Cap. 1 Le sfide
Fin dalle prime pagine l’autore denuncia "un’inadeguatezza sempre più ampia", "profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari dall’altra". In pratica vuole così dimostrare la nostra tendenza ad avere saperi ridotti mentre invece tali saperi andrebbero visti in una dimensione sempre più complessa, più interagente. Infatti la conoscenza progredisce soprattutto con la capacità di contestualizzare e globalizzare.
Mentre invece “in questa situazione diventano invisibili:
- Gli insiemi complessi;
- Le interazioni e le retroazioni fra le parti che il;
- I problemi essenziali.”
In pratica l’autore mette in evidenza che “la separazione delle discipline rende incapaci di cogliere ciò che è tessuto insieme”, quindi ciò che è complesso. Laddove per complessità si intende: quando sono inseparabili le componenti che costituiscono un tutto, e quando c'è un tessuto interdipendente e interattivo tra le parti e il tutto e tra il tutto e le parti. Inevitabilmente si creano, in questo modo, forme di specializzazione o meglio, di iperspecializzazione che impediscono “di vedere il globale e l’essenziale”.
Il problema è che il nostro sistema di insegnamento, invece di correggere questa tendenza, gli obbedisce e fin dalle scuole elementari insegna a isolare e a separare le discipline, a dividere i problemi invece di collegarli e integrarli, ci porta a ridurre il complesso al semplice, a scomporre e non a comporre, ci porta infine, ad eliminare tutto ciò che porta disordine o contraddizione nel nostro intelletto. Alla fine, secondo Morin, tutto ciò si ripercuote sull’intero sistema d’insegnamento con la conseguente perdita, da parte dei giovani, delle loro capacità naturali a contestualizzare e a integrare i saperi. È necessario integrare le conoscenze per indirizzare le nostre vite.
Le tre sfide
Per rimediare a ciò Morin individua tre sfide: culturale, sociologica e civica.
La sfida culturale
Perché la cultura è ormai divisa in due grandi blocchi, da una parte il sapere umanistico (che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani e favorisce l’integrazione delle conoscenze), dall’altra la cultura tecnico-scientifico (che separa i campi, suscita straordinarie scoperte ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa).
La sfida sociologica
In quanto l’informazione è una materia prima che la conoscenza deve integrare e padroneggiare; la conoscenza deve essere costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero; il pensiero è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società.
La sfida civica
Perché l’indebolimento di una visione globale conduce all’indebolimento del senso di responsabilità (poiché ciascuno tende ad essere responsabile solo del proprio compito specializzato) ed all’indebolimento della solidarietà (poiché ciascuno percepisce solo il legame organico con la propria città e i propri concittadini). La conoscenza tecnica è riservata agli esperti, e il cittadino perde così il diritto alla conoscenza. Siamo cioè di fronte ad un deficit democratico.
La sfida delle sfide
Alla fine, secondo Morin, si può rispondere a queste sfide solo attraverso una riforma dell’insegnamento e una riforma del pensiero. Solo “la riforma di pensiero consentirebbe il pieno impiego dell’intelligenza… e permetterebbe il legame delle due culture disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica, poiché concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza" (p.13).
Cap. 2 La testa ben fatta
Ma che cosa significa "una testa ben fatta", definizione mutuata da Montaigne? 'Una testa ben piena': è una testa nella quale il sapere è accumulato, ammucchiato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso. Una 'testa ben fatta' significa che invece di accumulare il sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di:
- Un'attitudine generale a porre e a trattare i problemi;
- Principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso.
È dunque, in definitiva, una spinta verso il pensiero complesso, che non de-finisce gli in-definibili confini di ogni sapere, in quanto non tutti i saperi sono conclusi in se stessi; ma un pensiero che consente di attraversare i saperi, di dipanare la matassa e la rete di nodi di cui è costituita la conoscenza ("cum-plexo", richiama le idee di nodo, maglia a rete, fili intrecciati o che si incrociano, insomma ciò che è tessuto insieme).
Al centro è l'organizzazione del sapere che, da sapere cumulativo e sprofondato nell'erudizione, deve farsi sapere trasversale, multicentrico, contestualizzato, inter-disciplinare e multi-disciplinare, integrato, messo in relazione e nel contesto delle informazioni.
L'attitudine generale
Secondo Morin, un aspetto importante dell'educazione, che va sempre alimentato, è quello dell'attitudine generale della mente a porre e a risolvere i problemi. Affinché venga impiegata pienamente l’intelligenza generale, la scuola ha il dovere di stimolare la curiosità nel bambino, nell'adolescente per permettergli di indagare e di scoprire, si tratta in effetti di alimentare una attitudine indagatrice che la scuola troppo spesso spegne.
Per lo sviluppo dell'intelligenza generale Morin suggerisce di alimentare il dubbio che è l'unica possibilità che abbiamo di "ripensare il pensato" e allo stesso tempo può portarci ad avere "il dubbio del suo stesso dubbio". Morin suggerisce agli insegnanti e agli educatori che è importante sviluppare quello che i greci chiamavano mètis, ossia un "insieme di attitudini mentali che combinano l’intuizione, la sagacia, la previsione, l’elasticità mentale, la capacità di cavarsela, l’attenzione vigile, il senso dell’opportunità".
E poi ancora suggerisce di educare alla serendipità, ossia l’arte di trasformare dettagli insignificanti in indizi che consentono di ricostruire tutta una storia. Un buon uso dell’intelligenza generale è necessario sia nella cultura umanistica che in quella scientifica che nella vita.
L'organizzazione delle conoscenze
Una "testa ben fatta" è quella che permette, di organizzare le conoscenze:
- Evitandone la sterile accumulazione e superandone la frammentazione attraverso la loro interconnessione (delle conoscenze);
- Superandone la frammentazione e ricostruendo un pensiero globale.
Tra l’altro, la capacità di interconnettere i saperi rendendoli inseparabili dal contesto culturale, sociale, economico, e politico favorisce la nascita di un "pensiero ecologizzante, che è appunto pensiero del complesso". Ecco perché "lo sviluppo dell'attitudine a contestualizzare e a globalizzare i saperi diventa oggi un imperativo dell'educazione".
Pascal aveva già considerato l’imperativo della interconnessione suggerendone l’insegnamento a partire dalle scuole elementari. "Poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e adiuvanti, mediate e immediate, e tutte sono legate da un vincolo naturale che unisce le più lontane e le più disparate, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere le parti".
Quindi, per pensare localmente si deve pensare globalmente e viceversa (lo scopriremo nel cap 8). E poi, la psicologia cognitiva ha già dimostrato che la conoscenza progredisce con difficoltà se manca l’attitudine a integrare le conoscenze nel loro contesto. L’auspicio è quindi quello di superare quanto prima la frammentazione delle conoscenze per privilegiare la loro interconnessione. Solo così può nascere “un nuovo spirito scientifico” (pag. 6/21).
Infatti, per esempio, le nuove scienze come l’ecologia, le scienze della terra e la cosmologia, sono trans-disciplinari in quanto hanno per oggetto non un settore, ma un sistema e proprio per questo le possiamo chiamare scienze sistemiche. Anche la geografia è una scienza “multidimensionale” poiché abbraccia dalla geologia ai fenomeni economici e sociali. Ma anche la storia tende a diventare scienza multidimensionale integrando in se le dimensioni economiche e antropologiche.
L'imperativo
L’imperativo attuale allora è quello di ripristinare la finalità della “testa ben fatta” alle condizioni del nostro tempo, mettendo fine alla separazione tra la cultura scientifica e umanistica cosa, che “consentirebbe di rispondere alle formidabili sfide della globalità e della complessità della vita quotidiana, sociale, politica, nazionale mondiale”.
Cap. 3 La condizione umana
Bisogna tener presente che l'essere umano ha la sua origine nella natura vivente e fisica, ma ne emerge e se ne distingue attraverso la cultura, il pensiero.
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