Luigi Pirandello: "Ciaulà scopre la luna"
A livello sintattico il componimento è piuttosto semplice e scorrevole; scritto nei primi anni del Novecento, il lessico è molto simile all'italiano contemporaneo, eccezione fatta per alcuni termini in dialetto siciliano adeguatamente riportati in corsivo.
Confronto con altre opere
A livello contenutistico la novella può essere messa a confronto con altre due grandi opere di autori italiani: il verista Giovanni Verga del XX secolo e il decadente Gabriele D'Annunzio a lui contemporaneo. L'opera può sembrare una ripresa nei temi affrontati nella famosa novella "Rosso Malpelo" di Giovanni Verga, per via delle ambientazioni, del contesto sociale, dei personaggi e la storia stessa. Allo stesso tempo però appare molto diverso lo stile con cui le opere sono state scritte. Nell'opera verista, il racconto è del tutto oggettivo, privo di considerazioni e narrato dal punto di vista interno alla vicenda, e al contempo diverso da quello dei protagonisti; mentre nella novella in questione, nonostante l'incipit verista, lo scrittore si perde tra i diversi caratteri e personaggi, immedesimandosi in essi, lasciando libero sfogo ai loro pensieri, descrivendo le situazioni che devono affrontare, come si può notare nel momento della risalita dalla miniera di Ciaula.
Personaggi principali a confronto
Differenti sono anche i due personaggi principali: Rosso Malpelo viene descritto come un ragazzo che ha sviluppato le proprie caratteristiche e la propria personalità a causa della pressione e delle angherie subite e nonostante ciò, sviluppa anche una propria filosofia di vita, diventando in questo modo un personaggio altamente intellettuale e in grado di prendere coscienza delle sue azioni; al contrario Ciaula non è altro che un povero sventurato afflitto da una minorità mentale che non gli permette di elaborare pensieri articolati su ciò che lo circonda e sul suo agire. Ciaula vive una vita fatta di istinto, ed è per questo che il racconto di Pirandello non ha nessun esito di denuncia sociale, ma è solo un mezzo per trattare un’altra tematica, simbolica, che è quella della rinascita, come si può notare dalle diverse espressioni utilizzate nelle ultime scene della vicenda, quando più volte la montagna viene descritta come madre, le sue gallerie come il ventre e Ciaula come il bambino nascituro.
Conclusione e simbolismo
La conclusione della storia invece rimanda a tutt'altro genere e un altro autore, il decadentismo di D'Annunzio. Ciò a causa della descrizione della luce lunare come aurea argentea che richiama il "viso di perla" e le altre brezze descritte nelle liriche contenute nell'Alcyone dall'esteta, ma nuovamente anche in questo secondo parallelismo è possibile riscontrare un ulteriore simbolismo dovuto all'apparizione teofanica della Luna, che simboleggia la divinità egizia Iside che secondo la mitologia presiedeva alla risurrezione, svincolando la novella dal piano reale e oggettivo e proiettandola in un piano panico e astratto.
Descrizione dell'ambiente e analisi interiore
Luigi descrive l'ambiente tipico della zolfatara siciliana dove la condizione dei lavoratori è di sfruttamento. L'aspetto su cui si concentra di più è l'analisi interiore degli individui. L'ambiente delle cave è tipico delle sue novelle perché sono il simbolo della miseria. All'interno di esse c'è una gerarchia composta da persone di basso ceto e Cacciagallina non è un galantuomo perché al di fuori della miniera non conta nulla. Pirandello, nelle sue novelle, è sempre impersonale quindi fa trasparire le sue idee dalla bocca di altri e questo avviene quando i lavoratori, Zi' Scarda escluso, si burlano di Cacciagallina: "Quegli altri... eccoli là, s'allontanavano giù per la stradetta che conduceva a Comitini; ridevano e gridavano: - Ecco, sì! tienti forte codesto, Cacciagallì! Telo riempirà lui il calcherone per domani!"
Con l'espressione "tieniti forte codesto" ci dà la sua visione del mondo e proprio da essa si percepisce il riso amaro. La giustificazione di Cacciagallina da parte di Zi' Scarda è tipica di chi non può difendersi il quale tende a giustificare i comportamenti del proprio carnefice. "Veramente, tra gli aspetti di quei luoghi, strideva quella loro allegria, quella velleità di baldanza giovanile. Nelle dure facce quasi spente dal buio crudo delle cave sotterranee, nel corpo sfiancato dalla fatica quotidiana, nelle vesti strappate, avevano il livido squallore di quelle terre senza un filo d'erba, sforacchiate dalle zolfare, come da tanti enormi formicai."
Pirandello ci offre la descrizione dei minatori come se fossero lo "specchio" dei luoghi in cui vivono e la loro descrizione viene collegata a quella del territorio che ci riconduce alle cave con l'espressione come da tanti enormi formicai (la formica è il simbolo dell'operosità ma in quei luoghi è insignificante, come i lavoratori che lavorano nelle cave).
I momenti di alto pathos sono intervallati da altri di apparente distacco che sembrano alleggerire la tensione ma che in realtà la aumentano. Con l'episodio della lacrima di Zi' Scarda tutto questo è ben visibile: la lacrima per lui è una rassicurazione perché lo faceva sentire umano dato che nella miniera il senso di umanità è assente. Pirandello descrive accuratamente ogni passaggio del percorso compiuto dalla lacrima e ogni movimento di Zi' Scarda per accoglierla e descrive che, nel suo viso, si era formato un solco su cui passavano tutte le altre lacrime. Esso esprime un collegamento con la miniera dove il solco è il simbolo del male del mondo.
Questo momento di alto pathos, tipico della novella, viene interrotto da un apparente distacco dove compare l'ironia amara di Pirandello "gli altri, chi il vizio del fumo, chi quello del vino; lui aveva il vizio della sua lagrima." il momento sembra di distacco, ma in realtà aumenta la tensione. Tutta questa parte descrittiva è solo una preparazione alla vita di Zi' Scarda. Infatti, poco dopo, Pirandello descrive il momento dello scoppio della mina dove Zi' Scarda rimane ferito e suo figlio muore. In ricordo di quel figlio (Calicchio), ogni tanto scendeva una lacrima di dolore (più grossa e più amara), che Zi' Scarda riconosceva al volo. Proprio per via di quell'increscioso episodio egli lavorava ancora e Pirandello descrive il momento della sua paga come un'opera di carità.
"Lavorava più e meglio di un giovane; ma ogni sabato sera, la paga gli era data, e per dir la verità lui stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero"
Questo dà un'immagine di disperazione che rende ancora più evidente lo squallore di quel mondo disumano anche perché, di regola, uno dell'età di Zi' Scarda non poteva più lavorare. Dopo la descrizione del momento dell'ammutinamento, il personaggio di Ciaula viene introdotto nella novella. La prima descrizione è di un personaggio simile ad una bestia (dal punto di vista sociale) che ci riporta alla descrizione dello squallore all'inizio della novella: il livido squallore di quelle terre senza un filo d'erba, sforacchiate dalle zolfatare, come da tanti enormi formicai. Anche la descrizione di Ciaula alterna momenti di alto pathos ad altri di apparente distacco.
Questa descrizione si differenzia da quella di Zi' Scarda dal frequente uso degli elementi simbolici che ci portano a catalogare Ciaula come un cane randagio. Il panciotto che lui indossa è l'unico simbolo che non riguarda la sua apparenza.
"Un panciotto bello largo e lungo, avuto in elemosina, che doveva essere stato un tempo elegantissimo e sopraffino (ora il luridume vi aveva fatto una tal roccia, che a posarlo per terra stava ritto)."
Questo panciotto può essere visto come l'uomo che diventa minatore: una volta in miniera non conta la provenienza sociale, si è tutti miseri e umili. Ciaula è un emarginato ma è anche un emarginato nel mondo degli emarginati. Ciò è più evidente dal confronto con gli altri minatori; ognuno di loro ha un mondo parallelo alla miniera: Zi' Scarda ha la sua famiglia come anche gli altri minatori, Ciaula no. La diversità di Ciaula diventa evidente nel momento in cui Pirandello descrive il rapporto del garzone con la miniera e con il buio: è qui che si riesce a vedere la vera natura di Ciaula.
"Toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno."
Per Ciaula la miniera è il punto di riferimento perché, nella sua diversità, essa è come la sua casa. Per Ciaula, il buio della miniera è piacevole e le ombre che crea lo rassicurano, ma il buio della notte gli incute timore perché, per lui, rappresenta la solitudine e l'abbandono. Il senso della solitudine viene spiegato attraverso l'episodio dello scoppio della mina.
Italo Svevo: "Vino generoso"
“Vino generoso” è una semplice e breve novella, scritta in prima persona. Il racconto si svolge nell’arco di una sola giornata e prende avvio dalla cena della vigilia di nozze di una nipote della moglie del protagonista. Durante questa cena il vecchio assapora la libertà, in quanto aveva ricevuto il permesso dal dottore di astenersi dalla dieta a cui era stato obbligato, il vecchio mangia a volontà e beve senza sosta, spezzando le metaforiche catene che lo avevano legato ad una prigionia fatta di dieta e medicinali, in cui, la moglie e la figlia Emma figuravano come carcerieri. Il vino rappresenta il mezzo della sua libertà e il mezzo attraverso il cui egli vuol dare libero sfogo alla sua naturale disposizione che dice essere l’altruismo e la generosità, fino ad allora imprigionate.
Tuttavia, il vino, anziché stimolare slanci di generosità, tira fuori l’indole irosa e cattiva del vecchio che però non riconosce la natura rancorosa dei suoi rimproveri ma anzi pensa di parlare mosso da sentimenti positivi. In particolare il vecchio rivolge la sua rabbia verso due giovani, ossia verso chi, a differenza di lui, può godere dei piaceri e delle gioie della vita, questi due giovani sono:
- Il nipote Giovanni, un uomo di 100 kg accusato di furberia
- Alberi che obbedendo ad un comando della moglie del vecchio tenta di togliergli il bicchiere del vino
Ora, al termine della cena, quando la compagnia si è ormai allontanata, al vecchio viene in mente il nome di Anna e si ricorda di qualcosa che aveva apparentemente dimenticato, ossia che Anna era stata il suo unico delitto d’amore e con lei aveva avuto una relazione fino a poco tempo prima di sposarsi con la moglie. (recupero del rimosso) Con il ricordo di questa storia riemerge anche il dolore che probabilmente lui aveva causato, tuttavia, anche in questo caso, il vecchio si giustifica con il fatto che Anna si era felicemente sposata poco tempo dopo di lui.
A questo punto, alquanto turbato, si corica e ingaggia una vera e propria lotta contro il letto a differenza della moglie che si corica subito (la moglie rappresenta una creatura ottocentesca, pre-freudiana, per cui è capace di dormire un sonno leggero e tranquillo, diversamente il vecchio rappresenta un personaggio novecentesco, ossia un uomo complessato e scisso (fra conscio e inconscio ed infatti non appena chiude gli occhi gli appare davanti un’immagine composta di tanti piccoli occhi che, alla fine, si trasformano in un unico occhio malizioso e malevolo che rappresenta l’occhio del demonio su di sé e sulle proprie pulsioni). Ad ogni modo il vecchio grazie all’aiuto di alcune gocce dategli dalla moglie si addormenta e fa un sonno caratterizzato dal ritorno di quelle pulsioni che egli aveva rimosso dalla propria vita conscia e che, il vino, in qualità di mezzo di recupero del rimosso inconscio, aveva iniziato a tirare fuori dall’oblio.
La prima apparizione del sogno è infatti il fantasma di Anna che lo accompagna fino all’ingresso di una vasta e buia grotta in cui regna un’atmosfera asfissiante (che richiama il clima della prima guerra mondiale). Nella grotta è custodita una cassa di vetro in cui si trova la morte e nel sogno il vecchio opera la sua vendetta nei confronti di Giovanni e Alberi, in realtà la vendetta non si compie pienamente e si trasforma in una congiura ai danni del vecchio. La morte infatti non tocca ai due ma al terzo arrivato, ossia a lui che viene, così, condotto verso la cassa di vetro. Il terrore del vecchio di fronte alla sua condanna a morte si conclude con n’esplosione di egoismo, egli infatti supplica di far prendere alla figlia il suo posto. A questo punto il vecchio si desta di soprassalto, totalmente sconvolto dal contenuto del proprio sogno che costituisce infatti la manifestazione di un egoismo senza scrupoli che voleva anteporre la morte della propria figlia; ripresa coscienza prova subito vergogna, ma poi, con la luce del sole, questi sentimenti svaniscono. Il vecchio infatti si riappropria della rimozione conscia ed in virtù di essa disconosce il sogno come prodotto della propria interiorità e lo imputa ad una causa organica, ossia al troppo vino e al troppo cibo, ripulendo così la propria coscienza dal senso di colpa e tornando ad essere un personaggio ottocentesco, fiero di sé e della propria capacità d’azione, convinto di poter saltare nella cassa al prossimo sogno. Questo disconoscimento è tipico della vita conscia nei confronti del rimosso inconscio.
Federigo Tozzi: "La capanna"
"La capanna", pubblicata nel 1919 in rivista, è uno dei suoi capolavori, incentrato come spesso in lui sul rapporto e conflitto tra figlio e padre (che è anche altre cose, per prima Dio), qui con sfumature ancor più ricche del consueto nella compresenza di odio e amore. Ed è un tema che appare insieme un referto esatto della società contadina toscana dei suoi tempi e un punto archimedico del suo vivacissimo interesse per la psicologia, con letture che vanno da Walter James a Freud stesso. Tuttavia nel vero e originalissimo scrittore che Tozzi è stato non dobbiamo aspettarci né illustrazioni convenzionali né semplici trasposizioni psicologiche, ma una profonda esplorazione dell'animo umano e delle relazioni familiari complesse e stratificate.
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