Psicologia sociale della famiglia
La psicologia sociale della famiglia studia lo sviluppo dei legami familiari alla luce delle trasformazioni sociali. La famiglia è un organismo di straordinaria vitalità, capace di definire e modificare continuamente i suoi rapporti con il contesto sociale circostante. L'attenzione viene focalizzata innanzitutto sull'organizzazione della famiglia e sui suoi processi di cambiamento.
Domande fondamentali nella psicologia sociale della famiglia
Due sono state le domande fondamentali che hanno segnato il percorso storico-teorico della riflessione delle scienze psicosociali sulla famiglia:
- La domanda sull'identità: "Che cos'è la famiglia?" con la quale ci si chiede come può essere definita.
- La domanda sul mutamento familiare: "Come si evolve la famiglia?" con la quale ci si chiede come cambia.
Teorie sull'identità e sul mutamento familiare
I due apporti teorici che hanno contribuito a rispondere alla domanda sull'identità sono:
- La Teoria dei piccoli gruppi che considera la famiglia come il piccolo gruppo di Lewin.
- La Teoria dei sistemi che considera la famiglia un sistema.
I due apporti teorici che hanno contribuito a rispondere alla domanda sul mutamento sono:
- La Stress and Coping Theory, la quale studia come vengono affrontati dalla famiglia gli eventi stressanti normativi e non normativi, prevedibili e non prevedibili.
- L'Approccio dello Sviluppo.
Trasformazioni della famiglia
Analisi dei mutamenti demografici della famiglia italiana
Prendendo in esame i mutamenti demografici degli ultimi decenni (con particolare riferimento ai dati dei Censimenti) si è tentato di individuare gli effetti che essi hanno riportato sul ciclo di vita della famiglia e sul rapporto fra le generazioni. Una costante attraversa i dati demografici di cui possiamo disporre: il nucleo familiare di base è la coppia, unità fondamentale di cui i coniugi avvertono la fragilità.
Oggi il contesto italiano come quello europeo sono caratterizzati da una bassa natalità e riduzione della nuzialità e dal radicalizzarsi di nuovi comportamenti: convivenze, nascite fuori dal matrimonio, seconde nozze. Le grandi trasformazioni culturali e sociali che hanno caratterizzato le società occidentali a partire dal dopoguerra, hanno avuto una serie di ripercussioni anche sui comportamenti demografici. Nella maggioranza dei Paesi europei il ricambio della popolazione non è più garantito, l'indice della nuzialità si è ridotto, i divorzi sono in continua crescita, le convivenze di fatto sono ormai una realtà diffusa, le nascite fuori dal matrimonio sono cresciute notevolmente.
Modelli familiari tradizionali e nuove forme familiari
Il modello familiare tradizionale è stato messo in discussione, nuove forme familiari si sono giustapposte: famiglie unipersonali, famiglie monogenitoriali, famiglie ricomposte. La famiglia ha lasciato il posto alle famiglie.
L'intensità di questi cambiamenti non è uguale in tutti i Paesi, grandi differenze si osservano fra le aree del Sud e quelle del Nord Europa. Gli indicatori dei mutamenti sono rappresentati dal tasso di fecondità e dal tasso di nuzialità. Primo indicatore per analizzare le differenze fra i Paesi europei è il tasso di fecondità che a partire dagli anni settanta registra una crescente contrazione. La riduzione del numero delle nascite è cominciata nei paesi del nord Europa e continua oggi nell'Europa del sud.
Oggi è la donna italiana seguita dalla spagnola e dalla greca che detiene il record mondiale del numero più basso di figli. Parallelamente alla bassa fecondità, si osserva un aumento delle nascite fuori dal matrimonio (fenomeno maggiormente osservato nel Nord Europa, in particolare in Danimarca).
Riduzione dei tassi di nuzialità
Secondo indicatore diminuzione dei tassi di nuzialità. Mentre alla fine degli anni sessanta il matrimonio era diventato un fenomeno quasi universale, attualmente si assiste a una riduzione e a uno spostamento in avanti (cresce l'età media al primo matrimonio) e in alcuni casi la scelta definitiva di non sposarsi. La Francia, la Spagna, l'Irlanda e l'Italia sono i Paesi dove ci si sposa di meno. Contemporaneamente aumentano le convivenze, il numero dei giovani che scelgono di vivere da soli.
Ma se i matrimoni sono meno frequenti e più tardivi, sembrano anche meno stabili. A partire dagli anni sessanta il ritmo dei divorzi si è accelerato dovunque, comunque sempre più diffuso nei Paesi del Nord. La diffusione del divorzio comporta come conseguenza un incremento dei nuclei monogenitoriali con minori a carico. Questo fenomeno ha pesanti conseguenze sul piano della crescita e dell'educazione dei figli.
Fecondità in Italia
L'andamento complessivo dei tassi di fecondità totale (numero di figli per donna): aumento nel corso degli anni cinquanta fino al culmine del baby boom (1964), diminuzione costante iniziata nella seconda metà degli anni settanta. Il valore attuale complessivo per l'intero territorio nazionale, ben al di sotto di 2,1 figli per ogni donna che assicura la stabilità della popolazione nel lungo periodo, colloca oggi il nostro Paese a un livello basso nel panorama mondiale della fecondità.
A partire dal 1995 la popolazione italiana sperimenta, per la prima volta nella storia, uno scambio intergenerazionale per cui il numero degli ultrasettantenni supera quello delle persone con meno di 14 anni.
In Italia oggi la famiglia più diffusa è la famiglia con due figli. Il calo sistematico del terzo figlio avviene dopo la metà degli anni sessanta. Dal punto di vista delle conseguenze sociali scendere sotto la soglia di 2,1 significa non garantire il ricambio naturale della popolazione. Vi è poi il fenomeno del figlio unico, comportamento decisamente innovativo rispetto alla generazione precedente. Questa scelta comporta la rinuncia a far vivere al figlio l'esperienza della fratria.
Negli ultimi anni si è dato invece molto spazio ai vantaggi che il figlio unico avrebbe avuto in termini di opportunità e di risorse a disposizione. L'assenza di fratelli fa venir meno quella palestra sociale di incontro/scontro che è fondamentale per costruire la dimensione delle relazioni, alla base dell'esperienza della socialità. Oltre agli effetti a lungo termine di questa condizione, la mancanza di fratelli in età anziana.
Il rilevante calo della natalità potrebbe essere interpretato come un segnale della perdita di valore del figlio, dell'esperienza della maternità e della paternità nella nostra realtà sociale. Non è così, da sondaggi condotti nel nostro paese è invece emersa una valutazione sostanzialmente positiva dell'avere figli. In un periodo in cui il legame matrimoniale tende a farsi più instabile, in una società in cui i punti di riferimento si fanno incerti e sfumati, il vincolo di filiazione resta l'unico su cui investire in modo certo e continuativo.
È interessante notare che i Paesi a più bassa natalità – Italia, Grecia, Spagna – sono quelli nei quali è attribuita maggiore importanza alla presenza di figli. Il calo delle nascite è sicuramente riconducibile alla crisi della nuzialità (fragilità dell'unione coniugale, aumento di separazioni e divorzi, convivenze, famiglie di fatto).
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