Introduzione
Ciascuno di noi è continuamente impegnato nel compiere inferenze su credenze, emozioni, desideri e come tali stati mentali siano fondamentali per dare senso al comportamento sociale nostro e di chi ci circonda. Questa capacità inferenziale è tipica della natura umana e ci consente di differenziare gli eventi reali da quelli irreali e di comprendere che gli stati mentali costituiscono il motore ultimo delle azioni proprie e altrui.
L'abilità descritta viene denominata teoria della mente e si riferisce alla capacità di riconoscere l'esistenza di stati mentali e comprenderne la natura soggettiva. Possedere la teoria della mente significa capire che gli stati mentali sono soggettivi rispetto alla realtà, al soggetto che li sperimenta e al comportamento, essere in grado di riconoscere l'esistenza di stati mentali soggettivi e di saperli utilizzare per predire, spiegare e manipolare il comportamento altrui.
La teoria della mente può essere intesa come capacità di mentalizzazione, come tendenza a mettere in relazione comportamenti e stati mentali e a connotare in termini di emozioni, credenze, desideri e intenzioni la realtà che ci circonda. Gli studi classici sulla teoria della mente si sono rivolti allo studio di bambini tra i 4 e i 7 anni e di bambini autistici. La scelta di dedicare un testo alla teoria della mente in una prospettiva di ciclo di vita è giustificata dalla frequente comparsa di contributi scientifici in questa direzione e dalla necessità di sistematizzare teoricamente e praticamente una letteratura frammentaria e a volte contraddittoria.
Le tematiche vengono trattate con riferimento alla dimensione cognitiva della teoria della mente, relativa alla comprensione delle credenze. Ciò esclude dalla trattazione dei lavori interessanti, ma ha consentito di delimitare il focus di studio e di approfondire e semplificare la trattazione: la comprensione delle credenze e il ragionamento sulle false credenze rappresentano l'aspetto più tipico e più studiato della teoria della mente.
Capitolo I (0-3 anni): Infanzia
Come viene definita la teoria della mente
L'espressione "teoria della mente" si riferisce a una delle componenti che contraddistinguono lo sviluppo della mente umana, ossia la capacità di attribuire a sé e agli altri stati mentali come desideri, intenzioni, pensieri e credenze e di spiegare i comportamenti sulla base di queste inferenze. Secondo Camaioni, si parla di "teoria" perché nel parlare di noi stessi e degli altri ci si riferisce sempre a stati mentali non direttamente osservabili, che colleghiamo ai comportamenti fino a formare un sistema esplicativo coerente.
Una delle aree più indagate è rappresentata dallo studio dei precursori della teoria della mente nella prima infanzia, che si possono individuare, nei primi due anni di vita, nell'attenzione condivisa, nell'imitazione facciale e nel gioco di ruolo. Questi aspetti sono legati alla teoria della mente per due motivi: il primo, di natura clinica, deriva dagli studi su soggetti autistici in cui la difficoltà di mentalizzazione si accompagna a una scarsità di episodi di attenzione condivisa, imitazione e gioco di finzione rispetto a bambini che non presentano deficit mentali; il secondo deriva dalle ricerche che hanno individuato una stretta associazione fra l'attenzione condivisa, il fenomeno del riferimento sociale, il gioco simbolico, l'imitazione e lo sviluppo della teoria della mente.
La relazione fra alcune abilità cognitive dell'infanzia e il successivo sviluppo della teoria della mente è sostenuta da teorie costruttiviste, modulariste e dell'imitazione. Le teorie costruttiviste sottolineano il ruolo svolto dai contesti di crescita nella maturazione dell'abilità mentalistica. Lo sviluppo della teoria della mente non è un processo intraindividuale, ma sociale: la mente diventa una costruzione sociale che si sviluppa negli scambi interpersonali con partner significativi in contesti emotivamente carichi. Questa posizione è sostenuta dagli studi che hanno mostrato una relazione tra l'acquisizione della teoria della mente e la qualità della relazione di attaccamento del bambino con il caregiver primario.
Secondo le teorie modulariste, lo sviluppo dell'abilità mentalistica è garantito dall'azione di moduli specifici e geneticamente predeterminati, presenti fin dalla nascita e attivati automaticamente, in modo stereotipato e rigido, secondo tempi e modi relativamente indipendenti dall'esperienza dell'individuo. Lo sviluppo della teoria della mente è garantito dal modulo della teoria della mente che vincola lo sviluppo socio cognitivo senza che l'esperienza possa modificarlo. L'ambiente ha, pertanto, un ruolo marginale e l'acquisizione della teoria della mente è una conquista umana universale. Leslie postula l'esistenza di tre moduli nel dominio della comprensione sociale: il ToBy si attiva a 3-4 mesi e identifica se ciò che si muove è il risultato di forze interne ed esterne; il ToMM1 si attiva a 6-8 mesi e identifica le azioni compiute da agenti su oggetti; il ToMM2 codifica le relazioni mentali tra agenti e proposizioni.
Baron-Cohen e Swettenham hanno evidenziato l'importanza di leggere la direzione dello sguardo come base per la comprensione delle intenzioni. Prima della comparsa del modulo di teoria della mente vero e proprio (ToMM), essi postulano l'esistenza di tre moduli precedenti: l'ID, il rilevatore di intenzionalità, l'EDD, il rilevatore di direzione dello sguardo, e il SAM, il meccanismo di attenzione condivisa. Le teorie di Leslie e Baron-Cohen condividono l'idea per cui il bambino possiede fin dall'inizio tutti i concetti adulti, ma imparerà a utilizzarli efficacemente solo nel suo percorso di crescita.
Le teorie dell'imitazione sottolineano il ruolo dell'imitazione nello sviluppo dell'intersoggettività come capacità di rappresentare gli stati mentali altrui. L'imitazione compare dopo la nascita, persiste nei primi mesi di vita ed è considerata il fondamento del contatto sociale e della comunicazione interpersonale. L'innata capacità dei neonati di imitare permette loro di stabilire relazioni basate sulla somiglianza. Ciò è sostenuto dalla scoperta nel campo delle neuroscienze che i neuroni-specchio sono attivati dall'azione e dalla visione di gesti compiuti dagli altri. A questa idea si avvicina la teoria della simulazione, secondo cui il bambino comprende la mente altrui generalizzando gli stati mentali da lui provati in situazioni simili grazie a un meccanismo di simulazione mentale. Il cambiamento di prospettiva migliora e rende le inferenze infantili sempre più accurate.
Gli esponenti di questi tre approcci ritengono importante concentrarsi su ciò che avviene nel corso dello sviluppo cognitivo prima dei 2 anni, individuando possibili precursori della teoria della mente in abilità che compaiono al compimento di un anno.
L'attenzione condivisa
L'attenzione condivisa è la capacità di condividere con altri l'attenzione su oggetti ed eventi del mondo ed è considerata una tappa fondamentale dello sviluppo infantile, in quanto appare il fondamento socio cognitivo delle prime fasi di acquisizione del linguaggio e della comprensione delle intenzioni comunicative, regola l'uso di gesti comunicativi e segna l'inizio della comprensione delle rappresentazioni mentali degli altri.
Durante gli episodi di attenzione condivisa i bambini sollecitano gli altri a interagire con loro, interpretano se stessi come agenti intenzionali e si mostrano capaci di adeguare il proprio comportamento a quello altrui. Nel valutare il rapporto tra teoria della mente e comportamenti di attenzione condivisa, si distinguono due usi del gesto di indicare: l'indicare richiesto, usato dal bambino per ottenere dall'adulto un oggetto o un'azione, che ha dunque natura strumentale, e l'indicare dichiarativo, che implica prendere in considerazione gli stati mentali altrui, poiché comporta l'agire per attirare l'attenzione dell'altro. Il primo indica una rappresentazione dell'altro come un essere capace di azione mentre il secondo come di un essere capace di contemplazione e dotato di intenzionalità.
Il bambino dimostra, così, di saper riconoscere e intervenire sugli stati mentali altrui. Alcune ricerche hanno mostrato come i bambini, entro il primo anno di vita, siano in grado di comprendere gli altri come agenti psicologici dotati di scopi e intenzioni e con cui è possibile condividere l'esperienza. Ad una lettura clinica, la comunicazione dichiarativa è molto deficitaria nei bambini autistici. Questo deficit appare coerente con l'ipotesi secondo cui gli aspetti tipici della patologia possono derivare dalla mancanza o compromissione dello sviluppo della teoria della mente e dei suoi precursori.
L'imitazione
L'imitazione consiste nella ripetizione di azioni fatte da altri a distanza di tempo. Già Piaget ne aveva sottolineato l'importanza considerandola una forma embrionale della capacità di rappresentazione mentale. L'imitazione è il primo esempio di come i bambini mettano in relazione la realtà visibile con i propri stati interni, imparando a distinguere le cose dalle persone. Questa distinzione porta il bambino a rispondere in modo diverso a queste categorie e a creare le condizioni per lo sviluppo di importanti abilità cognitive.
Meltzoff e Gopnik hanno individuato le basi innate del sorgere della teoria della mente nell'imitazione precoce e quindi nella capacità di collegare comportamenti e stati interni, come ad esempio nel caso dell'imitazione facciale. Meltzoff e Moore hanno dimostrato che questa è una capacità innata che, in un bambino piccolo che non ha mai visto il proprio riflesso replicare un'azione, nasce dalla capacità di far corrispondere al comportamento esteriore, piani motori e intenzioni che li muovono. Il piccolo sperimenta l'equivalenza strutturale fra se stesso e gli altri: riscontra di avere un corpo simile agli altri e di condividere con loro stati corporei interni mentre gli altri condividono con lui stati mentali astratti.
Pertanto l'imitazione precoce in un contesto interattivo si configura come una capacità innata e come uno strumento che facilita la conoscenza degli altri riproducendone le azioni. Verso i 9 mesi è possibile osservare l'imitazione differita, la capacità di riprodurre un modello in sua assenza, in quanto disponibile nella memoria come immagine mentale. Il legame fra imitazione e sviluppo delle abilità di mentalizzazione è sottolineato da Tomasello, che sostiene che essa derivi dalla capacità di comprendere l'intenzionalità delle azioni (9 mesi). Da questo momento il bambino imita in modo preferenziale i gesti dell'adulto efficaci per raggiungere un obiettivo.
L'imitazione diventa un comportamento selettivo che testimonia la capacità di distinzione tra mezzi e fini e di riconoscimento degli aspetti rilevanti dell'azione. Essa consente di comprendere le intenzioni e gli scopi di determinati comportamenti, di interpretare il significato di alcune situazioni e di regolare le proprie condotte all'ambiente, entrando nella mente degli altri. Lo scambio imitativo consente al bambino di usare le risposte dell'adulto come fonte di regolazione e comprensione delle relazioni di causalità fra i propri movimenti e quelli dell'interlocutore. I bambini provano, inoltre, un piacere particolare nell'imitazione reciproca, perché gli atti dell'adulto assumono la struttura di "ciò che è simile a me".
La costruzione della teoria della mente nei bambini sarebbe l'esito di questi processi imitativi. A tal proposito, i neuroni specchio si attivano quando vengono eseguite azioni finalizzate a uno scopo e quando si osservano le stesse azioni eseguite da altri, e hanno un ruolo importante nella teoria della mente: sono state individuate relazioni fra un'attività anormale dei neuroni specchio e la difficoltà dei bambini autistici ad applicarsi in processi imitativi. Essi infatti possono causare deficit a carico della teoria della mente e del disturbo relazionale dell'autismo.
Il gioco di finzione
A 2 anni si ha un forte incremento dell'attività simbolica e il bambino si mostra capace di capire il mondo attraverso l'uso di simboli. Tale capacità simbolica fa uso di molti mezzi di rappresentazione come l'imitazione differita o il linguaggio o il gioco di finzione. Nel gioco di finzione i bambini mostrano di rispondere correttamente ai suggerimenti immaginari dati dall'adulto e di poterli modificare in un nuovo gioco.
Nel gioco di finzione precoce il bambino esercita le sue capacità di mentalizzazione e giocando con gli altri "a far finta", sperimenta che alla base di questo gioco c'è una struttura intenzionale e una volontà precisa di agire sulle rappresentazioni mentali. La capacità di fingere e di capire la finzione negli altri richiede la stessa padronanza implicata nella comprensione degli stati mentali e pertanto il gioco di finzione precoce può essere considerato una manifestazione primitiva della teoria della mente nel bambino.
Il gioco di finzione implica due piani di rappresentazione: quella di azioni e oggetti basati sulla realtà e quella basata sulla finzione. Esso viene dunque inteso come la capacità di formare meta-rappresentazioni e svincolare la rappresentazione dalla realtà (rappresentazione primaria), creando una rappresentazione secondaria. Far finta che l'oggetto X sia l'oggetto Y implica la capacità di rappresentare mentalmente eventi e oggetti, abilità che rappresenta una parte fondamentale della base innata specifica per lo sviluppo della teoria della mente. È stato dimostrato che i bambini che attuano più frequentemente il gioco di finzione sono anche i più bravi nei compiti di teoria della mente.
La parte importante però non è solo la quantità ma anche la qualità del gioco di finzione: esso non è solo una forma di azione individuale, ma un aspetto sociale e cooperativo dell'azione in cui i bambini mostrano di saper condividere una rappresentazione, sono consapevoli degli obiettivi comuni, stabiliti dal ruolo di finzione assunto.
La falsa credenza
Alcuni autori si sono chiesti se durante l'infanzia sia già evidente la capacità di comprendere la falsa credenza. La difficoltà linguistica dei bambini piccoli a comprendere la falsa credenza viene fatta risalire alla complessità linguistica del test piuttosto che a un'immaturità nella mentalizzazione.
Alcuni studi sperimentali hanno esplorato la possibilità che bambini più piccoli dei 4 anni di età abbiano una comprensione implicita della falsa credenza (esperimento del video con il pupazzo, le palline nascoste e il telefono che squilla). Rilevando la direzione dello sguardo, i ricercatori hanno verificato che già a 25 mesi i bambini sono in grado di attribuire una falsa credenza a una persona e comprendere che il comportamento riflette la falsa credenza sulla realtà.
I risultati di altri studi sembrano anticipare tale capacità a età ancor più precoci: bambini di 15 mesi si sono mostrati sorpresi quando un adulto alla ricerca di un oggetto target in un contenitore a scelta tra due, lo cercava dove si trovava realmente, agendo sulla base della realtà, piuttosto che quando egli cercava l'oggetto dove lui pensava che fosse (sulla base della sua credenza, vera o falsa). Tale differenza di reazioni ha spinto a concludere che i bambini già a 15 mesi hanno una comprensione implicita della natura rappresentazionale della mente.
In uno studio successivo, la capacità di attribuire credenze è già presente a 13 mesi e può essere applicata a persone e animali. Il compito sperimentale consisteva nel mostrare ai bambini alcune scene filmate in cui un agente (un bruco) si recava in un punto dello schermo alla ricerca di un oggetto target (formaggio). Nella fase di familiarizzazione il bruco si recava verso il formaggio posto a sinistra dello schermo, ignorando la mela a destra. Nei trial sperimentali veniva invertita la posizione di mela e formaggio.
Nella condizione seeing il bruco vedeva lo spostamento, mentre in quella not-seeing non ne era a conoscenza. I bambini nella condizione seeing guardano più a lungo se l'agente non si dirige verso l'oggetto target. La capacità di discriminare le due possibilità viene vista come la dimostrazione della capacità di considerare lo stato di conoscenza dell'agente e di attribuirgli credenze vere. Questi esiti dimostrano che l'insuccesso nei compiti standard della falsa credenza dei bambini piccoli non è dovuto a un deficit concettuale, ma dalla complessità formale della prova. Lo sviluppo della teoria della mente è un processo graduale in cui le abilità precoci sono la base per le forme successive e più evolute di teoria della mente.
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