Paradigma statocentrico
Il paradigma statocentrico appartiene al filone realista delle relazioni internazionali e la sua analisi cerca di spiegare perché e come gli Stati fanno la guerra, gestiscono le relazioni diplomatiche, creano istituzioni e consuetudini, organizzano il potere in relazione ai loro fini.
L'uomo è egoista
Secondo il paradigma statocentrico, il mondo è anarchico, politicamente frammentato e violento, e gli Stati, essendo governati dagli uomini, sono ancora più egoisti e violenti. Infine, la politica dell’interazione internazionale, essendo il risultato fra gli Stati, non può che essere conflittuale. Il realismo si fonda sul riconoscimento degli interessi nazionali, ossia la legge del più forte.
Le categorie fondamentali dell’approccio realista
- Sovranità statuale
- Potenza
- Interesse nazionale
- Sicurezza nazionale
- Guerra
Secondo l’approccio realista, la struttura naturale del sistema dei rapporti interstatali è quella dell’equilibrio di potenza (balance of power). L'equilibrio di potenza è una situazione nella quale nessun attore, da solo o tramite alleanza, può dominare tutti gli altri. Lo stesso bipolarismo si configurerebbe, situazione che ha caratterizzato la struttura del sistema internazionale dal 1945 al 1989, come un sistema ultrastabile di bilancia del potere, gestito da due blocchi attraverso la reciproca minaccia dell’uso della forza nucleare, formalizzata nella strategia della deterrenza.
All’interno della tradizione realista rientrano anche gli studi che descrivono la politica internazionale come una “successione di ordini che vengono imposti al mondo dalla potenza egemone di turno”.
Paradigma del mutamento globale
L’approccio appartiene al filone idealista delle relazioni internazionali. Il cosmopolitico di Kant viene ripreso da due esponenti prestigiosi della scuola inglese di relazioni internazionali: Zimmern e Webster.
Zimmern dice che “l’interdipendenza è la norma della vita moderna, dove prima c’era un rudimentale ed embrionale insieme di relazioni, c’è oggi un apparato altamente sviluppato, comparabile al sistema nervoso del corpo umano”.
Webster dice invece che alla disciplina delle relazioni internazionali è assegnato un compito prevalentemente prescrittivo: “deve essere un mezzo inteso a promuovere la pace tra le nazioni”, modellare una società globale sulla base di genuini valori umani.
Un’ottica umano-centrica
Questo paradigma ha un’ottica umano-centrica, poiché incentra la sua visione nell’individuo e nella sua salvaguardia, ponendosi come obiettivo il rilancio del metodo democratico nelle relazioni internazionali. L’assunto di questo paradigma è che la pace e la sicurezza sono strutturalmente collegate ai diritti umani, all’equilibrio ecologico e allo sviluppo sostenibile.
Oggetti di analisi
- Le cause della sofferenza umana
- Le condizioni necessarie per la pace, il benessere e la giustizia sociale
- I cambiamenti sociali globali
Approccio “democrazia internazionale” del paradigma del mutamento globale
È l’approccio della via istituzionale che concentra l’attenzione sulla costruzione di ordine mondiale di pace e giustizia. La democrazia internazionale serve a colmare il deficit, quantitativo e qualificativo, di governance di cui stanno dando prova i governi degli Stati e delle agenzie intergovernative.
Nel paradigma “democrazia internazionale”, all’interno del filone analitico del mutamento globale, ci si interroga sull’utilità sociale delle relazioni internazionali, ricorrendo all’analogia tra patologia umana e guerra, assumendo che quest’ultima sia “guerra-processo” (guerra guerreggiata) e “guerra-istituzione” (preparazione della guerra, ricerca scientifica militare, belligenizzazione dei tradizionali rapporti civili). La guerra, in quanto strumento e istituzione di morte, è male come la malattia.
Questa valutazione è pregiudiziale all’analisi delle relazioni internazionali che è quindi finalizzata alla lettura della realtà politica internazionale in chiave prognostica. La prescrizione del mutamento diventa momento centrale dell’analisi delle relazioni internazionali. Il politologo deve aiutare a capire come superare la “struttura belligena del sistema internazionale”, così come lo scienziato della medicina aiuta a debellare la malattia. Deve aiutare a comprendere l’intrinseca logica che forma la struttura statocentrica e deve fornire elementi per l’individuazione delle possibilità di attivare o favorire i processi di mutamento. Queste possibilità vengono definite come “interstizi” e sono raggruppate in tre categorie:
- Interstizi “Legittimazione di status”
- Interstizi “Embrioni di sopranazionalità”
- Interstizi “Embrioni di democrazia internazionale”
Grazie a questi interstizi è possibile ipotizzare la costruzione di un nuovo ordine internazionale anche in assenza di guerra mondiale guerreggiata.
Processo di interdipendenza complessa
Come si articola, quali sono gli attori principali che lo alimentano, come può essere governato?
L’interdipendenza nella politica internazionale è un insieme di situazioni caratterizzate da effetti reciproci che si verificano fra paesi e fra attori in differenti paesi, cioè in altre parole le realtà sociali, politiche, economiche, culturali, interne ai vari Stati sono immediatamente sensibili nei confronti l’una dell’altra e, più in generale, nei confronti di variabili che appartengono al sistema internazionale.
L’interdipendenza è figlia del vecchio ordine internazionale basata su una diseguale distribuzione delle risorse e della divisione internazionale del lavoro. Alcuni sostengono che per le potenze occidentali l’interdipendenza è un modo di mantenere gli Stati del terzo mondo in uno stato di dipendenza economica senza violare la loro sovranità.
Secondo il modello di interdipendenza complessa di Nye e Keohane:
- Le realtà sociali interne ai vari Stati sono tra loro collegate da canali multipli ovvero da relazioni di tipo interstatale, trans-governativo e transnazionale.
- Sfuma la distinzione tra interno ed esterno.
- Viene meno il ricorso all’uso della forza militare nei rapporti fra Stati: ciò non significa che venga meno la conflittualità, anzi questa aumenta perché le asimmetrie si moltiplicano e approfondiscono e aumenta anche la varietà degli strumenti coercitivi di politica diversi da quelli militari.
- Interdipendenza complessa significa anche pluralità e diversificazione degli attori: nel modello assumono un ruolo politico significativo le OIG e i soggetti transnazionali, in quanto hanno una struttura inter e trans-nazionale e non possiedono l’attributo della “bellicosità militare”.
L’internazionalizzazione dei diritti umani fornisce il paradigma di valori universali che hanno più immediata risonanza nei nuovi attori e li legittimano all’esercizio di un ruolo politico trasformatore e costituente. L’uso del codice internazionale è lo strumento giuridico-politico idoneo a far tradurre la condizione di interdipendenza in premessa strutturale di pace positiva.
Chi sono oggi i componenti della “comunità politica” (D. Easton) internazionale e quali sono i contenuti e l’estensione della divisione del lavoro politico fra tali componenti?
La comunità politica è un gruppo di soggetti che convergono nel riconoscere che determinati valori sociali devono essere soddisfatti per via autoritativa da istituzioni preposte a tale assegnazione. I componenti della comunità politica internazionale sono: Stati, OIG, ONG, entità multinazionali, singole persone umane (che possiamo contare come componenti oggi in quanto direttamente titolari di alcuni diritti riconosciuti internazionalmente). Questa composizione si è molto allargata a partire dalla metà del XX secolo (il numero degli Stati si è quadruplicato, esiste un alto numero di OIG dotate di autonomia funzionale, esistono centinaia di migliaia di ONG e di entità multinazionali, individui, popoli e minoranze).
I contenuti sono: il rispetto reciproco delle sovranità statuali-nazionali e il non intervento negli affari interni (giurisdizione domestica), i quali, segnano la divisione del lavoro politico tra “interno” e “internazionale”. Si è innescato oggigiorno un processo chiamato “contratto sociale internazionale” che ridefinisce la divisione politica del lavoro internazionale. Il sistema è sollecitato a compiere scelte sulla base di una domanda politica che proviene anche da soggetti che sono diversi dagli Stati per la realizzazione di scopi esterni. Ora la divisione del lavoro tra interno ed esterno è sempre più sfumata e lo spazio di lavoro internazionale non è più residuale come un tempo (quando lo spazio del lavoro internazionale era uno spazio residuale, definibile al negativo come ciò che non rientrava appunto negli affari domestici degli Stati).
Un principio che viene sempre più spesso evocato è il principio di sussidiarietà secondo il quale le decisioni vanno prese quanto più vicino possibile ai cittadini. Ciò che non può essere deciso a livello locale e nazionale, deve poter esserlo a livello internazionale (regionale, continentale, mondiale). Questo principio viene qualificato dal diritto internazionale dei diritti umani, il quale subordina le esigenze degli Stati e di qualsiasi altro sistema al soddisfacimento dei bisogni vitali delle persone e delle comunità umane. Bisogna aggiornare il termine “internazionale” con “globale”, e parlare di globale politico, tenendo conto che operano anche entità transnazionali che interagiscono con gli stati e con le aziende intergovernative. Il mondo interdipendente resta diviso in sistemi politici nazionali gestiti dai rispettivi Stati, ma il loro sistema di rapporti sta perdendo i tradizionali caratteri della necessità e della meccanicità. Esistono valori e problemi la cui natura e portata non sono riconducibili allo spazio interno del singolo Stato (pace, sviluppo, ambiente, diritti umani, democrazia).
Il ruolo delle ONG nella politica internazionale: lo status consultivo nel sistema delle Nazioni Unite
La ONG è una struttura organizzata indipendente di società civile, a carattere transnazionale, creata sulla base di un accordo tra soggetti diversi dagli Stati e dalle loro agenzie intergovernative per il conseguimento di obiettivi di promozione umana (non-profit). Le ONG sono democraticamente strutturate, in grado di autofinanziarsi e politicamente attive. È un soggetto politico di utilità internazionale che trova legittimazione nel codice universale dei diritti umani e tende a coordinarsi con altre ONG. È attore di mutamento democratico del sistema internazionale.
Le ONG sono all’origine del processo di internazionalizzazione dei diritti umani. L’area operativa dei diritti umani è quella dove è più elevato il tasso di conflittualità tra ONG e Stato. L’azione delle ONG per i diritti umani si svolge a 4 livelli: locale, nazionale, regionale continentale, internazionale. Lo status consultivo legittima le ONG a svolgere ruoli politici direttamente nel sistema intergovernativo della politica internazionale e consente alle ONG di:
- Interagire con una molteplicità di attori politici internazionali nel medesimo contesto istituzionale.
- Presentare comunicazioni scritte e orali; però non possono partecipare al voto deliberativo.
Lo status consultivo è un atto unilaterale della OIG e conferisce ufficialità al ruolo delle ONG e riconosce la sua utilità. Lo status consultivo è il riconoscimento della soggettività internazionale funzionale delle ONG. Ci sono alcuni requisiti per ottenere lo status consultivo: bisogna esercitare le attività nei principali settori di competenza e dei suoi organi sussidiari, avere fini e obiettivi compatibili con quelli delle Nazioni Unite, avere un ruolo riconosciuto di rilievo internazionale, sostenere l’azione delle Nazioni Unite, avere la legittimazione a rappresentare i propri membri, avere uno statuto democratico e organi rappresentativi.
Dalla sicurezza nazionale alla sicurezza collettiva sopranazionale
Quali sono gli ostacoli al funzionamento del sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite?
Affinché l’ONU possa agire devono sussistere due condizioni:
- L’accordo dei cinque membri permanenti del CdS (assenza di veto)
- Disponibilità di forze militari e basi militari sotto diretta autorità dell’ONU che devono venire dagli Stati membri dell’ONU, ai sensi dell’art.43 (progetto originario) per poter garantire la sicurezza collettiva
Se gli Stati non mettono a disposizione dell’ONU in via permanente parte delle loro forze armate, il CdS non può intraprendere azioni comportanti l’uso della forza secondo i principi della Carta. Il sistema di sicurezza è ancora un regime transitorio che lascia ai membri permanenti del CdS la possibilità di agire al di fuori e al di sopra della Carta. L’ONU non è in grado di gestire efficacemente la sicurezza collettiva, quindi bisogna ancora garantire, in via prioritaria, le sicurezze nazionali in termini sia unilaterali che multilaterali.
Il conferimento di forze nazionali all’ONU, perché essa ne disponga in via permanente, porterebbe a una forte accelerazione al processo di transizione dalla sicurezza nazionale alla sicurezza collettiva che innescherebbe un processo di disarmo reale con la messa sotto il controllo delle Nazioni Unite della produzione e del commercio delle armi e dei contingenti militari.
È necessario il potenziamento funzionale e la qualificazione democratica dell’ONU, altrimenti è impossibile oscurare l’effettività del diritto-dovere di superare le soglie delle sovranità statali-nazionali. Ad esempio, riguardo la forza permanente di polizia militare dell’ONU sorgono due problemi:
- Quello del controllo democratico di tale forza e dei processi decisionali dell’ONU
- E quello della riduzione e riconversione degli eserciti nazionali in strutture di polizia
Molto dipende dalla volontà-capacità dello Stato e dei sistemi di Stati di tutelare i diritti umani internazionalmente riconosciuti.
Perché la conflittualità è una caratteristica strutturale del sistema politico internazionale?
La conflittualità è una caratteristica strutturale del sistema politico internazionale perché gli Stati sono entità sovrane (assolute ed esclusive).
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Domande relazioni internazionali
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Riassunto esame Relazioni Internazionali, prof. Mascia, libro consigliato Mascia, Papisca
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