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Ralph Waldo Emerson

Rielaborazione delle nozioni presenti e basate sul libro di Emerson (in italiano) basata su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Tattoni dell’università degli Studi La Sapienza - Uniroma1. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Lingua e letteratura angloamericana docente Prof. I. Tattoni

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americano?), ma in realtà si interessava più dell’oratoria, senza prestare particolare attenzione alla

cultura della stampa americana. Prima del 1835 nessun libro americano lo sfiorò, se non la stampa

dell’Aids di Coleridge, a cura di James Marsh, ma per l’operato del poeta, e il pamphlet di Sampson

Reed, Osservazione sulla crescita della mente.

Becoming a cultural icon: Emerson as a Public Lecturer.

Fino al 1832 Emerson non smise di essere un pastore, anche se cercò di disabituare le persone a

chiamarlo “Reverendo”; negli anni 40 dell’800 ospitò, a volte, gli incontri dell’Associazione di

Cambridge dei pastori unitari, e il resto della sua carriera venne adombrata dal suo passato pastorale

come dalla sua reazione contro di esso.

Il termine di Coleridge per intelligenza, “clerisy”, lo convinse quasi quanto convinse la controparte

vittoriana, tra cui Carlyle, Mill e Arnold.

Le basi del suo primo libro, Natura, vennero gettate, seppur approssimativamente, in un altro

sermone, da cui riprese la suddivisione in quattro fasi degli usi della natura per la specie umana; la

differenza la fece il fatto che nel primo caso, ovvero nel sermone, dovette riferirsi comunque a un

pubblico e in un modo in cui non credeva più, mentre nel secondo caso poté utilizzare altre forme,

uno stile diverso, per una diversa audience. Ovvero, il lyceum; quello americano era un centro di

forum autonomi per letture, dibattiti e altri intrattenimenti di valore più o meno culturale, che si

espanse dall’epoca della guerra civile negli anni 20 dell’800, prima sulla costa e poi nell’entroterra.

Fu un primo esempio della convinzione repubblicana secondo cui il successo della rappresentazione

democratica dipendesse dalla formazione della cittadinanza attraverso una sfera pubblica creata

dalla partecipazione volontaria.

In primis i lyceum avevano la forma dei centri inglesi per la promozione di tecnologie e conoscenze

scientifiche; poi si svilupparono in programmi di letture e proliferazioni di media nel 19 secolo,

permettendo sia alla cultura americana che a quella inglese di parlare davanti a un grande pubblico.

Quelli americani, però, erano meno stratificati da un punto di vista sociale rispetto quelli inglesi;

erano organizzati per uomini della mezza età locali e di alta società, ma la clientela era di entrambi i

sessi, dai più giovani ai più anziani, professionisti o commercianti. Non vi era molta

differenziazione, i discendenti dei Protestanti bianchi inglesi erano in maggioranza, mentre i

migranti erano sottorappresentati.

La vera diversità stava nel fatto che i benestanti di Boston, come Emerson, non scoprirono prima

dei trent’anni di essere diventati intimi con molti atei dichiarati.

Non era una situazione facile, non si poteva sapere chi si avrebbe ispirato o da chi si sarebbe stati

odiati, gli hotel erano orrendi, vi era l’epidemia di colera e si perdeva spesso il treno, ma entrare in

contatto con quello che sembrava un vero pubblico, e non solo molti forestieri, e la speranza di

radunarsi, allontanava tutti quei deterrenti.

Le letture erano tendenzialmente professionali, artistiche, politiche, la maggior parte dei lettori

erano pastori; la lettura si confaceva bene alla loro professione, ma a volte, qualche locale di chiesa,

pensava che fossero indirizzate contro il loro potere.

I lyceum di solito includevano letture religiose e morali, problemi di ampia portata, distanti

periodicamente o geograficamente parlando, questioni pubbliche non condivise, arte e scienza;

coloro che parlavano non dovevano essere specialisti, ma seri, abituati alla teatralità e arguti, e

inoltre evitare le partecipazioni politiche. La proposta di Emerson di invitare Wendell Philips alla

lettura sull’abolizionismo creò non poco scompiglio, in particolar modo quando passò per un

piccolo margine; ma Emerson non se la prese, perché per lui era occasione di libertà di parola,

comparata al dovere del pulpito. 4

Tra 1830 e 1860, Emerson divenne uno dei dieci interpreti migliori nei lyceum americani, perché

era l’unico a poter tenere comizio anche con modi rudi, specialmente grazie alla sua forte voce da

baritono, che faceva sembrare la sala sempre troppo piccola.

Il suo metodo tipico era di identificare ampi domini di indagine e di trattarli in modo enciclopedico

e radicale vagamente unito dalle idee dominanti; dipendeva da un’espressione incisiva per

provocare un effetto impossibile alle analisi metodiche e da un iconoclasma temperato dalla fiducia

nella fondamentale sanità della natura umana.

Nel 1835-1836 Emerson tenne dei corsi sulle letture, di solito iniziavano a Boston e si ritrovava a

dover ripetere delle lezioni, o interi corsi, nelle città vicine; al contrario di molti, preferiva

organizzare da solo i propri termini e badare al proprio programma attraverso contatti locali, o un

circuito allargato.

Tenne diversi discorsi, e come molti altri leggeva da un foglio scritto; ammirava l’arte

dell’improvvisazione, ma non provò mai a coltivarla. Questi testi erano principalmente sintesi di

letture, riflessioni o memo dai giornali, che teneva in realtà da quando aveva 16 anni; crescendo

divennero più sistematici. Ma venivano revisionati, più di una volta, solo nel momento in cui si

arrivava a una loro pubblicazione; i suoi saggi ebbero sempre la caratteristica di sortire un effetto

maggiore non solo se letti, ma se immaginati mentre venivano declamati.

Emerson teorizzò la sua teoria del discorso in pubblico in uno dei suoi scritti; l’arte dell’eloquenza

sarebbe per lui alterare in un paio d’ore, forse anche mezz’ora, di discorso, le convinzioni e gli usi

di anni. Non avviene sempre, ma sempre bisogna sperarlo.

Per raggiungere questo scopo la mente dell’oratore deve essere infiammata dalla contemplazione

del tutto così che le parole sembrino uscire da quel tutto che l’oratore vede e che vuole far vedere

agli ascoltatori; ma la fiamma deve essere regolata da una sorta di calma regnante, e dalla forza

interiore del “carattere e intuizione” che per Emerson è la sostanza del sentimento morale. Lo scopo

dell’eloquenza non è altro che la perfezione del genere umano.

Trascendentalism and after.

La fama di Emerson aumentò, partendo dai lyceum locali fino ad arrivare a quelli delle città vicine;

inoltre tra 1847 e 1848 visitò in tour Inghilterra, Scozia e Irlanda, e nel 1850 fece il suo primo

pellegrinaggio transappalacchiano.

Ciò che causò quest’aumento di fama non furono le sue letture, ma ciò che scrisse nel periodo di

solitudine passato nel suo giardino, ovvero Natura, due serie di Saggi e qualche orazione,

affermarono la sua immagine pubblica di pensatore libero provocante e leader del

Trascendentalismo.

Cosa il Trascendentalismo significasse era raramente definito, infatti il nome gli venne dato dai suoi

detrattori come sinonimo di nosense forestiero; coloro che facevano parte del movimento invece si

sentivano come una rete, l’avanguardia per molti pensieri contemporanei sulla filosofia, sulla

teologia, sull’educazione, sulle riforme sociali, sulla letteratura e sulle arti.

Il movimento generò tre forme di attività collettive; in primis gruppi di discussione, poi una serie di

pubblicazioni, di cui la più importante fu The Dial (giornale), e infine due comuni, ovvero

l’esperimento sociale di Fruitland di Bronson Alcott e Brook Farm, fondata dai coniugi Ripley nella

periferia di Boston. Quest’ultima in particolare fu l’esperimento utopico, prima della guerra, più

interessante.

Di per sé, Emerson si allontanò dalle comuni, ma si gettò completamente nelle altre iniziative;

infatti, editò The Dial per metà della sua esistenza, e diede sede a molti gruppi di discussione, in cui

parteciparono anche Thoreau, Bronson Alcott ed Elizabeth Peabody, pioniera femminista e

giornalista. 5

Ben si comprende che all’epoca gli uomini erano in maggioranza, anche se vi erano anche delle

donne (si ricordi Fuller), e infatti uno dei rischi era che diventassero delle confraternite, come

l’Anthology Club ai tempi del padre di Emerson.

Molti dei partecipanti erano di buona famiglia, di solito collegati all’Unitarismo; vi erano sia

radicali che liberali nelle loro scelte politiche, ma altri, come Emerson, che non si impegnavano

politicamente. Provenivano quasi tutti da buone scuole, di solito erano alunni di Harvard; si

comprende quindi che i gruppi di dibattito del Trascendentalismo erano formati da un’élite erudita.

Dal 1850 il movimento migliorò, anche grazie alla fama che Emerson acquisì, venendo considerato

uno degli intellettuali maggiori degli Stati Uniti, grazie anche alle sue prime pubblicazioni, che

circolavano tra gli intellettuali britannici, ma anche grazie a quelle meno costose, dirette agli uomini

di fatica.

Per via di queste entrate, ma anche per l’eredità della moglie, ben presto la famiglia Emerson non

sentì più il bisogno di tirare la cinghia, e anzi Emerson venne definito come uno degli uomini più

ricchi del Massachussetts.

Allo stesso tempo, diventava uno dei più convinti anti schiavisti, rinforzando la sua fama di radicale

pericoloso; quando infine lo schiavismo venne abolito in seguito alla Guerra Civile, Emerson

sarebbe stato canonizzato, infatti veniva considerato sia dai moderati che dai progressivi come la

personificazione degli ideali più alti.

Un esempio di quanto il ruolo di Emerson mutò è il rapporto con John Gorham Palfrey, pastore

appartenente all’Unitarismo, uomo di lettere che decise di lasciare il ministero; lui, insieme ad altri,

quando Emerson aveva vent’anni, aiutava i fratelli del pensatore con prestiti educativi negli anni 30

fu uno dei maggiori sostenitori di Emerson, ma in seguito alla decisione di intraprendere teologia ad

Harvard, i rapporti tra i due si raffreddarono. Ma in seguito alla guerra, Emerson ricominciò a

sostenere il lavoro del vecchio amico di famiglia, specialmente in seguito alla sua candidatura

negativa al parlamento, per cercare di appoggiare la cessione dello schiavismo.

La loro relazione allora potrebbe essere definita come il coraggio che ebbero ad avere idee

conservatrici nel momento in cui le mantennero, ma uno di loro viene ricordato, mentre l’altro è

caduto nell’oblio; la differenza tra i due fu che Palfrey era basicamente un pensatore convenzionale,

che si esprimeva attraverso un decoro misurato, ed Emerson invece no.

Uno dei primi fatti legati ad Emerson che lo mise nell’occhio pubblico fu la sua discussione con

l’ortodossia religiosa. Nella sua giovinezza, infatti, aveva avuto, come si è visto, dei problemi con

un determinato rito; comunque così riuscì ad allontanarsi dal suo ruolo all’interno del

Protestantismo, non danneggiando la sua figura di oratore pubblico. Ma negli anni seguiti la

formula cristiana della vita interiore più ricca venne stravolta, diventando un categorico

allontanamento dell’autorità; questo più di ogni altra cosa fece cozzare il Trascendentalismo con la

via maestra dell’impianto culturale.

“The Divinity School Address” fu uno dei suoi discorsi più raffinati ed eretici di Emerson, uno dei

tanti che parlarono di religione, santità e dottrina dell’anima che confluirono nella Prima serie di

Saggi; la religiosità del pensiero di Emerson emerge in particolar modo in queste prime opere. Il

pensiero emersoniano vedeva nella religione il passaggio della mente divina in quella umana, la

promessa dell’unità dell’anima umana in tutti gli individui; questo avveniva in tutte le religioni,

nessuna viene prediletta.

Nelle opere seguenti, invece, la religione perde questo suo ruolo centrale; il bigottismo tipico della

setta non lo influenzò più molto, pur sapendo che era diffuso in America, lo considera non una

minaccia quanto una sconsideratezza. Continuò a considerare la religione come la fioritura e il

completamento della cultura, ma le persone morali e i visionari rimanevano i protagonisti della

religione operativa. 6

“Worship” fu il suo saggio più completo sulla natura dell’esperienza religiosa; qui si immagina di

rivolgersi a una popolazione mobile, piuttosto che radicata, come quelli che si trasferiscono dalle

campagne alle città, sottolineando come i valori morali siano più diffusi nei momenti di rapporto

con gli altri che in quelli di meditazione privata.

“Worship” non contiene nessun’allusione dotta, né entra in collisione con l’intensità contraria di

“Religion”; tuttavia, Emerson conserva la sua mancanza di serietà nei confronti della religione di

chiesa, la quale rende effeminati e demoralizza. Probabilmente Carlyle non aveva torto quando

affermava che nella Seconda Serie di Saggi Emerson si annoiava a parlare ancora del tema “Gesù”,

tanto che subito dopo averne parlato, anche superficialmente, passa a descrivere più

approfonditamente la cultura, la storia e la prospettiva umana in relazione a questi.

The Emersonian Scholar as Public Intellectual.

Descrivendo la propria vocazione, Emerson non si riferì mai a sè stesso come un saggista o un

oratore; forse intellettuale gli sarebbe calzato meglio come termine, ma non lo usò mai.

Filosofo sarebbe stato eccessivamente restrittivo, così come intellettuale pubblico, che avrebbe

convinto Emerson di riuscire meglio sotto la pressione della presenza di spettatori, anche se avrebbe

funzionato.

Dagli anni 30 dell’800 Emerson si riferì a sé con il termine “scholar” o poeta, quest’ultimo infatti

sarebbe stato il suo sogno giovanile; il primo invece è quello che usò sempre, andando a darne

anche diverse definizioni nei suoi saggi dal 1837 al 1876. Infatti, il termine sarebbe a significare

non accademico, anche se Emerson considerava scuole e college luoghi in cui formare menti adatte

a quel nome, ma vero pensatore, una persona atta al pensiero critico. Gli scholar sarebbero dei

cattolici ma lettori critici, che non si fanno influenzare nemmeno dagli scrittori preferiti; pensatori

prima che prevaricatori, che affinano la loro capacità di leadership per comprendere bisogni e la

natura del tempo.

A volte, avviene che l’immagine dello scholar e quello del poeta coincidano, infatti quando

Emerson immagina che tipo di libra potrebbe scrivere questa figura, gli venne subito in mente la

poesia.

I concetti di scholar e di poeta sembrano per Emerson definiti e semplici da comprendere e da

veicolare, diverso è invece quanto riguarda la loro sfera d’azione; in “The American Sholar”

l’azione viene posta in relazione alle altre due risorse fondamentali che vengono ricollegate alla

figura, avvero la natura e i libri, subordinate ma comunque essenziali. Egli afferma che essere uno

sholar significa comprendere la fiducia in sé stessi, che sembrerebbe non portare direttamente a

compiere delle azioni, se non mentali; lo scopo è quello di difendere la vita della mente contro gli

stereotipi anti-intellettuali, molto diffusi all’epoca dell’America antebellica, senza ricorrere alla

motivazione scontata della sua utilità.

Ovviamente questo comporta della confusione in merito alla questione delle azioni; infatti la

questione che il lavoro dell’intellettuale avrebbe potuto concernere la sfera sociale era complicata

dal fatto che l’industria emergente dei giorni di Emerson stava rendendo il lavoro mentale e quello

manuale sempre più diversi. A ciò Emerson preferì rispondere appellandosi al potere della

stimolazione intellettuale e dell’invigorimento morale, senza specificare maggiormente.

La critica contemporanea vede in questo atteggiamento un’anticipazione del dibattito odierno

sull’impiego dell’intellettuale pubblico.

In seguito Emerson si avvicinò più a questa figura che a quella del trascendentalista, passando da un

unico focus sulle grandi astrazioni a più su singole culture, figure storiche e riforme specifiche,

sotto una visione politica, o, al più, politica-culturale. 7

Ovviamente la posizione emersoniana era differente rispetto a quella degli intellettuali odierni, dal

momento che all’epoca, anche nella teologia, non vi era la specializzazione attuale, e il confronto

pubblico era accessibile solo a quelli che vi volevano partecipare.

How American was Emerson’s American Scholar?

Una delle poche cose certe in relazione all’”American Scholar” fu che un mito era nato, tanto che

Oliver Wendell Holmes lo considerò come il manifesto degli intellettuali americani; forse è l’unico

testo di Harvard che viene letto anche oggi da non accademici.

Venne pubblicato in primis come una semplice orazione della Phi Beta Kappa, ma in seguito venne

ripubblicato da Emerson con Nature, nel 1849, assieme ad altri scritti; già da sé il testo sembra

essere un inno, una dichiarazione di indipendenza per la condizione intellettuale, tanto che si parla

di zappa e di vanga per menti colte così come per mani colte, mettendo in ballo sia la nuova

importanza dell’individuo che l’elevazione di quella che veniva considerata la classe più bassa degli

States.

Le opere di Emerson influenzarono molti scrittori, non solo americani; infatti venne conosciuto

presto anche all’estero, cosa che permise a Carlyle di conoscere il suo pensiero, e, nella

pubblicazione in Inghilterra della Prima Serie di Saggi, di aggiungere la considerazione dello

scrittore come di un uomo originale e veritiero e del libro come massima espressione delle verità

più antiche e senza fine.

Probabilmente Carlyle non realizzò l’importanza della sua alta considerazione dello scrittore;

infatti, questo era stato una delle ispirazioni di Emerson, come, prima di lui, il padre della poesia

britannica, Coleridge. In seguito ci fu anche Ghoete, di ispirazione e ispirato da e per Emerson,

tanto che viene descritto anche all’interno di Rappresentative Men, più come se fosse un autoritratto

che un ritratto dell’artista.

Tra coloro che invece lo ammirarono e che aiutarono il prosperare delle sue opere in Gran Britannia

vi furono Arnold, Harriet Martinau, e Jhon Sterling; più tardi la matriarca della scrittura

afroamericana, Olive Shreiner, disse che le opere di Emerson erano per lei come una bibbia; del

resto, anche Charles Baudelaire negli ultimi suoi anni di vita trovò conforto nelle massime

emrsoniane.

I rapporti che aveva oltre al continente fanno comprendere anche perché molti americani lo

consideravano esotico, o, come disse Carlyle, che il modo che aveva di rivolgersi ai lettori stranieri

era più da uomo che da americano.

Questa era una cosa su cui scherzava spesso nella loro lunga corrispondenza, ma Emerson era molto

attaccato alle sue radici; in una lettera scrisse all’amico che gli Yankees erano dei fanatici che

credevano in un sogno, e che forse avrebbe dovuto spiegarglielo, ma che le sue orecchie inglesi non

avrebbero compreso quanto detto. In English Traits, infatti, egli spiega l’entità del debito contratto

dall’Inghilterra con la miglior nazione dell’epoca, ovvero l’America.

Si notano qui, comunque, i primi segni di ciò che spingerà la scrittura di Emerson nei componimenti

seguenti, ovvero lo spirito cosmografico e profetico, che da un lato lo avvicina alla produzione

americana ma che gli permette di rimanerne un testimone dissenziente.

Il vero modo in Emerson influenzò i lettori stranieri fu attraverso due novelle, quali The story of an

African Farm di Olive Schreiner e Unconquerable powers di Herman Grimm, in cui lo scholar

appare come personaggio.

Nel secondo Emerson viene camuffato sotto le spoglie di un Mister Wilson, un saggio americano

che dimora in una casa rustica e che comunica ai visitatori tedeschi un messaggio di self-reliance, di

aristocrazia naturale e di destino nazionale. Wilson immagina un futuro in cui Germania,

Inghilterra, Irlanda, Francia e afroamericani sono unificati, gli States sono cresciuti da 50 a 4cento

milioni e l’Asia è stata soggiogata; egli spiega che quando parla di America non parla dello stato 8

attuale, ma del suo inevitabile futuro, ricollegandolo alla formazione dell’Europa nell’epoca

primitiva. Il Wilson di Grimm è un Emerson nazionalista e individualista, che ha una visione

dell’America con origine tedesca e che è destinata a comandare l’Asia, con una spinta imperialista;

il personaggio nasconde in realtà le speranze dell’autore per la Germania.

Le differenze tra Grimm e Schreiner sono molte, infatti l’unica cosa che hanno in comune è il

riferimento al futuro remoto; in The story of an African Farm la figura di Emerson si nasconde sotto

il figlio del fattore, un uomo chiuso, introverso, maldestro tedesco di nome Waldo. Sarebbe un eroe

anti-emersoniano, pieno di buoni propositi che non riesce ad applicare, che non riesce a trovare il

proprio posto nel mondo; nella prima parte delle tre sezioni in cui è suddiviso il racconto, viene

ridicolizzato da un uomo irlandese ironicamente chiamato Bonaparte, che probabilmente allude alla

descrizione che venne fatta di Napoleone in The Rappresentative Men, preso come esempio sia per

la self-reliance sia per come un uomo possa diventare un despota. Nei suoi discorsi, inoltre, si cerca

di eguagliare lo stile di Emerson; comunque, in realtà la novella simpatizza per Waldo, per i suoi

sforzi senza scopo e per il suo legame con la protagonista femminile, Lyndall, ed entrambi vengono

visti come anile ingenue e perdute in un mondo dominato da adulti perfidi e con la mentalità

ristretta.

Come per il racconto di Grimm, anche qui si ha bisogno di una particolare struttura sociale, che si

basa principalmente sulla separazione tra diverse etnie, che poteva avvenire unicamente nell’Africa

del tardo ‘900, ma non ha niente a che fare con l’America, né con il nazionalismo; il collegamento

infatti risulta più adatto alla psicologia, al pensiero religioso e al fenomeno della (non) crescita.

Il racconto di Schreiner viene ancora letto, mentre quello di Grimm è stato più accantonato, ma

questo dipende difficilmente dal tipo di descrizione che venne fatto in entrambi di Emerson; infatti

è ovvio che la sua miglior rappresentazione è stata data dalle sue opere, e non da opere altrui.

Capitolo Due.

Emersonian Self-Reliance in Theory and Practice.

Su una dottrina Emerson insistette particolarmente, ovvero “the infinitude of the private man”,

qualsiasi sia il soggetto, arte, religione, politica, magari esagerando ma non troppo; ciò che egli

chiama Self-Reliance è la miglior chiave per comprendere il suo pensiero.

Questo concetto è semplice da riassumere ma difficile da capire, infatti sembrerebbe basarsi su una

contraddizione interna: si è autorizzati a credere alle più profonde convinzioni di cosa sia vero e

giusto nella misura in cui l’identità intima di ogni persona è un’universale transpersonale.

La Self-Reliance sembrerebbe basarsi principalmente sull’egocentrismo, ma si sforza allo stesso

modo di difendersi dall’egotismo che sembra permettere.

Sources of Self-Reliance Theory.

La teoria di Emerson si intreccia con diversi filoni di pensiero religiosi, filosofici, ascetici e politici;

uno di questi riprende dalla spiritualità protestante, secondo cui la transizione tra anima e Dio, o

Spirito Santo, ha un ruolo centrale. È da questo concetto che prende le mosse la filosofia pietistica

negli scritti di Emerson, la sua preoccupazione per il recupero e la descrizione di quello che nel

saggio della Self-Reliance viene chiamata “the hour of vision”; nel saggio si difende la libertà

umana che risulta avere un cardine, almeno in parte, su un appello a una sorta di esperienza mistica

descritta a metà del pensiero.

In quest’ultima sfumatura della sua filosofia si può riscontrare invece l’influenza di Martin Luther e

di George Fox, del concetto di uguaglianza a Dio dell’essere umano tipica dell’Unitarismo, e di sua

zia, Mary Moody Emerson.

Un’altra influenza sul pensiero emersoniano può essere ritrovata nel Romanticismo internazionale;

il richiamo romantico per l’autorità dell’immaginazione creativa che tutte le forme dell’espressione

sono inspirate, torna anche nel pensiero di Milton, radicato in quello classico e biblico. 9

Inoltre, Emerson si impadronì della teoria dei filosofi post-kantiani, basata su una mente superiore

in grado di comprendere la Verità intuitivamente; egli la chiama “the understanding”, limitata

all’induzione metodica da prove empiriche. Poco importa che questa teoria altro non è di una

rivisitazione di Coleridge, letto in gioventù dal suo successore tedesco.

Kant rinnegava che la Ragione potesse conoscere da sola le cose, mentre Emerson ammetteva la

conoscenza della Ragione proprio attraverso la citazione kantiana; il punto fondamentale è che

quest’ultimo credeva che l’”inner-lightism” avesse buoni mandati epistemologici moderni.

La revisione di Carlyle della filosofia e della letteratura tedesca portarono Emerson verso l’eroe

dell’inglese, ovvero Goethe, il quale divenne per lui, e per gli altri trascendalisti, il punto di

riferimento principale per la tesa della self-culture, un altro ingrediente fondamentale in quella della

Self-Reliance.

Il dizionario inglese attesta il primo uso di self-culture con il saggio di Emerson su Goethe; questo

in realtà non è esatto, dal momento che anni primi questa venne teorizzata dal movimento

dell’Unitarismo, considerata come un miglioramento morale, spirituale, intellettuale e culturale. Ma

Emerson necessitava del punto di vista dell’artista, che aveva una comprensione cosmopolita di

cosa potesse essere considerato cultura, e una concezione urbana di un sé plastico, malleabile e in

continuo stato di divenire, sicuramente meno moralistico di quello del movimento.

Altre influenze invece derivarono dalle teorie politiche repubblicane e democratiche, le quali

formarono le convinzioni di Emerson sul fatto che tutti fossero privi di self-realization, che tutti

avessero la capacità della self-transformative.

“The American Scholar” comprendeva i due lemmi principali del tempo, ovvero il ruolo principale

del singolo individuo e della vita ordinaria; i protagonisti di Emerson infatti non sono solo uomini,

ma rappresenti di nazioni, i quali hanno come spirito trainante la fiducia in loro stessi, ispirati

dall’anima divina, che ispira tutti gli uomini. La teoria puritana della predestinazione è qui allargata

in modo tale che possano essere inclusi potenzialmente tutti, in una visione democratizzata di

uguaglianza intrinseca; Emerson ricollega questo concetto al motto dell’Unitarismo (Radici e semi

della democrazia sono la dottrina “Giudica te stesso”).

Egli credeva all’aristocrazia naturale, ma non pensava che questa potesse giustificare l’oppressione;

bisogna comunque arrivare sempre a un’equa democrazia.

Self-Reliance as a way of life.

Il saggio che porta il suo nome si apre supportandolo come terapia correttiva; Emerson immagina

un’ipotetica situazione mentale conforme e infelice, infatti dall’età adulta le persone sono

condizionate a guarda attraverso gli occhi degli altri. In tale stato di cose si può sperimentare

scarsamente sé stessi, quindi la prima cosa da fare è allontanarsi dall’influenza altrui; Kateb la

chiama “negative individuality”, Richardson diagnostica la sua chiamata alla Self-Reliance come un

terreno vinto dalla dipendenza, mentre per Emerson è il sorriso che le persone si stampano in faccia

quando non si sentono a proprio agio in una conversazione.

La seconda sarebbe invece avere più fiducia negli istinti e meno nel giudizio razionale, perché a

livello argomentativo formale si è soggetti a forze esterne.

La terza sarebbe diventare l’attivazione di un certo tipo di principi entro la questione delle nuove

persone liberate; Emerson distingue istinti di ordine superiore e quelli di ordine inferiore, come

istinto contro ispirazione.

Il “Me” al di sopra del me, su cui la Self-Reliance potrebbe tranquillamente basarsi, nonostante le

apparenze, non riguarda un unico individuo, ma l’universo.

Più si va verso l’interno meno si conosce l’individuo, sotto e dentro al privato vi è il potere pubblico

da cui tutti possono attingere; in questo modo la teoria include due punti negativi, ovvero la

resistenza alla pressione esterna e resistenza a impulsi poco profondi. Secondo Emerson la giusta 10

condotta e la giusta percezione dipendono dalle gesta di una persona integra e il raggiungimento di

quell’integrità richiesta attingendo a una risorsa più profonda della self-preoccupation.

Emerson descrive in diversi modi l’essenza dell’ “aboriginal Self”; nel saggio immagina l’incontro

con questo prima come una percezione, poi come un infuso mistico, poi come un riorientamento

morale. Questo è il passaggio più difficoltoso per il lettore non religioso, dal momento che Emerson

parla della divinità interna, delle persone che giacciono nel grembo dell’intelligenza immensa, del

risultato di tutti in relazione al Benedetto.

Sembrerebbe che Emerson stia parlando di una specie di “God-Reliance”, ma in realtà non è cosi;

ovviamente era importante parlarne sia da un punto di vista strategico che personale, per nascondere

il contatto/momento con l’individualità aborigena nel costume dello spirito. Alcuni lettori sospettosi

potrebbero chiedere se non si tratti unicamente di lasciar perdere la propria libido, ma Emerson

risponde che si tratta, in realtà, dell’apoteosi del superego; la percezione dell’individualità

impersonale non eleva solamente ma stimola.

Il saggio non va molto oltre all’affermazione che la Self-Reliance rende più autosufficienti, dal

momento che lo scrittore è concentrato sul proteggere i propri lettori dai gruppi di pensatori per

approfondire di più l’azione sociale.

Insiste comunque su come l’autosufficienza debba promuovere una rivoluzione in tutti i doveri e le

relazioni degli uomini, attraverso la sua stessa azione; ogni professionista determinato può infatti

diventare un motore, un fondatore, un operaio miracoloso, includere questa pratica in ogni lavoro

consente di passare il limite.

Comunque l’elemento principale del ragionamento emersoniano rimane l’emancipazione mentale a

livello individuale, quindi la “Mental self-reliance” è il modello dell’ “active self-reliance”; tutto ciò

comporta delle complicazioni, in primis a causa dello stile di Emerson, figurativo, discorsivo e

iperbolico.

Infatti egli sosteneva che la scrittura, l’ascolto e la lettura fossero punti chiavi della Self-Reliance,

che non può essere raggiunta rimanendo al livello convenzionale e lineare dell’espressione; la sua

prosa “compressa” e metaforica era destinata a raggiungere la Self-Reliance, a pensare e a

provocarla. Ovviamente però può anche sortire l’effetto opposto, ovvero confondere e intimidire;

causa due reazioni; intimidisce (Emerson affermava che per essere grandi bisogna essere

incompresi), metodo attraverso cui si separa la massa che viene “bocciata” da quelle persone che

sono effettivamente autosufficienti e che quindi devono dissociarsi, ma si rivolge, incoraggia, a tutti

e insiste sul fatto che per tutti arriva un momento nella vita in cui si crede in sé stessi. Bisogna

comprendere quindi che la sua prosa non è solamente un test ma anche un invito a pensare che

l’autosufficienza non porta immediatamente all’illuminazione sul sentiero che elogia.

Altre domande rimango prive di risposta, come quando si capisce di essere autosufficienti piuttosto

che caparbi, o sotto il gioco di una sorta di istinto animale; significativamente la corrente

emersoniana è stata scetticamente ridotta a patologie come volontà imperiosa e conformità

collettiva. Myra Jahlen sosteneva che la visione dell’uomo di Emerson, derivata dal suo rapporto

con Dio attraverso la conquista della natura, dovesse essere letta come un’apologia dell’espansione

verso l’Ovest; Newfield invece che l’appello di Emerson ad autorità interpersonali come

l’”aboriginal self” e il “poeta orfico” che pronuncia le ultime parole in Nature implica una

decadenza dell’individualismo e acquiescenza alle forze della cultura dominante che creano un

parallelismo tra la vita di Emerson e la crescita del corporativismo in America nel XIX secolo.

Il primo modo in cui la Self-Reliance si protegge dagli estremi della caparbietà e della passività è la

sua stessa austerità; gli adulti trovano difficile questa pratica perché sono condizionati a pensare,

non autenticamente, che fare in modo diverso sia straziante. Aggiunge anche che la Self-Relince è

come l’ultima risorsa di una persona che è giunta alla conclusione che imitare è un suicidio; qui 11

descrive riluttantemente la sua prima esperienza di crisi personale, ovvero la morte della sua prima

moglie, che ha portato alla scoperta della divinità interiore. Nel capitolo seguente della Prima Serie

di Saggia prosegue il discorso sostenendo che la perdita di un amico, di un parente, di un’amante,

può sembrare all’inizio una privazione, e in seguito una specie di guida, che provoca delle

rivoluzioni nella nostra vita: il disastro come opportunità.

Non bisogna per forza attraversare una crisi così profonda, Emerson la prescrive solo non per lo

spavaldo o per l’apatico, ma per lo sconsolato; infatti la Self-Reliance può portare confidenza e

energia, ma non conforto o gioia. L’immaginazione del “self” che diventa dipendente sarebbe a

causa del fatto che si rimane pezzi di un puzzle di sé stessi, e che quindi è necessario mettere in

chiaro con le persone care che ciò che bisogna fare è isolarsi emotivamente, poichè non ci si può

spezzare per loro, e che se sono nel vero, ma non nella stessa verità della persona in questione,

devono unirsi ai loro compagni, mentre questa troverà i suoi.

Ciò vuol dire vivere una vita isolata, alla luce della filosofica, come Emerson ben sapeva fare; del

resto, come sosteneva, è meglio non fare niente piuttosto che qualcosa in cui non si crede

veramente.

Da una parte la Self-Reliance è quindi contenuta dalla sua austerità, e dall’altra dal suo moralismo,

infatti Emerson credeva che l’individuo si basasse sulla moralità, che mente a noi stessi,

generalmente a breve termine, nel momento in cui si deve scegliere, ma è anche una sorta di

sorgente di energia creativa. Rimane quindi una teoria filosofica che ha molto a che fare con Kant.

Piuttosto che indagare sulle leggi che governano l’universo, Emerson punta alla legge morale che

guida le azioni delle persone; questo elemento è forse l’unico che lo differenzia dall’individualismo

possessivo, liberale e capitalista, con cui lo contrastava Kateb. Wuthnow tendeva invece a

considerare la corrente emersoniana come moralismo espressivo che opponeva al presupposto

economico convenzionale sulla vita una visione più profonda dello spirito umano. Oggi molti

americani considerano la scelta morale in un momento di decisione come la strada corretta da

seguire, quindi la teoria emersoniana si avvicina molta alla filosofia di strada moderna.

Un’altra critica al filosofo è stata mossa in relazione alla sua teoria dell’equilibrio della base delle

singole costituzioni; la coscienza ne è una universale, infatti egli insisteva sull’esistenza di una

mente universale, così fortemente da arrivare a immaginare, certe volte, che le identità individuali

fossero praticamente intercambiabili. In questo contesto utilizza i termini privato e pubblico in

maniera differente da quello consueto, ovvero privato come il manierismo idiosincratico e pubblico

non per l’arena sociale ma per le correnti di energia intellettuale.

In ogni intelligenza umana si trova il potere di riconsiderare la propria percezione superficiale, la

teoria del Self-Reliance non è altro che un individualismo democratico, lanciato contro quello

liberale.

È anche vero, però, che gli uomini sembrano molto malleabili in relazione alle forze esterne, in

particolare quelle naturali; il paradosso potrebbe essere ovviato considerando che comunque ogni

uomo è nella stessa condizione degli altri.

Emerson è stato accusato, inoltre, di megalomania, ma l’ “Io” che egli utilizza all’interno delle

proprie opere deve essere inteso come un soggetto per l’umanità intera, e non per la singola

persona. La Self-Reliance è quindi una filosofia morale che spinge le persone a comportarsi come

credono piuttosto che come dice il resto dell’umanità, in accordo alle leggi della propria natura; la

disciplina della non-scelta è il modo che si ha per tutelarsi, almeno dall’irruenza e dalla conformità;

la solitudine di questa scelta di vita viene ripagata non solo dal comportamento morale, ma anche

dalla consapevolezza che questo non è stato modificato o influenzato da forze esterne. Ovviamente

questa necessita di un determinato tipo di società, abbastanza aperta da pensare con la propria testa. 12

Models: Napoleon Bonaparte and Margaret Fuller.

La Self-Reliance non è un luogo sicuro in cui vivere, ma semplicemente un obbiettivo da

raggiungere; Emerson propone anche il modello della persona self-reliant, ovvero l’Uomo Centrale,

che esiste come una serie di incontri con diversi tipi di eccellenza personificata. Se qualcuno, infatti,

deve essere l’Uomo Centrale, allora non sarà Dio o Socrate, ma sarà il sé, quasi come un sogno che

non si riconosce più.

Una volta, in riferimento a Margaret Fuller, sostenne che era una collezionista di personalità, ed

Emerson non fu da meno; credeva che la storia fosse un insieme di biografie, di letterature come

autorevoli espressioni del sé. Questo pensiero ritornerà diverse volte con alcuni contatti importati,

quali Mary Moody Emerson, Carlyle e Thoreau; per lui non esistevano confini tra la persona e il

testo, infatti la relazione epistolare che mantenne con queste persone non era superficiale, anzi li

considerava come le persone più vicine che aveva. Mary Moody Emerson influenzò profondamente

il nipote attraverso le sue lettere e i suoi giornali, i suoi scritti, e allo stesso modo il nipote influenzò

la zia; anche con Carlyle mantenne una relazione epistolare per più di 40 anni, ma Emerson non

venne mai apprezzato per questo suo talento di scrittore di lettere.

La sua teoria dell’Uomo Centrale nacque principalmente attraverso la stesura di The

Rappresentative Men, ritratti di sei personaggi, in cui spiccano Socrate e Shakespeare, seguiti da

Swendenborg, Montaigne, Napoleone e Goethe.

“Rappresentative” è un termine che viene scelto con molta cura, in riferimento alla teoria dell’eroe

di Carlyle, secondo cui questa figura non supera ma perché rappresenta i suoi sostenitori; i

Rappresentative Men infatti non sono della autorità, ma immagini della potenzialità umana.

Ironicamente, Napoleone sembra essere la figura che più di tutte si avvicina alla Self-Reliance,

infatti sebbene divenne un despota rimaneva un uomo del popolo. Fu un uomo istruito, un uomo che

sapeva cosa volesse dire lavorare, mai stanco, una sorta di apoteosi di un manager di business

energico; Emerson lo descrive come l’incarnazione della democrazia, perché fu il nemico giurato di

aristocratici e dei ricchi. Fu una trasposizione maliziosa, dal momento che all’epoca la fama di

Napoleone era arrivata ovunque, fu una delle figure più biografate dell’epoca, a partire da Guerra e

Pace; il Napoleone di Emerson è l’uomo del popolo e della classe media, ma non un gentiluomo: un

impostore e un furfante.

Potrebbe essere ricollegato al Capito Ahab di Moby Dick, dal momento che viene rappresentato

come simbolo dell’anticonformità, il capitano d’industria; come Melville crea un narratore, Ismaele,

che sente sia il potere di Ahab che la sua retrocessione, allo stesso modo Emerson aggiunge una

pagina di riflessione alla fine. Utilizza questo spazio per affermare che non esiste veramente una

suddivisione tra conservativi e democratici, che il mondo nuovo deriva da quella vecchio.

Il saggio su Napoleone in realtà contiene una riflessione tra le righe, ovvero se esista o meno la

possibilità di una rivoluzione democratica.

Qui Emerson conduce una riflessione sull’individualismo nel contesto atlantico, utilizzando il

ritratto di Napoleone quasi a voler dire che la Self-Reliance come la democrazia sono attuabili solo

negli Stai Uniti; Emerson fu molto legato al proprio luogo d’origine, tanto che non desiderò mai

lasciare Boston, e la considerava terra fertile per l’attuazione delle proprie teorie. Il fatto che il suo

ritratto preceda quello di Goethe, invece, non implica una suddivisione di tipo nazionale, quanto

un’esplicazione del fatto che il proprio scopo è dare ritratti di uomini di tutto il mondo.

Come per Bonaparte, Emerson realizzò un ritratto anche di una sua cara amica, quale Margaret

Fuller; tratta dei suoi libri e del suo pensiero con toni più intimi, all’interno di un memoriale diviso

in tre parte per tre amici, subito dopo la morte della donna dovuta a un naufragio. Cosciente o

meno, Emerson si approcciò alla scrittura del memoriale più come a un genere androgeno che nei

suoi saggi di uomini eminenti deceduti; infatti in Rappresentative Men egli include solo maschi,

nessuna donna prima del 1880 gli interessò molto, nemmeno Saffo, Elisabetta I o Caterina la 13


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Muriko95

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7 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Muriko95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura angloamericana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tattoni Igina.

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