Fattori di rischio e genetica nei disturbi dello spettro autistico
Sono fattori di rischio, perché è stata documentata una maggiore frequenza nelle storie anamnestiche post natali dei soggetti con disturbi dello spettro, l’immaturità e il basso peso alla nascita (sono poi fattori di rischio per tutti i disturbi dello sviluppo).
Ereditarietà dei disturbi dello spettro autistico
Tornando all’ereditarietà dei disturbi dello spettro autistico, abbiamo visto un tasso di ricorrenza nei fratelli che varia dal 3 al 9%. Gli studi famigliari e gemellari sono coerenti nell’indicare che c’è un’ereditabilità di circa il 90%; tuttavia l’autismo non è tra le patologie psichiatriche quella che ha il maggior tasso di ereditabilità. Questa scoperta ha alimentato una serie di studi di ricerca del gene dell’autismo: quello che si è scoperto è che ci sono alcune mutazioni genetiche che si associano a disturbi dello spettro autistico ma in realtà il gene dell’autismo non è mai stato individuato.
Da una parte si sono tenuti in considerazione tutti quei casi in cui esiste un’alterazione genetica documentata, esiste una sindrome caratterizzante in cui un’alterazione genetica può essere ad esempio la sindrome del X fragile, che hanno anche come ricaduta fenotipica lo sviluppo di un disturbo dello spettro. Ma la stragrande maggioranza dei disturbi dello spettro autistico che non ha le caratteristiche di una sindrome e quindi rimanda a quadri sia fenotipici che genetici estremamente eterogenei nei quali è impensabile documentare la presenza di un’unica mutazione genetica. È invece molto più plausibile pensare ad una molteplicità di linee genetiche che conducono a un fenotipo finale comune che significa disturbo dello spettro, che poi si declina nei singoli individui con sintomatologie di gravità e di interferenza con la vita quotidiana molto diverse.
Fattori epigenetici e ambientali
Non soltanto sono implicate vie genetiche molteplici, ma vi è anche un’importanza dei fattori epigenetici ed ambientali che potrebbero fare poi la differenza rispetto alla traduzione fenotipica. Se pensiamo che i tratti del fenotipo autistico coi correlati genetici siano distribuiti nella popolazione secondo una curva, avremmo ai due estremi da una parte le forme di autismo associate a sindromi dovute a un disordine genetico singolo e tendenzialmente ereditabili, all’altro estremi quadri dei disturbi dello spettro generalmente severi provocati da mutazioni de novo che hanno un effetto importante, che riguardano siti multipli e che hanno ricadute impegnative sul fenotipo. I due estremi ricoprono una percentuale di disturbi dello spettro bassa.
Soglie e predisposizione genetica
Sono state ipotizzate due soglie: una prima in cui a fronte di una predisposizione genetica di un certo tipo è il processo epigenetico che poi porta ad un fenotipo generalmente lieve che viene definito fenotipo allargato. Una seconda soglia, invece, in cui il ruolo dei fattori epigenetici è meno importante ed è più importante il carico genetico del soggetto e il fenotipo è già in partenza più severo.
Applicazione clinica delle conoscenze genetiche
La questione è come tradurre queste conoscenze in strumenti che possano essere applicati nella clinica dei disturbi dello spettro. Sono state emesse delle linee guida nel 2007 secondo cui lo screening genetico non è effettuato di routine nei casi di autismo non sindromico, cioè in quei casi in cui non vi è nessun elemento che ci faccia sospettare l’esistenza di una sindrome come tratti dismorfici, ritardi cognitivi, di sviluppo psicomotorio e familiarità per ritardo mentale.
Le indicazioni per fare uno screening genetico sono: la presenza di una disabilità cognitiva, storia familiare di disabilità cognitiva e la presenza di dismorfismi. Se poi andiamo a cercare cosa queste alterazioni genetiche determinano a livello dello sviluppo di determinate aree cerebrali troviamo molto poco; quello che comincia ad emergere è che ci sono delle alterazioni nei processi di integrazione neurale a carico delle regioni frontali coinvolti nello stabilire le connessioni fra regioni implicate nei processi di decodifica e di elaborazione sociale (il cosiddetto social brain che coinvolge le regioni frontali, temporali e amigdala).
Ipotesi sugli insulti precoci
Un articolo recente del 2013 ipotizzerebbe un insulto precoce a carico di alcuni circuiti che sono alla base del danno rispetto alla flessibilità dei processi di orientamento dell’attenzione a stimoli rilevanti. Gli stimoli rilevanti per l’amigdala sarebbero quelli pericolosi in quanto l’amigdala ha il ruolo di riconoscere il pericolo nell’ambiente.
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Psicopatologia dello sviluppo - nuovi studi e nuovi orizzonti nei disturbi dello spettro autistico
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