CAPITOLO 1 - PSICOLOGIA DELLE ORGANIZZAZIONI: SVILUPPO DELLA
DISCIPLINA
L’origine complessa della disciplina
Anche se viviamo all’interno di organizzazioni, non ne siamo coscienti e non ce ne accorgiamo se
non quando avvertiamo una mancanza da parte loro, ovvero quando qualcosa non va come
dovrebbe. La Psicologia si occupa dello studio delle organizzazioni insieme ad altre discipline, cioè
la Sociologia, l’Economia, le scienze giuridiche e quelle politecniche: ciò nonostante, si trova
spesso in difficoltà nel limitarsi a fornire una descrizione oggettiva del fenomeno che prescinda il
piano relazionale, motivo per cui limita il proprio intervento alla formulazione di modelli teorici che
non di rado appaiono più generici di quelli già formulati dagli studiosi degli altri settori disciplinari;
è anche vero, però, che il suo contributo risulta innovativo se si considera che prende in
considerazione l’arco di tensione tra l’organizzazione in toto ed il comportamento del singolo.
Il termine “organizzazione” è abbastanza ambiguo ed usato con significati anche diversi, di solito
facendo riferimento ad attività processuali od ai contesti in cui queste sono messe in atto. Per
quanto riguarda, invece, la Psicologia dell’organizzazione, si occupa, da sempre, di due ambiti:
1. studio del lavoro individuale e di gruppo;
2. studio del lavoro all’interno delle fabbriche moderne (Psicologia industriale).
All’inizio del ‘900, la Psicologia ha cominciato ad interessarsi alla misurazione di alcune
caratteristiche personali (ex. l’intelligenze) che sono poi state analizzate in riferimento, pure, al
contesto lavorativo. Il primo caso di questo genere è rappresentato dall’elaborazione di un test
finalizzato a misurare le capacità intellettive, messo a punto da Binet e con l’obiettivo di valutare gli
studenti e dividerli in classi tra loro equilibrate, così da poter migliorare l’insegnamento. In seguito,
qualcosa di analogo è avvenuto nell’esercito, con la formulazione dei test Army Alpha ed Army
Beta e poi, ancora, nelle grandi industrie. In quest’ottica, le persone erano equiparate a delle
variabili inserite in un sistema complesso, sulle cui possibilità di successo avevano un certo impatto.
Col tempo, si è passati da questa visione fortemente ingegnerizzata e meccanica (di cui Taylor è
stato un grande esponente) ad una diversa, in cui hanno più importanza fattori quali la motivazione
e la realizzazione personale degli individui, i quali da variabili diventano protagonisti delle
organizzazioni.
Lo scenario contemporaneo
Il mondo delle organizzazioni occidentali ha subito cambiamenti rilevanti negli ultimi 20 anni, a
causa di fenomeni come l’apertura dei mercati, l’internazionalizzazione degli scambi, la
globalizzazione ed il propagarsi di un senso di precarietà tra le persone. In particolare, si rende
necessaria l’integrazione tra conoscenze economico-finanziarie ed alte inerenti la Psicologia
dell’organizzazione per analizzare alcune questioni di rilevanza, ovvero le conseguenze dei fatti di
cui sopra.
L’apertura dei mercati, per esempio, ha favorito un aumento dei contatti con Paesi molto diversi dal
nostro, come quelli dell’ex Unione Sovietica, la Cina, l’India e tutto il Medio Oriente: ciò ha fatto
emergere un’incapacità occidentale di comprendere alcuni elementi comportamentali e culturali
tipicamente orientali, primo fra tutti il forte ricorso alle tecnologie relazionali, ancora poco
utilizzate nella “vecchia Europa” e soprattutto in Italia, ove si predilige il vis à vis.
Il senso di precarietà, invece, coinvolge non solo i singoli individui ma anche le organizzazioni, con
riferimento in particolare a tre tipi di minaccia:
1. l’instabilità della domanda;
2. le parallele generalizzazione e segmentazione del mercato;
3. la necessità di competere in modo vantaggioso con i rivali, per soddisfare la domanda.
Questi tre elementi possono essere considerati sia come pericolosi che come incentivanti e da queste
due percezioni derivano, rispettivamente, comportamenti di difesa e propositivi. A poter garantire il
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successo di un’organizzazione, in ogni caso, è il fattore umano, ragion per cui diventa importante
accedere al capitale sociale, inteso come relazioni utili per il raggiungimento degli scopi preposti.
L’instabilità della domanda (detta “volatilità”) ha a che fare con un intreccio di desideri, bisogni e
comportamenti dei consumatori occidentali, che variano assai rapidamente: è importante che
un’organizzazione sappia adattarsi efficacemente a questi mutamenti per evitare il declino e fornire
beni e servizi che siano conformi a standard qualitativi che si fanno sempre più elevati (il che
richiede, anche, un notevole investimento sulle tecnologie di produzione).
Tornando all’apertura dei mercati ed ai suoi influssi sulla domanda, si può dire che aumentare il
potenziale di commercio fino ad estenderlo a tutto il mondo abbia sicuramente favorito una
standardizzazione della richiesta: se questo ha il vantaggio di permettere un abbattimento dei
confini, presenta anche un lato negativo legato al fatto che finisce per mettere in crisi le particolarità
locali. Un’altra questione importante riguarda, poi, il costo della manodopera, che è
significativamente più basso nei PVS rispetto a come sia in quelli industrializzati e non più, come
una volta, solo nei settori più basilari: si assiste, infatti, ad un progresso anche tecnologico.
Un tema recente è, infine, quello dello sviluppo sostenibile, anch’esso interpretabile come una
minaccia od un’opportunità, laddove il lato minaccioso riguarda soprattutto il settore secondario,
dal momento che si progetta di bandire tutte le produzioni non ecologiche.
CAPITOLO 2 – CONOSCERE E ORGANIZZARE
Chiarimenti preliminari
Un “corso di decisioni e di azioni” è dato da un insieme di persone che collaborano per il
raggiungimento di un fine comune avvalendosi di strumenti e risorse, mentre il termine “processo”
fa più riferimento a caratteristiche di regolarità, ripetitività ed intenzionalità: “organizzazione” è,
dunque, un grande processo che si compone di più processi parziali. “Corso di decisioni e di azioni”
e “processo” fanno anche riferimento a due diversi livelli di analisi, rispettivamente dell’osservatore
ingenuo e dell’osservatore esperto: tali livelli si differenziano per il grado di consapevolezza
raggiunto e l’interpretazione è in prima persona nel caso del processo, quando cioè si considera
anche l’intenzionalità dei singoli individui coinvolti. Relativamente a questo ultimo punto, si deve
tenere conto del fatto che gli attori sociali non siano isolati e che, quindi, possa esistere anche
un’intenzionalità collettiva. Essi sono, infine, sottoposti ad un “assunto di razionalità”, nel senso
che si suppone ci siano delle “ragioni coerenti” in grado di giustificare i loro comportamenti: le
ragioni coerenti possono essere sia preventive (ovvero consistere in progetti) sia successive
(giustificazioni) rispetto all’azione; la razionalità, in ogni caso, non assicura che ci sia intelligenza.
Il problema
1. Quali sono le operazioni mentali sottese all’agire organizzativo?
2. Il processo può vincolare il comportamento degli attori? Se sì, come?
3. Quali sono le conseguenze pratiche delle risposte delle domande di cui sopra?
Razionalità limitata e struttura
Se il processo è un corso di azioni ordinate, si può dire che la “struttura” sia una delle nozioni in
grado di descriverlo, dal momento che consiste in tutte quelle componenti del modello di
comportamento che restano abbastanza stabili nel tempo e mutano solo gradualmente; il modello di
comportamento organizzativo si basa, pertanto, tanto su continuità e cambiamento quanto su
permanenza ed innovazione. La struttura esiste a causa dei limiti imposti dalla razionalità limitata,
che fanno sì che ci siano una serie di aspetti considerati come dati e che non vengono valutati
razionalmente e da un punto di vista strategico. In particolare, a partire dal concetto di razionalità
limitata è possibile elencare tre componenti del modello di comportamento organizzativo che
assicurano una certa permanenza:
1. routine è data dall’insieme dei problemi che sono già stati risolti e permette di analizzare
strategicamente le situazioni in modo più semplice e rapido; 2
2. gerarchia è funzionale al controllo ma anche alla segmentazione del processo, con il
passaggio da un solo obiettivo generale a più obiettivi operativi e la formulazione di una
strategia (catena mezzi-fini);
3. scomposizione dei compiti un compito diviso in più attività semplici (di ognuna delle
quali si occupa un certo gruppo di persone) diventa più facilmente automatizzato.
La regolarità e la permanenza tipiche del processo fanno sì che gli attori sociali possano orientarsi
agevolmente nel corso di azioni ma, contemporaneamente, pongono degli obblighi. In ogni caso, gli
attori non sono normalmente coscienti di tutti gli assunti di regolarità e permanenza
dell’organizzazione, oltre al fatto che questi ultimi non sono presenti in ogni ambito e che la loro
declinazione dipende, anche, dal punto di vista dell’organizzazione stessa.
Contesti e tempo
La struttura è espressione della permanenza e non viceversa: di conseguenza, è sbagliato pensare
che gli attori possano accorgersi della ripetitività per mezzo della struttura. Le persone, inoltre, non
esperiscono realmente il fluire degli eventi attorno a loro, dal momento che si assiste, in vero, ad
una segmentazione dell’esperienza vissuta per mezzo di un’operazione cognitiva, che sfocia poi in
un processo di categorizzazione, con l’associazione di eventi tra loro simili che vanno a costituire
un “contesto”. La nozione di contesto è fondamentale per qualsiasi teoria che voglia descrivere un
cambiamento di tipo comportamentale nel tempo, poiché tale cambiamento da t0 a t1 è possibile
solo se i due momenti temporali corrispondo a situazioni tra loro simili, in cui davvero possa essere
notata una discrepanza comportamentale, un’anomalia. Il contesto fa riferimento, sempre, a delle
circostanze materiali, costituite da ambienti fisici e da persone che si servono di strumenti reali;
esso è, però, anche il risultato di un’interpretazione individuale, motivo per cui persone diverse
possono segmentare una stessa esperienza in modi differenti, con la conseguente differenza di
contesti. In situazioni complesse si fa quindi uso di “segna-contesto”, ovvero di informazioni che
consentono di classificare i contesti: nella vita organizzativi, essi sono rappresentati
dall’etichettamento degli incontri (ex. riunione), degli spazi (ex. sala riunioni) e di alcune sequenze
di interazione (ex. cerimonie).
Emozioni e collusione
Scomporre il corso d’azione in contesti permette di ordinarli e di estrapolare delle relazioni
d’ordine. Il concetto è simile a quello di “script” della Psicologia cognitiva, che fa riferimento a dei
copioni che vengono seguiti in situazioni specifiche, che stimolano sempre gli stessi schemi di
comportamento: tanto i contesti quanto gli script, infatti, hanno una funzione di guida
comportamentale. Quando si parla di interazione umana, però, non si può prescindere dal versante
emotivo, poiché essa è fortemente influenzata dalla simbolizzazione affettiva, che fa sì che ci siano
dicotomie come buono-cattivo o gradevole-sgradevole da associare alle diverse situazioni.
L’attenzione è ciò che permette la creazione del legame tra cognizione ed affetto: questo ultimo,
infatti, esercita il proprio influsso sull’attività cognitiva proprio per mezzo dell’attenzione, che
viene spostata su oggetti ed obiettivi sulla base dei quali modulare il comportamento.
Secondo l’assunto di razionalità procedurale, anche se ci sono delle buone intenzioni sotto un certo
comportamento, non è possibile fare delle previsioni sui suoi esiti, a causa dei limiti della
razionalità o, forse, di processi di pensiero e simbolizzazione non consapevoli o dipendenti da
istanze profonde. Queste istanze derivano dalle proto-relazioni degli attori sociale e della emozioni
ad esse associate, che fanno sì che le interazioni umane vengano vissute come all’interno di schemi
relazionali di origine primitiva e spesso condivisi, come dimostrato dal fatto che le persone
assumono, non di rado, comportamenti complementari. “La collusione” è proprio il nesso
emozionale su cui si costruiscono le relazioni sociali e colludere vuol dire condividere le medesime
simbolizzazioni affettive, all’interno di un contesto comune. La collusione ha un aspetto
pragmatico, dal momento che si traduce in un comportamento nel momento in cui non diventa
consapevole. Nel modello di comportamento, quindi, c’è anche una componente affettiva e la
simbolizzazione affettiva ha un valore di ordinamento del corso di azioni. 3
Fatti istituzionali
Le azioni si dividono in semplici e complesse, ove queste ultime permettono il raggiungimento
dell’obiettivo solo previa la messa in atto di più operazioni e possono essere di due tipi, a seconda
della forma strutturale:
- relazione causale del mediante-qualcosa vi è una componente strumentale dell’azione
(ex. accendere la luce premendo l’interruttore);
- relazione costitutiva del tramite un’altra-cosa l’azione non è strumentale, ma corrisponde
all’intenzione (ex. alzare la mano per votare, ove il fatto di alzarla costituisce il votare).
Un corso di azione è dato dall’intreccio di relazioni causali e costitutive.
Si possono poi distinguere le intenzioni individuali da quelle collettive e queste ultime sono quelle
che permettono la creazione dei fatti istituzionali, cioè di quei fatti che assumono un certo
significato in ragione di quello che sembrano e non di quello che sono, laddove questo significato è
condiviso (ex. il denaro, il cui valore è un artefatto). La funzione di status corrisponde proprio a
quella che viene attribuita ad un oggetto sulla base di un riconoscimento collettivo ed una
combinazione tra questa e la realtà istituzionale diventa, per gli esseri umani, una motivazione
all’agire diversa dal desiderio. I fatti istituzionali sono diversi dai contesti: mentre i primi sono più
simili ai segna-contesto perché affini a delle categorie (nel senso che sono dati da una serie di
caratteristiche), i secondi corrispondono a dei frame cognitivi, ovvero permettono la segmentazione
dell’esperienza facendo riferimento al qui ed ora; la differenza sta, dunque, nel tipo di evento che
viene descritto, che può essere generico e possibile o particolare e contingente. I costrutti di fatto
istituzionale e di contesto sono tra loro indipendenti ed in particolare:
- fatto istituzionale accordo sulla base del quale i comportamenti assumono un certo
significato simbolico e che fa sì che si creino delle aspettative e degli obblighi inerenti le
condotte future. L’istituzione non è il prodotto di un’intenzionalità solipsistica, bensì
collettiva, laddove questa risulta in grado di creare dei simboli;
- contesto effetto di un’operazione cognitiva di segmentazione dell’esperienza che viene
poi condiviso e sintonizzato in un ambito di intersoggettività, in ragione della sua funzione
di regolazione del comportamento.
I fatti istituzionali, a livello organizzativo, creano un’intelaiatura entro cui si muovono gli attori ed
in questo senso ne influenzano il comportamento: le persone, infatti, non agiscono solo sulla base
dei loro obiettivi e del tipo di problema a cui devono far fronte, ma si collocano anche all’interno di
un insieme di pratiche preesistenti. L’intelaiatura istituzionale è l’insieme dei fatti istituzionali che
influiscono su un determinato processo.
Per concludere, mentre la razionalità limitata, i contesti, la collusione ed i fatti istituzionali sono
elementi tipici della mente umana in generale, la specificità dell’intelaiatura istituzionale è più
tipica dell’agire organizzativo.
In pratica
Le organizzazioni si distinguono tra loro e dalle altre forme di aggregazione sociale grazie ad una
serie di norme, valori e simbolizzazioni (intelaiatura istituzionale), che conferisce una sorta di
identità in terza persona. L’intelaiatura istituzionale è espressione della ripetitività del processo, che
è, a sua volta, la forma del corso di azione. Le ricadute pratiche degli studi sui fatti istituzionali
sono essenzialmente due:
- effetti dell’accumulazione dei fatti istituzionali in un rapporto di fiducia, di solito, chi dà
fiducia ha bisogno della persona che la riceve, mentre in ambito organizzativo, ove la
fiducia è vista come una risorsa, avviene esattamente il contrario. L’azienda riceve dal
cliente fiducia e ne ha bisogno, dal momento che, a questo punto, la merce non è più
soltanto il prodotto o servizio, ma anche l’insieme delle preferenze del cliente stesso, che
viene in questo senso monetizzato. La relazione di fiducia cliente-organizzazione permette
di innescare un circolo virtuoso, in cui domanda ed offerta si alimentano vicendevolmente.
Quello della fiducia è solo un esempio, ma qualcosa di analogo accade anche per tutti gli
altri elementi dell’intelaiatura istituzionale. L’accumulazione dei fatti istituzionali, quindi,
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non fa che aumentare l’asimmetria di per sé già presente in ambito organizzativo, dal
momento che rip
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