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Rappresentanza e voto negli istituti religiosi, Zanotti - Sintesi Appunti scolastici Premium

Appunti con riassunto del libro Rappresentanza e voto negli istituti religiosi, Zanotti. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Diritto Canonico, Matrimonio, Diritto Civile, rappresentanza e voto, religione, Decretum di Graziano: scelta dei Vescovi spetta al clero e il popolo interviene solo in via subalterna.

Esame di Diritto canonico docente Prof. M. Zanotti

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- conferma viene fatta dal Papa.

Liber Sextus di Bonifacio VIII: i controlli sulle elezioni si fanno più stringenti e al Vescovo, una

7. volta eletto, non spetta alcun potere di governo prima della conferma.

Nel XIV secolo scelta del Vescovo è riservata al Papa, viene espunta l’idea che il Vescovo

8. debba essere espressione della Chiesa locale.

Codice 1917: sancito che solo il Papa può nominare Vescovi e se ciò è svolto da altra persona

9. questa deve essere stata autorizzata dalla Sede Apostolica. Vescovi sono in tutto e per tutto

subordinati al Papa dal quale proviene anche la loro investitura.

Concilio Vaticano II: l’episcopato viene definito Sacramento e in quanto tale la radice

10. dell’atto di investitura è nella volontà divina, ciò fonderebbe la loro responsabilità nei

confronti della Chiesa universale.

Si specificò come i Vescovi, successori degli Apostoli, dovessero lavorare collegialmente tra

loro e in comunione con il vescovo di Roma e successore di san Pietro, cioè il Papa, capo del

collegio episcopale.

Elezione nelle Pievi

Fondate da preti missionari, che si ponevano a capo di queste nuove comunità, da loro stessi

battezzate, e godevano di un importante ruolo civile e sociale, oltre che spirituale.

L’Incolato, istituto giuridico in base al quale i ministri di culto ordinati presso una certa Chiesa,

avevano il diritto-dovere di non abbandonarla senza giusto motivo, facilita la formazione di un clero

pievano stabile, entro il cui ambito viene scelto l’arciprete; figura che completa gerarchicamente

l’organizzazione del territorio rurale, divendo titolare della Pieve ed il capo del suo Capitolo.

Al Capitolo, vero e proprio organo collegiale che raccoglie i chierici intorno all’archipresbyter per

discutere e deliberare le questioni più importanti, spettano il diritto di dettare le norme di

convivenza e di governo della Pieve; la potestà di individuare e reprimere le condotte devianti; la

facoltà, indipendentemente dalla volontà del Vescovo, di governare i propri beni posseduti a titolo

originario.

L’archipresbyter non viene nominato dal Vescovo, ma è eletto direttamente dai membri del clero

locale con la partecipazione del popolo.

Questa situazione rimarrà inalterata sino alla fine dell’VIII secolo, quando l’autorità sulle comunità

rurali comincia a fondarsi non più sulla volontà del clero e del popolo della Pieve, ma su un titolo

rilasciato dal Vescovo. Perdutasi via via la sostanza spirituale forte che aveva fondato l’autonomia

delle Pievi, esse vengono ridotte a un insieme di beni appartenenti al Vescovo a puro titolo

patrimoniale, e come tali sono date in concessione sia a laici che a ecclesiastici.

Elezione del Pontefice

Sin dal suo primo sorgere la Chiesa tende a riconoscere il primato del Vescovo di Roma,

chiamandolo a dirimere importanti questioni sorte in altre Chiese. Come per qualsiasi Vescovo, il

clero e il popolo di Roma concorrono a eleggere il proprio Vescovo che è, al contempo, anche capo

della Chiesa universale in quanto successore di Pietro.

- per ovviare ai conflitti che si creavano al momento di procedere alla scelta di un candidato da far

succedere sul soglio pontificio, si cercò di eliminare la componente elettorale che si pensava

fosse più riconducibile ad interessi politici: la componente laica (il popolo);

- in compenso, però, la chiesa non poteva sottrarsi alla richiesta dell’Imperatore di Costantinopoli

prima, e dell’Esarca di Ravenna, poi, di ratificare la nomina dell’eletto, rendendola così, e solo

così, definitiva. La componente laica rappresentata dagli esponenti del potere secolare continuò

ad esercitare la propria influenza, sino ad essere esplicitamente ammessa al procedimento

elettorale.

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- Decreto di Niccolò II del 1059, segna l’espulsione definitiva del clero e del popolo dal processo

di elezione del Papa. La titolarità esclusiva di designazione del successore di Pietro viene

conferita a un collegio elettorale rigidamente chiuso, che incarna al contempo l’espressione

rappresentativa massima del prestigio della Chiesa di Roma.

Diritto di elettorato attivo riservato ai Cardinali-Vescovi da un lato, e circoscritto al gradimento

dell’autorità secolare verso il futuro Vescovo di Roma dall’altro, sono due facce della stessa

medaglia: quella che ritrae il profilo di una chiesa intenta a consolidare la propria compagine e la

propria presenza nel mondo, riducendo il ruolo del popolo e del clero rispetto alla gerarchia e

rivendicando autonomia di governo rispetto all’ingerenza dei poteri secolari.

Elezioni nella Concordia discordantium canonum di Graziano

Nel Decretum vi sono tre livelli in cui si situa il discorso sulle elezioni:

1. scelta del Pontefice: l’elezione del Pontefice spetta unicamente alla Chiesa, tutto il clero della

diocesi romana sarebbe il detentore del potere di eleggere il pontefice, non è più richiesto il

consenso del popolo (eliminata definitivamente la componente laica dalla scelta del Papa);

2. scelta dei Vescovi: scelta spetta al clero, il popolo interviene solo in maniera subalterna (il

popolo sembra chiamato a fare da pura comparsa);

3. scelta degli arcipreti nelle Pievi: presenza del popolo è troppo forte perché questo possa essere

estromesso dalla scelta della propria guida. Per il momento le elezioni in concreto cominciano,

nel Decretum, a essere riservate a dei collegi elettorali, e di questi fanno parte solamente gli

ordinati in sacris.

Trionfo pontificio e l’eclissi del modello elettorale nella decretistica e nelle Decretali

- Ruffino: i cardini centrali del procedimento elettorale sono l’electio clericorum e la confirmatio

metropolitani. Il timore di ingerenze secolari doveva essere ben presente;

- Summa Coloniensis: non è necessaria la componente laica e si pone il problema se il Vescovo

possa essere eletto validamente solo dai chierici appartenenti al Capitolo cattedrale;

- Summa decretorum di Uguccio: distingue momento dell’elezione da quello della conferma.

prima fase nella quale, eletto dai chierici della diocesi, si instaurerebbe una sorta di

1) matrimonio rato tra Chiesa locale e Vescovo;

seconda fase nella quale, intervenuta la conferma dell’elezione da parte della superiore

2) gerarchia, il rapporto tra Chiesa e Vescovo si consolida sino a divenire una sorta di

matrimonio indissolubile. All’autorità gerarchica spetta il compito di ratificare una elezione

che altrimenti sarebbe destinata a rimanere non perfetta.

Al Vescovo, prima della conferma della sua elezione spetta il compito di amministrare i beni

della Chiesa.

Doppia linea di affermazione gerarchica:

- soggetti attivi in tali elezioni sono solo gli ordinati in sacris (coloro che formano il capitolo

cattedrale);

- assolutamente necessario il momento della conferma dell’avvenuta elezione da parte dell’istanza

gerarchica superiore, il metropolita. I controlli sulle elezioni canoniche divengono una regola che

si applica a tutti i livelli e i gradi della gerarchia ecclesiastica. Il diritto-dovere di vigilare

d’ufficio sugli eletti spetta ad ogni prelato, e per l’inosservanza di tale positiva prescrizione viene

comminata una sanzione canonica. In una struttura gerarchico-piramidale ogni istanza superiore

diviene responsabilità della bontà delle scelte operate nel dare alla chiesa una classe dirigente

all’altezza del compito.

L’autonomia delle Chiese locali comincia a declinare e sull’orizzonte si staglia la figura del

Pontefice che è il solo Capo, il quale non ammette compagno, al quale i Vescovi devono soggezione

e obbedienza. I vescovi tendono a diventare, nel diritto canonico delle Decretali, dei semplici

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soggetti della giurisdizione pontificia, che sola può deciderne il destino. Solo al Papa compete la

potestà di spostare, trasferire i vescovi da una sede all’altra.

Superamento delle pievi e l’affermazione delle parrocchie

Nel processo di accentramento anche la Pieve avrebbe finito col cedere il passo a modelli

organizzativi meno autonomi, le Parrocchie, e più direttamente sottoposti all’autorità del vescovo

diocesano. Già nel Decretum è possibile trovare traccia dell’affermazione delle Cappelle, che

acquistano via via propri diritti, aprendo così la strada alla nascita delle Parrocchie destinate a

soppiantare le Pievi.

Inizialmente viene meno, nell’elezione del pievano, l’intervento del popolo e del clero incardinato

alla comunità. L’autorità spirituale dell’arciprete svanisce sempre più per lasciare il posto al capo

del collegio canonicale, preposto a risolvere una serie di problemi burocratici.

Mentre ancora nel Decreto di Graziano si parlava di Pievi e si sosteneva che il clero e il popolo

eleggevano l’archipresbyteri, nelle Decretali si fa per lo più riferimento alle Parrocchie; e nel Liber

Sextus l’idea che il parroco non si elegga più e ormai definitivamente affermata.

Così come il governo della Chiesa universale ruota attorno al Pontefice, la vita della Chiesa locale

ruota attorno alla figura del Vescovo. Sotto il controllo vigile del Vescovo e di un clero diocesiano

da lui strettamente dipendente il ruolo e l’apporto ecclesiologico dei fedeli laici perdono

consistenza: l’immagine di popolo di Dio lascia il poso a quella di gregge di Dio che meglio sembra

definire il nuovo rapporto tra populus ducens e populus ductus.

4 MONACHESIMO

Regola e libertà

Monachesimo è preceduto dall’Anacoretismo, per il quale una vocazione radicale spingeva i fedeli

più intransigenti a separarsi completamente dal mondo per meglio avvicinarsi a Dio.

La vita monacale era, almeno inizialmente, priva di norme giuridiche: la vita comune si reggeva

sulla concordia e sulla reciproca comprensione.

La successione nella guida della vita associata avviene per diretta investitura, del fondatore, prima,

e degli Abati poi.

Presto però la vita comunitaria cominciò a basarsi su di una Regola posta dal maestro, che tendeva a

tracciare un modo di vivere che caratterizzava e rendeva più proficua l’esperienza monacale.

La Regola diviene una garanzia, il metro e la misura nella quale la libertà di ognuno trova il proprio

compimento.

- prima Regola affermatasi in Occidente è quella di Agostino che tentava di inseguire una vita

comunitaria perfetta che avesse un “solo cuore ed una sola anima in Dio”. La libertà è il vero

fondamento della Regola essa è frutto della Grazia;

- regola di San Benedetto da Norcia è la prima nella quale comincia a delinearsi una dimensione

giuridica. Delinea la figura dell’Abate, che nel monastero fa le veci di Cristo, alla sua autorità fa

riscontro il dovere d’obbedienza dei monaci. In questa concezione verticale cominciano a

delinearsi i modi d’elezione dell’Abate e la possibilità per il medesimo di attivare deleghe

nell’esercizio del suo potere:

tocca a tutta la comunità designare la figura adatta a ricoprire il ruolo di Abate il quale può

1) essere designato anche solo da una parte della comunità che, pur essendo minoritaria, si riveli

per l’autorevolezza dei suoi componenti maggiormente rappresentativa;

Abate deve essere scelto in base alla dignità della vita e alla scienza delle cose spirituali,

2) anche se fosse l’ultimo nell’ordine della comunità;

c’è la possibilità di intervento nel processo elettorale dell’Abate da parte di forze esterne

3) all’abbazia stessa (in caso di elezione di persona non degna) o del Vescovo della diocesi cui

appartiene l’abbazia, o degli Abati, o dei cristiani vicini.

La Regola, o le Regole, tenderanno a riflettere la specificità di ogni singola esperienza religiosa

associata, di esserne il manifesto di fondazione.

Rapporti con l’autorità episcopale

Nel moltiplicarsi della vita spirituale la Santa Sede decide di porre la validità di queste comunità

sotto la sua approvazione. Solo le Regole riconosciute dalla Santa Sede avranno valore giuridico.

La contrapposizione tra Vescovo ed Abate portava all’ottenimento di qualche privilegio a favore

dell’Abazia. Il tentativo di spogliare i monasteri dai loro beni giocò un ruolo determinante

nell’applicazione dell’istituto dell’esenzione a favore di alcuni grandi e strategici monasteri (es.

Benevento). Si andarono poi configurando le abbazie nullius, i cui Abati erano equiparati ai Vescovi

e, come tali, esercitavano potestà di giurisdizione sul territorio soggetto alla loro autorità. La

possibilità di avere o meno giurisdizione propria dipendeva dalla fama di cui godeva quella

comunità, i monasteri più potenti riuscivano ad averla, gli altri rimanevano soggetti al Vescovo. Col

passare dei secoli l’istituto dell’esenzione fu allargato a tutti gli ordini monastici. Esenzione dalla

giurisdizione del vescovo e sottomissione diretta all'autorità del pontefice.

Nel concilio Lateranense IV si proibisce di fondare nuovi ordini religiosi, facendo obbligo a

chiunque voglia intraprende strade inedite per imitare la sequela di Cristo di non porre una Regola

nuova, ma di assumerne una già precedentemente approvata.

Tuttavia, con Francesco d'Assisi la Chiesa infrange la recente norma posta dal Lateranense IV ed

approva definitivamente la sua Regola nuova e non derivata da nessun'altra.

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AUTORE

Moses

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Zanotti Marco.

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