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Indicatori e criteri per stimare l’accuratezza degli stereotipi

Un metodo di ricerca sugli stereotipi consiste nell’attribuzione di tratti attraverso autovalutazione

dei soggetti; molto spesso questa tecnica dà luogo a fenomeni di distorsione causata dalla

desiderabilità sociale che i giudizi trasmettono (chi ammetterebbe di essere disonesto o sfaticato?).

Per tentare di risolvere il problema, si crea una matrice di valutazione con attributi a valenza

positiva e attributi a valenza negativa e si chiede ai membri dei due gruppi di valutare:

• in che misura secondo il soggetto un certo tratto (es.: estroversione) è associabile sia al proprio

gruppo che all’altro;

• in che misura il soggetto percepisce la dispersione dell’ingroup e dell’outgroup attorno al valore di

tendenza centrale associato al tratto (quanto tutti i membri dell’ingroup e dell’outgroup possiedono

il tratto valutato –l’estroversione);

• in che misura il soggetto attribuisce al sé il tratto valutato (quanto si ritiene estroverso).

Numerosi studi dimostrano che nelle situazioni intergruppi (cioè tra il gruppo di appartenenza e il

gruppo esterno) si manifestano stereotipi con queste caratteristiche:

Da uno studio sugli stereotipi politici, è risultato che:

• gli stereotipi dell’ingroup erano più accurati di quelli dell’outgroup (sovrastima delle opinioni

stereotipiche sull’outgroup);

• maggiore sensibilità alle differenze (dispersione) dei membri dell’ingroup che non dell’outgroup;

• più i soggetti si identificano col gruppo, tanto più sono accurati i giudizi sull’ingroup e tanto meno

sull’outgroup (la percezione del proprio gruppo è più accurata di quella del gruppo esterno).

STEREOTIPI E STRUTTURE DI CONOSCENZA

Tajfel suggerisce l’idea che il flusso dei cambiamenti sociali che si realizzano nelle relazioni tra i

gruppi si basi su un continuo riaggiustamento del modo in cui gli individui attribuiscono un

significato a ciò che si modifica e su una ricerca delle cause che hanno prodotto questi

cambiamenti. Il modo in cui gli individui interpretano e comprendono i cambiamenti che

interessano la propria esistenza si basa su tre processi cognitivi: categorizzazione (stampo che dà

forma agli atteggiamenti intergruppi), assimilazione (dei valori sociali e delle norme) e ricerca di

coerenza (che si realizza in un panorama in continua modificazione e produce la tendenza a

spiegare il comportamento di gruppo nei termini di caratteristiche che sono inerenti al gruppo

stesso). In questo contesto gli stereotipi nascono dal processo di categorizzazione. Questo processo

produce automaticamente l’accentuazione delle somiglianze entro la categoria e delle differenze tra

le due categorie messe a confronto. A questo effetto si aggiunge, nel caso in cui il soggetto che

giudica faccia parte di una delle categorie messe a confronto, un ulteriore effetto, cioè quello di

produrre una discriminazione valutativa e comportamentale a vantaggio del proprio gruppo di

appartenenza. Effetti considerati fondamentali nell’attivazione e nell’impiego degli stereotipi

sociali.

Il paradigma che ha conosciuto la maggiore notorietà nello studio degli effetti di accentuazione

categoriale ottenuti in compiti di memoria è quello proposto da Taylor e chiamato who says what

(chi aha detto cosa) che ha dimostrato che gli errori intracategoriali sono significativamente più

numerosi degli errori intercategoriali.

Gli stereotipi non sono dei sistemi di rappresentazione “neutrali”, veicolando in maniera implicita

sistemi di valore. Nel momento in cui la realtà si articola in due gruppi contrapposti, quello cui il

soggetto appartiene e quello che si colloca all’esterno, si creano le condizioni per il manifestarsi di

una asimmetria valutativa.

Le condizioni psicologiche minime per far emergere il favoritismo intragruppo è sufficiente a fare

emergere una asimmetria valutativa.

Alcuni modelli degli stereotipi come sistemi di rappresentazione.

Il primo modello è quello del prototipo: i soggetti che si rappresentano o un gruppo o una categoria

sociale depositano in memoria delle rappresentazioni astratte degli aspetti tipici del gruppo e

giudicano i singoli membri in relazione al grado di somiglianza che essi presentano con il prototipo.

In altri termini la categoria viene riassunta in termini generali da un elemento che costituisce una

sorta di media lungo le diverse dimensioni entro cui si articola la sua rappresentazioni.

Un secondo modello è quello degli esemplari e prevede che un gruppo sia rappresentato attraverso

la comparsa di esemplari concreti e particolari: quanto più numerosa sarà la schiera di esemplari che

prenderanno corpo per dare corso all’attivazione della categoria in questione tanto più varia sarà la

sua rappresentazione.

Un terzo modello è quello delle reti associative: lo stereotipo è concepito come una rete di attributi

collegati (tratti, credenze, comportamenti). Nei modelli associativi gli stereotipi operano fuori della

consapevolezza dell’individuo, basta l’attivazione di un’etichetta linguistica ( ebrei, neri, dottore

ecc.) per far venire in mente in maniera automatica gli attributi ad essa collegata. Gli esperimenti

del priming semantico si riconducono all’analisi di questi fenomeni.

Un ulteriore modello è quello degli schemi. Si può assumere che l’informazione stereotipia, è

costituita da un insieme di credenze generalizzate e astratte a proposito di un gruppo di suoi

membri.

Il processo di categorizzazione è quindi un rimedio per ovviar all’estrema complessità delle nostre

esperienze di percezione sociale e possiede, accanto ad indubbi vantaggi in termini di

economizzazione delle risorse cognitive, anche effetti collaterali.

Tajfel: i cambiamenti sociali si basano su un continuo riaggiustamento del modo in cui gli individui

interpretano un cambiamento e sulla ricerca delle cause che hanno prodotto il cambiamento.

Gli individui interpretano e comprendono i cambiamenti attraverso tre processi cognitivi:

Lo stampo che dà forma agli atteggiamenti

Categorizzazione intergruppi

Contribuisce al contenuto degli atteggiamenti

Assimilazione dei valori e delle norme sociali intergruppi

Produce la tendenza a spiegare il

Ricerca della coerenza comportamento di gruppo attraverso

caratteristiche “inerenti” al gruppo stesso,

all’interno di un panorama in continua

modificazione.

Gli stereotipi producono semplicità ed ordine dove c’è complessità, ma solo se le differenze sfocate

diventano chiare distinzioni, o se se ne creano di nuove dove prima mancavano (Tajfel).

I processi di categorizzazione sono responsabili dei più rilevanti fenomeni nell’attivazione degli

stereotipi sociali. Se una dimensione di giudizio sociale (atletico, lavoratore, loquace…) viene

associata a una categoria sociale, i membri di ogni categoria sembreranno tra loro più simili di

quanto realmente siano, mentre i membri di categorie diverse sembreranno tra loro maggiormente

differenti. in questo modo emergeranno immagini stereotipiche associate a ciascuna categoria tali

da esagerarne le caratteristiche distintive.

L’accentuazione delle somiglianze entro la categoria e delle differenze tra due categorie messe a

confronto diventa l’effetto (relativamente automatico) del processo di categorizzazione. Se il

soggetto giudicante fa parte di una delle categorie messe a confronto, si produce inoltre una

discriminazione valutativa e comportamentale a favore del proprio gruppo di appartenenza.

Secondo Krueger l’effetto-categorizzazione non è l’accentuazione delle differenze, ma il

raggruppamento verso un valore di tendenza centrale di categoria (esperimento su due date

dello stesso mese o sulle temperature medie di un periodo).

Gli effetti della categorizzazione e i fenomeni di accentuazione si manifestano nei contesti più

diversi: le persone tendono ad attribuire ai membri del proprio gruppo di appartenenza opinioni più

simili alle proprie di quanti si aspettino dai membri dell’altro gruppo.

Categorizzazione e compiti di memoria

Quando i soggetti sono categorizzate in un gruppo, tendono a ricordare prevalentemente le opinioni

che li rendono più simili ai membri dell’ingroup e quelle che li rendono più diversi rispett o

all’outgroup.

Paradigma Who says what (Taylor). I partecipanti sono bravi a ricordare che una certa frase è

stata prodotta dal membro di un gruppo o dell’altro, ma lo sono molto meno nell’attribuire

correttamente la frase tra i membri della stessa categoria: gli errori intracategoriali sono

significativamente più numerosi degli errori intercategoriali. Questo è maggiormente evidente

quando il contesto di categorizzazione rende ancora più marcate le differenze (giovani donne/vecchi

uomini).

Gli effetti della categorizzazione che portano al favoritismo per il proprio gruppo di appartenenza

Gli stereotipi veicolano in maniera implicita sistemi di valori, gerarchie, preferenze e giudizi

tendenziosi: quando la realtà si articola in due gruppi contrapposti si creano le condizioni per una

asimmetria valutativa. Il processo di categorizzazione rende visibile e psicologicamente

significativa la contrapposizione tra gruppi, favorendo il favoritismo nei confronti dell’ingroup e la

discriminazione nei confronti dell’outgroup.

Secondo Tajfel, il puro contesto di categorizzazione (anche senza che emergesse una

competizione tra i gruppi) è sufficiente perché l’individuo emetta dei giudizi e pianifichi dei

comportamenti a favore del proprio gruppo e discriminanti nei confronti del gruppo opposto.

Paradigma del gruppo minimo: assegnando a un soggetto un’appartenenza categoriale (casuale), e

chiedendo al soggetto di distribuire delle ricompense a due membri sconosciuti, uno appartenente

all’ingroup e l’altro all’outgroup, il soggetto manifesta favoritismo a vantaggio del membro

appartenente all’ingroup, pur senza conoscerlo e senza che vi fosse alcuna ricompensa per sé.

La condizione di gruppo minimo è quella in cui la distinzione dei due gruppi dipende

esclusivamente da una differenziazione categoriale, eppure sono sufficienti a far emergere

favoritismo intracategoriale. La condizione che in termini percettivi e cognitivi permette di dividere

due classi di individui (non legati da un destino comune, né contrapposti da ragioni obbiettive di

competizione o conflitto) è di fatto sufficiente a far emergere una asimmetria valutativa e delle

condotte discriminatorie.

Modello del contenuto degli stereotipi

L’analisi dei raggruppamenti condotta sui giudizi del calore umano e di competenza emessi nei

confronti di diversi gruppi sociali valutati da diversi di campioni di partecipanti statunitensi,

consente di individuare un raggruppamento di esemplari che possiamo definire come ingroup e altri

tre come outgroups. L’ingroup è definibile come un raggruppamento che esercita il ruolo di

riferimento culturale e ad esso di solito si associano giudizi positivi sia sulla dimensione di calore

umano che in quella della competenza.

ASPETTI PROCESSUALI DEGLI STEREOTIPI

La formazione degli stereotipi ha luogo nel momento in cui un aggregato di individui viene

percepito come appartenente ad uno stesso gruppo o ad una stessa entità. Ma quali sono i criteri e le

combinazioni di criteri che danno luogo alle rappresentazioni stereotipiche? Riuscire ad individuare

una relazione di connessione tra variabili è molto importante per interpretare e prevedere il proprio

ambiente sociale: questa tendenza che spontaneamente si manifesta nella percezione sociale

quotidiana accompagna così di frequente le nostre esperienze di interazione da imporsi anche

quando tra i fenomeni e le variabili esaminate non si danno empiricamente dei legami di

accadimento contemporaneo. Si manifestano, insomma, situazioni in cui le persone tendono a

percepire la connessione tra variabili anche quando tra di loro non esiste alcuna relazione: parliamo

in questo caso di correlazione illusoria. Fenomeno messo in luce da Chapman e Chapman.

Un altro fenomeno che può contribuire alla formazione di concezioni stereotipiche a proposito delle

caratteristiche dei gruppi sociali è la tendenza a preferire delle spiegazioni disposizionali anziché

situazionali nei comportamenti altrui. Si tratta di un fenomeno messo in luce da Heider, denominato

da Ross “errore fondamentale di attribuzione” e da Jones “bias della corrispondenza”. Vi è la

tendenza delle persone a favorire spiegazioni disposizionali dei propri comportamenti, soprattutto in

caso di successo anziché di insuccesso.

Un altro aspetto importante nel processo di formazione e mantenimento degli stereotipi è il livello

di attivazione della categoria stereotipica. La salienza di una categoria sociale può essere in parte

responsabile delle diverse spiegazioni che vengono generalmente fornite in relazione ai

comportamenti dei membri dell’ingroup e dell’outgroup. Anche nel caso in cui non esista uno

stereotipo chiaramente definito a proposito di un determinato gruppo sociale, si può ipotizzare che

la categoria sociale stessa fornisca una pseudospiegazione del comportamento in qustione.

Criteri di formazione degli stereotipi

La correlazione Tendenza a ritenere che due eventi siano tra loro associati anche quando

nella realtà una simile associazione non è presente.

illusoria Hamilton e Gifford: dati due gruppi e una serie di comportamenti positivi o

negativi, con lo stesso rapporto tra loro, il gruppo con il minor numero di

membri veniva percepito come maggiormente correlato a comportamenti

negativi, anche se il rapporto tra comportamenti positivi e negativi era lo

stesso (sovrastima dei dati a minor frequenza). Il principio sottostante alla

correlazione illusoria prevede che quando si verificano simultaneamente

due eventi infrequenti, questa concorrenza viene subito notata e rimane

ben impressa: quindi gli episodi con la combinazione di due elementi

infrequenti risultano meglio codificati e sono in seguito maggiormente

accessibili. I gruppi minoritari (es. immigrati) tendono in virtù della

correlazione illusoria ad essere associati a comportamenti negativi

(infrequenti, e pertanto salienti) più di quanto consentirebbero i dati.

Se il soggetto osservatore però appartiene al gruppo di minoranza, la

correlazione illusoria scompare: i comportamenti negativi vengono ricordati

ma non intaccano la valutazione globale del gruppo, mentre i comportamenti

positivi vengono rafforzati. Presumibilmente questo accade per l’interazione

tra fattori cognitivi (la salienza dei comportamenti infrequenti) e motivazionali

(l bisogno d proteggere il gruppo).

L’errore Tendenza a preferire cause disposizionali (fattori “interni”) dei

comportamenti altrui e cause situazionali dei propri. Ross: con la

fondamentale di simulazione di un gioco a quiz, ha dimostrato che vengono effettuate inferenze

attribuzione e i disposizionali ignorando la rilevanza che la specifica strutturazione della

biases a servizio situazione poteva aver avuto (intervistatore giudicato più preparato mentre era

del sé solo avvantaggiato). Comportamenti e caratteristiche derivanti dai ruoli sociali

ricoperti dalle persone (quindi spesso dovuti a cause situazionali) vengono

visti come risultato delle caratteristiche di personalità.

Tendenze sistematiche (biases) al servizio del sé: tendenza delle persone a

favorire spiegazioni disposizionali dei propri comportamenti, soprattutto in

caso di successo anziché di insuccesso. Asimmetria nei processi attribuzionali:

gli appartenenti al gruppo dominante tenderebbero a fornire spiegazioni

disposizionali a proposito del successo del proprio gruppo rispetto alle persone

appartenenti a un gruppo svantaggiato.

L’accessibilità di una categoria rispetto alle altre può dipendere dalla sua

Salienza salienza rispetto al contesto. Effetto solo: i comportamenti di una persona che

categoriale appartiene a una categoria saliente rispetto al contesto (es.: nero tra bianchi)

vengono giudicati più estremi rispetto a quelli delle altre persone. In una

situazione intergruppo, un comportamento viene attribuito a cause

disposizionali dell’attore se questi è saliente rispetto al contesto, piuttosto che

a cause situazionali (come accadrebbe se lo stesso comportamento venisse

messo in atto da un individuo non saliente). La salienza categoriale può essere

in parte causa dell’asimmetria valutativa tra ingroup e outgroup: poiché le

persone sono più motivate a spiegare i comportamenti negativi rispetto a

quelli positivi, e poichè tendono a percepire i membri dell’outgroup come

più salienti di quelli dell’ingroup, le persone preferiranno spiegare i

comportamenti negativi dei membri dell’outgroup facendo riferimento alla

categoria di appartenenza (saliente+saliente). Differentemente dalla

correlazione illusoria, non è necessario che i membri dell’outgroup

appartengano alla minoranza: perché l’attribuzione causale abbia luogo.

Elaborazione delle informazioni e conferma degli stereotipi

Gli stereotipi sono come degli schemi generali che orientano la codifica delle informazioni in

entrata e consentono di andare oltre le informazioni date; i rischi sono la semplificazione, la perdita

di informazioni importanti e una percezione distorta del gruppo nel complesso.

Uso asimmetrico delle informazioni, a seconda che servano per confermare o mettere in

discussione lo stereotipo: le informazioni incongruenti con lo stereotipo vengono trascurate anche

quando sono chiaramente stereotipiche o controstereotipiche. Lo stereotipo aiuta a decodificare le

informazioni secondo le aspettative da esso stesso generate: le informazioni ambigue tendono ad

essere assimilate allo schema preesistente. Gli stereotipi relativi a un certo gruppo sociale

influenzano l’interpretazione del comportamenti messi in atto dai membri di quel gruppo (si vede

ciò che ci si aspetta di vedere). Le persone non abbandonano facilmente un’ipotesi o una credenza,

anche quando non dispongono di dati capaci di confermarla: l’etichetta categoriale permane, anche

in assenza di evidenze empiriche a favore (esperimento dei falsi pazienti schizofrenici).

La conferma degli stereotipi

Gli stereotipi influenzano la memorizzazione delle nuove informazioni: le persone ricordano

significativamente meglio gli episodi coerenti con le aspettative che quelli incongruenti (tendenza a

preferire i dati “a conferma”). E’ probabile però che nella percezione e valutazione delle categorie,

gli individui siano sensibili alla quantità di informazioni incongruenti che hanno a disposizione: se

vengono accumulate sufficienti informazioni incongruenti con lo stereotipo, è possibile che si formi

una categoria alternativa capace di inglobare i tratti incongruenti.

Secondo Hamilton e Sherman le persone sono particolarmente sensibili alle informazioni

incongruenti quando si devono formare un’impressione globale di un individuo, mentre sarebbero

meno inclini a prestare attenzione (e quindi a ricordare) le informazioni incongruenti con le

aspettative nel caso di gruppi.

La tendenza alla conferma è presente anche nel mondo scientifico: un paradigma non viene

abbandonato se emergono delle anomalie (evidenze empiriche in contraddizione), ma sono queste

ultime a essere trattate come eccezioni, finchè non ce ne siano troppe ed emerga un nuovo

paradigma in grado di spiegare sia i dati precedenti che le anomalie.

Processi di attribuzione e stereotipi

I processi di attribuzione causale sono fortemente influenzati dalle categorie sociali a cui

appartengono le persone oggetto di attribuzione: quando un individuo considerato proto tipico di

una categoria si comporta in modo incoerente con lo stereotipo, il suo comportamento tende ad

essere attribuito a cause situazionali e transitorie, e non viene considerato capace di disconfermare

le credenze riguardanti la categoria.

Quando il comportamento di un individuo è conforme alle aspettative, il soggetto percipiente attiva

la spiegazione disposizionale prevista dallo stereotipo, risparmiando risorse cognitive; quando il

comportamento è incongruente rispetto allo stereotipo, si cercano fattori situazionali di tipo esterno.

Questa tendenza è particolarmente marcata quando il soggetto percipiente non è direttamente

coinvolto; quando la situazione coinvolge un ingroup e un outgroup si verifica un bias di tipo

egocentrico: l’errore di attribuzione per eccellenza, cioè la tendenza ad attribuire comportamenti

negativi a cause disposizionali per i membri dell’outgroup, e a preferire spiegazioni situazionali per

i membri dell’ingroup.

Conseguenze comportamentali degli stereotipi: le profezie che si autoadempiono

La profezia che si autoavvera è il processo mediante cui le aspettative che una persona nutre nei

confronti di un’altra diventano realtà perché sollecitano comportamenti in grado di confermarle.

Le aspettative di una persona possono incanalare le interazioni sociali che questa avrà, inducendo il

suo interlocutore a comportarsi in modo da realizzare una conferma comportamentale delle

aspettative stesse.

Studi: nuovo insegnante descritto a metà studenti come “caldo” all’altra metà come “freddo”,

ragazze che dovevano autodescriversi in vista di un incontro con un ragazzo socialmente

desiderabile o meno, colloqui di lavoro con tendenza a trattare i candidati in maniera differente sulla

base di pregiudizi di tipo razziale, insegnanti nei confronti degli studenti eccetera.

Le preconfezioni sociali non solo distorcono la percezione delle persone, ma suscitano negli

individui oggetto di aspettativa dei comportamenti che confermano lo stereotipo del soggetto

percipiente.

Il fenomeno della profezia che si autoadempie si manifesta solo se la persona oggetto di aspettative

non è al corrente delle aspettative stesse; inoltre le persone si conformano alle aspettative solo se

sono insicure della concezione di sé, e se il soggetto percipiente dimostra un alto grado di fiducia

nelle sue aspettative.

La persona oggetto di pregiudizio, consapevole delle credenze che lo riguardano, deve

intenzionalmente attuare dei comportamenti controstereotipici, per disconfermare le aspettative e

modificare le credenze che li sorreggono.

LA MODIFICAZIONE DEGLI STEREOTIPI

Gli stereotipi una volta acquisiti, sono resistenti al cambiamento, anche a fronte di informazioni che

costituiscono oggettivamente delle disconferma. Importante capire come si possono indebolire e

modificare.

Il primo contributo che ha cercato di indagare in questo senso è quello fornito da Allport secondo

cui tali condizioni si realizzerebbero quando gli individui appartenenti a gruppi diversi si trovano ad

interagire. Nota come “ipotesi del contatto”, questa concezione deriverebbe da una premessa

fondamentale, cioè che il modo migliore per ridurre tensione e ostilità fra gruppi sociali sia quello

di favorire il contatto tra membri. Ci sono però una serie di condizioni che devono essere

soddisfatte affinché il contatto porti i risultati sperati:

• dovrebbe esserci sostegno sociale e istituzionale capace di favorire lo svilupparsi di rapporti

positivi fra i gruppi e in grado di garantire un clima di tolleranza sociale

• le interazioni fra i membri di gruppi diversi devono essere caratterizzate da un contatto di

tipo intimo piuttosto che superficiale, con sufficiente frequenza, durata e profondità per

favorire lo sviluppo di relazioni positive

• i membri appartenenti ai due gruppi che si trovano ad interagire devono godere di condizioni

di intrazione in cui il suo status sia uguale

• ci deve essere cooperazione intergruppi al fine di raggiungere uno scopo comune

• le interazioni con i membri degli altri gruppi devono essere piacevoli e soddisfacenti.

Gli stereotipi, una volta acquisiti, vengono protetti da una serie di processi che li rendono resistenti

al cambiamento, nonostante disconferme oggettive.

L’ipotesi del contatto

Secondo Allport, la modificazione degli stereotipi e la riduzione del pregiudizio è possibile quando

gli individui appartenenti a gruppi diversi si trovano ad interagire, purché si verifichino alcune

condizioni.

L’ipotesi del contatto alla prova

Le persone tendono ad evitare di entrare in contatto con i membri di altri gruppi sociali, talvolta

nonostante pressioni istituzionali a favore dell’integrazione (bambini a scuola).

In generale i risultati sono contraddittori: in alcuni casi il contatto ha portato a una diminuzione del

pregiudizio, in altri il pregiudizio è aumentato nel gruppo di maggioranza, mentre la minoranza ha

sperimentato un senso d isolamento e una diminuzione di autostima.

In uno studio tedesco, i giudizi sugli stranieri erano tanto più favorevoli quanto più erano gli

immigrati sul posto di lavoro.

Cook: il contatto interpersonale porta a percepire le somiglianze di valori e atteggiamenti

(l’ignoranza è la causa del pregiudizio): se le interazioni sono sufficientemente intime e personali,

le credenze sull’outgroup verrebbero riorganizzate tramite un processo di generalizzazione. Questo

però non è verificato: molto spesso un confronto diretto aumenta la consapevolezza che i gruppi

sociali sono guidati da valori molto diversi.

Modelli cognitivi

Quali sono i processi cognitivi che potrebbero modificare contenuto e struttura degli stereotipi?

Informazioni a disconferma degli stereotipi: il problema della generalizzazione

Problema della generalizzazione: anche quando una persona appartenente a una categoria sociale

viene percepita diversamente dalle aspettative stereotipiche, questo non conduce ad un

cambiamento dello stereotipo del gruppo nel suo complesso. le persone tendono a modificare il

proprio atteggiamento nei confronti dei singoli membri, non dell’outgroup nel suo complesso.

Generalmente le persone tendono ad evitare il contatto con i membri dell’outgroup, e quando questo

avviene, preferiscono persone atipiche del gruppo; ciò nonostante, gli individui non cambiano idea

sul gruppo nell’insieme e questi casi vengono isolati a trattati come eccezioni.

Gli esemplari anomali non sono in grado di produrre una generalizzazione della categoria nel suo

complesso.

Il comportamento di un membro tipico dell’outgroup, viene considerato un buon predittore del

comportamento del gruppo, mentre ciò non avviene per un membro atipico; viceversa, quando un

comportamento controstereotipico veniva associato a un membro tipico, era più probabile che

venisse attribuito a tutto il gruppo.

Hewstone e Brown: continuum concettuale: ad un estremo gli incontri tra membri di due gruppi

diversi che interagiscono a livello individuale, e il legame col gruppo è debole; all’altro estremo le

relazioni intergruppi, la cui qualità è interamente determinata dall’appartenenza categoriale.

Secondo gli autori, la modifica degli stereotipi è possibile solo a livello intergruppi, perché è l’unico

contesto in cui un comportamento controstereotipico può essere ricondotto al gruppo nel suo

complesso.

La decategorizzazione come mezzo per la riduzione degli stereotipi

Brewer e Miller: sono necessarie delle interazioni a livello personale perché il contatto tra due

gruppi conduca ad un’accettazione reciproca e a una riduzione del conflitto. Quando gli incontri tra

individui appartenenti a gruppi diversi avvengono a livello interpersonale le relazioni intergruppo

tendono a migliorare. L’incontro intergruppo enfatizza l’appartenenza categoriale, e suscita un

confronto sgradevole fra i membri dei due gruppi.

Decategorizzazione: processo di indebolimento dei confini intergruppi, necessario a ottenere dei

cambiamenti nelle relazioni; creare dei rapporti interpersonali indebolisce la forza delle categorie, i

cui confini sono particolarmente marcati quando diverse dimensioni categoriali (razza, sesso età…)

esercitano la loro influenza (in questi casi la modifica degli stereotipi diventa molto remota).

GRUPPI E PERSONE: DUE POLI DI UN RAPPORTO COMPLESSO

Le rappresentazioni dei gruppi sociali sono fortemente influenzate dalla prospettiva di giudizio

degli osservatori: il gruppo di cui si è membri viene generalmente visto in modo variegato e

complesso, il gruppo esterno più omogeneo e stereotipico. Inoltre, si tende a essere più cauti

nell’inserire un nuovo membro nell’ingroup anziché nell’outgroup, e ci si aspetta una maggiore

coerenza interna da un individuo singolo che dal gruppo nel suo complesso.

L’omogeneità percepita dell’outgroup

Omogeneità dell’outgroup: il gruppo sociale al quale apparteniamo ci appare complesso,

composto da persone diverse e non assimilabili, mentre i gruppi sociali esterni ci sembrano

omogenei, compatti, tanto da non essere in grado di cogliere le differenze al loro interno (i

giapponesi/i neri/le donne sono tutti uguali).

Attenzione: quando l’ingroup è il gruppo di minoranza, questo fenomeno viene capovolto: l’ingroup

viene considerato tendenzialmente più omogeneo rispetto all’outgroup.

Indice di stereotipizzazione

Esso è basato sul grado di correlazione fra giudizio espresso nei confronti del gruppo in genere di

appartenenza e giudizio formulato nei confronti di un singolo individuo.

Esempio di ricerca

In cui i partecipanti maschi manifestano il classico effetto di gruppo di maggioranza, ossia

presentando valori di stereotipizzazione maggiori per l’outgroup rispetto l’ingroup. Ne consegue

anche un indice di stereotipizzazione del Sé (ovvero il meccanismo in cui ciascuno di noi si

attribuisce caratteristiche stereotipiche sulla base di appartenere ad uno specifico gruppo sociale)

registrato nel campione maschile particolarmente basso.

Il fenomeno della sovraesclusione dall’ingroup

Dovendo prendere una decisione inerente l’inclusione di un nuovo membro nell’ingroup,

l’individuo preferisce rischiare di rifiutare un membro che ne avrebbe i requisiti piuttosto che

rischiare di includerne uno che non li avrebbe (fenomeno della sovra esclusione dall’ingroup).

Quando l’inclusione di un nuovo membro riguarda il nostro gruppo siamo molto accurati, cauti se

non addirittura sospettosi, e abbiamo bisogno di un elevato numero di evidenze a favore prima di

arrivare a una conclusione positiva; se l’inclusione riguarda un gruppo esterno è probabile che

siamo molto più sbrigativi, e che ci bastino poche informazioni a conferma delle ipotesi di partenza

(anche vaghe) per includerlo nell’outgroup.

Ipotesi della vigilanza: le persone portatrici di pregiudizio quando devono giudicare stimoli

significativi sono in una condizione di attivazione che consente loro di riconoscere con molta

accuratezza gli oggetti del pregiudizio, perché considerati potenzialmente pericolosi.

Un’altra ipotesi è che le persone con pregiudizi tendono a considerare un numero maggiore di

stimoli come membri del gruppo esterno di quanto non facciano le persone prive di pregiudizi.

Leyens e Yzerbyt ritengono che l’obiettivo centrale dei soggetto coinvolti in compiti di

classificazione di persone sconosciute sia quello di proteggere il gruppo di appartenenza.

Poiché l’identità sociale dei soggetti è in pericolo se viene incluso nell’ingroup un membro

dell’outgroup, c’è bisogno di un maggior numero di informazioni a conferma prima di includere un

nuovo membro nell’ingroup (sovraesclusione dal proprio gruppo di appartenenza).

Inoltre i soggetti sono portati ad attribuire maggior potere informativo alle informazioni che

contraddicono le proprie aspettative: il potere diagnostico è più alto quando le informazioni

costituiscono una disconferma dello stereotipo e quando sono negative, pertanto ne bastano meno

rispetto alle positive per prendere una decisione.

Studi sull’appartenenza regionale, su persone con pregiudizi antisemiti, sui valloni contrapposti ai

fiamminghi (richiesta di un maggior numero di tratti prima di includere, minore per escludere),

sugli speaker valloni e fiamminghi.

Il fenomeno della sovraesclusione dall’ingroup si manifesta indipendentemente dal tipo di

formulazione usata per porre la domanda ai soggetti: sia che il soggetto cerchi evidenze di tipo

confirmatorio o disconfirmatorio, la sovraesclusione si manifesta comunque in una direzione

motivazionale, cioè la salvaguardia del proprio gruppo di appartenenza.

Koomen e Dijker rilevano che le persone tendono a codificare soprattutto le informazioni che

disconfermano l’immagine dell’ingroup (se un italiano si comporta da italiano non è saliente; la

percezione dei membri dell’ingroup sarebbe guidata soprattutto da aspettative di tipo normativo),

mentre relativamente all’outgroup il processo d codifica porta a risultati opposti: l’attenzione è

concentrata sulle informazioni coerenti con lo stereotipo e si tendono a ignorare le informazioni

disconferma. Processi di tipo cognitivo sarebbero quindi alla base del fenomeno:le persone

elaborerebbero con più facilità i tratti stereotipici dell’outgroup e controstereotipici dell’ingroup

(perché confermano le aspettative), e quando si trovano di fronte a tratti stereotipici dell’ingroup e

controstereotipici dell’outgroup avrebbero bisogno di maggiori informazioni prima di prendere

una decisione circa l’appartenenza categoriale.

E’ probabile comunque che sia processi cognitivi che bisogni motivazionali entrino in gioco quando

si prendono delle decisioni circa l’appartenenza categoriale di una persona.

Effetto di sovraesclusione in compiti di memoria: in casi in cui la distinzione di gruppo è

rilevante, dovendo svolgere un compito di memoria di riconoscimento, soggetti preferiscono

collocare gli stimoli dubbi nella categoria dell’outgroup piuttosto che dell’ingroup; pertanto il

fenomeno di sovraesclusione viene messo in atto in presenza di forti componenti motivazionali

legate all’appartenenza di gruppo.

Viceversa, in un contesto di gruppo minimo il fenomeno non emerge perché non è sostenuto da una

base motivazionale adeguata (i soggetti appartengono a un gruppo in base a criteri di tipo

episodico): se questo fenomeno poggiasse su meccanismi di ordine cognitivo dovrebbe manifestarsi

anche nel caso di classificazioni minime.

Il fenomeno di sovraesclusione dall’ingroup contraddice la rappresentazione dell’ingroup come

dotato di maggior complessità e varietà: sembra pertanto che l’omogeneità dell’outgroup dipenda da

processi di tipo percettivo che riguardano l’intera categoria, quelli sulla sovraesclusione fanno

riferimento alla percezione dei singoli esemplari (asimmetria di giudizio tra individui e gruppi).

Asimmetrie di giudizio tra persone e gruppi

Person-positivity bias: la tendenza sistematica a valutare positivamente gli individui.

Sears: gli individui vengono valutati in modo più favorevole se presi singolarmente che se presi

come categoria; questo dipende dal grado di somiglianza tra il sé e l’oggetto di giudizio (una

persona somiglia di più a un’altra persona che a un gruppo).


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Roccato Michele.

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