, soci lavoratori di

cooperative; 3) regolamenti aziendali o di enti, nei casi in cui i relativi rapporti di lavoro non siano disciplinati da

contratto o accordi collettivi; 4) leggi regionali; 5) enti privatizzati; 6) fondi aperti; 7) fondo complementare

INPS (c.d. FONDINPS).

I fondi pensione si distinguono ulteriormente in: a) fondi pensione negoziali: chiusi, di tipo collettivo istituiti

sulla base di contratti o accordi collettivi anche di tipo aziendale, la cui adesione è riservata a gruppi di

lavoratori in possesso di particolari requisiti principalmente riconducibili al tipo di rapporto di lavoro

(dipendente) o all’appartenenza a determinate categorie produttive. Il fondo pensione negoziale è un soggetto

giuridico autonomo dotato di propri organi sociali, la cui attività consiste essenzialmente nella raccolta delle

adesioni e dei contributi e nella definizione della politica d’investimento; b) fondi pensione commerciali:

consiste nell’azione commerciale da parte di un soggetto operante sul mercato mobiliare.

Tra i fondi commerciali si distinguono: 1) i PIP (piani individuali di previdenza) che sono forme pensionistiche

individuali realizzate attraverso la sottoscrizione di contratti di assicurazione sulla vita con finalità

previdenziale. Le risorse finanziarie costituiscono patrimonio autonomo e separato; 2) i fondi pensione aperti

che vengono istituiti da soggetti quali banche, società di intermediazione mobiliare, compagnie di

assicurazione. Costituiscono un patrimonio separato ed autonomo finalizzato esclusivamente all’erogazione

delle prestazioni previdenziali. L’adesione può avvenire in forma collettiva o individuale ed è aperta a tutti.

I fondi possono distinguersi in base alle prestazioni che garantiscono, nei termini seguenti: 1) fondi a

prestazione definita: dove viene identificata ex ante la rendita attesa; 2) fondi a contribuzione definita: la

prestazione pensionistica non è predeterminata ma dipende dal rendimento del risparmio contributivo.

il nuovo assetto delle fonti istitutive è quello di un modello

3.4 Il policentrismo delle fonti istitutive:

policentrico, caratterizzato dalla compresenza di fonti che presentano la caratteristica di coinvolgere una

pluralità di soggetti chiamati a sostenere e favorire lo sviluppo di forme pensionistiche complementari. Con il

decreto n. 124 del 1993, che segna la vera nascita della previdenza complementare, il sistema delle fonti risulta

governato dalla fonte contrattuale collettiva, a sottolineare un legame strutturale della previdenza

complementare con la dimensione sindacale. L’ampio spazio di operatività riconosciuto al contratto collettivo

non si arresto solo al momento istitutivo ma coinvolge tutta la vita del fondo pensione (individua il campo di

operatività soggettiva del fondo, la forma giuridica del fondo). Diversamente, con il decreto del 2005 l’ingresso

di nuovi soggetti sembrerebbe aver incrinato il ruolo in precedenza svolto dalla contrattazione collettiva.

Infatti, è stata conferita più legittimità all’ambito territoriale, perché è stato formalizzato l’ingresso delle

Regioni nell’insieme delle fonti istitutive. Le Regioni vengono abilitate a disciplinare direttamente tali forme

pensionistiche complementari, con il solo vincolo del rispetto della normativa nazionale in materia . Tuttavia,

le norme che abilitano le Regioni ad istituire i fondi pensione ai dipendenti delle stesse Regioni non possono

essere al momento utilizzate per istituire fondi destinati ai dipendenti delle stesse, e pertanto, difficilmente

queste potranno elevarsi alla stregua di fonte istitutiva dei fondi pensione. Vanno citati anche i fondi pensione

delle Regioni a statuto speciale, che riguardano sia i lavoratori privati sia quelli pubblici residenti nelle stesse

Regioni, e si trovano così costretti ad applicare 2 differenti normative fiscali a seconda che l’aderente

appartenga al settore pubblico oppure a quello privato, con un evidente aggravio di costi amministrativi.

Quanto agli enti di diritto privato essi sono ora abilitati alla istituzione di forme pensionistiche complementari

da gestire sia direttamente con il rigido vincolo della separatezza gestionale, sia anche sulla base di contratti

collettivi o accordi tra lavoratori. In altri termini, i lavoratori autonomi e i liberi professionisti potranno aderire

non solo a fondi chiusi promossi da loro sindacati, ma anche a forme pensionistiche complementari del

medesimo genere istituite direttamente dalla loro cassa o dal loro ente previdenziale di riferimento per la

previdenza obbligatoria di base. Il decreto n. 252 del 2005 ha inoltre valorizzato il ruolo dei fondi pensione

aperti, ne è stato agevolato l’accesso, consentendo ora anche l’adesione individuale.

Nel quadro delle fonti istitutive occorre infine soffermarsi sul ruolo svolto dal fondo di previdenza

complementare istituito presso l’INPS, c.d. FONDINPS. Si tratta di un fondo pensione in cui confluisce

tacitamente il TFR dei lavoratori che non hanno una forma di previdenza complementare collettiva di

riferimento e che entro 6 mesi dall’assunzione non hanno scelto un fondo pensione cui far confluire il proprio

TFR, né hanno deciso di lasciarlo presso il datore di lavoro (i cosiddetti lavoratori silenti). Il TFR che confluisce a

FONDINPS vi resta sino a che il lavoratore non decide di trasferirlo altrove. Viene costituito dall’INPS in forma di

patrimonio autonomo e separato da quello dell’Istituto.

Nonostante l’ingresso di nuove fonti predisposto dal decreto del 2005, le fonti contrattual-collettive

continuano a prevalere sugli atti unilaterali dei datori di lavoro istitutivi di fondi pensione.

il policentrismo delle fonti istitutive sta in correlazione con

3.5 I destinatari della previdenza complementare:

il fenomeno dell’allargamento dei soggetti destinatari di forme di previdenza complementare. Ai sensi dell’art.

2, del d.lgs. n. 252/2005, possono aderire alle forme pensionistiche complementari: a) i lavoratori dipendenti,

sia pubblici che privati; b) i lavoratori autonomi e i liberi professionisti; c) i soci lavoratori di cooperative; d)

casalinghe (soggetti destinatari del d.lgs. 16 Settembre 1996 . 565, anche se non iscritti al fondo ivi previsto).

In buona sostanza, i destinatari della previdenza complementare vengono a coincidere tendenzialmente con i

soggetti protetti nel rapporto di previdenza obbligatoria. Osservando l’art. 2 sopra citato, la previdenza

complementare appare allora come fenomeno a vocazione universale, tuttavia nella realtà essa resta un

fenomeno improntato a logiche aspramente selettive poiché le dinamiche di esclusione in base alla effettiva

capacità contributiva dei potenziali aderenti continuano ad avere una netta prevalenza su quelle inclusive nella

stessa sfera del lavoro subordinato o autonomo.

il d.lgs. n.124 del 1993 inserisce tra i destinatari della previdenza

3.6 I fondi pensione dei dipendenti pubblici:

complementare anche i lavoratori pubblici. Condizione necessaria per l’adesione ad un fondo pensione

negoziale è l’integrale destinazione degli accantonamenti annuali del TFR, maturati a partire dall’iscrizione al

fondo stesso, per tutti quei lavoratori che risultano neoassunti alla data di entrata in vigore del decreto (28

Aprile 1993). Nel pubblico impiego non esisteva però un TFR, esisteva invece un sistema di trattamenti di fine

servizio (TFS), e secondo, le prestazioni finali del TFS vengono calcolate con riferimento alla retribuzione

dell’ultimo mese o anno di servizio e ciò impedisce di effettuare prelievi di risorse da versare ai fondi pensione;

in regime di TFR, la prestazione finale si ottiene sommando gli accantonamenti annui calcolati dividendo la

retribuzione dovuta per l’anno stesso, per 13,5. In questo contesto si inserisce la legge n.335/1995 che ha

stabilito per la prima volta l’applicazione del TFR ai dipendenti pubblici assunti a partire dal 1 Gennaio 1996 e

dunque la cessazione dei trattamenti di fine servizio per i lavoratori assunti precedentemente a questa data. Il

TFR deve essere corrisposto dalle amministrazioni ovvero dagli enti che già provvedono al pagamento dei TFS.

A causa di difficoltà tecniche e finanziarie, i termini previsti dalla legge per l’applicazione dell’istituto del TFR

non sono stati rispettati e l’applicazione automatica dello stesso per i nuovi assunti è stata infatti differita (20

Dicembre 1999). Dalle disposizioni è possibile evincere: a) applicazione obbligatoria del TFR per i lavoratori

assunti a tempo determinato dopo il 30 Maggio 2000, quelli assunti a tempo indeterminato dopo il 31

Dicembre 2000; b) la permanenza in regime di TFS per il personale a tempo indeterminato in servizio alla data

del 31 Dicembre 2000, anche in caso di successivo passaggio, a qualsiasi titolo da un Ente all’altro purché tale

passaggio sia avvenuto senza soluzione di continuità e sempre con contratto a tempo indeterminato.

Non è possibile optare per il TFR senza aderire al fondo e viceversa, in tutti quei casi in cui il lavoratore sia in

regime di TFS. Esiste un termine entro i quali i lavoratori in regime di TFS, devono esercitare l’opzione di

trasformazione in TFR; questo termine coincideva con la scadenza del quadriennio contrattuale 98-01 salvo

ulteriore proroga decisa dalle parti.

In attuazione di quanto previsto dall’art. 2, comma 8 della l.n.335/1995 è affidata all’Inpdap la gestione del

fondo per il TFR dei dipendenti dello Stato, delle aziende di Stato, della scuola, della università, della sanità e

degli enti locali. Viceversa il TFR dei dipendenti degli enti pubblici non economici, degli enti di ricerca e di

sperimentazione e degli enti per il cui personale non è prevista l’iscrizione all’Inpdap, resta a totale carico degli

enti medesimi, ai quali è affidata la gestione dei trattamenti. Tra i compiti affidati all’Inpdap il più rilevante

attiene alla funzione di accantonamento e gestione figurativa delle quote di TFR di tutti i dipendenti pubblici,

nonché delle quote virtuali (per il pubblico impiego non esiste materialmente alcun TFR da conferire al fondo

pensione) di tutti coloro che in servizio al 31/12/2000 abbiano optato per il passaggio al TFR con contestuale

adesione al fondo pensione.

In buona sostanza, la posizione di previdenza complementare di un lavoratore pubblico si compone di una

parte detenuta dal fondo (in tutto identica a quella di un lavoratore del settore privato iscritto a forme

pensionistiche complementari) e di una parte figurativa costituita presso l’Inpdap e conferita al fondo pensione

alla cessazione del rapporto di lavoro. In quel momento i 2 montanti si fondono, dando luogo, in presenza dei

requisiti previsti, alla liquidazione delle prestazioni. Le quote di accantonamento annuale sono determinate

applicando l’aliquota del 6,91% stabilita per i dipendenti privati iscritti all’INPS. Nell’accantonamento non sono

computate le quote di TFR destinate ai fondi pensione.

Il filo conduttore seguito dal legislatore nei provvedimenti richiamati, è stato quello di introdurre disposizioni

atte a favorire l’applicazione del TFR, per la costituzione di forme di previdenza complementare. I fondi

pensione dei pubblici dipendenti si collocano nell’ambito dei fondi chiusi e sono volti a garantire agli iscritti

sotto forma di rendita vitalizia, il risultato della gestione finanziaria del risparmio versato al fondo.

Allo scopo di incentivare l’avvio dei fondi pensione è stata prevista l’erogazione di una sorta di bonus , per

coloro che saranno associati nel corso del primo anno di operatività del fondo, e solo per 12 mesi. Invece, per

coloro che saranno associati nel corso del secondo anno di operatività del fondo, sarà attribuita, sempre per

una durata di soli 12 mesi, una quota aggiuntiva, non superiore allo 0,5%. Trattasi comunque di quote attribuite

una tantum e pertanto non potranno avere carattere di periodicità. Nonostante ciò, la previdenza

complementare dei dipendenti pubblici stenta a decollare in quanto troppe difficoltà legate al processo di

transizione dal TFS al TFR hanno influito pesantemente sulla mancata operatività ad oggi dei fondi pensione. A

questo si aggiunge il fatto che le modalità di determinazione della misura del TFS sono in molti casi più

favorevoli rispetto al TFR, in quanto prevedono come base di calcolo l’ultima retribuzione percepita in attività

di servizio; mentre il TFR, come già detto, è costituito da accantonamenti annui effettuati dal datore di lavoro

sulla base di una % (pari al 6,91%) della retribuzione annua.

Il primo fondo pensione negoziale categoriale nel pubblico impiego è stato il fondo ESPERO per il personale

della scuola (operativo dal 1 Gennaio 2005, adesso è il quinto per numero di iscritti tra i fondi negoziali).

Parallelamente all’avvio di ESPERO sono iniziati i lavori per l’istituzione del secondo fondo pensione in ambito

pubblico, quello destinato ai lavoratori degli enti locali, delle regioni e della sanità, al quale è stato dato il nome

di PERSEO (21 Dicembre 2010). Sia ESPERO che PERSEO hanno concesso la possibilità di adesione anche ai

lavoratori dipendenti di alcune realtà del settore privato, come ad esempio la sanità privata per PERSEO e le

scuole private per ESPERO. PERSEO nasce con l’intento di offrire ai dipendenti pubblici l’opportunità di poter

fruire di una copertura pensionistica aggiuntiva a quella garantita dall’Inpdap, potendo contare sul contributo

del datore di lavoro e sulla possibilità di utilizzare, a tal fine, anche le quote del TFR. Dopo ESPERO e PERSEO è

stato istituito il fondo SIRIO (14 Settembre 2011) che è il fondo pensione per i dipendenti dei Ministeri, Enti

pubblici non economici, Presidenza del consiglio dei Ministri, dipendenti delle università ecc. Vanno anche

ricordati 2 fondi territoriali, che sono i fondi delle regioni a statuto speciale (FOPADIVA e FCS-FONDO

CESSAZIONE SERVIZIO per la Valle d’Aosta e LABORFONDS per il Trentino Alto Adige).

Dopo aver evocato i principali fondi pensione del pubblico impiego deve infine ricordarsi che la legge di riforma

della previdenza complementare ed obbligatoria n.243/2004 ed il conseguente d.lgs. n.252/2005 hanno

previsto, tra le altre misure, la possibilità di incentivare la previdenza complementare anche nelle PA. Tra i

principi cardine: 1) conferimento totale e obbligatorio del TFR maturato ai fondi pensione entro 6 mesi

dall’assunzione del lavoratore, sia in via esplicita, sia in via tacita (silenzio-assenso); 2) equiparazione tra fondi

negoziali e fondi aperti; 3) omogeneizzazione in materia di tutela e trasparenza dei fondi con assegnazione

della vigilanza dell’intero settore alla COVIP. Questi principi potrebbero dunque incrementare l’adesione ai

fondi pensione. l’adesione alle forme complementari è libera e volontaria. La libertà individuale

3.7 La libertà di adesione:

secondo quello che è il decreto del 2005 si esprime come: 1) libertà nella contribuzione; 2) libertà di accesso

alla prestazione; 3) libertà di circolazione tra le forme pensionistiche. Il decreto accorda agli aderenti la facoltà

di scegliere liberamente la forma pensionistica di destinazione tra tutte quelle alle quali abbiano titolo di

accedere, a prescindere dalla natura dell’adesione, collettiva o individuale, o dalla tipologia della forma. Il

lavoratore, in una fase successiva, ha anche la libertà di trasferire la sua posizione ad un’altra forma.

In coerenza con l’obiettivo di parificare la diverse forme di previdenza complementare, è stato ricondotto ad

unità anche il sistema di vigilanza, individuando nella COVIP l’unico soggetto cui demandare le relative funzioni

a prescindere dalla tipologia di forma ed indipendentemente dalla natura del soggetto gestore della forma in

oggetto e con l’obiettivo ultimo di tutela gli iscritti ed i beneficiari delle prestazioni e di garantire il buon

funzionamento del sistema. Deve tuttavia rilevarsi che il sistema di previdenza complementare non contempla

anche una libertà di dissociazione. In realtà, una volta aderito da una forma pensionistica complementare,

l’unico modo per dissociarsene è perdere i requisiti di partecipazione alla medesima. Il divieto di libera

dissociazione si giustifica, peraltro, in ragione della necessità di impedire processi di depauperamento dei

fondi . In effetti, la facoltà attribuita al lavoratore di revocare la propria scelta potrebbe incidere

negativamente sulle aspettative di finanziamento del fondo pensione e sui calcoli di investimento di lungo

periodo che questo può effettuare. Questo però contrasta con le previsioni sul trasferimento della posizione

individuale ad altro fondo pensione che è libera solo decorsi 2 anni dall’iscrizione.

la possibilità di dissociazione dalla forma pensionistica complementare è

3.8 Le anticipazioni e il riscatto:

tuttavia ammessa indirettamente grazie alle ipotesi di riscatto ed anticipazione consentite dal d.lgs. 252/2005.

L’aderente può richiedere un’anticipazione della posizione maturata nella misura del: a) 75% in caso di spese

sanitarie a seguito di gravissime situazioni; b) 75% decorsi 8 anni di iscrizione, per l’acquisto o la

ristrutturazione della prima casa per sé o per i figli; c) 30% decorsi 8 anni di iscrizione, per ulteriori esigenze.

E’ invece possibile per l’aderente chiedere il riscatto della posizione maturata: a) nella misura del 50% (riscatto

parziale), in caso di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo

compreso tra 12 e 48 mesi; b) (tranne nei 5 anni che precedono il pensionamento) nella misura del 100%

(riscatto totale) per i casi di invalidità permanente, o a seguito della cessazione dell’attività lavorativa che

comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo superiore a 48 mesi; c) nella misura del 100% per la perdita

dei requisiti di partecipazione; d) per morte dell’aderente ad un fondo pensione prima della maturazione del

diritto alla prestazione pensionistica (la posizione individuale del lavoratore deceduto prima della maturazione

dei requisiti per il pensionamento viene riscattata dagli eredi ovvero dai diversi beneficiari designati, siano essi

persone fisiche o giuridiche). Quindi, da un lato è consentito dopo almeno 2 anni di permanenza all’interno del

fondo cambiare il mezzo (cioè la forma complementare alla quale si aderisce) utilizzato per la realizzazione del

fine (costituzione della pensione complementare), dall’altro, non è possibile rinunciare al fine medesimo. In

caso di adesione a una forma pensionistica collettiva (fondo pensione negoziale, fondo pensione aperto ad

adesione collettiva) è possibile riscattare la propria posizione individuale maturata, in caso di perdita dei

requisiti di partecipazione purché lo statuto o il regolamento del fondo prevedano tale facoltà. In questo caso,

però, il riscatto è penalizzato fiscalmente.

Al momento del pensionamento, ciascun iscritto ha la possibilità di richiedere una prestazione in forma di

capitale fino ad un massimo del 50% della posizione individuale maturata presso la propria forma pensionistica.

La restante parte viene trasformata in rendita vitalizia. E’ possibile richiedere l’intera prestazione sotto forma di

capitale quando la rendita vitalizia derivante dalla conversione del 70% del montante finale accumulato è

inferiore al 50% dell’assegno sociale. Il diritto alla pensione complementare si acquisisce se sussistono i

seguenti requisiti: 1) maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni stabiliti nel regime obbligatorio di

appartenenza (INPS, INPDAP, Casse professionali); 2) almeno 5 anni di partecipazione alla forma pensionistica

complementare. si tratta di una misura prevista, a decorrere dal 1

3.9 La rendita integrativa temporanea anticipata (RITA):

Maggio 2017, in via sperimentale fino al 31 Dicembre 2018, che consiste nella erogazione anticipata delle

prestazioni della previdenza complementare, sotto forma di rendita temporanea, in relazione al montante

richiesto e fino al conseguimento dei requisiti pensionistici del regime obbligatorio. La possibilità di richiedere

la RITA è riservata ai soggetti, cassati dal lavoro, in possesso dei requisiti per l’accesso all’APE, certificati

dall’INPS. La parte imponibile della rendita, è assoggettata alla ritenuta, a titolo d’imposta con l’aliquota del

15%. il finanziamento della previdenza complementare si realizza attraverso il versamento al

3.10 Il finanziamento:

fondo pensione: a) di contributi posti a carico del lavoratore; b) eventualmente, di contributi a carico del datore

di lavoro, o committente; c) del TFR (o di quote di esso). Per contributi, si intendono comunque le somme che

lavoratore e datore di lavoro destinano alla previdenza complementare. La contribuzione è di importo fisso e le

modalità di contribuzione a carico del lavoratore e del datore di lavoro possono essere fissate dai contratti e

dagli accordi collettivi. Viene introdotto anche il principio secondo il quale i lavoratori possono determinare

liberamente ed individualmente l’entità della contribuzione, nonché sospendere la propria contribuzione (fatta

accezione per il TFR). Il datore di lavoro può essere dunque chiamato a partecipare al finanziamento della

previdenza complementare. L’obbligo contributivo a suo carico deve però essere previsto dalle fonti istitutive:


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trovich

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e management
SSD:
A.A.: 2019-2020

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trovich di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto del Sistema pensionistico della previdenza complementare e obbligatoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Battisti Anna Maria.

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