Gli stereotipi
Luciano Arcuri, Mara Cadinu, Edizioni il Mulino
Riassunto
Lo studio degli stereotipi: natura di un problema
Nello studio degli stereotipi, un riferimento importante è dato al teatro dell’arte e l’aspetto psicologico della sua forma artistica. Attraverso questo paragone possiamo pensare a due caratteristiche importanti: gli uomini hanno bisogno di ricondurre le loro esperienze, così come le loro forme di conoscenza, a copioni specifici. Nasce quindi inizialmente un interesse per le situazioni inusuali e inaspettate, che poi continuano e terminano con il bisogno di una progressiva chiarificazione. La preferenza che gli spettatori sembrano mostrare per la tipizzazione dei personaggi. A tal proposito nella commedia dell’arte non esiste un vero e proprio personaggio, esiste piuttosto il carattere con conseguente bagaglio di caratteristiche sia fisiche che comportamentali, oltre che vestito di scena riconoscibile.
Possiamo dire che le persone spesso preferiscono avere a che fare con rappresentazioni di prototipi più che individui, organizzano i loro sistemi conoscitivi più in termini di aspettative più che di esperienze. In altre parole, gli individui preferiscono usare gli stereotipi.
Secondo Lippmann (1922), il giornalista che coniò questo termine per definire le conoscenze fisse e impermeabili che organizzano le nostre rappresentazioni delle categorie sociali, molte delle decisioni che l’uomo della strada prende sono basate su sistemi di rappresentazione che producono due sostanziali conseguenze:
- Semplificano i fatti in quanto si propongono di rappresentare i gruppi e non gli individui.
- Portano a interpretazioni errate degli individui anche quando sono a contatto diretto con essi.
Nell’interpretazione di Lippmann le conseguenze degli stereotipo quindi sono tendenzialmente negative proprio per la loro rigidità e per la loro distorsione della realtà.
Possiamo dire che le persone che la pensano allo stesso modo si assomigliano un po’. Gli osservatori fanno prontamente delle attribuzioni circa i tratti di personalità, basandosi su informazioni anche frammentarie e limitate. Da alcuni studi emerge che le caratteristiche e l’espressività del viso influenzano le attribuzioni circa il fascino, la piacevolezza, le abilità intellettuali e sociali e la salute mentale della persona esaminata.
Secord nel 1958 sostenne che i soggetti sono pressoché concordi nell’attribuire una certa personalità a individui i cui volti possiedono caratteristiche fisionomiche particolari. Che l’aspetto fisico costituisca un'informazione rilevante per produrre i giudizi logici del soggetto emerge da uno studio di Bowman del 1979: ovvero i soggetti partecipanti all’esperimento erano poco propensi a cambiare il giudizio su persone il cui comportamento era cambiato ma l’aspetto fisico era rimasto immutato.
Le caratteristiche fisiche di una persona vengono da noi utilizzate come degli indicatori di caratteristiche psicologiche o disposizionali, alle quali non abbiamo accesso diretto. Possiamo dire che ci appoggiamo a “etichette categoriali”, che ci impediscono di fare classificazioni alternative e ci rendono insensibili a discriminazioni di cui saremmo capaci.
Gottesdeiner e Abramson nel 1975 hanno studiato la relazione che esisteva tra la percezione degli atteggiamenti posseduti da donne appartenenti al movimento femminista e il grado di piacevolezza della loro immagine fisica. Il risultato fu che le persone giudicate più piacevoli dal punto di vista fisico erano quelle che avevano un atteggiamento simile a quello di colui che emetteva il giudizio.
Possiamo dire quindi che esiste una relazione non casuale tra il modo in cui una persona viene percepita, in termini fisici, e le conclusioni che vengono prodotte sulle sue caratteristiche psicologiche, ma anche una relazione tra il modo in cui una persona viene classificata o giudicata in quanto membro di una determinata categoria sociale e il modo in cui viene giudicata in termini di apparenza fisica.
Non è raro che anche le caratteristiche del volto, tipicamente sfuggevoli, producano giudizi categoriali. Piccole differenze apparentemente banali sono in grado di produrre percezioni di affidabilità o meno. A questo proposito Rule e Ambady utilizzarono le foto dei volti di 118 candidati democratici e repubblicani alle elezioni del senato americano (per semplicità esclusero donne e afro-americani). Occorreva pregiudicare in base al volto se appartenenti ai democratici o repubblicani. I risultati erano in grado di categorizzare i volti dei candidati sulla base delle loro appartenenze e corrispondeva in maniera significativa alla reale collocazione partitica.
Rothbart e Taylor nel 1922 effettuarono studi affinché considerare le categorie sociali come un insieme composito di criteri di classificazione, alcuni radicati nel corredo biologico dell’individuo altri più di tipo arbitrario. Il fatto che una persona appartenga ad una categoria sociale specifica è frutto qualche volta di una scelta personale, altre volte frutto delle circostanze.
Quando gli individui esprimono giudizi a proposito del nucleo essenziale che rimanda alle caratteristiche biologiche attribuite ai gruppi sociali, di solito muovono da una equazione fondamentale: il livello di essenza biologica attribuibile ad un gruppo è riconducibile al livello di “umanità” che al gruppo stesso viene riconosciuta.
Gli individui sviluppano una sorta di gerarchia di umanità che differenzierebbe il proprio gruppo di appartenenza rispetto agli altri. Questo fenomeno viene definito infraumanizzazione. Gli studiosi sono partiti da un'analisi in ambiti di percezione di differenza tra umani e animali. Chiedendo ad un gruppo di studenti universitari di definire che cosa accomunasse e che cosa differenziasse gli esseri umani dagli animali, gli autori giunsero all’individuazione di tre dimensioni fondamentali di differenziazione:
- Linguaggio
- Intelligenza
- Capacità di esperire particolari sentimenti
A tal proposito i ricercatori decisero di approfondire l’ultimo elemento di differenziazione ed i conseguenti risultati furono in particolare così suddivisi: la sorpresa, la rabbia, il dolore, il piacere erano sentimenti comuni tra umani e animali; tenerezza, speranza, amore, vergogna, senso di colpa più tipicamente umani. Queste ultime analizzando più approfonditamente vennero giudicate come meno intense, non direttamente provocate da una causa esterna. In pratica al gruppo di appartenenza viene riconosciuta una natura umana che invece viene negata al gruppo degli altri, in questo caso gruppo degli animali.
In pratica l’infraumanizzazione è un’assimetria attribuzionale tendente a considerare l’outgroup come un’entità la cui natura umana è fortemente messa in dubbio o addirittura negata. Successive ricerche hanno dimostrato che le persone tendono ad attribuire al proprio gruppo quelle caratteristiche che differenziano gli esseri umani dagli animali e che il considerare il gruppo degli altri come entità de umanizzata è frutto di un processo spontaneo e per larga parte indipendente dal livello di pregiudizio posseduto.
In sintesi: la vita sociale e le relazioni tra gruppi non sono basate solo su giudizi relativi alla piacevolezza del volto delle persone, ma hanno anche a che fare con problemi di più cruciale spessore, come ad esempio il confronto tra sistemi di valori, le tradizioni culturali, i conflitti di interesse. Gli stereotipi hanno una natura duplice e ambigua: da un lato rappresentano una strategia di categorizzazione indispensabile per semplificare, verificare e controllare le nostre esperienze partendo da tratti, attributi, comportamenti e caratteristiche; dall’altro quando vengono applicati ai gruppi sociali possono facilitare le inferenze indebite e le generalizzazioni, e rimanere immutati nonostante le disconferme dell’esperienza. Gli individui spesso preferiscono avere a che fare con rappresentazioni di prototipi piuttosto che di altri individui, organizzano i loro sistemi conoscitivi più in base alle aspettative che alle esperienze e sono più sensibili alle etichette linguistiche che all’unicità delle persone.
Stereotipi: conoscenze fisse ed impermeabili alle disconferme dell’esperienza che organizzano le nostre rappresentazioni delle categorie sociali (Lippmann). Le persone si accorgono degli stereotipi solo quando riguardano il proprio gruppo di appartenenza (ingroup) e se le attribuzioni che propongono hanno valenza negativa.
Gli stereotipi e i ruoli di genere sessuale: cosa beve la gente al bar
Nonostante la reale tipizzazione dei consumi al bar sulla base del genere sessuale (ossia il fatto che le donne consumino bevande considerate “femminili” e gli uomini altre considerate “maschili” – prevalentemente alcoliche) sia nei fatti assai lieve, le donne dichiarano di consumare bevande “femminili” più spesso di quanto realmente facciano, e di non consumare bevande “maschili”; questo stereotipo si accentua nei baristi, che giudicano le abitudini delle donne ancora più conformi al genere femminile di quanto non facciano le stesse clienti.
E’ dimostrato che le persone inferiscono tratti di personalità, abilità e stati emozionali degli altri basandosi su informazioni anche frammentarie e limitate: le caratteristiche e l’espressività del viso influenzano le attribuzioni sul fascino, la piacevolezza, le abilità intellettuali e sociali e la salute mentale della persona esaminata. Inoltre, ad un cambiamento nel comportamento messo in atto da una persona non corrisponde un cambiamento attribuzionale da parte di un osservatore a meno che non vi sia anche una concomitante modificazione di tipo fisico; viceversa, anche l’appartenenza categoriale delle persone consente inferenze sulle loro caratteristiche fisiche (es. giovane maschio eritreo).
Le etichette categoriali ci impediscono classificazioni alternative e incrociate, e ci rendono insensibili a distinzioni più raffinate di cui saremmo senz’altro capaci. Esiste una relazione non casuale tra il modo in cui una persona viene percepita in termini fisici e le inferenze prodotte sulle sue caratteristiche psicologiche (attraente = simpatico), ed esiste una relazione anche tra il modo in cui una persona viene classificata o giudicata in qualità di membro di una categoria sociale, valoriale o di atteggiamento, e il modo in cui viene giudicata in termini di apparenza fisica (simpatico/vicino alle nostre idee = attraente).
Una categoria sociale diventa sempre meno artificiale ed arbitraria e sempre più naturale quando si realizzano due condizioni:
- L’appartenenza categoriale permette di prevedere una serie di informazioni riguardo alle altre caratteristiche della persona (alto potere induttivo): sono di questo tipo informazioni come il genere sessuale e la classe d’età, non lo sono la preferenza per un certo cocktail o un attore, l’appartenenza a un gruppo probabilmente si colloca a metà strada;
- Lo status categoriale tende a rimanere inalterato: genere sessuale, razza, etnia sono categorie inalterabili, le associazioni volontarie sono facilmente alterabili, le categorie professionali sono a metà strada.
Le categorie sociali che più facilmente vengono avvicinate alle categorie naturali sono percepite come immodificabili e con alto potere induttivo. Le categorie sociali si spostano dalla parte della naturalità o dell’artificialità a seconda delle circostanze storiche o dei valori sociali emergenti: i criteri di categorizzazione sociale possono alterarsi con il tempo e le circostanze. Quando categorie sociali considerate modificabili e con basso potere induttivo vengono percepite come categorie naturali, appartenere a un gruppo non diventa più materia di preferenza o di scelta, ma un fatto naturale, come se fosse una caratteristica iscritta nel codice genetico. Più importante diventa il criterio di appartenenza alla categoria, più quella categoria diventerà naturale e arricchirà il proprio potere induttivo: a un individuo classificato come ebreo vengono associate caratteristiche biologiche e somatiche, tratti di comportamento particolari e distinguibili, attributi psicologici, un particolare sistema di valori e un ben definito sistema di vita.
In uno studio, delle persone dovevano stimare il grado di somiglianza fisica tra due persone viste in foto: se i partecipanti venivano informati che le persone fotografate possedevano le stesse posizioni politiche le percepivano come più somiglianti di quanto fossero, se credevano che avessero posizioni politiche contrapposte meno somiglianti di quanto fossero realmente.
Gli stereotipi: prospettiva storica, approcci teorici e di ricerca
Il termine “stereotipi” è stato coniato da Lippmann per definire le conoscenze fisse ed impermeabili che organizzano le nostre rappresentazioni delle categorie sociali. Questi sistemi di classificazione semplificano i fatti in quanto si propongono di rappresentare gruppi e non individui, immagini globali e non specifiche rappresentazioni di singole persone; e portano ad interpretazioni errate degli individui anche quando esiste un contatto diretto con questi.
Lo studio che inaugura le ricerche empiriche sugli stereotipi etnici e razziali è quello di Katz e Braly nel 1933 e si basa sull’impiego di una tecnica semplice ed efficace: fornito il nome di un gruppo etnico, razziale o religioso, viene chiesto al soggetto di scegliere tra una lista di tratti quelli che, a suo parere, meglio descrivono il gruppo in oggetto. Il paradigma del priming semantico può essere impiegato nella ricerca sugli stereotipi quando si vogliano studiare le dimensioni implicite del loro funzionamento: scegliendo, ad esempio, le parole prime e target in modo che veicolino significati connotati socialmente è possibile impegnare i soggetti in giudizi riguardanti la parola target facendo l’ipotesi che quanto maggiore sarà l’associazione semantica con la parola prime tanto più forte sarà il processo automatico che attiverà il significato della parola target e quindi più veloce il tempo con cui la decisione lessicale sarà raggiunta.
Un altro paradigma sperimentale è quello che utilizza “compiti di selezione dell’input”. In ricerche del genere vengono presentati stimoli nei quali, oltre all’informazione necessaria per eseguire il compito sperimentale, ve ne è un’altra che è ridondante ai fini dell’esecuzione del compito ma che non può essere ignorata perché è in grado di innescare, con la sua sola presenza, l’avvio di un processo automatico. Un questi casi l’elaborazione automatica delle informazioni ridondanti sottrae risorse cognitive al compito principale che viene rallentato: la quantità di risorse sottratte è proporzionale alla capacità della dimensione considerata di attrarre su di sé l’attenzione e quindi funzione della rilevanza soggettiva o dell’importanza sociale della dimensione stessa. Il fenomeno di inferenza più conosciuta è l’”Effetto Stroop”: nel paradigma classico vengono utilizzate come stimoli parole scritte con inchiostro colorato e macchie di colore. Il compito dei soggetti consiste nel nominare ad alta voce il colore della parola o della macchia. I tempi di denominazione del colore sono più alti quando lo stimolo è una parola rispetto a quando si tratta di una macchia. Tale meccanismo può essere impiegato nello studio sperimentale delle conoscenze stereotipiche a partire dall’assunto che l’interferenza del processo automatico è direttamente proporzionale alla rilevanza soggettiva dell’informazione che lo ha innescato.
Lippmann sottolinea l’importanza delle preconcezioni, ovvero immagini della realtà che nascono nella nostra testa. Quando queste immagini si riferiscono a gruppi di persone, fanno maturare la convinzione che i membri del gruppo in questione siano difficilmente distinguibili l’uno dall’altro.
Il concetto di stereotipo e i metodi di ricerca collegati: da Lippmann al moderno cognitivismo
Lippmann: gli stereotipi determinano il modo in cui si percepiscono le persone e gli eventi, garantiscono all’individuo una visione coerente del mondo, facendolo sentire dalla parte del giusto; quando si riferiscono a gruppi di persone esterni a quello di appartenenza, ne fanno sembrare i membri tutti uguali, e attraverso la proiezione e la dislocazione fanno attribuire ad essi gli attributi negativi del Sé. Gli stereotipi in quanto prodotti della cultura e delle idee del gruppo creano omogeneità di valori e di credenze all’interno del gruppo; svolgono una funzione di categorizzazione (organizzano esemplari di soggetti entro gruppi) ma a volte degenerano in processi di pensiero tendenziosi come risultato di errori o di pregiudizi che poco si adattano alla realtà che presumono di rappresentare.
Sia nell’organizzare gli stereotipi, sia nell’usarli per emettere giudizi sociali, i soggetti possono attivare conoscenze inconsapevoli attraverso processi automatici, sui quali non è possibile esercitare un controllo.
Metodi di ricerca sugli stereotipi
- Liste di aggettivi: dato il nome di un gruppo, il soggetto deve scegliere tra una lista i tratti che meglio lo descrivono.
- Giudizi a carattere esplicito: data un’affermazione, il soggetto deve esprimere il proprio grado di accordo.
- Individuazione di tendenze centrali: il soggetto deve esprimere quanto un certo tratto caratterizza un gruppo sociale.
- Giudizio su un brano: più positivo se attribuito a uno scrittore maschio piuttosto che femmina.
- Indagini sperimentali: il soggetto non è consapevole dei giudizi sui gruppi o sulle categorie sociali.
- Compiti espliciti di memoria: rievocazione.
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