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Psicopatologia del linguaggio in età evolutiva – Idee deliranti Appunti scolastici Premium

Appunti di Psicopatologia del linguaggio in età evolutiva – Idee deliranti. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Patologie del cervello- neuropatie,Disturbi della mente- psicopatologie , Linguaggio, Edelman –Teoria genetico-biologica, ecc.

Esame di Psicopatologia del linguaggio in età evolutiva docente Prof. D. Metro

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quadri diagnostici più generali, appunto per questo un’indagine peculiare viene fatta grazie al

linguaggio: la manifestazione più evidente.

Esistono molti fattori di rischio, sia biologici che psicologici, in particolare la classe sociale,l’età e il

sesso, le complicazioni ostetriche pre e perinatali(gravidanza sottopeso),l’abuso di

sostanze(droghe anche leggere), lo stress(materno) e la locazione grafica, fattori che non causano

il disturbo, ma ne possono modificare l’evoluzione e l’esito (soprattutto l’influenza della classe

sociale): secondo la spiegazione della causazione sociale le condizioni ambientali avverse

anticiperebbero l’età di inizio della S. Sappiamo bene che le condizioni sociali in cui vive un sogg

schizofrenico non determina l’anticipo dei primi sintomi, ma più semplicemente i soggetti

appartenenti ad una classe sociale più elevata hanno più probabilità di seguire una terapia che ne

faciliti l’esito positivo, anche se non c’è guarigione. Inoltre nessuno studio epidemiologico ha potuto

confermare le ipotesi riguardo il possibile decremento o aumento della S dovuto alla crescente

civilizzazione. Tutte queste caratteristiche e fattori della S hanno condotto diversi studiosi verso

un’ulteriore ipotesi, quella dell’origine genetica, è stata appunto lo studio delle storie familiari ad

aprire la strada alla ricerca dei fattori ereditari della schizofrenia anche se comunque non è stato

ancora definito un modello fondato di ereditabilità, o un gene specifico associato. Esistono due

ipotesi forti riguardo l’origine genetica delle psicosi: la teoria Rigt Shift M.Annett e la tesi dello

speciation event di T.Crow. Secondo la psichiatria evoluzionistica la S sarebbe il risvolto negativo,

il prezzo da pagare, per un particolare evento che ha determinato l’evoluzione dell’uomo, questo

evento è la lateralizzazione, il vantaggio evolutivo che scinde la differenziazione dell’homo sapiens

dal resto degli ominidi, quindi, il risultato di una mutazione genetica che ha comportato una

variazione dell’assetto anatomico del cervello: la struttura cerebrale divenuta asimmetrica ha

consentito una distinzione funzionale dei compiti cognitivi, garantendo un potenziamento delle

facoltà mentali dell’uomo, come il linguaggio, dunque la lateralizzazione sarebbe la causa del

deficit schizofrenico. Tim Crow fa supporre l’esistenza di un legame tra lateralizzazione e

schizofrenia afferma che: l’ipotesi genetica pura sulle cause della S non tiene conto del fatto che

gli schizofrenici hanno una vita di relazione molto esigua. La Teoria del gene agnosico di Annett

intende dimostrare l’esistenza di un gene RS che influenza la tipica e normale asimmetria

cerebrale, in condizioni normali il gene RS agisce a discapito dell’emisfero destro che è funzionale

alla gestione della potenza della mente umana: associa un forte vantaggio evolutivo al genotipo

eterozigote che è formato da un allele dominante (RS+, permette l’espressione del gene) e uno

recessivo (RS-,la impedisce) la cui azione produrrà un deficit singolo nell’emisfero destro, che ne

determinerà una migliore gestione; se il genotipo è formato da RS++, il gene andrà a colpire con

un doppio deficit l’emisfero provocando un indebolimento, se è omozigote RS- - non permette

l’espressione del gene e la lateralizzazione. In sostanza la lateralizzazione è funzione dell’azione

del gene RS che arresta lo sviluppo delle aree neocorticale correlate al linguaggio: la patologia

emerge quando l’allele RS+ è appaiato con la sua mutazione, il gene agnosico (RS+a) ,per la

destra e la sinistra, che ha perso le istruzioni direzionali, cioè, questo gene potrebbe danneggiare

a random l’emisfero destro o sinistro (allele mutato si potrebbe congiungere o con un allele

dominante o recessivo); si può concludere che la sua ipotesi correla la S. ad una lateralizzazione

alterata geneticamente. T.Crow aggiunge un elemento fondamentale alla spiegazione evolutivo-

genetica delle S, la connessione con il linguaggio: è responsabile un gene però le sue

manifestazioni sono linguistiche. La variazione del grado di lateralizzazione è specie-specifica

del’homo sapiens, ed è associata con la capacità per il linguaggio che caratterizza la nostra

specie, dunque, il cambiamento genetico (speciation event) che ha consentito il vantaggio

evolutivo ha permesso ai due emisferi di svilupparsi indipendentemente, fondamentale è il ruolo

del corpo calloso che gestisce i tempi di trasmissione intraemisferica: il grado di lateralizzazione è

importante sia per le capacità accademiche che soprattutto per la predisposizione alla S, correlata

a sua volta all’asimmetria cerebrale, il gene della lateralizzazione è locato,secondo Crow, su un

cromosoma sessuale. Secondo Crow la S sarebbe il prezzo che l’uomo paga al linguaggio

essendo questo funzione della lateralizzazione. La disfunzione profonda della lateralizzazione

genera diversi disturbi, e coinvolge in primo luogo il linguaggio, installatosi nella struttura cerebrale

grazie alla divisione funzionale dei compiti tra i due emisferi. In sostanza considera la S specifica

dell’uomo perché determinata dalla modificazione di una struttura altamente specie-specifica,

quella che ha determinato il salto evolutivo del sapiens-sapiens. Senza il gene che ha differenziato

gli emisferi non sarebbe esistita la specie umana, l’asimmetria sarebbe quindi una conquista

evolutiva recente, che ha subito molte smentite dagli studi paleo linguistici, i quali evidenziano che

la S sia molto più antica dell’homo sapiens era presente anche negli ominidi, dal loro punto di vista

la mutazione che avviene nella lateralizzazione è responsabile della funzionalizzazione

indipendentemente dagli emisferi. Anche gli etologi sono su quest’ottica, nel senso che forniscono

prove dell’impossibilità che la lateralizzazione abbia causato il salto evolutivo dell’uomo moderno.

Possiamo affermare che la lateralizzazione più che un elemento di distinzione evolutiva dell’uomo

può essere considerato un universale transpecifico. Secondo Crow i disturbi linguistici dello S non

sono strettamente legati all’alterazione dei processi di lateralizzazione, perché se così fosse le sue

prestazioni articolatorie e sintattiche dovrebbero essere danneggiate. Invece appunto la

caratteristica del linguaggio è la sua assoluta correttezza, il suo rigoroso articolarsi in strutture

sintattiche complesse, ed alcuni studiosi hanno dimostrato che queste non sono di certo dovute a

deficit: il difetto risiederebbe nell’incapacità di radicamento ontologico del linguaggio. Sarebbe,

dunque, la struttura anatomica lateralizzata a determinare la specificità delle funzioni superiori, non

il contrario: la lateralizzazione anatomica e funzionale potrebbe essere considerata da questo

punto di vista un universale tran specifico. A fornire una spiegazione riguardo il legame tra

lateralizzazione e processi evolutivi fu la psichiatria evoluzionista, da qui nacque la necessità a

formulare una nuova ipotesi filosofico-linguistica che analizzi e interpreti il rapporto tra modalità di

esistenza (psicotica e normale) e forme di vita linguistiche. Nel caso delle psicopatologie è proprio

il concetto di specie-specificità ad assumere un ruolo importante: uno dei primi ad utilizzare questo

approccio fu Chomsky nella sua linguistica cartesiana, a seguito Lorenz, tuttavia nell’etologia

contemporanea si parte dal presupposto che il comportamento è determinato in gran parte da

adattamenti filogenetici sotto forma di coordinazioni ereditarie e meccanismi scatenanti innati.

Sottraendo tutti gli stimoli esterni nel comportamento della specie, emergerà solo ciò che è

effettivamente determinato dalla dotazione filogenetica, tale dotazione è costituita solo da tutto ciò

che non può andare in altro modo da come in realtà va; la quantità di comportamenti specie-

specifici è estremamente variabile, infatti l’etologia tende a distinguere 2 specie: tendenzialmente

stenotopiche, con forte tasso di meccanismo specie-specifico, e tendenzialmente euritopiche,

tasso molto basso. Sembra che anche gli animali abbiamo, oltre che delle patologie legate a

natura organica, delle manifestazioni legate a malattie psichiche, è presente stress, sofferenza

fisica e psicologica, sentimenti frustranti, comunque il disagio psicologico animale è l’esito

dell’incapacità di adattarsi all’ambiente, infatti, in alcuni casi il comportamento anomalo

dell’animale può configurarsi come un vero e proprio atto psicotico, un atto determinato da paure

apparentemente inspiegabili e incontrollabili. La psichiatria clinico-farmacologica ha cercato di

ricreare in laboratorio condizioni nelle quali si potevano osservare i cambiamenti dell’animale nella

vista di persone estranee e/o conosciute in modo da poter definire “modelli animali di schizofrenia”.

Più di recente sono state studiate lesioni ippocampali nei ratti e nelle scimmie che

provocherebbero sintomi analoghi a quelli dei soggetti schizofrenici umani; alcuni hanno ipotizzato

che alcuni virus animali possono trasmettersi agli uomini provocando effetti simili a quelli della

depressione e S. Fatto sta che tutti i sintomi della malattia mentale animale (disagio psichico e

reazioni alle frustrazioni ambientali) non assumono mai il carattere di un’esplicita

rappresentazione, senza la quale le psicosi, e la S,non possono neppure essere definiti. Il

linguaggio permette all’uomo di dare senso alle proprie esperienze, la sua perdita o alterazione

funzionale comporta il distacco esistenziale da un mondo di significati socialmente condiviso,

l’alienazione. Viene proposto un modello evolutivo in cui viene esplicitata la doppia origine del

linguaggio:il linguaggio nasce prima dal punto di vista organico seguendo tappe evolutive

complesse: la sua costituzione strutturale; in un secondo momento viene utilizzato per attribuire

significato alle cose e alle esperienze. Dunque, secondo tale, il linguaggio è il frutto sia di

un’organizzazione strutturale acquisita tramite una mutazione che si è affermata rapidamente nella

popolazione come vantaggio riproduttivo, sia dell’origine semantico-relazionale, tiene conto del

perché l’uomo p l’unico essere vivente che può diventare psicotico: questa doppia

origine(strutturale e funzionale) implica la formazione di un ulteriore livello di semantica che

riguarda il riscontro tra il significato dell’enunciato e il significato realistico che assume per l’identità

soggettiva, è a questo livello che si colloca il deficit schizofrenico. La S sarebbe,quindi, una

malattia della seconda origine del linguaggio: quella che ci ha reso uomini in quanto produttori di

significati esistenziali.

Pinel, alla fine del ‘700, gettò le fondamenta della moderna psichiatria adottando il principio

opposto a quello della repressione, di norma praticato sino ad allora sugli alienati: la guarigione;

egli si interessa delle capacità cognitive indebolite sugli alienati e delle componenti funzionali

affette della psiche (es. processi discorsivi), procede a una descrizione delle turbe mentali che si

fonda sull’analisi delle facoltà che risultano compromesse nei vari tipi di alienazione, suddividendoli

in 2 gruppi principali: quelli in cui la malattia provoca un’alterazione del pensiero e quelli in cui

provoca un annullamento del pensiero. All’interno di questi individua una classificazione

nosografica dei profili cognitivi dei malati mentali distinti non in base alla gravità del disturbo, ma

secondo le capacità intellettive residue, prime fra tutte il linguaggio. Esquirol fornisce una

riflessione alla psicopatologia sulle caratteristiche linguistiche degli alienati: il linguaggio può infatti

dare un profilo della condizione del malato mentale, così da diventare l’elemento discriminatore dei

vari livelli di follia e delle capacità residuali presenti nei vari soggetti. La concezione di psichiatria

come scienza rigorosamente empirica trova compimento nella seconda metà dell’800: l’aspetto

cerebrale delle malattie mentali viene ricercato in ogni manifestazione sintomatologica, si

incominciano,infatti, a mappare le prime aree del cervello che presiedono determinate facoltà,

come il linguaggio e la memoria. Risultano varie posizioni in particolare l’antropoanalisi e la

psichiatria filosofica per interpretare le funzioni linguistiche in chiave vitalistica e naturalistica

affermando l’importanza del nesso tra linguaggio e esistenza: adesso le manifestazioni linguistiche

degli psicotici non sono strutture da analizzare quantitativamente in relazione all’uso normativo di

standard ma modalità alterate dell’esperienza vissute. Grazie all’approccio fenomenologico si evita

di sospendere ogni giudizio di merito e ogni confronto con criteri predefiniti dinnanzi alle

formulazioni linguistiche psicotiche: si cerca di indagare le tipologie di esperienze connesse alle

parole pronunciate dal soggetto. Il soggetto schizofrenico ha perso il fondamento ontologico delle

sue azioni, diventando in-capace a regolare armonicamente le sue attività linguistico-relazionali,

non esegue i comportamenti in maniera libera e presenta un linguaggio innaturale, vi è una rottura

della consequenzialità dell’esperienza naturale. Risulta adesso chiaro il motivo per cui la S,

secondo il paradigma antropoanalitico-filosofico, non si presta ad interpretazioni organicistiche, ma

alla costruzione linguistica dell’esperienza, il rapporto che il soggetto instaura col mondo. Lo

schizofrenico è intrappolato in una tematizzazione continua dunque l’essere nel mondo è

sclerotizzato su un unico piano, quello dell’imprinting psico-relazionale con un mondo respingente,

dunque egli è obbligato ad un razionalismo morboso. Lo S soffre dell’equilibrio schizo-sintonico. Il

linguaggio quindi oltre ad essere una potenza combinatoria e semantica è innanzitutto

corporificazione del pensiero che racconta le varie istanze del vissuto di ogni individuo. In sostanza

i doggetti malati di mente soffrono di una riduzione della complessità dei fenomeni psicologici

determinata da una mancanza di cooperazione tra la rappresentazione interiore, sempre intatta ed

esteriore, disturbata per l’interazione con l’ambiente.

Le scienze cognitive hanno prodotto un cambiamento nel quadro culturale introducendo, alla base

degli studi linguistici, semiotici, psicologi e informatici, un nuovo campo d’interesse affine alla

psicopatologia, hanno dato diversi contributi alla psichiatria fornendo un’insieme di teorie; una

corrente al loro interno è il modularismo, sostiene l’esistenza di blocchi cerebrali (moduli) autonomi

che vengono organizzate secondo precise regole di campo interne al modulo stesso: il modulo

della percezione,della comprensione e del linguaggio – la cui descrizione teorica del

funzionamento adatta a spiegare il funzionamento dei meccanismi neuronali. Le manifestazioni

psicopatologiche sembrano essere accomunate da una tipica linguisticità, uno stile del tutto

particolare che rivela la natura stesa del disturbo mentale: la stranezza del parlare schizofrenico è

il timbro indelebile attraverso cui gli psichiatri e gli psicopatologi individuano i pazienti, è talmente

tipico da essere considerato indice diagnostico, l’analisi linguistica dunque fornisce l’unico mezzo

utilizzabile per permeare il nucleo della S. La composizione linguistica dello schizofrenico è simile

a quella dei giornali politici o dei saggi, e le caratteristiche della sua produzione poetica sono

riscontrabili anche nei giornali di costume, quindi la distinzione dello stile viene fatta su base

argomentativa: il discorso delirante risulta caratterizzato dall’uso di una convessità esagerata di

proposizioni in periodi lunghi in modo che possa funzionalizzarlo alla fuga delle idee, con un uso

corretto delle strutture sintattiche. Un altro indice importante da considerare è il rapporto

tipo/replica (type/token), cioè la relazione tra il numero di parole presenti nel testo e le loro

occorrenze, in quanto la manipolazione dei significati e la creazione di nuove parole è indice di uno

sforzo costruttivo del soggetto psicotico, non di un errore articolatorio o produttivo; i neologismi e i

paralogismi acquistano una funzione esistenziale per lo psicotico, è tramite questi che può varcare

i confini dell’uso semantico corrente, cioè essi si riferiscono ad una semantica differente da quella

condivisa che lo spinge a inventare significati nuovi. Il significato delle costruzioni linguistiche dello

schizofrenico si aggancia ad un sistema di rappresentazione che non si riferisce al mondo

esperienziale socialmente condiviso, ma ad un’esclusiva realtà linguistico-ontologica, tutta interna

alla logica autoconvalidante del delirio (autismo semantico).

Interpretazioni e modelli (3 parte)

Possiamo dire che la psicopatologia del linguaggio può essere definita sinteticamente come la

disciplina che studia i disturbi mentali attraverso l’osservazione dei comportamenti linguistici per

esplicitare i rapporti tra mondi logico-formali e mondi ontologici dei soggetti appartenenti alla

specie animale umana: si occupa di tutte quelle patologie che non sono riconducibili a danni nel

SNC, SNP o costitutivi di tipo genetico e del rapporto che vi è tra linguaggio ed esistenza. Il

dibattito sulla psicopatologia del linguaggio ha avuto il merito di trasformare una questione

specialistica in un problema di più ampia portata, la cui soluzione potrebbe recare contributo

fondamentale alla filosofia della mente e del linguaggio; psichiatri e filosofi hanno discusso a lungo

dei linguaggi della malattia mentale, avanzando ipotesi e interpretazioni. Le manifestazioni

linguistiche patologiche sono sempre riconducibili ad una reazione positiva che qualunque

organismo umano attaccato scatena per recuperare la sfuggente integrità, sono comportamenti

linguistici considerabili come un repertorio di attività cognitive in un certo senso obbligate a seguire

un andamento imprevisto e impenetrabile. La psicopatologia del linguaggio si mostra come uno dei

nodi teoricamente più intricati per le scienze della mente e del linguaggio, forse uno dei motivi sta

nel fatto che non vi sono nel malato anomalie linguistiche misurabili (resta il fatto che non esistono

stati cognitivi più gravi della S e paranoia) ma questo linguaggio levigato in superficie in realtà

nasconde universi del tutto anomali e comportamenti assolutamente invalidanti, il problema risiede

nel pensiero, nell’esistenza e nei processi cognitivi degli psicotici. La psichiatria filosofica aborrisce

la stessa idea affermando che di fronte alla perturbazione schizoafasica il linguaggio indica che il

soggetto è turbato da qualcosa di più profondo. Dalla neuropsichiatria e neuropsicologia cognitive

che vedono il discorso come un semplice momento del processo di elaborazione dell’informazione.

L’afasiologia,infine, ha proficuamente sperimentato le ipotesi sulla plasticità dei sistemi neurali

adattando la riabilitazione in funzione dell’età e dell’0entità del danno cerebrale. Lo stile

schizofrenico è governato da quel processo cognitivo chiamato razionalismo morboso o

consequenzialità penosa, che consiste proprio nell’applicare sino alle estreme conseguenze una

logica artificiale, da computer, cioè dal punto di vista linguistico lo psicotico sembra un computer,

perché il suo stile è generato da un processo che fa coincidere potenza e complessità. La potenza

nel computer sarebbe la rapidità ed efficienza dei procedimenti di calcolo di cui è capace, la sua

complessità la quantità di problemi pratici che il software riesce a risolvere (finitezza e

determinismo= funzioni di potenza; generabilità= funzioni di complessità). Quindi potremmo

definire deficit di potenza la tendenza a non rispettare le regole circoscritte al determinismo e alla

finitezza, e come deficit di complessità l’adeguatezza empirica del programma: quando il deficit di

potenza raggiunge il suo stato patologico avremo programmi incapaci di ragionare, incoerenti,

confusi e vaghi; la capacità cognitiva complessiva dei sistemi artificiali potrebbe essere allora

raffigurata come una relazione, simmetrica o asimmetrica, tra livelli di potenza e livelli di

complessità. Nei sistemi naturali si presuppone una tendenza spontanea alla pienezza cognitiva,

infatti solo la S e la paranoia sono considerati disturbi puri del software cognitivo, non sembrano

riguardare deficit di potenza anzi c’è un esubero di funzione è che la loro esibizione di potenza ha

qualcosa di artificiale, applicano comportamenti stereotipati e manieristici, sono incapaci di flettere

le regole in conformità alle situazioni, a conferire ai loro atti un’assenza di giudizio. La psichiatria

fenomenologica formula un metodo intuitivo, fondato sulle emozioni e sul linguaggio, che si

annuncia come un insight diagnostico capace di scorgere la presenza di una S di cui siamo sicuri

al di là di ogni considerazione razionale.Questa percezione immediata, intuitiva, si può

circoscrivere a una serie di punti chiave: schizofrenia e paranoia, pur con modalità diversa, sono

dominate da un solo progetto di vita, un nucleo delirante;al loro interno è abolito ogni processo di

delimitazione noetica; il comportamento psicotico si configura come una reazione di controllo delle

fonti di potenza all’illimitatezza del campo noetico; nella S il processo riduttivo si colloca soprattutto

a livello delle forme superficiali, le parole vengono spogliate da ogni riferimento pubblico; riduzione

linguistica e concentrazione tematica che impediscono in tutti e due i casi l’attenzione alla vita;

nella S l’attenuazione o scomparsa della tensione adattiva tende a ridurre gli spazi di conflittualità

internazionale e interpersonale;nella paranoia l’indebolimento dei processi evolutivo-adattivi

comporta un incremento cognitivo dell’aspirazione sintonica e una cancellazione dei fattori

corporei; in entrambi i casi la rappresentazione si accresce esclusivamente per omologia

ideazionale, i cerchi ideativi preesistenti. Janet riguardo al deficit psicotico aveva un’idea precisa:

la riduzione della complessità mentale, del numero di

elementi,sensazioni,immagini,movimenti,emozioni che normalmente riempiono il nostro campo

della coscienza e che ci danno il sentimento della realtà e del presente, deficit della funzione del

reale; il soggetto psicotico, come la macchina, applica un alto numero ma finito di regole solo per

reiterare la soluzione di un unico problema, la sua potenza è espandibile sino ad un certo punto,

mentre la sua complessità non può più crescere.

Modello globale del funzionamento del linguaggio

Esso dovrà dare risposta ai limiti e alle possibilità della struttura biologica, alle funzioni svolte dalla

potenza e all’architettura ontologica della complessità cognitiva, e, inoltre, dovrà essere capace di

chiarire la duplice opposizione tra artificialità e naturalità, e fisiologia e patologia dei sistemi

linguistico cognitivi.


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AUTORE

Sara F

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicopatologia del linguaggio in età evolutiva e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Metro Daniela.

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