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Platone e la sua filosofia

Forse compagno dell’eracliteo Cratilo, ma l’incontro decisivo fu con Socrate la cui condanna ebbe un’importanza decisiva segnando la sua attività filosofica. Per Platone il problema della conoscenza non può essere affrontato muovendosi solo all’interno del pensiero e del discorso, ma deve coinvolgere anche l’oggetto a cui quel discorso si riferisce. La conoscenza dipende anche dalla natura degli enti ai quali essa è rivolta.

Ciò lo spinge alla speculazione sulla natura delle cose che aveva caratterizzato il pensiero dei presocratici, chiedendosi se la realtà è una, immobile, ecc. Per lui c’è una scorretta valutazione della realtà che è quella eraclitea, legata a sua volta al soggettivismo e relativismo protagoreo. La maggior parte delle persone è convinta che esistono cose buone, ma non vuole cercare il buono in sé. Le critiche all’eraclitismo sono esposte nel Teeteto e nel Cratilo.

Il problema dei nomi e la natura della conoscenza

Il problema riguarda la natura dei nomi che si danno alle cose, se siano da considerarsi convenzionali o naturali. Per Platone nessuna delle due tesi è corretta. Il ricorso ai nomi è legato a una dottrina convenzionalistica del sapere che ha rapporti con l’eraclitismo. Il linguaggio viene creato dopo il compimento del processo conoscitivo che mira a fissare gli aspetti della realtà. Nasce poi la necessità di postulare un oggetto di conoscenza provvisto di precise caratteristiche: stabilità e invarianza nel tempo.

Ci deve essere, prima della nascita del linguaggio, qualcuno che impone i nomi alle cose. Infatti, non possiamo pensare a due oggetti che percepiamo uno con la vista e l’altro con l’udito; deve essere una conoscenza diversa dalla sensazione. L’anima è mediante di una conoscenza sensibile e sua propria. Alla conoscenza mobile si accosta una riflessione che, prendendo le mosse dalle sensazioni, acquista conoscenze di tipo diverso ed è propria dell’anima che è l’unica che possiede la verità delle cose.

Ontologia e gnoseologia: stabilità e conoscenza

Tutto ciò ha postulato l’esistenza di un soggetto e un oggetto stabili e devono esservi degli oggetti che non abbiano i caratteri della mobilità eraclitea. Se invece si parte dal punto di vista gnoseologico e si parte da quello ontologico, si giunge a ciò che sostiene Platone nel Fedone, che vede la discussione dell’ultimo giorno di carcere di Socrate con due tebani. Si parla qui dell’immortalità dell’anima e della causa della generazione e corruzione delle cose.

Socrate fa riferimento all’indagine delle cause dei presocratici. Era stato per primo Parmenide a dichiarare che il non essere è impossibile, e a denunciare la difficoltà di concepire il divenire delle cose. Empedocle, Democrito e Leucippo avevano cercato di ovviare al problema affermando che il divenire non equivale a una nascita e una morte assolute, ma è dovuto al diverso aggregarsi e disgregarsi degli stessi elementi.

Critica alle cause materiali e teoria delle idee

L’analisi delle cause della realtà conduce a postulare l’esistenza di oggetti invarianti simili a quelli che era risultato necessario porre a fondamento della conoscenza. Socrate si appassionò alla filosofia di Anassagora che sembrava aver posto una mente come causa ordinatrice di tutte le cose, ma in realtà Anassagora non faceva alcun vero uso della mente. Stando così le cause materiali addotte dai filosofi naturalistici si rivelano insufficienti.

La domanda socratica inoltre muove verso l’universale ed è difficile trovare un universale che si applichi a tutti i casi. L’interrogare socratico richiama l’esistenza di un oggetto universale di cui sembra impossibile rendere compiutamente ragione. Nessuno è davvero nominalista o relativista tanto è vero che tutti capiscono la natura dei problemi proposti, nel modo di ragionare degli uomini infatti è compreso un orientamento verso un oggetto stabile, universale, immobile.

Questi oggetti non possono appartenere al mondo della materia perché il mondo fisico è dominato dal mobilismo eracliteo. Di qui nasce la teoria delle idee che postula l’esistenza di un mondo di oggetti immateriali e intellegibili che stanno in un mondo separato. La posizione di Platone è nella via media tra la conoscenza perfetta dell’idea e un radicale scetticismo, rappresentata dalla dottrina della reminiscenza secondo cui conoscere è ricordare e viene espressa nel Menone, nel Fedone e richiamata nel Fedro.

La dottrina della reminiscenza

Nel Fedone si dice che ricordare è l’esperienza mediante cui la nozione di una certa cosa ne fa venire in mente un’altra. L’esperienza non può essere la vera fonte da cui apprendiamo la nozione dell’uguale in sé, quindi noi possediamo la nozione dell’uguale in sé prima di nascere e conoscevamo già solo l’uguale. All’atto della nascita quindi l’uomo già possiede le idee, ma non si parla di un innatismo perfetto. Causa della dimenticanza è il trauma della nascita.

Non c’è da stupirsi del fatto che gli uomini non riescano a rispondere alla domanda socratica; gli oggetti infatti hanno natura metafisica e non sono disponibili alla conoscenza dell’anima incarnata. Ma tra il vedere e il non vedere ci sono delle misure intermedie e mediante lo studio gli uomini potranno additare i ricordi presenti nella loro anima. Secondo un’idea diffusa però Platone avrebbe abbandonato la dottrina della reminiscenza sostituendola con il metodo dialettico.

Strumenti per la conoscenza

Nella VII lettera, Platone sostiene che esistono quattro strumenti per conoscere: il nome, il discorso, l’immagine e la conoscenza propriamente detta. Importante è l’ultimo di essi perché comprende la scienza, l’intelletto e l’opinione vera. Per uscire dalla delusione prodottagli dai fisici presocratici, egli intende intraprendere una via più difficile: rifugiarsi nei discorsi e considerare in essi la verità delle cose esistenti. Tali logoi si riferiscono alla realtà che veramente è, a differenza della percezione sensibile.

I logoi quindi non sono le idee ma i discorsi e i ragionamenti che portano a stabilire che le idee esistono. La teoria delle idee di Platone è considerata la prima metafisica, che è quella dottrina che postula gli oggetti che stanno al di là di quelli fisici e in generale di una dimensione mondana. Ciò supera la posizione presocratica secondo cui le cause di ciò che esiste sarebbero rintracciabili nella realtà fisica.

La natura metafisica è stata messa più volte in dubbio, per cui è vero che sono concetti eterni ma non hanno una propria esistenza al di fuori del rapporto conoscitivo. La natura metafisica delle idee porta a escludere che possano essere analoghe alle sostanze sensibili. La principale difficoltà è contenuta nella tesi del "terzo uomo". Se il concetto di bellezza fosse anch’esso una cosa bella, sarebbe necessario un bello ulteriore, partecipando al quale il concetto della bellezza verrebbe detto bello, così all’infinito.

La teoria delle idee e il carattere assiologico

Le idee di Platone sembrano appartenere all’ambito dei valori. Egli infatti è interessato alla teoria delle idee soprattutto come strumento per individuare dei canoni di carattere etico. Nel Parmenide, dopo che Socrate ha introdotto le idee come strumento per risolvere le aporie di Zenone, Parmenide chiede a Socrate in che misura è possibile estendere il campo delle idee. Ha dei dubbi riguardo l’esistenza delle cose neutre e meschine.

Tutto ciò potrebbe far pensare che la dottrina delle idee abbia un carattere marcatamente assiologico. L’etica e la politica sono strettamente connesse e una riesamina del pensiero di Platone deve prendere avvio proprio dalla Repubblica anche se in passato venivano maggiormente presi in considerazione il Politico e le Leggi.

Dialoghi e metodologia dialettica

Riguardo ai dialoghi dialettici come il Teeteto e il Parmenide, essi presuppongono argomenti già abbozzati in altri testi più vecchi come il Sofista e il Filebo. Se volessimo ordinarli dovremmo dire che viene il Parmenide, poi il Teeteto, il Sofista e il Politico. Il primo è dedicato alla dottrina delle idee e nel Teeteto viene confutato l’eraclitismo. Egli stabilisce che la conoscenza non è sensazione ma opinione vera.

Tuttavia noi non sappiamo cosa è conoscenza e la definizione di “opinione vera” non può essere corretta. La conoscenza per Teeteto è l’opinione vera accompagnata dal logos, ma Socrate confuta questa posizione. Da un lato il ragionamento è necessario e dall’altro no perché sarà sempre sottoposto al giudizio dell’anima. Quindi la conoscenza ha carattere intellettivo e non sensibile e il mondo delle idee non può essere oggetto di una vera conoscenza.

Il Parmenide prende le mosse dal discorso di Zenone riguardo l’impossibilità della molteplicità. Socrate ribatte dicendo che non c’è nulla di male che vi siano gli enti molteplici. Bisogna ora capire come funziona la dottrina delle idee. Inoltre un rapporto di partecipazione tra cose e idee è impossibile. Poi le cose hanno rapporti con le cose e le idee con le idee.

Il Sofista e la dialettica

Nel Parmenide le idee sono necessarie per la conoscenza perché se non esistessero il pensiero raziocinante non saprebbe dove volgersi. Per superare le critiche risulterà necessario indebolire la caratterizzazione ontologico-oggettiva dei fondamenti del conoscere. Egli sta cercando di conservare il nucleo teorico essenziale inerente alla dottrina delle idee consistente nella necessità di porre l’esistenza di punti di riferimento fissi in mancanza dei quali la realtà sarebbe un ammasso caotico di contraddizioni.

C’è da una parte l’esigenza di lasciare cadere l’idea che rappresenta tale mondo come una galleria di sostanze che raddoppiano quelle sensibili, ma deve essere salvato il principio per cui le idee sono delle unità di un determinato molteplice. È più difficile capire il rapporto tra mondo ideale e sensibile. Quindi questa prima parte del dialogo si prospetta una ridefinizione generale della teoria delle idee nei termini della dialettica uno-molti. La seconda parte ha suscitato molte ipotesi e interpretazioni.

Parmenide poi mostra a Socrate quale deve essere la procedura corretta: 1) se i molti sono; 2) se i molti non sono. Poi è necessario esaminare quattro sottoipotesi della 1 e quattro della 2: se i molti sono bisogna esaminare che cosa consegue ai molti rispetto a se stessi (1a) e all’uno (1b), che cosa consegue all’uno rispetto a se stesso (1c) e all’uno rispetto a molti (1d). Se invece i molti non sono bisogna esaminare cosa ne consegue per i molti in rapporto a se stessi, all’uno, all’uno in rapporto a se stesso e in rapporto a molti.

Egli qui intende presentare un esempio significativo di ginnastica mentale e avanzare istanze teoriche. Qui si parla anche di tutto e parti, moto e quiete, identico e diverso, simile e dissimile. Si dimostra poi che l’unità e la molteplicità sono inseparabili, per cui un determinato molteplice è sempre legato ad una determinata unità.

Il Sofista e la dialettica

Poi abbiamo il Sofista in cui il protagonista è lo straniero di Elea. Il metodo proposto (dicotomico) prevede l’identificazione di una classe molto generale in cui l’oggetto da definire sia compreso senz’altro, tale classe viene divisa in due sottospecie esaustive dell’interno, verrà poi ripetuta una analoga divisione fino a che si sarà giunti a una specie che non dovrà essere più divisa.

Il sofista può essere definito in vari modi: colui che va in cerca dei giovani ricchi con finalità di lucro, un commerciante di sapere utile all’anima, o anche all’interno della lotta. Queste posizioni ricalcano le polemiche antisofistiche dei primi dialoghi come il Protagora, il Gorgia, i due Ippia. Ma ora l’obbiettivo non è di polemizzare contro la sofistica quanto di distinguere dalla sofistica la filosofia praticata da lui e dalla sua scuola.

La divisione tra sofistica e filosofia deve essere accusata perché si somigliano. Il sofista può essere inoltre definito come colui che possiede una scienza apparente sul tutto ma è privo di verità. Vi è il problema che una cosa appaia tale ma non sia implicando l’ipotesi che ciò che non è sia. Qui dunque fa i conti con l’ascendenza eleatica attiva nel suo pensiero e traccia con chiarezza i confini della sua estensione. A questo tema è dedicata la seconda parte del dialogo. Il divieto eleatico di pensare e pronunciare il non essere sembra logico e naturale.

Se si seguissero con rigore i principi dell’eleatismo, non resterebbe che il silenzio. Il Sofista dimostra che lui era bel lontano dall’accettare questa prospettiva. In tal modo si attua il parricidio cui fa cenno lo Straniero di Elea per cui bisogna dire che ciò che è in parte non è ed il contrario secondo cui mai si potrà sfuggire al ridicolo quando si parli di discorsi falsi.

Dopo una panoramica delle posizioni dei presocratici, lo Straniero pone l’attenzione sul problema dell’essere, due coppie di tesi contrapposte: monisti e pluralisti. Il risultato di tutta l’analisi è che l’essere non può essere identico all’uno perché ciò provocherebbe la perdita di tutte le caratteristiche che fanno dell’essere qualcosa che è. L’essere è molteplice e se pure la sua essenza è costituita dall’unità, deve trattarsi di un’unità del molteplice.

Vi sono i sostenitori della materia e gli “amici delle forme”. La posizione sostenuta dallo Straniero di Elea è che l’essere è ciò che possiede una anche minima potenza di agire o patire, ma questa non viene accettata dagli idealisti. Egli inoltre vuole escludere l’ipotesi che il modo di essere delle idee sia uguale a quello dell’essere parmenideo, perché delle cose che sono immobili non vi è intelletto assolutamente.

Ciò che è non è né assolutamente immobile né mobile, ma possiede in modo diversi entrambe queste qualità. Il non essere limitato al mondo sensibile non fa nessuna differenza, purché lo si intenda limitato al mondo materiale, ma del non essere inteso come falso che non è limitato entro la dimensione sensibile? Esistono quiete e moto e quindi che cosa è l’essere di cui partecipano? L’essere è forse una terza cosa diversa sia alla quiete che al moto?

La dialettica e la mescolanza dei generi

Sotto il profilo linguistico e semantico, l’essere è ciò che produce unione. Non resta che scegliere la tesi intermedia secondo cui vi è partecipazione di certi generi con altri e non con tutti. Se c’è una mescolanza parziale dei generi c’è anche una scienza capace di scoprire quali sono i modi di mescolanza corretti: questa è la dialettica.

Accanto all’essere e ai generi del moto e della quiete vengono individuati altri due generi sommi cioè: l’identico e il diverso. La partecipazione di tutti i generi al diverso è il motivo che fonda la loro relazione con il non essere. Ogni genere partecipa al genere dell’essere (in quanto è) ma non è essere in quanto è un genere diverso dall’essere. Quindi l’essere è molto, ma il non essere è infinito.

Così si risolve il problema del non essere in senso semantico, per cui il non essere è inteso come diverso. La conoscenza intellettuale passa attraverso i logoi. Il modo migliore per conoscere un’idea sarebbe di contemplarla direttamente con un’intuizione intellettuale, ma non è possibile per la natura metafisica delle idee. La dottrina della reminiscenza certifica che gli uomini hanno conosciuto una volta le idee e hanno conservato qualcosa di esse e vengono riattivate le tracce con l’esercizio della dialettica.

Il Filebo e il bene

Nel Filebo si parla del bene. Secondo Protarco il bene è dato dal godimento, secondo Socrate dalla conoscenza. Il problema che qui viene posto è il rapporto uno-molti, ossia il problema di capire che cosa è che consente di raccogliere con un solo concetto cose che appaiono differenti. Come deve l’uomo organizzare la propria attività di conoscenza? Tramite la dialettica.

Compito dell’indagine è cogliere il limite. Il problema che viene posto è il rapporto tra ideale e reale, realizzare un sapere esaustivo non è affare dell’uomo ma l’uomo dovrebbe sapere come tale sapere dovrebbe essere, perché solo così l’uomo può orientare la sua ricerca. Il bene è comprensivo della felicità ma né il piacere né l’intelligenza possono essere il bene perché non sono sufficienti. Bisogna dunque pensare ad un genere di vita misto di piacere ed intelligenza.

La vita dell’uomo non può prescindere dalle basi materiali (al contrario di quella divina). Egli distingue nella realtà il genere del limite e dell’illimitato. Terzo genere è misto tra i due e il quarto è la causa della mescolanza. Il piacere appartiene al genere dell’illimitato perché tende a svilupparsi in modo casuale e disordinato. La mescolanza fa sì che vengano uniti il principio del limite e dell’illimitato. All’interno degli stessi piaceri ve ne sono di puri e meno puri. Vi sono quelli attinenti al corpo e all’anima.

Esistono anche le scienze esatte ed impure. La conoscenza ha un ruolo preminente, e vi è poi una classificazione dei beni dal punto di vista del grado. Anche se appunto l’esercizio dell’intelligenza, ovvero la filosofia, rimane l’obbiettivo più elevato e più degno dell’uomo.

Il Timeo e la fisica

Il Timeo contiene la “fisica” e i protagonisti sono il filosofo pitagorico Timeo, il sofista Crizia e Ermocrate. Il Timeo si presenta come un completamento del programma

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/07 Storia della filosofia antica

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