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Religioni del mondo classico

Cosa si intende per mito?

Mito è un termine che spesso si accompagna a quello di credenze; i termini mito e mitologia non sono sentiti appannaggio esclusivo dei greci, ma vengono attribuiti anche ad altre culture, anche se non vengono attribuiti alla cultura romana la cui religione dipende in parte da quella greca. Del mito oggi abbiamo una concezione come una categoria universale applicabile a qualsiasi cultura e si parla di racconto, però non ogni racconto è un mito; in più non esistono solo testi, ma anche racconti figurati; spesso nell'enciclopedia troviamo la definizione di mito come racconto tradizionale.

Dobbiamo porci il problema del mito nei confronti di una specifica cultura, quindi non si tratta più di una categoria universale e atemporale, ma dobbiamo fare i conti con quello che Levi-Strauss chiama il contesto etnografico. Quindi dobbiamo chiederci cos'è il mito per i greci? La risposta ha una lunga durata; nel secondo dopoguerra, negli anni '70, uno specialista, Alfonso Maria Di Nola, storico delle religioni, ha pubblicato un'enciclopedia delle religioni e, andando a vedere alla voce mito, dichiara la complessità e gli aspetti poliedrici del problema mito.

Egli dà una definizione minimale di mito e introduce i miti nell'ambito della religione e considera l'esistenza di corpi di narrazione e di credenze che si possono elencare; quindi cerca di dare una classificazione dei miti, classificazione che però è descrittiva:

  • Miti cosmogonici, relativi all'origine del cosmo
  • Miti antropogonici, relativi alle origini dell'uomo
  • Miti relativi a dei (origini e vicende primordiali e divine)
  • Miti naturali o naturistici, relativi a piante avvertite come cariche di potenza
  • Miti di fondazione eroici e culturali (sono miti eroici quando si fa risalire l'invenzione di determinati strumenti agli eroi)
  • Miti demiurgici, ovvero una speciale categoria di miti cosmogonici
  • Miti di trasformazione o metamorfosi
  • Miti escatologici che riguardano la soluzione finale del tempo e la sorte individuale e collettiva dell'uomo
  • Miti di origine e introduzione della morte (narrano le origini da cui viene introdotta la morte)
  • Miti/riti o narrazioni di immediata efficacia culturale

Poi ci sono miti non operativi che non riguardano l'azione rituale. Quindi la consapevolezza di Di Nola sulla complessità del mito lo porta a fare una classificazione descrittiva ed egli ha di mira il tentativo di una classificazione del mito in generale.

Il mito greco secondo G. Stälin

Per quanto riguarda il mito greco un altro tentativo di definizione è stato effettuato da un docente di Nuovo Testamento all'università di Lipsia, G. Stälin, che ha pubblicato, nel grande lessico del Nuovo Testamento, la voce mythos nel 1942 che è stata tradotta in italiano nel 1971. Egli considera che l'etimologia di mythos è molto controversa e quindi non si può accettare l'idea che significhi pensiero perché l'idea che sia connesso a men/mun è solo una congettura, legata al fatto che il verbo μνᾶσθαι in alcuni passi vuol dire pensare, riflettere.

Egli si accorge che mythos in Omero ha una miriade di significati, quindi lo sforzo di studiare il mythos è inutile perché abbiamo un ventaglio semantico vago e si aprono due possibilità: la riflessione sui racconti dei fatti, sui fatti stessi in Omero e Esiodo e con Sofocle sulla voce che circola, la narrazione nelle sue varie forme e la favola. Alla fine Stälin dice che “il mito in senso proprio è una storia che tratta di dei e semidei avvero tale che le divinità vi entrino almeno come attori”, ma non dice come è arrivato a questa definizione.

Oggi con il Thesaurus possiamo vedere i vari significati di mito nei vari autori o nello stesso autore, però il risultato non sarà sufficiente a definire cos'è il mito perché molte volte gli autori designano un racconto in altro modo, usando ad esempio il termine λόγος. La premessa del suo ragionamento è in parte condizionata perché deve arrivare al Nuovo Testamento e dice che i miti greci non corrispondono a verità.

Tentativi moderni di comprensione del mito

Nel 1981 Detienne, ne L’invenzione della mitologia, arriva a questa conclusione sconfortante; negli anni '80 Paul Veyne, ne I greci hanno creduto ai loro miti? non risponde direttamente a questa domanda, ma sostiene che il criterio di verità degli antichi era diverso dal nostro, infatti ad esempio Tucidide, che era contrario al mito, include nella sua narrazione dei personaggi che definiamo mitici, mentre per noi era mito ciò che non era storia. Si assiste alla vecchia contrapposizione tra mythos (irrazionalità) e λόγος (razionalità), che oggi è considerata superata.

Questi tentativi non tengono conto di uno storico interessante degli anni '70, J. Kirk che scrive Il mito il suo significato e le sue funzioni nelle culture antiche e altre dove si cimenta con un tipo di letteratura che i classicisti non erano abituati a studiare e capire e cerca di fare il punto sulla situazione interpretativa, passando dalla rivoluzione di Levi-Strauss che diceva che i miti riflettono i problemi della società (secondo lui i miti hanno una funzione di mediatori, però si tratta di una definizione parziale).

Kirk afferma che i miti non sono uguali e che differiscono anche nella loro funzione sociale; per esemplificare cosa sia il mito fa degli esempi, quello di Odisseo e il Ciclope, di Edipo e Giocasta, di Teseo e Medusa e fa una distinzione tra mito, folk tale e fiaba, vedendovi delle caratteristiche diverse: il mito è aristocratico, il folk tale appartiene alle classi più basse e infine vi è la fiaba. Egli vuole staccare il mito dalla religione (al contrario di Brelich) e respinge l'idea che nell'ambito anglosassone aveva avuto molta fortuna, cioè che tutti i miti fossero collegati con i riti: per Kirk il mito è il tempo del rito e passando a individuare le caratteristiche del racconto mitico (egli si occupa soprattutto di testimonianze scritte, non considera l'iconografia), dice che nel racconto mitico l’eroe è specifico, si dà grande importanza ai rapporti di parentela e una grande importanza alla provenienza da una regione, cosa che non avviene nella fiaba.

La componente essenziale dei miti per lui è la fantasia libera e paradossale, la serietà e la collocazione in un passato senza tempo; uno dei punti cardine della visione di Kirk è quello di correggere Erodoto: egli sostiene che Erodoto si sbaglia perché Esiodo e Omero non sono gli inventori della tradizione religiosa, ma hanno attinto da un repertorio passato; in Kirk gioca la convinzione che la mitologia greca è la peggiore, della sua mancanza di fantasia e la sua alta convenzionalità.

Egli dice “i miti sono racconti trasmessi di generazione in generazione che sono diventati tradizionali” perché ci sono stati prima di Esiodo e Omero dei cantori che hanno selezionato, riadattato questi racconti e in questo modo un racconto diventa tradizionale, grazie anche a qualità narrative e funzionali. Kirk dice che la mitologia è fantasia e il disordine raggiunge il suo culmine quando c'è una redazione scritta che elimina le contrapposizioni però nello stesso tempo costituisce un impoverimento; egli non pensa che tutti i miti abbiano una logica.

Ricerche di Kirk sulla natura del mito

Kirk, grecista inglese, nel 1974 torna sull'argomento con La natura dei miti greci, con l'intento di integrare la sua precedente ricerca; lo scopo del libro è quello di discutere cosa siano o non siano i miti greci, le loro funzioni, le origini e i limiti e descrivere i loro contenuti. Secondo Kirk il mito è allusivo, quindi prende posizione contro tutte le parafrasi antiche e moderne perché i miti erano così noti che un'esposizione regolare era superflua e, secondo lui, la letteratura greca ritorna all’esposizione in epoca ellenistica e romana, quando non c'è più mito, ma erudizione.

Egli prende posizione contro tutte le teorie universalistiche del mito: egli si chiede cos’è un mito, non cos'è il mito e la mitologia ed è consapevole che il mito è una categoria vaga e incerta. Secondo Kirk, quando i greci parlavano dei mythoi intendevano “storie tradizionali degli dei e degli eroi”, quindi vuol dire che i racconti sono diventati tradizionali, ma per i greci non c'era l'antitesi mito/storia; i miti sono storie, ma non tutte le storie sono tradizionali e sono miti e poi introduce una polemica con Nilsson (egli concepisce la religione greca come una forma della civiltà greca in organica connessione con le altre forme di essa). I miti sono storie ben riuscite e veicoli di messaggi importanti sulla vita in generale dell'uomo e in particolare della vita sociale.

Le teorie universalistiche che per lui non sono accettabili sono:

  • Per la pars destruens la prima teoria risale all'800, a Max Muller che proclamava che tutti i miti sono miti della natura; questa teoria non è così peregrina perché delle voci della Pauly Wissowa riprendono questa teoria naturistica, ma Kirk la critica perché dice che per i greci la religione non comprendeva la natura. In questo Kirk ha ragione perché tutti gli epiteti delle varie divinità (civetta, giovenca, toro) non dimostrano un teriomorfismo originale.
  • Un’altra teoria onnicomprensiva, che risale all’800 (Lange) è chiamata eziologica e pretende che tutti i miti indichino la causa o una spiegazione di qualche fatto nel mondo reale; quindi si pensava che tutti i miti fossero eziologici, ma Kirk non è d'accordo, infatti sostiene ad esempio che il mito del vello d'oro non spiega nessun fatto.
  • La terza teoria onnicomprensiva risale a Malinosky (1854) che considera i miti delle patenti per convalidare e giustificare le istituzioni e le credenze ed essi avevano quindi una finalità pratica.
  • La quarta teoria è quella di M. Eliade che sostiene che lo scopo di ogni mito è quello di evocare o restaurare il tempo della creazione.
  • La quinta teoria è una delle più antiche e importanti, quella genetica che proclama che tutti i miti sono associati ai riti; si tratta di una tendenza inglese, della tarda epoca vittoriana, risalente a W. R. Smith (1894) il cui libro esprime l'idea che i miti derivano dai riti (teoria adottata da Frezer). Kirk dice che questo è falso però comunque abbiamo dei miti associati ai riti, cioè i miti eziologici; però il monito moderno è quello di non cercare per ogni mito il rito corrispondente, ma prendere in esame solo quelli che gli antichi hanno considerato connessi ai riti.

Nella sua opera un capitolo importante è dedicato all'interpretazione di Freud e Yung che Kirk accetta solo in parte; c'è un capitolo sui miti greci nella letteratura. Un’osservazione di tipo storico è che secondo Kirk gli dei e le dee greci risalivano a prima dell'età micenea, per cui Erodoto quando fa risalire tutto a Omero e Esiodo sbaglia; egli ama Pindaro e pensa che la tragedia abbia sottoposto il mito a una reinterpretazione basandosi sulle interpretazioni dei poeti tragici e svaluta Euripide. Kirk è convinto che i miti tendono ad essere trattati come una componente autonoma sapienziale ereditata dal passato; secondo lui gli eroi di Omero riflettono la situazione della Troia del XIII secolo a.C. Quindi sostiene una posizione di continuità dal miceneo al periodo storico e riconduce le origini del mito nel paleolitico. Egli ha del mito una visione involuzionistica però la sua definizione di mito come “storia tradizionale di dei ed eroi” è considerata ancora valida.

Questi due libri di Kirk hanno aperto una breccia nel panorama classico: Momigliano si accorse della novità di Kirk e ne fece la recensione nella rivista storica italiana; questo fatto è interessante perché all'epoca gli storici snobbavano il mito. Momigliano è incline ad accettare un'interpretazione funzionale del mito (rapporto mito-società) che Kirk aveva evitato; egli non risparmia le critiche a Kirk, tra cui quella di avere annacquato Levi-Strauss perché non ha preso in considerazione il contesto etnografico, ma Momigliano critica Kirk soprattutto perché Kirk ha postulato un'origine del mito nel paleolitico, cioè Momigliano è contro la teoria della continuità che non è stata inventata da Kirk, ma era già stata postulata da Nilsson.

Momigliano invece dice che quando avremo le testimonianze mitiche nel paleolitico e nel miceneo, allora potremo riparlarne; oggi abbiamo le testimonianze di divinità del mondo greco nel miceneo, infatti nel 1953 sono state decifrate le tavolette in lineare B. I professori dell'Università degli studi di Milano erano fautori di una teoria che prevedeva la prevalenza della dea mediterranea, la pothnia sugli dei, ma il 1953 ha buttato all'aria questa teoria della pothnia mediterranea. Abbiamo quindi testimonianza di nomi, però non abbiamo un racconto mitico; c’è chi pretende di ricostruire il pantheon miceneo facendo appello alle fonti di epoca classica e addirittura ellenistica; oggi si assiste anche a una revisione di quella che era stata chiamata “età minoica” perché Evans pensava che la mitologia dell’età minoica fosse migliore di quella classica.

Secondo Kirk quindi il mito nasce nel paleolitico, diventa tradizionale, prende coerenza, anche se perde originalità, però fino a Pindaro conserva una certa autenticità perché il vero mito è allusivo. Dal punto di vista storico Kirk ha trovato un formidabile lettore in Momigliano che l’ha letto e ha criticato soprattutto la sua teoria continuistica, ovvero della continuità dal paleolitico fino all'epoca storica. Però sono poi state scoperte le tavolette in lineare B che sono state pubblicate da Godard e scavate da Aravantinos; qui troviamo i nomi di divinità del pantheon del periodo storico, però non ci dicono nulla sul mito. Un’altra delle caratteristiche di Kirk è questa: egli è un classicista che si è addentrato nell'antropologia militante, pur criticando la teoria di Levi-Strauss, fondatore dello strutturalismo, anche se gli riconosce di avere trovato una coppia oppositiva valida anche per la Grecia, quella di natura/cultura.

Interpretazioni moderne e strutturalismo

Burkerd, nell’Homo necans del 1972 tratta del problema del sacrificio e della violenza dei greci, cioè analizza come funzionava il sacrificio nella polis e nella religione; egli è ancora influenzato da Levi-Strauss, ma presto se ne distaccherà perché aderirà allo strutturalismo formale di Propp che ha individuato un numero fisso di funzioni in base alle quali ha classificato le fiabe e questo strutturalismo formale si limita a dare una lettura più rigorosa del racconto e Burkerd aderisce a questo. La religione è vista da una prospettiva storica, ma anche fortemente sociologica e funzionale: il mito è considerato (secondo le coeve teorie di Kirk) un racconto tradizionale, con una differenza fondamentale da Kirk: “Sotto il profilo dello sviluppo storico, i riti sono molto più antichi, in quanto risalgono sino al mondo animale, mentre il mito diviene possibile solo con la facoltà specificamente umana del linguaggio; con ciò il mito non deriva direttamente dal rito, piuttosto entrambi sono in stretta connessione.

Egli in America ha pubblicato un libro, Structure and History in Greek Mythology and Ritual, che riflette alcune lezioni tenute a Berkley nel 1974: questo libro segna la sua definitiva presa di distanza dallo strutturalismo di Levi-Strauss a favore della storia, ma non dallo strutturalismo formale di Propp; il primo capitolo riguarda l'organizzazione del mito ed egli mette la parola mito tra virgolette perché si tratta di una categoria indefinibile e vasta. Secondo lui non è possibile una semplice definizione di mito; egli assume la tesi di Kirk “il mito appartiene al genere del racconto tradizionale”, però la sua interpretazione di tradizionale è diversa da quella di Kirk. Se il mito è un racconto tradizionale in senso linguistico, non è la creazione e l'origine del mito a costituire il fatto fondamentale, ma la conservazione e la trasmissione; quello che interessa a Burkerd è che il mito venga costantemente ripetuto e accettato e quindi diventi un mezzo di comunicazione e uno strumento di identità. Egli esclude che il mito abbia un riferimento diretto ai fatti e si oppone a quella interpretazione corrente negli anni '70 di vedere nel racconto mitico una sorta di allegoria della storia; oggi non è più accettata la teoria di vedere il mito come un rendiconto della storia, anche se si può attribuire un valore politico al mito; Burkerd fa quindi un esempio del metodo di Propp applicato alla cosiddetta “tragedia della ragazza”, ovvero nelle storie di ragazze violentate e messe incinta dagli dei egli individua degli elementi in comune a questi miti ovvero l'allontanamento da casa, la segregazione, il rapimento, la tribolazione e la liberazione; però una lettura proppiana è formalistica e ci priva del contesto. Nonostante le critiche a Levi-Strauss egli capisce che questo tipo di indagine ha aiutato il suo lavoro da analista.

Nel paragrafo “il racconto applicato” secondo Burkerd la definizione di Kirk “racconto tradizionale riguardante dei ed eroi” non basta, anche se interpreta il tradizionale non in senso involutivo (Kirk), ma evolutivo perché postula che il rito sia più antico del mito perché il rito si ispira al mondo animale mentre il mito...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/06 Storia delle religioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Religioni del mondo classico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Però Anna.
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