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affettivamente le persone, come membri di un gruppo. La coesione ha molte

dimensione, difficili da misurare.

L’apprezzamento reciproco tra i membri può essere un indice relativamente

affidabile di coesione in piccoli gruppi dove le persone si conoscono l’un l’altra,

ma è un indice meno affidabile in gruppi allargati dove le persone non possono

conoscersi tutti come individui (come una nazione).

Pe risolvere il problema Hogg (1993) ha distinto tra:

A. Attrazione personale: per la persona che si ama, per i vecchi amici, è una

cosa personale.

B. Attrazione sociale: l’aspetto dell’apprezzamento che distingue i gruppi di

tutte le forme e deriva dall’identificazione con un gruppo.

Un caratteristica fondamentale dei gruppi, piccoli e grandi, è il loro sviluppo nel

tempo. John Levine e Dick Moreland (1994) hanno ideato un modello di

socializzazione di gruppo, ossia quella relazione dinamica tra il gruppo e i suoi

membri che descrive il percorso dei membri di un gruppo in termini di

coinvolgimento e di cambiamento di ruolo. I due studiosi hanno descritto il

percorso temporale degli individui all’interno dei gruppi tramite l’esperienza di

sviluppo di tre fondamentali processi:

1. La valutazione: un individuo giudica e valuta il gruppo e i suoi individui.

2. Il coinvolgimento: il gruppo e l’individuo lavorano insieme.

3. Transizione di ruolo, il ruolo dell’individuo all’interno del gruppo.

Nell’aspetto della transizione del ruolo, identifichiamo tre tipi generali di ruolo:

I. Non membro: i membri potenziali non entrati nel gruppo oppure gli ex

membri.

II. Quasi membro: i nuovi membri che non hanno raggiunto lo status di

membro a pieno titolo e i membri marginali che l’hanno perso.

III. Membro a pieno titolo: ruolo delle persone che vengono pienamente

identificate con il gruppo.

I criteri di transizione sono spesso formalizzati e pubblici, e i riti ritualizzati di

transizione o riti di iniziazione diventano una parte centrale della vita del gruppo,

con tre importanti funzioni:

A. Funzione simbolica: consentono il riconoscimento pubblico di un

cambiamento nell’identità.

B. Funzione di apprendistato: aiutano le persone ad abituarsi a nuovi ruoli e

standard normativi.

C. Funzione di fidelizzazione: per accrescere il coinvolgimento nel gruppo

(doni, permessi speciali).

I riti di iniziazione possono essere eventi piacevoli, come una laurea o un

matrimonio, o possono implicare dolore, come la circoncisione.

Struttura Dei Ruoli: Ruoli, Status, Rete Di Comunicazione E Sottogruppi

Ogni gruppo deve possedere una struttura, un’articolazione entro ruoli differenti

che spesso si differenziano in merito al ruolo e al prestigio.

Quando parliamo di “ruoli”, parliamo di quei modelli di comportamento che

distinguono le differenti attività all’interno del gruppo e che si collegano gli uni

agli altri a maggior vantaggio del gruppo.

I ruoli possono essere informali e impliciti, e emergono nel gruppo per delineare

una divisione del lavoro.

Generalmente, i ruoli agevolano il funzionamento del gruppo; tuttavia, un ruolo

interpretato in maniera inflessibile può rilevarsi dannoso. Di solito le persone

rivestono un solo ruolo, anche se possono spaziare.

Non tutti i ruoli sono uguali: alcuni hanno uno status più elevato degli altri. I ruoli

con uno status elevato sono valutati/considerati prestigiosi dal gruppo e

consentono a chi li occupa di essere innovativo e influente.

Nella maggior parte dei gruppi, il ruolo con lo status più alto è quello del leader.

Secondo la teoria “dell’aspettativa di status” (Ridgeway, 2001), lo status

all’interno di un gruppo deriva da due distinti insiemi di caratteristiche:

1. Le caratteristiche dello status specifico sono gli attributi che riguardano

direttamente l’abilità della persone nel compito del gruppo (come essere

un buon musicista in una band).

2. Le caratteristiche dello status generale sono gli attributi che sono valutati

generalmente in modo positivo o negativo dalla società (essere in buona

salute, svolgere un lavoro manuale, etc.).

Indipendentemente dal proprio ruolo, le persone che fanno parte di un gruppo di

solito coordinano le proprie azioni, tramite delle reti di comunicazione,

quell’insieme di regole che governano il modo in cui avrà luogo la comunicazione

tra i differenti ruoli di un gruppo. Le reti sono spesso rigidamente formalizzate.

Alex Bavelas (1950) ha osservato che le reti differiscono nel grado di

centralizzazione. In quelle di tipo centralizzato tutte le comunicazione circolano

passando per un centro di comunicazione o punto centrale, mentre in quelle di

tipo decentralizzato ogni ruolo può comunicare direttamente con ogni altro.

Oltre ai differenti ruoli, i gruppi contengono anche i sottogruppi; possono essere

inglobati all’interno del gruppo più esteso, o possono rappresentare categorie

sociali con membri esterni al gruppo più esteso.

Perché Le Persone Entrano Nei Gruppi?

Sono molte le ragioni che ci fanno entrano a far parte di gruppi o ce ne fanno

formare. La prossimità fisica è un motivo molto comune. Un’altra ragione molto

diffusa per entrare a far parte di un gruppo o per formarlo è la realizzazione di

obiettivi che da soli non si potrebbero conseguire. Le persone entrano a far parte

dei gruppi anche per il piacere della compagnia umana, per evitare la solitudine,

per autoprotezione e sicurezza personale e per ricevere sostegno emotivo in

periodo di stress.

Roy Baumeister e Mark Leary (1995) credono che le persone abbiano

semplicemente un bisogno irresistibile di appartenenza e che questo le porti ad

affiliarsi, a entrare nei gruppi e a esserne membri.

Secondo la teoria “dell’incertezza-identità” (Hogg, 2007), le persone sono

motivate a ridurre l’incertezza su chi sono o sui pensieri e le azioni che si

riflettono sul proprio essere; entrare in un gruppo è il modo efficace per ridurre

l’incertezza sul nostro sé.

Secondo la teoria della “gestione del terrore”, le persone si affiliano ed entrano

nei gruppi per ridurre la propria paura della morte.

Al contrario, il non essere membro di un gruppo può portare a condurre

un’esistenza solitaria. Non sorprende che essere esclusi da un gruppo possa

essere un’esperienza molto dolorosa, in particolare quando i suoi membri

attivano un meccanismo di ostracismo sociale (estrazione di un gruppo decisa di

comune accordo) per escludere intenzionalmente una persona.

Leadership

Quasi tutti i gruppi hanno dei leader. La leadership è “un processo di influenza

sociale attraverso il quale un individuo ottiene e mobilità l’aiuto degli altri nel

raggiungimento di uno scopo collettivo”. Essa richiede che un individuo o

un’associazione influenzi il comportamento di un altro individuo o di un gruppo di

individui.

E’ necessario distinguere tra leadership efficace e buona. E’ un leader efficace

chi riesce con successo a fissare nuovi obiettivi e a persuadere gli altri a

realizzarli. I buoni leader sono quelli che possiedono attributi che lodiamo, che

utilizzano mezzi che approviamo, e che fissano e realizzano obiettivi che

consideriamo importanti.

Timothy Judge, ricercatore attivo nello studio delle differenze individuali (2002),

ha individuato nell’estroversione, l’apertura mentale e la coscienziosità, i

predittori migliore della leadership efficace.

Un leader efficace possiede le caratteristiche giuste per affrontare la situazione.

In generale, possiamo distinguere due stili di leadership:

I. Uno che si concentra sul compito del gruppo e si interessa che le cose

vengano fatte.

II. Uno che rivolge la propria attenzione alla relazione tra i membri.

Robert Bales identificò due ruoli chiave della leadership (1950):

A. Lo specialista del compito: si concentrano sul raggiungimento delle

soluzioni, spesso fornendo indicazioni e segnalando direzioni (maggior

probabilità di essere il leader dominante).

B. Lo specialista socioemotivo: attento ai sentimento che provano gli altri

membri del gruppo.

Le Teorie Della Contingenza

Le teorie della contingenza si propongono di rilevare se un determinato stile di

leadership sia efficace in relazione alle caratteristiche della situazione. Le due

teorie della contingenza più conosciute sono:

1. L’opera di Fred Fiedler (1964), che distinse tra leader orientati al compito

(autoritari, danno importanza al successo del gruppo e traggono autostima

dal risultato) e leader orientati alla relazione (rilassati, amichevoli, non

autoritari e socievoli, traggono autostima dall’apprezzamento del gruppo).

Lo studioso classificò anche le situazioni di leadership in termini di

controllo della situazione, variabile da alto (buone relazioni

leader-membro, compito ben definito, alto tasso di autorità concepito al

leader) a basso (cattive relazioni leader-membro, compiti non definiti,

basso tasso di autorità concepito al leader). Fiedler misurò lo stile di

leadership con la “scala del collega meno apprezzato”: gli intervistati

davano un voto al collega meno apprezzato impiegando dimensioni

differenti. I risultati dimostrarono che i leader orientati al compito sono più

efficaci quando il controllo della situazione è scaro e quando è forte,

mentre i leader orientati alle relazioni sono più efficaci quando il controllo

della situazione si trova tra questi due estremi.

2. Teoria del percorso-obiettivo, House (1996), teoria transazionale,

presuppone che una delle funzioni principali del leader sia di motivare i

gregari chiarendo i percorsi per aiutarli a raggiungere i propri obiettivi. Ci

sono due classi di comportamento del leader: strutturazione (il leader

dirige attività connesse al compito, efficace quando i gregari non hanno

chiaro i loro obiettivi) cura (il leader si dedica ai bisogni personali ed

emotivi, necessaria quando il compito e noioso o sgradevole).

Leadership Transazionale, Trasformazione E Carisma

Oltre alle teorie della contingenza, ci sono le teorie della leadership

transazionale, approccio che si focalizza sulla transazione di risorse tra leader e

gregari. I gregari forniscono al leader approvazione sociale, lodi, prestigio, status

e potere, e questi, in cambio, guida il gruppo verso gli obiettivi importanti.

Edwin Hollander (1958) ha avanzato la proposta del “credito personale”, teoria

transazionale secondo cui i gregari ricompensano i leader del raggiungimento

degli obiettivi di gruppo permettendo loro di essere relativamente autonomi. Un

leader può accomunare credito personale:

I. Conformandosi inizialmente in maniera stretta alle norme di gruppo.

II. Assicurandosi che il gruppo percepisca come democratica la sua elezione

a leader.

III. Assicurandosi di essere ritenuto adeguato al raggiungimento degli obiettivi

del gruppo.

IV. Mostrando la propria identificazione con il gruppo, i suoi ideali e le sue

ispirazioni.

La più famosa teoria transazionale della leadership è forse la “teoria dello

scambio leader-gregario”, teoria sulla leadership secondo cui la leadership

efficace si basa sulla capacità del leader di sviluppare relazioni di scambio

personali di buona qualità con singoli gregari.

Un leader efficace sviluppa relazioni di qualità elevati, anche se non è possibile

svilupparle con tutti.

Come stile, la leadership transazionale è paragonabile in una certa misura alla

leadership trasformazionale (Antonakis e House, 2003), approccio che si focalizza

sul modo in cui i leader trasformano gli obiettivi e le azioni di gruppo

(principalmente attraverso l’esercizio del carisma). Ossia, perché siano

trasformazionali, i leader devono avere fascino e forza seduttiva ed essere capaci

di esercitare una leadership carismatica.

I Leader Guidano I Gruppi

Secondo la teoria della “categorizzazione del leader” noi possediamo differenti

schemi riguardanti il modo in cui differenti tipi di leader si comportano in

differenti situazioni di leadership. Quando un individuo è categorizzato come un

particolare tipo di leader, lo schema definisce nei dettagli come quello stesso

leader si comporterà.

Il ruolo delle percezione di gruppo è affrontato in modo abbastanza differente

dalla “teoria dell’identità sociale della leadership” (Hogg, 2001). Questa teoria

interpreta la leadership come un processo di identità caratterizzato dalla

maggior efficacia, nei gruppi salienti, dei leader prototipici rispetto ai leader

meno prototipici, per i seguenti motivi:

A. Incarnano le caratteristiche del gruppo e sono considerati la fonte e non

l’oggetto dell’influenza.

B. Sono apprezzati e popolari, qualità che incrementano la loro influenza

sociale.

C. Ricevono fiducia, perché la loro identità e il loro destino sono legati

strettamente al gruppo.

D. Acquistano carisma grazie ai membri del gruppo.

E. Mantengono la propria posizione gestendo la loro prototipicità.

I leader hanno bisogno della fiducia dei gregari se desiderano essere innovativi e

trasformazionali. Un pilastro importante su cui poggia la fiducia è la cura da

parte del leader della “giustizia procedurale”, cioè di un risultato basato su un

processo equo, poiché questo trasmette rispetto ai membri del gruppo.

Uomini, Donne E Leadership

Sebbene le donne abbiano una forte rappresentazione nei ruoli dirigenziali, esse

sono rappresentate ancora scarsamente nelle posizioni di leadership di “élite”.

Alice Eagly (1992) ha individuato un fenomeno chiamato “soffitto di vetro”,

barriera invisibile che impedisce alle donne, e a altre minoranze, di ottenere

posizioni di leadership di alto livello. Per spiegarne la modalità di funzionamento

Eagly ha usato la “teoria della coerenza con il ruolo”: poiché gli stereotipi sociali

riguardanti le donne non sono coerenti con gli schemi che le persone elaborano

sulla leadership efficace, le persone di sesso femminile sono giudicate leader di

poco valore. E’ anche vero che le donne non sono “affamate” di leadership come

gli uomini. Un motivo alla base di questo atteggiamento può essere la “minaccia

dello stereotipo” (2002): le donne temono che gli stereotipi negativi riguardanti il

loro sesso e la leadership vengono confermati, e per questo si sentono meno

motivate ad assumere il comando.

Processi Decisionali Nei Gruppi

Una delle funzioni più significative dei gruppi è prendere decisioni. Un insieme di

individui che all’inizio ha opinioni diverse come può raggiungere una posizione di

gruppo unitaria? Uno dei modelli meglio conosciuti fa riferimento a un insieme di

regole descritte da Davis: gli schemi delle decisioni sociali, ossia quelle regole,

esplicite o implicite, alla base del processo decisionale, che collegano le opinioni

individuali alla decisione di gruppo conclusiva.

Memoria Di Gruppo

Quando un gruppo prende una decisione ha bisogno di una memoria per poter

recuperare e organizzare le informazioni. Quando le persone si riuniscono in

gruppo per poter condividere le informazioni, la memoria di ognuno viene

espansa, cosicché il gruppo ricorda di più: le informazioni non condivise sono ora

condivise.

Un’altra prospettiva riguardante il ricordo di gruppo si sofferma sul fatto che

membri differenti ricordano cose differenti, ma ognuno ha bisogno anche di

ricordare “chi ricorda che cosa”: deve sapere dove andare per ricevere

informazioni. Ciò prende il nome di “memoria transattiva” (Wegner, 1987).

C’è tuttavia un pericolo nascosto nella memoria transattiva: dato che la memoria

è distribuita in maniera disuguale, quando un membro se ne va, parte della

memoria di gruppo è temporaneamente perduta o ridotta.

Brainstorming

Alcuni compiti decisionali richiedono ai gruppi di inventare soluzioni creative e

originali. Una tecnica comunemente usata a questo scopo è il “brainstorming”

(Osborn, 1957). I membri di un gruppo cercano di produrre una grande quantità

di idee molto velocemente e di abbandonare le proprie inibizioni o le

preoccupazioni in merito alla qualità.

Sebbene i gruppi di brainstorming generino più idee degli altri, gli individui

interni al gruppo non sono più creativi di quelli che hanno lavorato da soli.

Nel contesto del brainstorming il problema più significativo è il “blocco

produttivo”, riduzione nella creatività e nella produttività individuale dei gruppi

dovuta alle interruzioni e alle attese dei propri turni.

Per quanto esistono le prove circa l’obiettiva incapacità del brainstorming di

migliorare la creatività individuale, le persone credono così fermamente sia

invece in grado farlo per merito dell’illusione dell’efficacia di gruppo: credenza

basata sull’esperienza secondo cui produciamo idee più numerose e migliori nei

gruppi che da soli. Ci sono tre motivi alla base di questa credenza illusoria:

1. Le persone sono esposte ad alcune idee che non avevano sentito in

precedenza.

2. Di solito, il brainstorming è molto divertente.

3. Le persone si rendono conto del blocco produttivo, ma pensano riguardi

soltanto loro e non altri.

Pensiero Di Gruppo

I gruppi talvolta prendono decisioni davvero sbagliate, che hanno conseguente

disastrose. Irvin Jones (1972) coniò il termine pensiero di gruppo per descrivere

che cosa succedeva nei gruppi decisionali che assumevano decisioni sbagliate.

Il pensiero di gruppo è una modalità di pensiero nei gruppi altamente coesi in cui

il desiderio di raggiungere un accorso unanime prevale sulla motivazione ad

adottare procedure decisionali idonee e razionali.

Un punto di vista radicale, considera il pensiero di gruppo non come un processo

di gruppo, ma solo come un’aggregazione di risposte individuali finalizzare a

gestire lo stress in eccesso.

Polarizzazione Di Gruppo

I gruppi possono prendere decisioni rischiose o adottare posizioni assolutamente

estreme. Tale fenomeno è definito polarizzazione di gruppo (Moscovici e

Zavalloni, 1969).

Sono state avanzate diverse spiegazioni in merito alla polarizzazione di gruppo:

I. Teoria delle argomentazioni persuasive: visione secondo cui le persone nei

gruppi sono persuase da informazioni originali che avallano la loro

posizione di partenza, la quale viene così sostenuta in modo più estremo.

II. Confronto sociale/valori culturali: attraverso la discussione di gruppo, le

persone modificano le proprie opinioni conformandosi a ciò che pensano

gli altri o a ciò che è culturalmente apprezzato.

III. Teoria dell’identità sociale: in qualità di membri in gruppo, ci

identifichiamo, costruiamo e ci conformiamo a una norma dell’ingroup.

Questa norma non solo coglie le somiglianze all’interno del gruppo, ma

accentua anche le differenze tra il nostro e gli altri gruppi.

Anche Le Giurie Sono Gruppi

Una giuria è un tipo speciale di gruppo. E’ composto da persone non specialiste

e, nei processi penali, è incaricata di prendere una decisione cruciale

sull’innocenza o la consapevolezza di qualcuno.

Le giurie non sono immuni alla tipica gamma di tendenze sistematiche e di errori,

propria del processo decisionale. Cap 7

Pregiudizio E Relazioni Intergruppo

La Natura Del Pregiudizio E La Discriminazione

Quando parliamo di pregiudizio parliamo di quell'atteggiamento sfavorevole e

talvolta ostile verso un gruppo sociale e i suoi membri.

Il pregiudizio e il suo manifestarsi attraverso la discriminazione sono tra i

principali ostacoli che si contrappongono alla conoscenza.

Un aspetto terribile del pregiudizio è la disumanizzazione di un gruppo di

persone, ossia privare le persone della propria dignità e umanità.

Il pregiudizio è associato al dolore e alla sofferenza umana: dalle limitate

opportunità di occupazione dei nuovi immigrati, alla violenza fisica contro

cittadini appartenenti a gruppi di minoranza, fino addirittura al genocidio. Il

pregiudizio ci ha sempre accompagnato e, purtroppo, può continuare a costituire

una parte fondamentale della condizione umana.

Esistono diversi comportamenti che possono celare pregiudizi di fondo, tipo:

1. Riluttanza ad aiutare: incapacità di aiutare gli altri gruppi a migliorare la

propria posizione nella società.

2. Tokenism: il termine si riferisce a una concessione, un'azione positiva

relativamente piccola o di scarsa importanza fatta in favore dei membri di

un gruppo di minoranza. Tale concessione permette di apparire privi di

pregiudizi e disponibili a impegnarsi in azioni positive di maggior rilievo,

ma il pensiero di fondo è "Non disturbatemi, ho fatto già abbastanza".

3. Discriminazione inversa: forma estrema di tokenism.

Il tokenism può avere conseguenze dannose per l'autostima di coloro che

ottengono un impiego solo in quanto parte di una minoranza.

Razzismo E La Sua Rilevazione

La discriminazione basata sulla razza o l'etnia viene definito razzismo.

Poiché il razzismo palese è di solito illegale e socialmente condannato, oggi è più

difficile da smascherare. Nella maggior parte dei casi le persone non si

comportano per lo più in modo da razzista; tuttavia il razzismo può avere

solamente cambiato forma.

Il nuovo razzismo ha diversi nomi, tra cui quelli di razzismo riluttante e di

razzismo moderno, che hanno essenzialmente lo stesso significato. Il nuovo

razzismo riflette il conflitto che le persone sperimentano tra l'antipatia emotiva

profondamente radicata verso outgroup razziali e i valori dell'uguaglianza.

La sfida della psicologia sociale è riuscire a rilevare il nuovo razzismo.

Il razzismo può involontariamente allignare anche nelle parole che usiamo, nel

modo in cui ci esprimiamo e in cui comunichiamo con e sugli outgroup razziali

nei nostri discorsi quotidiani.

La prova di ciò proviene da un lavoro sull'analisi del discorso dei britannici

Jonathan Potter e Margaret Wetherell (1987), quell'insieme di metodi usati per

analizzare un testo, in particolare il linguaggio naturale, in modo da

comprenderne i significati e le connotazioni.

Nonostante parte della ricerca suggerisca che la discriminazione palese è

probabilmente in declino in molte democrazie occidentali, questo non significa

che le conseguenze di decenni o addirittura di secoli di razzismo cambieranno

così in fretta.

Sessismo

Kay Deaux e Marianne LaFrance (1998) hanno condotto molti studi sulla

psicologia del genere e osservato che quasi sempre la ricerca sul sessismo si

concentra su pregiudizio e discriminazione verso le donne.

La ricerca sugli stereotipi sessuali ha rilevato che sia gli uomini sia le donne

tradizionalmente sono concordi a giudicare gli uomini competenti e indipendenti

e le donne gentili e comunicative.

Il solo fatto di conoscere tali stereotipi non significa che personalmente ci

crediamo. In effetti, sembra che tale corrispondenza tra il conoscere e il credere

si verifichi solo tra gli individui con forti pregiudizi.

Per tradizione, uomini e donne hanno occupato nella società differenti ruoli

sessuali: ciò talvolta viene definito teoria del "ruolo sociale". L'assegnazione dei

ruoli può essere determinata e perpetuata dal gruppo sociale con maggior

potere, cioè dagli uomini.

Una ragione per cui gli stereotipi sessuali persistono è data dal fatto che persiste

l'assegnazione di ruolo in relazione al genere.

Profezia Che Si Autoavvera E Minaccia Dello Stereotipo

Interessante nell’ambito del pregiudizio sono le teorie della:

I. Profezia che si autoavvera: aspettative e supposizioni su una persona che

influenzano la nostra interazione con lei e che infine ne cambiano il

comportamento allineandolo alle nostre aspettative.

II. Minaccia dello stereotipo: sentimento che ci fa pensare che saremo

giudicati e trattati sulla base di stereotipi negativi attribuiti al nostro

gruppo e che inavvertitamente confermeremo questi stereotipi attraverso

il comportamento.

Pregiudizio E Differenze Individuali

Esistono molte teorie che sostengono le origini del pregiudizio nella personalità,

una delle più importanti è la “teoria della personalità autoritaria” (1950) ideata

da Theodor Adorno e colleghi, sindrome della personalità che ha origine

nell’infanzia e predispone gli individui al pregiudizio. Secondo la teoria, le

pratiche autoritarie e punitive nell’educazione dei figli erano responsabili della

manifestazione in età adulta di varie combinazioni di credenze.

Negli anni seguenti l’americano Robert Altemeyer (1998) sviluppò un criterio di

valutazione più ristretto, ma meglio progettato, dell’autoritarismo di destra.

Teorie Basate Sulla Politica

Il pregiudizio è stato studiato anche nell’ambito della politica, su due principali

teorie:

A. Teoria della dominanza sociale: approccio sviluppato da Jim Sidanius e

colleghi (2006) in cui pregiudizio, sfruttamento e oppressione sono

attribuiti a un’ideologia che legittima una differenziazione gerarchica tra i

gruppi sociali. La teoria della dominanza sociale tiene conto delle

differenze sociali.

B. Teoria della giustificazione del sistema: le persone si differenziano a

seconda del grado in cui giustificano lo status quo politico, e le politiche

sociali che l’accompagnano. Secondo John Host e i suoi colleghi la maggior

parte delle ideologie si colloca lungo una dimensione sinistra-destra. Un

polo viene spesso chiamato liberale (le persone di questa parte chiedono il

cambiamento, ma rifiutano la disuguaglianza sociale), l’altro polo è

conservatore (le persone oppongono il cambiamento ma approvano la

disuguaglianza sociale).

Relazioni Intergruppo E Malcontento Sociale

La natura del pregiudizio e la discriminazione assumono un significato più pieno

se esaminate in un contesto intergruppo. Una vecchia teoria sull’aggressività,

l’ipotesi della frustrazione-aggressività, rappresenta un punto di partenza: teoria

secondo cui ogni frustrazione conduce all’aggressività e tutta l’aggressività

deriva dalla frustrazione, utilizzata per spiegare il pregiudizio e l’aggressività

intergruppo.

Importante è la teoria della “deprivazione relativa”, un divario percepito tra le

aspettative e i risultati.

La deprivazione relativa frusta le persone, è una condizione che anticipa

l’aggressività intergruppo. Il caldo è insopportabile, in particolare in una lunga

estate roventa; è probabile che amplifichi frustrazioni già esistenti, specialmente

in quartieri poveri, sovraffollati, con poca aria condizionata o vegetazione.

Queste condizioni incrementano la diffusione di atti individuali di aggressività,

una situazione che peggiora davanti a stimoli provocatori come la presenza di

forze di polizia armate. Attraverso un processo di facilitazione sociale, la diffusa

aggressività individuale diventa ora vera violenza collettiva. La presenza di altre

persone (in questo caso per la strada), facilità un modello di comportamento

dominante (in questo caso aggressività).

Nella sua trattazione delle rivoluzioni politiche, il sociologo James Davies (1969)

propose un modello di curva J, una rappresentazione grafica che cattura il modo

in cui la deprivazione relativa si manifesta quando i risultati raggiunti

improvvisamente appaiono non corrispondere alle aspettative.

Una variazione sul tema della deprivazione relativa la colloca in un contesto

intergruppo. Il sociologo Garry Runciman (1966) l’ha definita deprivazione

relativa fraterna, sensazione che il gruppo possieda di meno di quanto gli spetti,

in relazione alle proprie aspirazioni o ad altri gruppi.

Il malcontento sociale unito alla deprivazione relativa costituisce spesso una

prolungata protesta finalizzata al raggiungimento di un cambiamento sociale.

Bert Klandermans (2002) ha identificato tre concetti fondamentali della protesta

collettiva:

1. Ingiustizia: indignazione per il modo in cui le autorità trattano un problema

sociale, per esempio la disuguaglianza o la violazione dei diritti umani.

2. Efficacia: convinzione che la situazione sia modificabile tramite un’azione

collettiva a un prezzo ragionevole.

3. Identità: è definita dai componenti del gruppo (identità sociale).

Teoria Del Conflitto Realistico

Laddove i gruppi competono per risorse limitate, le relazione intergruppo sono

segnate da conflitti e sorge l’etnocentrismo.

La teoria del conflitto realistico è una teoria del conflitto intergruppo elaborata da

Sherif che spiega il comportamento intergruppo nei termini della natura delle

relazioni basate sull’obiettivo che si instaurano tra i gruppi. Gli individui che

hanno obiettivi esclusivi (una risorsa limitata che un solo individuo può ottenere,

come una vittoria a scacchi) si impegnano in una competizione.

Teoria Dell’Identità Sociale: Gruppi Minimali

Per capire quali sono le condizioni minime per il comportamento intergruppo

(cioè le condizioni necessarie e sufficienti perché un insieme di individui sia

etnocentrico e ingaggi una competizione), Henry Tajfel e i suoi colleghi idearono

un affascinante paradigma: il paradigma del gruppo minimale.

Tajfel suddivideva in maniera completamente casuale ed arbitraria i suoi soggetti

sperimentali in due gruppi, differenziati da variabili minime e superficiali (ad

esempio, la predilezione estetica per i dipinti di Klee rispetto a quelli di Kandinskij

o simili minuzie), per poi osservare come, spontaneamente, i soggetti assegnati

ai due gruppi iniziassero in pochissimo tempo ad autopercepirsi come "gruppo

diverso, migliore e contrapposto all'altro". I membri del proprio gruppo venivano

quindi subito genericamente "preferiti" rispetto ai membri dell'altro gruppo.

La forte tendenza degli esseri umani a creare distinzioni "noi/loro" nel contesto

delle relazioni intergruppi, anche basando la distinzione su motivazioni del tutto

banali, emerse da questi esperimenti come un processo psicologico istintivo,

automatico e immediato.

Come Migliorare Le Relazione Intergruppo

Il pregiudizio, la discriminazione e il conflitto intergruppo sono difficili da ridurre.

Il pregiudizio si basa sull’ignoranza: un’educazione che promuova la tolleranza

per il diverso potrà ridurre la chiusura mentale, in particolare nei bambini.

Nonostante ciò, l’educazione formale avrà un impatto solo marginale se i

bambini rimarranno esposti al pregiudizio nel mondo al di fuori delle aule

scolastiche. Anche il lavoro indirizzato a obiettivi può aiutare.

Sicuramente il contatto tra i gruppi contiene in sé il potenziale per un futuro

migliore per entrambi.

Il contatto porta le persone a riconoscere che in realtà esse sono molto più simili

di quanto pensassero, e così iniziano a piacersi. Possono tuttavia sorgere dei

problemi che minano questa prospettiva. Alcuni gruppi, come quelli che

provengano da culture differenti, possono essere molto diversi, e il contatto

potrà evidenziare differenze più profonde e più ampie di quanto immaginiamo.

La ricerca suggerisce che quando il contatto migliora gli atteggiamenti nei

confronti di altri individui, ciò non si può generalizzare al gruppo nella sua

interezza. Questo può accadere perché quello che noi amiamo chiamare contatto

intergruppo è in realtà un contatto interpersonale: gli altri sono trattati come

individui, non come membri di un gruppo

Interessante è il “modello dell’identità dell’ingroup comune” di Gaertner: i

membri di due gruppi contrapposti ricategorizzano se stessi come membri di una

sola entità sociale.

Tra gli strumenti che possono aiutare a ridurre il conflitto intergruppo figurano:

I. La contrattazione: processo di risoluzione del conflitto intergruppo in cui i

rappresentanti raggiungono un accorso attraverso la negoziazione diretta).

II. La mediazione: processo di risoluzione del conflitto intergruppo in cui una

terza parte neutrale interviene nella negoziazione per facilitare il

raggiungimento di un accordo.

III. L’arbitrato: processo di risoluzione del conflitto intergruppo in cui una

terza parte neutrale è invitata a imporre un accordo vincolante per

entrambi i contendenti. 8 Cap.

Danneggiare Gli Altri

Che Cos’è L’Aggressività

La definizione di aggressività riflette le differenze presenti nelle teorie circa la

sua natura e le sue cause.

Una semplice definizione è la seguente “somministrazione intenzionale di

qualche tipo di danno agli altri”.

Esistono due classi principali di teorie sulle origini dell’aggressività che ne

mettono in risalto, rispettivamente:

1. Radici biologiche, pongono enfasi sui modelli di comportamento

determinati geneticamente che sono condivisi da una specie.

2. Radici sociali, che mettono in risalto i ruoli dei processi di apprendimento e

delle influenze sociali.

Teorie Biologiche Dell’Aggressività

Le principali teorie biologiche all’aggressività sono:

I. Teoria psicodinamica: Freud affermava che l’aggressività umana nasce da

un istinto innato di morte, contrapposto all’istinto di vita; l’aggressività

cresce in modo naturale e deve essere liberata.

II. Etologia: approccio secondo cui il comportamento animale dovrebbe

essere studiato nell’ambiente fisico e sociale che è naturale per la specie.

Il comportamento è determinato geneticamente e controllato dalla

selezione naturale. Gli etologi sottolinearono che il comportamento

aggressivo reale è suscitato da stimoli specifici dell’ambiente, conosciuti

come catalizzatori.

III. Teoria dell’evoluzione: ampliamento della psicologia dell’evoluzione che

considera il comportamento sociale adattativo, in grado di aiutare

l’individuo, la famiglia e la specie nel complesso a sopravvivere.

Ci sono molti scienziati sociali che mettono in dubbio l’adeguatezza di una

spiegazione dell’aggressività basata totalmente sul fondamento dell’istinto,

poiché tale concetto dipende da un’energia sconosciuta, date le limitate

osservazioni del reale comportamento umano e una modesta capacità di

prevenzione e controllo.

Teorie Sociali Dell’Aggressività

Consideriamo ora approcci che enfatizzano il ruolo deciso dell’apprendimento e

del contesto sociale. Alcuni di questi, tuttavia, includono un elemento biologico e

per questo vengono definite teorie biosociali. Sono:

A. L’ipotesi della frustrazione-aggressività: l’aggressività è la risposta a una

precedente condizione di frustrazione. Nata da un gruppo di psicologi

guidati da John Dollard negli anni Trenta, l’assunzione alla base è di natura

psicodinamica. Molte volte, l’agente frustrante non ha una forma, è

indefinito, troppo potente, irreperibile, o è qualcuno che si ama. Di

conseguenza, il nostro tentativo di aggredire è inibito. Ma possiamo

spostare la nostra aggressività, indotta dalla frustrazione su un bersaglio

alternativo, un capo espiatorio.

B. Modello del trasferimento dell’accettazione: modello ideato da Dolf

Zillman (1979) in cui l’espressione dell’aggressività è funzione del

comportamento appreso, dell’eccitazione provocata da un’altra fonte e

dell’interpretazione da parte della persona dello stato di attivazione.

Questa attivazione può persistere per qualche tempo e condurre dalla

situazione originaria a un’altra potenzialmente irritante, rendono possibile

una risposta aggressiva.

Come Si Impara A Essere Aggressivi

Il controllo graduale degli impulsi aggressivi in un bambino dipende da un

prolungato processo di apprendimento. Esistono vari tipi di apprendimento:

1. Teoria dell’apprendimento sociale: visione sostenuta da Bandura (1973)

secondo cui il comportamento sociale umano non è innato, ma appresso

da modelli appropriati.

2. Apprendimento per esperienza diretta: acquisizione di un comportamento

motivato da una ricompensa.

3. Apprendimento per esperienza vicaria: acquisizione di un comportamento

dopo aver osservato che ha dato origine a una ricompensa per un’altra

persona.

4. Modellamento/Apprendimento per osservazione: tendenza di una persona

a riprodurre azioni, atteggiamenti e risposte emotive di un modello, tratto

dalla vita reale oppure simbolico.

I bambini imitano in fretta le azioni aggressive degli altri. Quando osservano un

adulto comportarsi in modo aggressivo in qualunque condizione, si comportano

in seguito con maggiore aggressività.

Ruolo Dei Mass Media

La natura degli effetti dei mass media sull’aggressività è stato oggetto di

dibattito. Tuttavia, la rappresentazione continua di violenza, come minimo,

desensibilizza i giovani verso le sue conseguenze.

Il punto non è se i mass media incrementano l’aggressività, ma perché.

Secondo l’analisi neoassociazionista si Leonard Berkowitz (1984), l’esposizione a

immagini violente, reali o di fantasie, può portare in seguito ad azioni antisociali;

al contrario, l’esposizione a immagini di persone che aiutano gli altri può portare

successivamente ad azioni prosociali.

La sola visione di un’arma da fuoco può spingere una persona ad usarla. Il

neoassociazionismo può spiegare l’effetto arma (la sola presenza di un’arma

aumenta la probabilità che venga usata in modo aggressivo).

Berkowitz pose la domanda: “E’ il dito a premere il grilletto è il grilletto a

spingere il dito?

Se l’esposizione al materiale erotico contenuto in riviste e video può portare

all’attivazione sessuale, potrebbe anche essere collegata all’aggressività? Le

prove raccolte in una meta-analisi di quarantasei studi del 2000 indicano che

l’esposizione alla pornografia è connessa alla devianza sessuale, ai crimini

sessuali e ad atteggiamenti predisposti a relazioni intime e a false credenze sullo

stupro.

Altri dati basati su altri esperimenti indicano che ogni effetto sull’aggressività

dipende dal tipo di materiale guardato.

Gli effetto della pornografia non violenta sulle tendenze maschili alla violenza

contro le donne non sono chiari. Quando è distinta dall’erotismo, la pornografia

non violenta può promuovere credenze negative sulle donne.

Variazioni Che Dipendono Dalla Persona E Dalla Situazione

Si sono raggiunti esisti incoraggianti studiando gli effetti connessi alla:

I. Personalità di tipo A: personalità predisposta a disturbi alle coronarie; un

correlato comportamentale della malattia del cuore caratterizzato dalla

lotta per il successo, dall’ansia di essere tempestivo, dalla competitività e

dall’ostilità. Le persone di tipo A possono esser più aggressive verso gli

altri che ritengono competere con loro in un compito importante, e

preferiscono lavorare sole piuttosto che con altri quando sono sotto stress.

Le persone di tipo A possono essere più violente nei confronti dei bambini.

II. Attività ormonale: può esserci un legame reale, seppur tenue.

L’endocrinologo Brian Gladue (1991) rilevò di aggressività manifesta più

alti nei maschi rispetto alle femmine.

III. Alcolici: Peter Giancola (2003) ha osservato come possa esistere un forte

legame tra alcol e comportamento aggressivo. L’analogia con la vita reale

è data dal contesto di assunzione di alcolici in situazioni sociali, come a

una festa o a un bar, dove gli altri possono istigare il bevitore

all’aggressività.

Disinibizione, Deindividuazione E Disumanizzazione

Talvolta le persone agiscono “in maniera diversa dalla propria indole”. Ne sono

esempi:

A. Disinibizione: venir meno delle forme di controllo apprese (usanze sociali)

in relazione al comportamento impulsivo o, in questo contesto, aggressivo.

Per alcune persone, l’alcool ha un effetto disinibente.

B. Deindividuazione: processo tramite cui le persone perdono il proprio senso

di identità individuale socializzata e assumono comportamenti non sociali,

spesso antisociali. Leon Mann (1981) applicò il concetto di

deindividuazione a un contesto di aggressività collettiva, aggressione

combinata da parte di un gruppo di individui, che possono anche non

conoscersi, a danno di un altro individuo o di un gruppo (la folla che aizza,

come studiò nel caso dei sucidi).

C. Disumanizzazione: privare le persone della propria dignità e umanità.

Situazioni Che Innescano L’Aggressività

Nei livelli di aggressività sono stati chiamati in causa due fattori dell’ambiente

fisico:

1. Sentire caldo: l’aggressività è collegata alla temperatura ambientale. Gli

studi dimostrarono che, non appena la temperatura aumenta, la violenza,

sia quella dentro le mura di casa, sia quella collettiva incrementa, e gli

automobilisti suonano il clacson. Graficamente, la line che mette in

relazione calore e aggressività ha la forma di una U rovesciata: alla

crescita della temperatura corrisponde la crescita dell’aggressività, fino al

raggiungimento del picco.

2. Sensazione di affollamento: l’affollamento è uno stato soggettivo, ed è

generalmente caratterizzato dalla sensazione di invasione del proprio

spazio personali.

Variazioni Di Genere

Gli uomini sono più aggressivi delle donne? La teoria del “ruolo sociale”, teoria

secondo cui le differenze sessuali nelle occupazioni sono determinate dalla

società piuttosto che da fattori biologici individuali, può essere applicata

all’aggressività.

La differenza sostanziale tra i generi sessuali è che i ragazzi aggrediscono

direttamente, mentre le ragazze indirettamente, per esempio tramite il

pettegolezzo e l’esclusione sociale.

Gli stereotipi di genere hanno caratterizzato gli uomini come individui molti più

aggressivi delle donne. Sebbene la violenza criminale sia ancora più diffusa tra

gli uomini, il tasso di aggressioni violente è aumentato più rapidamente tra le

donne.

Violenza Domestica E Variazione Culturale

La violenza tra le mura domestiche è oggi riconosciuta come un grave problema

di salute pubblica, con una base psicologica significativa. I gruppi a rischio sono

donne principalmente, poi bambini e anziani.

Walter DeKeseredy (2006) ha messo in evidenzia che l’abuso sul partner, e più in

generale la violenza domestica, può manifestarsi in modi diversi a seconda del

genere e dell’etnia di una persona:

I. La maggior parte delle violenze sessuali è commessa da uomini.

II. Il ricorso alla violenza da parte delle donne consiste, in larga misura,

nell’autodifesa dal partner.

III. Uomini e donne appartenenti a gruppi etnici diversi hanno concetti di

genere diversi.

Esistono molti fattori che possono spiegare le persone a far male a chi loro è più

vicino:

A. Modelli appresi di aggressività: sindrome della molestia, ossia un ciclo di

molestia.

B. Vicinanza dei membri familiari, che li rende bersagli di disagio e

frustrazione.

C. Tensioni, rappresentate specialmente da difficoltà finanziarie,

disoccupazione e malattia.

D. Divisione del potere in nuclei familiari tradizionali che avvantaggia l’uomo.

E. Alto livello di consumo di alcolici.

E’ stato evidenziato come esistono delle culture più aggressive di altre,

differenziate da norme culturali e valori. Un esempio positivo lo riscontriamo

nelle comunità Hutterita e Amish negli Stati Uniti, che praticano uno stile di vita

non aggressivo.

Joseph Vandello e Dov Cohen (2003) studiarono l’impatto della cultura dell’onore

sulla violenza domestica, una cultura che approva la violenza maschile come

modo di affrontare i pericoli che derivano dalle minacce riguardanti la

reputazione sociale o la posizione economica. Ad esempio, l’infedeltà femminile

danneggia la reputazione di un uomo, reputazione che può essere in parte

recuperata attraverso la violenza.

Altre culture approvano o persino incoraggiano forme di violenza. Bron Ingoldsby

(1991) constatò, per esempio, l’esistenza di machismo tra le famiglie

latinoamericane, ossia di un codice di comportamento secondo cui sfide, offese o

persino differenze di opinione possono essere affrontate con pugni o altre armi.

Guerra: Aggressività Su Larga Scala

La gente, spesso, ritiene che la guerra abbia a che fare con la vittoria e la pace.

Non è così. La guerra è la totale disperazione dello spirito umano.

La guerra una forma di aggressività istituzionalizzata e, di solito, legittimata

politicamente dalla parti contrapposte.

Riduzione Dell’Aggressività

Possono esserci alcuni modi grazie ai quali si può ridurre l’aggressività.

Prendiamo in esempio:

1. Scaricare la tensione, definita come ipotesi catartica, idea secondo cui

agire aggressivamente o anche guardare materiale aggressivo riduce i

sentimenti di ira e aggressività. La recente ricerca sperimentale ha

rifiutato apertamente la catarsi, definendo che “lasciarsi andare

completamente” può essere peggio, come anche inutile.

Soluzioni di comunità: programmi comunitari di tipo educativo e di intervento

sociale. 9 Cap.

Aiutare Gli Altri

Il Comportamento Prosociale

Le azioni compiute a vantaggio di un’altra persona sono indicate con i termini di

comportamento prosociale, comportamento di aiuto o altruismo.

Nel comportamento prosociale troviamo:

1. Il comportamento d’aiuto: azioni compiute intenzionalmente a favore di

qualcun altro.

2. Altruismo: speciale forma del comportamento d’aiuto, talvolta

dispendiosa, caratterizzata dall’interesse per i propri simili, e compiuta

senza aspettativa di ricompensa.

Il perché aiutiamo gli altri è una questione importante, affrontata tramite due

visione apparentemente contrapposte: la teoria dell’evoluzione e la teoria

dell’apprendimento sociale.

Approcci Biologici

Se l’altruismo abbia un valore di sopravvivenza in termini evoluzionisti è una

domanda che si sono posti in molti studiosi.

Jeffrey Stevens e i suoi colleghi (2005) hanno proposto una distinzione tra due

spiegazioni attendibili del comportamento cooperativo negli animali e negli

uomini:

I. Mutualismo: comportamento cooperativo che avvantaggia il cooperatore

come anche gli altri.

II. Selezione familiare: un cooperatore dimostra tendenze sistematiche

all’aiuto verso i propri parenti perché ciò permette la diffusione dei propri

geni; la mancanza di un vantaggio diretto per il cooperatore ne indica

l’altruismo.

L’idea della predisposizione biologica ad aiutare gli altri, non solo i parenti, è

affascinante; tuttavia sono pochi gli psicologi sociali che accettano una

spiegazione esclusivamente evoluzionista del comportamento umano prosociale.

Uno dei problemi legati all’impiego della teoria di tipo evoluzionista come unica

spiegazione dell’altruismo è la manca di prove umane convincenti.

Chi Aiuta Prova Empatia?

Un approccio biosociale meno estrema di quella evoluzionista è quello

dell’empatia (Gaertner e Dovidio, 2007), ossia della capacità di sperimentare le

esperienze di un’altra persona; identificazione e condivisione delle emozioni, dei

pensieri e degli atteggiamenti altrui.

Consistendo in una miscela di processi psicologici e cognitivi, interessante è

sicuramente il “modello dei costi-benefici calcolati dallo spettatore”, che

coinvolge corpo e mente.

Secondo il sociologo Jane Piliavin, quando pensiamo a qualcuno che è nei guai,

passiamo attraverso tre fasi, o insiemi di calcoli, prima di rispondere:

A. Siamo fisiologicamente attivati dalla sofferenze di un altro.

B. Etichettiamo questa attivazione come emozione.

C. Valutiamo le conseguenze della nostra azione.

Secondo Batson, un atto è davvero altruistico solo se chi lo compie non si sente

molto angosciato.

E’ stato evidenziato come il vero altruismo si rivela quando chi aiuta potrebbe

facilmente non farlo, per esempio allontanandosi in tutta tranquillità.

Assunzione Del Punto Di Vista Altrui

Sperimentare “coinvolgimento empatico” richiede di dimostrarsi capaci di vedere

la situazione di un’altra persona dal suo punto di vista.

Elaborato da Batson, evidenzia come a differenza dell’angoscia personale (che

può portarci a fuggire dalla situazione), il coinvolgimento empatico include

sentimenti di affetto, disponibilità, compassione nei confronti di una persona in

difficoltà.

Le persone che hanno sperimentato qualcosa che fu per loro causa di sofferenza

solidarizzeranno di più con una persona che si trova in una situazione simile.

Batson notò anche come le donne danno importanza all’interdipendenza e sono

più orientate al prossimo, mentre gli uomini danno importanza all’indipendenza e

sono più orientati verso se stessi.

Approcci Sociali

Una delle principali spiegazioni dell’aiuto considera il comportamento prosociale

legato in maniera complessa al processo di socializzazione: esso viene appreso,

non è innato.

Carolyn Zahn-Waxler ha studiato lo sviluppo delle emozioni nei bambini,

concludendo che il modo in cui rispondiamo alla sofferenza altrui è connesso con

il modo in cui impariamo a condividere, ad aiutare e a dare conforto, e che questi

modelli emergono tra il secondo e il terzo anno di vita, e vengono apprese

attraverso:

1. Le istituzioni: nei suoi studi sulle pratiche parentali, Joan Grusec rilevò che

il semplice indicare ai bambini di aiutare gli altri funzionava. E’ inutile

comunque predicare ai bambini di essere buoni se si tiene un

comportamento incoerente con le proprie affermazioni.

2. Attraverso il rinforzo: le azioni premiate hanno più probabilità di essere

ripetute.

3. Esposizione ai modelli: Rushton (1976) notò come il modellamento è

ancora più efficace del rinforzo. Guardare qualcuno che presta il proprio

aiuto a un’altra persona è un’eccezionale forma di apprendimento.

Impatto Dell’Attribuzione

Le persone compiono attribuzioni in merito all’aiutare o meno gli altri. Continuare

a essere solidali in più di un’occasione richiede che una persona interiorizzi l’idea

dell’essere solidali.

Nel chiederci se offrire o meno aiuto a qualcuno in difficoltà, solitamente

cerchiamo di capire che tipo di persone ci troviamo davanti. Alcuni osservatori

possono persino biasimare una vittima innocente.

Secondo l’ipotesi del mondo giusto di Lerner, le persone hanno bisogno di

credere che il mondo sia un luogo giusto dove si ottiene ciò che si merita.

Esempi di sofferenza immeritata minano questa credenza, e le persone possono

concludere che le vittime, in realtà meritino il proprio destino.

Miller ha isolato due fattori che possono convincere un aspirante prestatore di

aiuto a passare all’azione:

I. La vittima rappresenta un caso speciale, non è una delle tante.

II. Il bisogno è temporaneo piuttosto che persistente.

Entrambi i fattori ci permettono di decidere che prestare aiuto “proprio adesso”

avrà efficacia.

E’ importante anche evidenziare l’importanza delle norme, che forniscono un

riferimento permanente di come dovremmo comportarci. Più che essere innate,

vengono apprese.

A fondamento dell’altruismo sono state poste le:

A. Norme di reciprocità: norme che rispondono al principio “fai agli altri

quello che gli altri fanno a te”. Può riferirsi alla restituzione di un favore,

alla reciproca aggressione o al reciproco aiuto.

B. Norme di responsabilità sociale: idea secondo cui dovremmo aiutare le

persone che dipendano da noi e che hanno bisogno. E’ contradetta da

un’altra norma che scoraggia l’interferenza nelle vite altrui.

Apatia Dello Spettatore

L’iniziale frenesia di ricerca che fece seguito al caso di Kitty Genovese si

concentrò su fattori situazionali che incidevano sull’intervento dello spettatore,

intervento che si verifica quando un individuo esce dal ruolo di spettatore e aiuta

una persona in una situazione in emergenza (evento inusuale, può variare nella

natura, non è programmato e richiede una risposta rapida).

Bibb Latené e John Darley iniziarono un programma di ricerca (1968) rilevando

che la mancanza di aiuto si verificava più spesso quando la dimensione del

gruppo di testimoni aumentava (effetto spettatore). C’è un accrescimento della

responsabilità personale quando in un’emergenza è presente un solo spettatore.

Latené e Darley proposero diversi processi psicologici che possono innescare la

riluttanza all’aiuto in presenza di altri:

1. Diffusione della responsabilità: la presenza di altri astanti offre

l’opportunità di trasferire a questi la responsabilità connessa con l’agire, o

il non agire.

2. Inibizione del pubblico: la presenza di altri astanti può rendere le persone

a disagio nell’attuare l’azione desiderata; le persone non voglio apparire

stupide reagendo in maniera eccessiva (paura della brutta figura).

3. Influenza sociale: gli altri astanti forniscono un modello di azione. Se sono

passivi e senza preoccupazioni, la situazione può sembrare meno seria.

In generale, l’apatia dello spettatore caratterizza il comportamento degli

sconosciuti ed è più evidente quando essi sanno che in seguito non interagiranno

e verosimilmente non dovranno spiegare il loro mancato intervento.

Quali Sono Le Persone Che Aiutano

Esistono delle caratteristiche personali relativamente indipendenti dalla

situazioni:

I. Stati d’animo: aiutare è fronte di buonumore.

II. Misure della personalità: hanno poca o nessuna influenza sul prestare

aiuto, al massimo la personalità di un individuo può interagire con

particolari aspetti della situazione o della vittima.

III. Il “buon samaritano”: le prove a sostegno sono scarse, tuttavia le persone

che prestano coerentemente aiuto tendono a essere più alte, più prestanti

e fisicamente più forti.

IV. Stile effettivo: le persone che sono sicure sono alquanto più

compassionevoli e altruiste.

Consideriamo altri tre fattori che hanno interessanti legami con il tema dell’aiuto:

A. La differenza di genere sessuale nell’assumere il ruolo di chi aiuta: i

romanzi cavallereschi, ma anche la scienza, indicano che è più probabile

siano gli uomini a dare aiuto alle donne.

B. La competenza per aiutare: sentirsi in grado di affrontare un’emergenza

rende più probabile il proprio aiuto; c’è la consapevolezza di sapere ciò

che si fa (Korte, 1971). La competenza può essere legata a una situazione

specifica, ma esiste la possibilità illusoria che essa possa durare nel

tempo, e venire inoltre generalizzata a situazioni non correlate.

C. La probabilità che chi vive nelle grandi città, in qualche modo, si preoccupi

di meno di ciò che capita agli altri: sono stata avanzate numerose ragioni

per la differenza tra città e campagna nel prestare o meno aiuto: in

generale, la popolazione rurale percepisce meno “sovraccarico urbano” e

meno stress ambientale di chi vive in una grande, frenetica città.

Che Cosa Motiva Le Persone A Essere Prosociali

Gli studi condotti nel corso di molti anni hanno portato Dan Batson a concludere

che il comportamento prosociale è governato da quattro ragioni:

1. Egoismo: le azioni prosociali favoriscono il proprio sé. Possiamo aiutare gli

altri per assicuraci una ricompensa materiale, sociale e personale, e per

evitare la punizione.

2. Altruismo: le azioni prosociali contribuiscono al benessere degli altri.

3. Collettivismo: le azioni prosociali contribuiscono al benessere di un gruppo

sociale.

4. Riferimento a un principio: le azioni prosociali seguono un principio

morale.

Esistono due particolari modalità che possano incoraggiare le persone ad agire in

modo prosociale:

I. Prevenire il crimine persuadendo le persone ad assumersi le proprie

responsabilità: è molto più probabile che le persone aiutino gli altri se

sentono di avere la responsabilità di dare assistenza. Sentirsi responsabile

di prestare aiuto aumenta le probabilità di comportamento prosociale; ciò

è definito coinvolgimento a priori.

II. Ridurre la tendenza a copiare durante gli esami: McCabe notò come si

copiava di meno in università che avevano piccoli campus, dove meno

compagni copiavano e dove erano messi in risalto un codice d’onore e

modelli di integrità accademica. Ciò è coerente con l’idea di Batson del

fare riferimento a principi, a partire da argomentazioni di tipo morale.

Volontari: I Più Solidali

Molte persone hanno oggi maturato interesse per un’altra forma di aiuto

spontaneo, il volontariato: un’attività che è diventata sempre più importante per

il bene comune, in periodi di tagli alla spesa da parte del governo. I volontari,

comunemente, offrono agli altri un senso di comunità o di partecipazione civica.

L’idea di volontariato ha coinvolto negli ultimi anni molte persone, anche

personalità di spicco.

E’ da evidenziare anche come persino i volontari possono essere soggetti a

tendenze sistematiche a vantaggio del sé.

10 Cap.

Attrazione E Relazioni Intime

Persone Attraenti

L'attrazione è necessaria per iniziare qualsiasi tipo di amicizia, ed è un segnale

precursore dell'amore.

Judith Langlois (2000) concluse che le persone attraenti vengono giudicate, sono

trattate e si comportano in maniera diversa da quelle non attraenti. Constatò

che:

1. I bambini belli ricevevano voti più alti dai loro insegnanti, mostravano

livelli più elevati di capacità intellettiva, erano più popolari e meglio

inseriti dei loro compagni meno belli.

2. Gli adulti attraenti avevano più successo nel lavoro, piacevano di più,

erano fisicamente più sani e avevano una maggiore esperienza sessuale

degli adulti non attraenti.

Evoluzione E Attrazione

David Buss (2003) usò la psicologia sociale evoluzionista per sostenere che le

relazioni intime possono essere comprese unicamente in termini di teoria

dell'evoluzione.

La psicologia sociale evoluzionista ha posto solidi argomenti a favore

dell'importanza dell'eredità genetica umana nella spiegazione dell'attrazione

reciproca delle persone.

Possiamo trovare inerente lo studio "dell'effetto normalità", studio secondo cui

l'evoluzione umana ha portato a preferire i visi regolari e simmetrici ai visi con

caratteristiche insolite o distintive.

Garth Fletcher studiò gli ideali che gli studenti universitari cercano nei loro

partner. In una relazione duratura, tre dimensioni del "partner ideali" sembrano

guidare le preferenze sia degli uomini sia delle donne:

I. Calore-affidabilità: dimostrano interesse e intimità.

II. Vitalità-attrattività: indici di salute e di capacità riproduttiva.

III. Status-risorse: occupare un ruolo di rilievo nella società e godere di

sicurezza finanziaria.

Una conclusione ragionevole è che la fisicità di un essere umano è una dei

principali motivi di attrazione iniziale, e che esiste una base evoluzionista e

universale a fondamento di ciò.

Che Cosa Incrementa L'Apprezzamento

Ci sono alcuni fattori cruciali che determinano il modo in cui aumentiamo il grado

di apprezzamento verso le persone:

A. Prossimità: è riconosciuto il fatto che la vicinanza gioca un ruolo

importante nelle prime fasi di formazione di un'amicizia.

B. Familiarità: nell'acquisire maggiore familiarità con uno stimolo

(rappresentato anche da un'altra persona), ci sentiamo più a nostro agio

con esso e lo apprezziamo di più.

C. Somiglianza degli atteggiamenti: una delle cause di attrazione positiva e

psicologica più importanti. Le persone con atteggiamenti simili

antecedenti alla conoscenza diventano più attraenti.

Susan Sprecher (1998) rilevò che ad aumentare l'attrazione reciproca, oltre ai

fattori già evidenziati, è la compatibilità delle persone nell'aspetto fisico,

nell'ambiente sociale, nella personalità, negli interessi, etc.

Si può dire che la compatibilità è un'unione assortativa, unione non casuale di

individui basata sulla somiglianza di una o più caratteristiche. Anche la

somiglianza di cultura e di etnia è un elemento importante nella scelta del

partner.

Attrazioni E Benefici

Le spiegazioni sociopsicologiche dell'attrazione includono:

1. Approccio basato sul rinforzo: associamo direttamente al piacere e

impariamo ad amare le persone che ci ricompensano; associammo

direttamente alla sofferenza e detestiamo le persone che ci puniscono. In

una variazione al paradigma del condizionamento classico o pavloviano,

Byrne e Clore (1970) proposero un modello di rinforzo dell'affetto, modello

di attrazione secondo cui apprezziamo le persone che ci circondano

quando proviamo un sentimento positivo.

2. Relazioni come scambio sociale: le persone usano spesso una forma di

economia quotidiana quando considerano costi e benefici. Poiché le risorse

sono scambiate con un partner, cerchiamo di usare una "strategia

minimax": nel relazionarci agli altri cerchiamo di minimizzare i costi e di

massimizzare i benefici che ne derivano. Un concetto importante nella

teoria dello scambio sociale è il ruolo giocato dal "livello di confronto" (CL):

standard che si sviluppa nel tempo, facendoci giudicare se una nuova

relazione è o meno conveniente.

3. L'esperienza di risultati equi per entrambi le parti in una relazione: la

teoria dell'equità (Stacey Adams, 1965).

La Teoria Dell’Equità

La teoria dell’equità è quel caso speciale della teoria dello scambio sociale che

definisce una relazione equa quando la proporzione tra contributo fornito e

risultati ottenuti è considerata uguale da entrambi i partner. Il concetto alla base

è quello della giustizia distributiva (Homans, 1961).

Tyler ha suggerito che nei gruppi le persone considerano in realtà la giustizia

procedurale, correttezza delle procedure adottate per prendere una decisione.

Attaccamento E Affiliazione

Lo studio dell'attaccamento si è ampliato a includere i differenti modi in cui gli

adulti stringono relazioni con chi è a loro vicino. Un'area che sta alla base

dell'attaccamento è l'affiliazione.

Il bisogno di affiliazione è un impulso a instaurare rapporti e a prendere contatto

con altre persone.

William McDougall (1908) suggerì che gli umani sono motivati in modo congenito

a stare insieme e a essere parte di un gruppo, come gli animali che vivono in

branchi o colonie.

Nella sua classica opera, "The Psychology of Affiliation" (1959), Stanley

Schachter descrisse una relazione tra l'isolamento e l'ansia. La solitudine può

invogliare le persone a stare con gli altri, persino con sconosciuti, per un breve

periodo. Il bisogno di affiliazione può essere influenzato da stati temporanei,

come la paura. Non vogliamo stare con chiunque, ma con una persona

particolare. L'infelicità ama la compagnia di coloro che si trovano nella stessa,

infelice situazione.


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Corso di laurea: Corso di laurea in psicologia e processi sociali
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher soscuola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mannarini Stefania.

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