Introduzione
Emerson viene generalmente studiato per la sua dottrina dell’individualismo, ma in realtà lavorò in diversi campi e sarebbe limitativo ricordarlo unicamente per questo. Riformulò per tutta la vita il suo pensiero, in tutti i modi possibili, senza focalizzarsi mai su una sola tecnica di scrittura. Il paradosso che ruota attorno a questa figura è che fu il teorizzatore dell’individualismo americano, ma anche colui che vide prima di tutti il mondo globalizzato in cui viviamo, un’anticipazione della forma post-nazionale di coscienza. Uno dei suoi processi tipici era quello di modificare il concetto ordinato in modo che diventasse più vago, strano, bizzarro, a volte fuori le righe e scandaloso; questa si ricollega all’operato di Montaigne, che Emerson amava, e a Nietzsche, che amava Emerson.
Capitolo uno
The making of a public intellectual
Emerson, secondo alcuni, influenzò il suo tempo e non solo; si pensi alla sua letteratura, alla sua religione, alla sua filosofia e al suo pensiero sociale. Raggiunse la maturità quando il lavoro intellettuale cominciò a specializzarsi; in quel periodo furono fondate le prime scuole di medicina, di legge e di teologia, venne fondato il sistema industriale americano, l’America cominciava a essere punto d’arrivo per gli immigrati e vennero costruite le prime linee ferroviarie.
Nel 1837 lesse per la prima volta The American Scholar, in cui riprendeva una delle idee di Adam Smith; quest’ultimo andava a sottolineare l’efficienza della suddivisione del lavoro, e allo stesso modo Emerson suddivideva le dita dalla mano, e la mano e le dita dall’organo dello studioso, ovvero il cervello. Utilizzava questo termine, scolaro, con il quale si identificava, in modo anticonvenzionale, ovvero per indicare un pensatore indipendente che rende la conoscenza sottoposta al pensiero, piuttosto che vice versa.
Come uno dei suoi contemporanei, Marx, ma in maniera completamente diversa, sosteneva che i lavoratori fossero schiavi delle cose di loro produzione; ciò che voleva fare era scuotere gli individui, fino a farli comprendere che le potenze inutilizzate dell’energia di quelle persone, ovvero la loro conoscenza e creatività, erano utilizzabili. Odiò ogni forma di sfruttamento umano, ma la base del suo progetto, e la sua eredità, era liberare dalle catene le menti degli individui.
Questa missione, che partì comunque sia da lui in persona, ebbe in primis due conseguenze, ovvero la sua canonizzazione a primo intellettuale pubblico americano moderno, e la sua affermazione come icona dei valori americani. La prima gli avrebbe fatto piacere, con la seconda sarebbe stato ambivalente; Emerson era, infatti, il tipo di persona che vuole vivere ogni giorno, pensare ogni pensiero, scrivere ogni frase, senza essere limitato da nessun altro che avesse vissuto, pensato o scritto. Nonostante ciò, gli piacquero sempre molto le biografie, uno dei suoi libri preferiti fu Le vite di Plutarco, e lui stesso scrisse delle biografie (Representative Man); ma la sua concezione di biografia era diversa, non voleva scrivere vite, ma dipingere personaggi.
Becoming Emerson
Emerson nacque in una nazione molto giovane, che era più un progetto che un’effettiva realtà; con finanze traballanti, una politica frazionata, un’unione precaria, e la sicurezza minacciata dai poteri europei e africani. Il luogo stesso di nascita dello scrittore, Boston, era una città piccola, gli abitanti del New England avevano il presentimento, giustamente, che il loro pezzo di terra diventasse niente più che un pezzo piccolo di una nazione più grossa; nei ricordi della sua infanzia, Emerson descriveva il New England anche più piccolo di come era.
Molte persone guardano al mondo della loro infanzia come un mondo piccolo, ma lui rimugina con particolare veemenza ai limiti dei suoi confini culturali e giovanili. Infatti, nonostante sia stato additato come un pensatore nazionalista, Emerson non pensò mai contare sull’America per la sua educazione; nessun pensatore della sua generazione lo fece, la verità è che per oltre un secolo vennero influenzati dalla cultura di altre nazioni. Uno dei meriti dello studioso fu quello di spronare gli uomini di campagna ad ampliare la propria conoscenza attraverso i classici europei e asiatici.
Dopo aver iniziato la sua vita lavorativa come ci si aspettava da lui, ovvero in campo ecclesiastico, come il padre prima di lui, cambiò strada preferendo il lavoro di scrittore e docente free-lance; nei suoi trent’anni divenne famoso entrando a far parte del Trascendentalismo. Nel 1850 Emerson diventò una figura di primo rilievo, un oratore e uno scrittore di primo piano in diversi campi; nei primi 30 anni della sua vita, però, non fece niente per emergere dalla massa, lavorò in diverse scuole, anche come insegnante di teologia, niente più.
Dai 36 anni sembra che comprese le proprie ambizioni, sposò l’amore della sua vita e ricomprò il ruolo di pastore, che gli permise di accedere all’élite professionale del New England, con delle entrate tali da permettergli di provvedere ai fratelli e alla madre vedova. Poi, la sua vita cambiò drasticamente con la morte della moglie, Ellen, causata dalla tubercolosi, contratta prima di conoscere il marito; dopo questo evento Emerson si sentì come se anche la sua vita fosse finita, e, almeno per la carriera ecclesiastica, era un po’ così. Questa condizione lo portò a isolarsi, rendendo possibile la sua rinascita; i dubbi sul suo credo, già parecchi, con la morte della moglie moltiplicarono, e perse la fede nel Cristianesimo; abbandonò il pulpito e intraprese un viaggio in Italia, Francia e Inghilterra per recuperare fede e spirito.
Tornò a casa più audace e libero come pensatore, scoprendo di poter provvedere a sé senza la preghiera e le letture pubbliche, con l’aiuto dell’eredità e della tenuta della moglie. Il punto di non ritorno nella sua carriera fu la scelta di non praticare più la comunione, chiedendo alla sua congregazione di scegliere lui o una cerimonia in cui non credeva più; scelsero la cerimonia ed Emerson scrisse un saggio, The Lord’s Supper, in cui spiegava le sue motivazioni, affermando appunto che la cerimonia non gli si confaceva più, quel modo di commemorare Cristo non era più per lui, e quindi era meglio abbandonarlo, dal momento che il Cristianesimo non è la forma, ma è la vita interiore. Per la prima volta con questo scritto, l’uomo diventa l’Emerson del Trascendentalismo, teorizzando la “divinità del sé”, chiave di volta del movimento.
È importante che con questo sermone, in pubblico, egli scelga di non seguire l’ipocrisia, di sottolineare il fatto che il Cristianesimo è prima di tutto libertà, invocando l’assioma del New England per cui il Puritanismo è il semenzaio dei valori repubblicani. Assioma che nella sua maturità lo aiuterà a ideare la teoria del “Self-Reliance”. Nessuno si sarebbe mai aspettato un comportamento del genere, disinteressato all’opinione comune, da un uomo come quello che poteva sembrare Emerson nel 1832; ma in realtà, osservando i fatti della sua vita, si distinse dalla folla fin dall’infanzia.
Marcato, prima di tutto, come uno dei fratelli Emerson, gruppo molto unito ma anche competitivo, monitorato da una madre determinata e dalla cognata. Ai quattro ragazzi che sopravvissero all’infanzia e a Harvard venne insegnato a essere molto esigenti da sé stessi e ambiziosi, sapendo che era su di loro che si faceva affidamento per recuperare lo status sociale della famiglia, compresso dal padre poco prima di morire, quando Ralph, che cambiò nome in Waldo al college, aveva ancora otto anni.
Anche la povertà li segnò, con ansia, umiliazioni sociali, malnutrizione e salute cagionevole. Waldo si distinse dagli altri, era quello che sognava, che scarabocchiava in classe, che componeva filastrocche; proprio questa sua leggerezza, gli permise di superare la debolezza cronica e di accogliere i propri dubbi senza perdere mai il suo senso del dovere.
Durante il periodo dell’adolescenza sviluppò un senso di riserbo che lo caratterizzò per tutto il resto della vita, costruendo una corazza che proteggesse la sua anima da poeta e la sua multiforme curiosità, legata al dubbio, in particolar modo sulla religione e su sé stesso. Queste qualità furono fortificate e testate da sua zia, Mery Moody Emerson, una pensatrice volubile, pietistica, che lo influenzò e lo educò nei suoi anni di studio più della sua educazione scolastica. Si scambiò con lei lettere e diari, in cui discorrevano su libri, idee, poesie, epistemologia, questioni di dottrina; Mary Emerson fu un’autodidatta vorace, di cui l’invidiabile fervore religioso non annullò, ma sovreccitò la sua intelligenza.
Dei tanti modi in cui influenzò il nipote, quattro furono fondamentali; per prima cosa, lo fece sentire speciale; fu il suo modello più vicino, su cui basò la definizione di “scholar” o di “Uomo Pensante” (basata sulla vitalità intellettuale come esperienza di vita); era il suo collegamento con il passato evangelico, di cui forse altrimenti avrebbe solo visto la repressione tolemaica; infine, lo stile discontinuo, tagliante e ironico, epitetico, fu l’unica esperienza, nella gioventù di Emerson, di saggio, in seguito rinforzata dalla lettura di Montaigne e Carlyle.
Anche il contesto culturale in cui Emerson crebbe fu fondamentale nella sua decisione di entrare e poi di lasciare il ministero; il movimento Unitario del New England era un miglioramento ma anche una fusione di diversi elementi. Infatti, si basava sulla ricollocazione della teologia calvinista sotto una chiave etica cristiana; per una mente che dubitava molto di sé e del credo, era la soluzione più liberale all’epoca.
Ma la sua composizione indeboliva la tenuta dell’istituzione religiosa come tale, non importava se il leader del movimento era il modello di Emerson in quanto vocazione, non importava se sviluppò un astio per la “bontà ufficiale”, il movimento lo influenzò anche durante i suoi anni di studio, chiedendo cosa fosse il Cristianesimo, cosa lo Stoicismo. Era predisposto culturalmente a misurare le fedi in relazione a cosa facessero per la vita degli uomini.
Ma, nella vita di una mente brillante, i libri possono essere più importanti delle persone, e così anche per Emerson; per esempio, lo affascinava in modo particolare l’operato di David Hume, che era scettico sul fatto che la religione potesse essere provata, come anche la casualità, assioma che andava completamente contro i principi del movimento unitario. Hume si basava sul fatto che la coerenza mentale e morale derivasse da fatti empirici della psicologia; la posizione scettica del tardo Emerson, in saggi come Experience e Montaigne, sembra proprio derivare dall’operato del filosofo.
Inoltre, il ragionamento di Coleridge in Aids to Reflection, richiamando l’autorità kantiana per una ragione più alta, intuitivamente comprendente il divino, offriva a Emerson un’uscita dall’impasse humiano e dalla pratica pastorale allo stesso tempo. La teoria di un ordine superiore, di una verità intuitiva, inerenti alla psiche umana, sembrava ricongiungersi perfettamente alla cura sinottico-comparativa delle tradizioni di pensiero più grandi del mondo nel periodo seguente l’Illuminismo; queste sembravano corroborare l’esistenza di una mente universale che trascendeva i limiti culturali.
Tutti i libri che influenzarono Emerson durante la sua adolescenza non furono americani; egli, come ogni altro Yankee, sembrava apprezzare la domanda di sfida delle riviste inglese (chi legge un libro americano?), ma in realtà si interessava più dell’oratoria, senza prestare particolare attenzione alla cultura della stampa americana. Prima del 1835 nessun libro americano lo sfiorò, se non la stampa dell’Aids di Coleridge, a cura di James Marsh, ma per l’operato del poeta, e il pamphlet di Sampson Reed, Osservazione sulla crescita della mente.
Becoming a cultural icon: Emerson as a public lecturer
Fino al 1832 Emerson non smise di essere un pastore, anche se cercò di disabituare le persone a chiamarlo “Reverendo”; negli anni 40 dell’800 ospitò, a volte, gli incontri dell’Associazione di Cambridge dei pastori unitari, e il resto della sua carriera venne adombrata dal suo passato pastorale come dalla sua reazione contro di esso. Il termine di Coleridge per intelligenza, “clerisy”, lo convinse quasi quanto convinse la controparte vittoriana, tra cui Carlyle, Mill e Arnold.
Le basi del suo primo libro, Natura, vennero gettate, seppur approssimativamente, in un altro sermone, da cui riprese la suddivisione in quattro fasi degli usi della natura per la specie umana; la differenza la fece il fatto che nel primo caso, ovvero nel sermone, dovette riferirsi comunque a un pubblico e in un modo in cui non credeva più, mentre nel secondo caso poté utilizzare altre forme, uno stile diverso, per una diversa audience. Ovvero, il lyceum; quello americano era un centro di forum autonomi per letture, dibattiti e altri intrattenimenti di valore più o meno culturale, che si espanse dall’epoca della guerra civile negli anni 20 dell’800, prima sulla costa e poi nell’entroterra. Fu un primo esempio della convinzione repubblicana secondo cui il successo della rappresentazione democratica dipendesse dalla formazione della cittadinanza attraverso una sfera pubblica creata dalla partecipazione volontaria.
In primis i lyceum avevano la forma dei centri inglesi per la promozione di tecnologie e conoscenze scientifiche; poi si svilupparono in programmi di letture e proliferazioni di media nel 19 secolo, permettendo sia alla cultura americana che a quella inglese di parlare davanti a un grande pubblico. Quelli americani, però, erano meno stratificati da un punto di vista sociale rispetto quelli inglesi; erano organizzati per uomini della mezza età locali e di alta società, ma la clientela era di entrambi i sessi, dai più giovani ai più anziani, professionisti o commercianti. Non vi era molta differenziazione, i discendenti dei Protestanti bianchi inglesi erano in maggioranza, mentre i migranti erano sottorappresentati.
La vera diversità stava nel fatto che i benestanti di Boston, come Emerson, non scoprirono prima dei trent’anni di essere diventati intimi con molti atei dichiarati. Non era una situazione facile, non si poteva sapere chi si avrebbe ispirato o da chi si sarebbe stati odiati, gli hotel erano orrendi, vi era l’epidemia di colera e si perdeva spesso il treno, ma entrare in contatto con quello che sembrava un vero pubblico, e non solo molti forestieri, e la speranza di radunarsi, allontanava tutti quei deterrenti.
Le letture erano tendenzialmente professionali, artistiche, politiche, la maggior parte dei lettori erano pastori; la lettura si confaceva bene alla loro professione, ma a volte, qualche locale di chiesa, pensava che fossero indirizzate contro il loro potere. I lyceum di solito includevano letture religiose e morali, problemi di ampia portata, distanti periodicamente o geograficamente parlando, questioni pubbliche non condivise, arte e scienza; coloro che parlavano non dovevano essere specialisti, ma seri, abituati alla teatralità e arguti, e inoltre evitare le partecipazioni politiche. La proposta di Emerson di invitare Wendell Philips alla lettura sull’abolizionismo creò non poco scompiglio, in particolar modo quando passò per un piccolo margine; ma Emerson non se la prese, perché per lui era occasione di libertà di parola, comparata al dovere del pulpito.
Tra 1830 e 1860, Emerson divenne uno dei dieci interpreti migliori nei lyceum americani, perché era l’unico a poter tenere comizio anche con modi rudi, specialmente grazie alla sua forte voce da baritono, che faceva sembrare la sala sempre troppo piccola. Il suo metodo tipico era di identificare ampi domini di indagine e di trattarli in modo enciclopedico e radicale vagamente unito dalle idee dominanti; dipendeva da un’espressione incisiva per provocare un effetto impossibile alle analisi metodiche e da un iconoclasma temperato dalla fiducia nella fondamentale sanità della natura umana.
Nel 1835-1836 Emerson tenne dei corsi sulle letture, di solito iniziavano a Boston e si ritrovava a dover ripetere delle lezioni, o interi corsi, nelle città vicine; al contrario di molti, preferiva organizzare da solo i propri termini e badare al proprio programma attraverso contatti locali, o un circuito allargato. Tenne diversi discorsi, e come molti altri leggeva da un foglio scritto; ammirava l’arte dell’improvvisazione, ma non provò mai a coltivarla. Questi testi erano principalmente sintesi di letture, riflessioni o memo dai giornali, che teneva in realtà da quando aveva 16 anni; crescendo divennero più sistematici. Ma venivano revisionati, più di una volta, solo nel momento in cui si arrivava a una loro pubblicazione; i suoi saggi ebbero sempre la caratteristica di sortire un effetto maggiore non solo se letti, ma se immaginati mentre venivano declamati.
Emerson teorizzò la sua teoria del discorso in pubblico in uno dei suoi scritti; l’arte dell’eloquenza sarebbe per lui alterare in un paio d’ore, forse anche mezz’ora, di discorso, le convinzioni e gli usi di anni. Non avviene sempre, ma sempre bisogna sperarlo. Per raggiungere questo scopo la mente dell’oratore deve essere infiammata dalla contemplazione del tutto così che le parole sembrino uscire da quel tutto che l’oratore vede e che vuole far vedere agli ascoltatori; ma la fiamma deve essere regolata da una sorta di calma regnante, e dalla forza interiore del discorso.
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