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2)CASSAZIONE CIVILE, SEZ. III, 11 maggio 2009 n. 10743

Con sentenza del 2004 la Corte d'Appello di Lecce confermava la decisione del locale Tribunale del 2002, che aveva

rigettato la domanda di risarcimento danni proposta dai coniugi C.T. e V.M.D., in proprio e quali esercenti la potestà

genitoriale sul figlio minore C. F.A., per le gravissime lesioni (idrocefalo postemorragico con encefalopatia lesionale e

convulsività) con conseguente invalidità permanente del 100%, riportate dal figlio, che gli attori ricollegavano

all'intervento ostetrico con taglio cesareo compiuto dal ginecologo dott. A.M. presso l'Ospedale e dalle successive cure

praticate al neonato dal dott. L.G. dello stesso Ospedale e quindi dal dott. Lo.Ra. dell'Ospedale - reparto immaturi.

Per questo motivo gli attori avevano convenuto in giudizio i tre sanitari, la USL Lecce e Lecce, chiedendone la condanna

al pagamento di una somma a titolo di responsabilità contrattuale o extracontrattuale.

Nel giudizio erano state chiamate in causa le compagnie di assicurazione dei medici e delle due USL.

Il primo giudice aveva stabilito che la gravissima patologia del neonato era riconducibile alla prematura - ma naturale -

interruzione del periodo di gestazione e non ad un imperito o negligente comportamento dei sanitari che avevano

proceduto al taglio cesareo o degli altri medici che avevano avuto in cura il neonato nei primissimi giorni di vita, prima del

suo trasferimento presso l'Ospedale.

I giudici di appello, confermando tale decisione, osservavano che non poteva essere evidenziata alcuna carenza della

terapia prestata alla gestante ed al neonato nei due Ospedali

Anche il lasso di tempo di cinque ore intercorso tra la rottura spontanea del sacco amniotico e l'intervento per parto

cesareo non era indice di colpa professionale, considerato che non vi era stata sofferenza fetale e non poteva, pertanto,

ritenersi che il ritardo avesse avuto incidenza nella causazione delle lesioni.

Il consulente tecnico nominato dall'ufficio aveva precisato che alla condizione di immaturità si associa notoriamente un

elevato rischio di emorragia cerebrale prenatale, fenomeno che si era appunto verificato nel caso di specie, causando altresì

l'instaurazione di un idrocefalo e di gravissimi danni cerebrali.

Solo dopo due giorni dalla nascita si era manifestata una crisi convulsiva, poi ripetutasi più volte nella giornata.

Anche il rilievo del consulente tecnico di ufficio - secondo il quale il parto (in considerazione delle condizioni della

gestante, ricoverata in ospedale proprio per il rischio di interruzione della gravidanza) avrebbe potuto più agevolmente

avvenire presso un centro regionale di più alto livello organizzativo - appariva privo di concreto rilievo causale, posto che

ciò non serviva comunque ad escludere lo sviluppo negativo degli eventi connessi dallo stesso consulente tecnico di ufficio

alla patologia originaria del caso.

Quanto alla condotta del pediatra il trattamento dallo stesso praticato era quello realisticamente espletabile nella clinica di

appartenenza, con l'apparato diagnostico di cui egli attualmente disponeva.

Tra l'altro, osservava ancora la Corte territoriale, un trasferimento immediato del neonato in altro reparto poteva dirsi

sconsigliato proprio per le condizioni instabili dello stesso sotto il profilo neurologico.

Doveva dunque concludersi che per entrambi i sanitari che avevano avuto in cura il neonato nell'Ospedale nel quale era

avvenuta la nascita - non vi erano elementi che potevano portare a qualificare la loro condotta come colposa.

Quanto ai sanitari del reparto immaturi dell'Ospedale dove il neonato era stato trasferito a distanza di circa quaranta

giorni dalla nascita, era da dire che in quell'Ospedale il neonato era stato sottoposto immediatamente a visita

neurochirurgica e nessuno specifico elemento di colpa era dunque ravvisabile a carico dei medici di quel reparto, che ne

avevano disposto il ricovero all'Ospedale

Avverso tale decisione i genitori di C.F.A. hanno proposto ricorso per cassazione sorretto da tre motivi Resistono con

controricorso il dott. A., L. e Lo. e le rispettive compagnie di assicurazione, nonchè la AUSL Lecce ed il direttore generale

della stessa con la società di assicurazioni UNIPOL.

Osserva il Collegio: i tre motivi, da esaminare congiuntamente in quanto connessi tra di loro, sono fondati nei

limiti di seguito indicati.

La Corte territoriale ha escluso qualsiasi rilevanza alla osservazione del consulente tecnico "secondo cui il parto

anzichè in una struttura ospedaliera - solo in parte attrezzata allo scopo - avrebbe potuto avvenire presso un

centro regionale di più alto livello organizzativo" per la ragione che "ciò non serve ad escludere lo sviluppo

negativo degli eventi connessi dallo stesso c.t.u. alla patologia originaria del caso da trattare".

In tal modo, ad avviso del Collegio, la motivazione della sentenza impugnata finisce per adottare un criterio para-

penalistico, che esige una condizione di certezza "oltre il ragionevole dubbio" in applicazione del principio di

causalità proprio di quella materia.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, nel reato colposo omissivo improprio il rapporto di causalità tra

omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve

essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, sicchè esso è configurabile solo se si accerti

che, ipotizzandosi come avvenuta l'azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l'interferenza di decorsi causali

alternativi, l'evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto

luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva. 4

Nel sistema civilistico, invece, il nesso di causalità (materiale) – la cui valutazione in sede civile è diversa da

quella penale (ove vale il criterio dell'elevato grado di credibilità razionale che è prossimo alla "certezza") -

consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso, secondo il criterio

(ispirato alla regola della normalità causale) del "più probabile che non"

Anche con riferimento alla individuazione del nesso di causalità fra la condotta omissiva del medico e l'evento

dannoso, la giurisprudenza di questa Corte ha superato la concezione tradizionale, passando dal criterio della

certezza degli effetti della condotta omessa a quello della probabilità di essi e dell'idoneità della condotta stessa

ad evitarli, ove posta in essere.

Va rilevato che, ove le nozioni di patologia medica e di medicina legale non forniscano un grado di certezza

assoluta, il ricorso al criterio della probabilità costituisce una necessità logica in quanto si tratta di accettare o

rifiutare l'assunto secondo il quale il danno si è verificato a causa del fatto che non è stato tenuto il

comportamento atteso.

In tema di responsabilità civile, dunque, il giudice del merito deve accertare separatamente dapprima la

sussistenza del nesso causale tra la condotta illecita e l'evento di danno, e quindi valutare se quella condotta

abbia avuto o meno natura colposa o dolosa

In altre parole, solo dopo aver riscontrato l'esistenza di un nesso eziologico deve essere affrontato il tema della

esistenza della colpa e dell'onere della prova.

Va anche in questa sede ribadito che è configurabile il nesso causale fra il comportamento omissivo del medico ed

il pregiudizio subito dal paziente qualora attraverso un criterio necessariamente probabilistico si ritenga che

l'opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di

evitare il danno verificatosi

Erratamente, al riguardo, i due ricorrenti si richiamano alla presunzione di colpa lieve, posta a carico del

prestatore d'opera, la quale attiene al profilo soggettivo della condotta, ed è destinata ad operare solo dopo che

sia stato accertato il nesso causale tra la condotta stessa e l'evento, e dunque, su un piano diverso e non

confondibile.

Secondo i principi generali di cui all'art. 2697 c.c., l'onere di provare l'esistenza del nesso causale tra l'evento

lesivo e la condotta del medico, indipendentemente dal grado di difficoltà dell'intervento medico chirurgico,

grava sul danneggiato

Nel caso di specie, il consulente tecnico nominato dal primo giudice ha affermato che la gravidanza della V. presentava un

elevato tasso di rischiosità per complicanze, sia per l'anamnesi positiva per un precedente aborto, sia per la minaccia di

aborto manifestatasi sia per la condizione di fibromatosi uterina.

A questa condizione di rischio preesistente, si era aggiunta la presentazione podalica, ulteriore elemento sfavorevole che

aveva reso obbligatorio il taglio cesareo.

Per tali tipologie di gravidanza, i protocolli di condotta e la buona prassi medica invitano con chiarezza a non ricoverare le

pazienti presso ospedali periferici, ma ad indirizzarli opportunamente al centro regionale di riferimento competente per

territorio

"La gestione di un parto che si manifestava "ab initio" come prevedibilmente complesso - ha osservato il c.t.u. –

certamente avrebbe potuto essere meglio affrontata in un ospedale dotato – per esempio - di una terapia intensiva

neonatale".

In altre parole, ad avviso dell'ausiliare del giudice, nessun addebito poteva essere mosso al ginecologo ed ai due pediatri

che avevano seguito puerpera e neonato questi, infatti, avevano praticato tutta l'assistenza possibile con la struttura ed i

mezzi a loro disposizione.

La divisione pediatrica non disponeva di una terapia intensiva per immaturi e neppure di tutto l'apparato di diagnostica per

immagini, atto a meglio monitorare la evoluzione dell'emorragia cerebrale.

Il trasferimento del neonato ad altro Ospedale, subito dopo la nascita, sotto altro profilo era decisamente sconsigliato a

causa delle condizioni instabili del neonato sotto il profilo neurologico.

Il consulente tecnico nominato dall'ufficio ha sottoposto ad attenta indagine la condotta dei detti sanitari allo scopo di

verificare se la stessa fosse stata improntata alle regole di buona prassi medica e se vi fossero state eventuali carenze tali da

giocare un qualche ruolo nel determinismo del gravissimo stato invalidante del quale il C. è irreversibilmente portatore.

La risposta a tale quesito è stata in tutto favorevole ai tre sanitari.

Per costante giurisprudenza l'accertamento del nesso di causalità è riservato al giudice del merito, il cui apprezzamento è

insindacabile in sede di legittimità se esso sia sorretto (come nel caso di specie) da motivazione congrua ed immune da vizi.

Pertanto, infondate sono le censure formulate dai ricorrenti con riferimento alle condotte imputate ai medici ospedalieri.

A diverse conclusioni, tuttavia, deve giungersi con riferimento alla AUSL Lecce e al direttore generale della stessa anche

in qualità di commissario liquidatore della soppressa USL Lecce

Infatti, secondo i rilievi dello stesso consulente tecnico di ufficio, deve darsi per acquisito che il decorso e la terapia -

durante tutto il ricovero ospedaliero - fossero corrette, ma da essi si trae la considerazione di un prevedibile parto "a

rischio" il che non è certo indifferente ai fini del giudizio di esattezza delle scelte successivamente operate 5


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Atreyu

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DESCRIZIONE APPUNTO

Questo appunto fa riferimento alle lezioni di Diritto Sanitario, svolte dal Prof. Guido Corso nell'anno accademico 2010.
Il documento riporta il riassunto di due sentenze della Corte di Cassazione Civile Sez. III (n. 6386 del 2001 e n. 10743 del 2009) che affrontano il tema della responsabilità delle strutture sanitarie.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Corso Guido
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Sanitario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Corso Guido.

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