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- pensiero relazionale anche se le relazioni restano al centro di tutto, l’accordo con la teoria

Relazionale si ha più per quel che riguarda la clinica che il nucleo teorico derivato dai

modelli interpersonale e delle relazioni d’oggetto.

In ogni caso, alcuni punti comuni alla svolta relazionale sono:

- l’assunzione della relazione come sistema motivazionale;

- il legame tra il sentirsi soggetti e l’essere riconosciuti dall’altro in quanto tali;

- la presenza di un’influenza reciproca in tutte le relazioni;

- l’organizzazione delle esperienze sociali per mezzo di configurazioni che hanno a che fare

con la rappresentazioni di Sé e dell’altro in interazione e che sono affettivamente connotate;

- la molteplicità del Sé, che viene esperito come continuo ed unitario per via di una sorta di

processo illusorio conscio;

- la considerazione di corpo, sessualità ed aggressività non in relazione alle pulsioni, ma come

elementi che assumono determinati significati a seconda del contesto relazionale in cui si

manifestano;

- modello psicosessuale considerato non in grado di descrivere la sessualità nella sua

complessità, poiché eteronormativo;

- ruoli di genere socialmente costruiti e binarismo di genere riduttivo;

- relazione analitica come narrazione a due, in cui l’analista non è superiore al paziente.

CAPITOLO 2 – UNA LONELY PLANET PER IL CLINICO RELAZIONALE

La sempre più vasta diffusione della Psicoanalisi Relazionale l’ha resa un territorio affascinante ma

complesso da esplorare e conoscere, in particolare perché essa è, al tempo stesso, uno specifico

orientamento clinico ed una prospettiva generale data dall’unione di più apporti teorici e di

pensiero. Una caratteristica molto positiva della Psicoanalisi Relazionale è proprio quella di essere

aperta all’ibridazione, il che è un vantaggio se si considera che è proprio dall’integrazione di più

saperi che si può generare lo sviluppo. Il “credo” del movimento vuole che le relazioni siano ciò

attraverso cui gli individui si sviluppino, si ammalino, si curino e provino a vivere: ne deriva che

tutto ciò che può manifestarsi come disagio all’interno della relazione (da un discontrollo emotivo

ad un deficit di autostima) vada interpretato come un mancato sviluppo della capacità di “stare in

relazione”. In antitesi con quanto stabilito dalla Psicoanalisi classica, quindi, sono le relazioni a

stabilire la modalità espressiva delle pulsioni e non il contrario.

Le origini della Psicoanalisi Relazionale possono essere ricondotte alla formulazione della teoria

dell’interpersonalità di Sullivan, che ha proposto, con essa, un’alternativa al modello freudiano. Egli

ha fatto sì che la comprensione del disagio psichico cominciasse a non basarsi più sull’osservazione

del paziente, ma sull’analisi delle sue relazioni interpersonali, prima fra tutte quella analitica. Per il

resto, è difficile ricostruire la storia della Psicoanalisi Relazionale, dal momento che è il risultato

dell’incontro di traiettorie diverse tra loro, oltre al fatto che, se alcune influenze sono certe e

databili, altre non sono altrettanto facili da collocare dal punto di vista cronologico ed altre ancora

sono per lo più ipotizzate e potrebbero aver avuto un ruolo anche solo come “idee circolanti in un

dato periodo”. L’ambiente nordamericano del movimento interpersonale è stato un importante

luogo di conflitto tra le svariate ideologie, che hanno preso corpo, poi, come una sorta di

contrapposizione al movimento psicoanalitico ortodosso. Più di recente, negli anni ’50, la

Psicologia dell’Io godeva di un consenso quasi unanime, al contrario della Scuola Interpersonale,

che era tagliata fuori sia dall’American Psychoanalytic Association (APA) che dall’International

Psychoanalytic Association (IPA). In quel periodo cominciava ad espandersi il timore che la

formazione psicoanalitica potesse escludere gli psicologi e restare aperta solo ai medici, ma nel

decennio successivo è stato aperto un Istituito per la formazione in Psicoterapia e Psicoanalisi, che

proponeva tre corsi, rivolti ad ambo le professionalità, di orientamento freudiano, sullivaniano e

frommiano, con l’intento di favorire un confronto tra i diversi modelli. Questo clima di eclettismo è

stato messo in crisi dalla volontà dei professionisti di specializzarsi in uno specifico approccio

anziché arrivare a conoscerli un po’ tutti e, perciò, si è presa la decisione di creare due corsi tra loro

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del tutto separati: uno freudiano ed uno interpersonale-umanistico, che univa gli approcci

sullivaniano e frommiano. Tra gli anni ’70 ed ’80, ha iniziato a prendere corpo un terzo movimento,

che ha raccolto tutti coloro che non si riconoscevano in nessuna delle due polarità: la Psicologia del

Sé di Kohut, che si è caratterizzata per l’attribuzione al terapeuta del compito di sostenere lo

sviluppo dell’analizzante, che si sarebbe interrotto per via di un mancato soddisfacimento dei

bisogni da parte degli oggetti-Sé (non, quindi, a causa di conflitti come nell’ottica freudiana).

Nessuno degli altri due orientamenti ha accolto la visione della Psicologia del Sé, accusata dalla

corrente freudiana di attribuire troppo importanza alle vicissitudini reali che hanno luogo nel

contesto analitico e dalla parte interpersonalista-umanista di aver limitato l’interazione tra terapeuta

e paziente introducendo il dovere di empatia, considerato equiparabile a quello di neutralità. Sempre

in questo periodo han fatto la loro comparsa, dopo la pubblicazione della trilogia di Bowlby

sull’attaccamento e degli ultimi manoscritti di Kohut, due libri che sono stati importanti per la

svolta relazionale, ovvero “Le relazioni oggettuali e la teoria psicoanalitica” di Greenberg e

Mitchell e “Il mondo interpersonale del bambino” di Stern. Alle idee diffuse da questi due volumi si

sono aggiunte quelle femministe e postmoderne e, negli anni ’80, si è assistito alla nascita

dell’Orientamento Relazionale, così chiamato con riferimento all’importanza attribuita al mondo

delle relazioni e perché il nome non è stato considerato dai fondatori troppo specifico da un punto di

vista concettuale, tale da dover richiedere un’adesione serrata ad un solo corpus di idee.

La nascita della IARPP nel 2000 è stato un traguardo importante per l’Orientamento Relazionale,

che si distingue dalla Psicoanalisi classica per la sostituzione, all’oggettivismo, del costruttivismo,

oltre che per una serie di caratteristiche identificate da Stern, che riguardano:

- la tendenza centrale della psiche nel modello classico è quella di scaricare tensioni ed

ottenere piacere, mentre in quello relazionale consiste nella ricerca di relazioni;

- il modello scientifico di riferimento è lineare e deterministico presso il modello classico e

non lineare e probabilistico in quello relazionale; 

- il coinvolgimento del terapeuta nella scena clinica assunzione di una prospettiva esterna

da parte del terapeuta classico ed impossibilità, postulata dal modello relazionale, di una tale

third person perspective.

Mitchell, invece, ha delineato un nucleo centrale accomunante tutti i modelli in un’ottica

relazionale, facendo riferimento a: 

- comportamento pre-simbolico non conscio ha a che fare con una reciproca regolazione ed

influenza che conduce ad un adattamento all’interno della relazione. Si tratta di un concetto

mutuato dalla teoria dell’attaccamento, dall’interpersonalità e dall’Infant Research;

- permeabilità affettiva implica la condivisione di affetti;

- organizzazione dell’esperienza nella configurazione Sé/altro ;

- intersoggettività oggetto di studio principe di Jessica Benjamin.

Quelli delineati da Stern e Mitchell sono i confini esterni dell’Orientamento Relazionale, che lo

separano dalla Psicoanalisi classica e dalle altre correnti. I confini interni, invece, delineano le

suddivisioni presenti nell’Orientamento Relazionale, le cui parti hanno forti elementi in comune e

presentano delle differenze poco significative: risulta ostico tracciare tali linee di separazione.

Per quanto riguarda il lessico, quello proposto dall’Orientamento Relazionale mira ad evidenziare il

ruolo del contesto intersoggettivo. In questo senso, “Sé” ha sostituito “Io”, l’espressione “sé

multipli” ha rimpiazzato la concezione di un Sé unico e “Sé come funzione” quella di un Sé inteso

in quanto struttura. Il terapeuta non viene più definito solo un “osservatore partecipe”, bensì un

“partecipante che osserva” con “attenzione non giudicante”, ad evidenziare l’impossibilità di

un’osservazione distaccata. Nei confronti dei sintomi, l’intento non è “combatterli”, quanto

“accettarli per cambiarli” e l’obiettivo della terapia viene descritto con espressioni del tipo

“rivitalizzare l’esperienza soggettiva”, “essere una totalità”, “centrarsi”, “competenza emotiva”,

“consapevolezza”, a scapito di altre come “adeguamento alla realtà”. La “colpa” cessa di essere

considerata l’emozione negativa per eccellenza e diventa “una delle diverse emozioni negative”, il

che è importante perché la concezione psicoanalitica risente, invece, delle influenze della tradizione

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giudaico-cristiana, che considera l’essere umano schiacciato da una colpa, sia essa il peccato

originale o, per Freud, la pulsione. L’Orientamento Relazionale, al contrario, non vede l’essere

umano come ontologicamente colpevole, ma come una persona che ha bisogno, alla stregua di tutte

le altre, di “basi sicure per sopravvivere” e “relazioni integre per vivere”. Parole chiave per

descrivere l’ambito clinico, infine, sono “self-disclosure” e “enactment”, ove la prima fa riferimento

all’autosvelamento dell’analista all’interno della relazione con il paziente, mentre la seconda indica

la possibilità di questo ultimo di rivivere un ruolo infantile nello studio del suo terapeuta, che

riceve, a sua volta, un ruolo da impersonare.

Argomenti scottanti 

1. Quante persone ci sono nella stanza d’analisi nei modelli classici freudiano e kleiniano-

bioniano, si considerava la presenza di un solo attore, ovvero il paziente, mentre l’analista

veniva considerato un interprete, che non si lasciava coinvolgere in una partecipazione

attiva. Anche il modello dell’arresto dello sviluppo, riconducibile a quello delle relazioni

oggettuali ed alla Psicologia del Sé, prendeva in considerazione un unico attore e lo

identificava nel paziente, relegando il terapeuta ad un ruolo di accudimento. Altre

prospettive, al contrario, postulano l’esistenza di un terzo se non un quarto soggetto,

costituito da fattori socioculturali, economici e razziali, che intervengono nella relazione

analitica. Le impostazioni interpersonali, relazionali ed intersoggettive si basano sul

presupposto che ci siano due persone, l’analizzante e l’analista, e considerano

l’affermazione della presenza di un terzo un tentativo di fuggire dalla responsabilità che una

relazionalità Io-Tu richiede. Tuttavia, anche alcuni autori relazionali inseriscono nella stanza

di analisi un terzo, quale è il caso di Jessica Benjamin, che lo identifica in tutto quello che è

presente nell’incontro tra due persone ma che non appartiene a nessuna di esse, bensì

all’insieme che esse hanno costruito. Il numero di soggetti postulati, quindi, non è un criterio

per differenziare la prospettiva relazionale dalle altre, mentre un punto di accordo è dato dal

ritenere il terapeuta attivo e non super partes, in una relazione atta a promuovere il

cambiamento, accettando le indefinite possibilità di interazione.

2. Che cosa produce cambiamento l’Orientamento Relazionale si oppone all’idea di

Nietzsche dell’essere umano totalmente autonomo (ideale condiviso da Freud e, in generale,

dalla cultura occidentale) e ritiene che la cura possa aver luogo solo nell’interazione. Per

questo motivo, il terapeuta relazionale offre ai suoi pazienti una persona reale che vuole

entrare in relazione, abbandonando il ruolo di autorità. Non ha quindi senso ragionare sulla

funzione terapeutica senza prendere in considerazione la persona dell’analista e

dell’analizzante: si deve porre al centro dell’analisi la loro interazione ed i processi di

influenzamento reciproco e bidirezionale.

3. C’è dunque una tecnica? La clinica relazionale si considera più un approccio che una

tecnica, dal momento che lo scopo dell’analista è conoscere il paziente e non soddisfare dei

bisogni attribuitigli a priori, oltre al fatto che questo fa sì che non esista un modus operandi

adeguato per chiunque. Non c’è, perciò, IL terapeuta relazionale, né fenomeni psicologi a

cui si debba rispondere con determinate tecniche di cura. La clinica, contrariamente che

nella Psicoanalisi ortodossa, non è guidata in modo aprioristico da regole, ma continuamente

regolata da uno sguardo relazionale, da una sensibilità intersoggettiva che permette di

conoscere il paziente e si sviluppa all’interno della relazione con lui.

4. Lo spazio per il corpo (da cui deriva anche la scelta di far stendere il paziente su un lettino o

preferire il vis-à-vis) e il potere trasformativo degli aspetti non verbali della relazione la

Psicoanalisi e le talking cures in generale hanno sempre trascurato il corpo, che pur è il

mezzo attraverso il quale si fa esperienza di sé e del mondo. Affinché esso assuma una

valenza anche terapeutica è fondamentale che l’analista sia in un’attitudine di mindfulness,

ovvero che goda di una pienezza tanto mentale quanto somatica e che sia presente in modo

autentico in quel che sta facendo, il che è utile per orientare la propria attenzione e quella

dell’altro sull’hic et nunc e, in particolare, sull’esperienza interna. 7

Ulteriori informazioni utili

La Psicoanalisi classica ha commesso l’errore di considerare importanti solo quelle informazioni

che emergono entro le mura della stanza di analisi. Al contrario, un elemento essenziale è costituito,

in un’ottica relazionale, dall’attenzione, che deve essere prolungata e mai indebolita, oltre che

mischiata con curiosità e desiderio autentico di ridurre la sofferenza del paziente. Altra qualità

distintiva della Psicoanalisi Relazionale è il suo pragmatismo, che fa sì che si presti attenzione non

tanto a principi e teorie già stabiliti, quanto agli effetti, ai risultati, dal momento che non esiste una

conoscenza che possa essere considerata valida una volta per tutte. Nel setting relazionale, il

paziente stesso va incontro ad una serie di cambiamenti, così come il suo terapeuta: questa è

un’attitudine di presenza, faticosa ma in grado di far sentire pienamente vivi. In relazione alla sua

importanza, la formazione degli analisti relazionali deve puntare, anche, su uno sviluppo in questi di

una buona consapevolezza, che li renda pronti ad incontrare, nella vita e nella clinica, la dimensione

esperienziale-corporea. Necessaria è, dunque, l’apertura al cambiamento attraverso la disponibilità a

vivere esperienze nuove e diverse, sia di vita che di relazione.

CAPITOLO 3 - PSICOANALISI RELAZIONALE E TEORIA DELL’ATTACCAMENTO

La teoria dell’attaccamento è diventata importante in ambito psicoanalitico per via della sua

sistematizzazione e dell’attenzione sempre più grande che si è iniziato a dedicare alla prima

relazione mamma-bambino. L’area di indagine si è allargata a comprendere i modelli operativi

interni generati da questa primitiva interazione, in particolare in Italia, Gran Bretagna e negli USA.

Teoria dell’attaccamento e Psicoanalisi

L’attaccamento paziente-terapeuta è diventato oggetto di studio della Psicoanalisi e questo ha

portato a comprendere la natura bidimensionale della relazione terapeutica, in cui l’analizzante

attiva il suo sistema di attaccamento caratterizzato da bisogni di vicinanza e cura, mentre l’analista

mette in atto una reazione di contenimento, protezione e simili nei suoi confronti; un’altra

conseguenza è stata l’ottenimento di una nuova matrice teorica entro cui analizzare le dinamiche di

transfert e controtransfert. Sebbene l’attaccamento da solo non possa rende la complessità umana, la

sua teoria si è affermata come una cornice metateorica nella Psicoanalisi. Alcuni autori hanno

cercato di assimilare il contributo di Bowlby nella teoria psicoanalitica, primo fra tutti Holmes.

Egli, considerando la Psicoanalisi come intenta ad occuparsi di significati e l’attaccamento il

processo entro cui tali significati si formano, ha definito scopo della psicoterapia aiutare il paziente

ad aumentare la sua consapevolezza mentale, in modo da accrescere la sua capacità narrativa. Ha

anche associato, ai tre patterns di attaccamento adulto, tre patologie della capacità narrativa:

- aggrapparsi a storie rigide pattern distanziante;

- essere sommersi dall’esperienza non storicizzata pattern preoccupato; 

- essere incapaci di contenere il dolore del trauma in una narrazione efficace pattern

irrisolto.

Nei suoi scritti teorici, Holmes ha messo insieme concetti psicoanalitici con altri inerenti la teoria

dell’attaccamento, per esempio associando un pattern sicuro ad una riduzione dell’onnipotenza e

dell’ambivalenza nevrotica ed introducendo le nozioni di base sicura e modelli operativi interni.

Fonagy ha identificato i seguenti punti di contatto tra teoria dell’attaccamento e Psicoanalisi:

1. rapporto tra realtà fattuale e realtà psichica entrambi gli approcci analizzano i

meccanismi interni sottesi alla discrepanza tra la realtà psichica e quella effettiva;

2. enfasi sulle prime fasi di vita sono al centro in ambo le teorizzazioni;

3. sensibilità materna e rispecchiamento le caratteristiche della figura materna impattano

sulle relazioni oggettuali del figlio e sul suo sviluppo psichico. Una differenza è data dal

fatto che la madre viene valutata relativamente alle sue condotte dai teorici

dell’attaccamento ed in termini di conseguenze sullo sviluppo del Sé del bambino dagli

psicoanalitici; 

4. motivazione a stabilire relazioni assunzione, da ambo le parti, che la necessità di

relazione del bambino sia a sé ed indipendente da bisogni fisici; 8

5. rappresentazione di relazione rappresentazioni di Sé ed oggetto e IWM di Bowlby;

6. contesto relazionale dello sviluppo cognitivo sovrapposizione tra la base sicura di

Bowlby, l’holding di Winnicott ed il contenimento di Bion;

7. mentalizzazione è la funzione simbolica che si ritrova nel Bindung di Freud, nella

posizione depressiva di Klein, nel contenimento e nella trasformazione degli elementi beta

in Bion e nella capacità genitoriale che può condurre ad un attaccamento sicuro od insicuro.

L’autore riteneva che la teoria dell’attaccamento fosse utile ai fini di spiegare l’insorgenza di alcuni

disturbi della personalità, in particolare il borderline.

Psicoanalisi relazionale e teoria dell’attaccamento

Anche la Psicoanalisi Relazionale ha cercato un’integrazione con la teoria dell’attaccamento, la

quale, del resto, pone una grande enfasi sulle relazioni umane: l’obiettivo dei relazionali era quello

di trovare una teoria della motivazione e dello sviluppo umano, sebbene all’inizio l’apporto di

Bowlby sia stato reputato troppo poco articolato nell’affrontare la questione del mondo interno.

Secondo Mitchell, lo sviluppo dell’individuo ha luogo all’interno di una matrice relazionale, che si

costruisce a partire dalle esperienze affettivamente significative, ivi inclusa quella con il terapeuta.

L’autore è andato contro la tendenza a contrapporre le relazioni interpersonali a quelle oggettuali

interne, sottolineando come tutte le configurazioni relazionali ruotino attorno a tre dimensioni, che

sono il Sé, l’altro e lo spazio tra essi interposto. In questo spazio, ha collocato la teoria di Bowlby,

secondo cui il bambino cerca il rapporto con il caregiver in quanto rapporto e basta, senza la

necessità che la figura di accudimento faccia qualcosa di diverso dall’essere semplicemente

presente. L’adozione della teoria dell’attaccamento ha permesso all’Orientamento Relazionale di

sostituire la pulsione con un altro sistema motivazionale innato e biologico, appunto l’attaccamento.

Questo ultimo ha riempito il vuoto presente tra il Sé e l’oggetto, inserendosi come un motivo alla

relazione. Dal momento, però, che si trattava di un costrutto molto astratto e poco utile a scopi

clinici, Mitchell l’ha associato alle ipotesi degli analisti britannici all’interno della matrice

relazionale.

Più tardi, il lavoro di Mary Main ha permesso di trovare un punto di comunione tra teoria e pratica

clinica, aprendosi allo studio dell’attaccamento adulto, dapprima associato alle diverse forme di

psicopatologia e poi messo in relazione con i vari stili relazionali.

Un forte contrasto tra la Psicoanalisi classica e la teoria dell’attaccamento è nato circa la

separazione tra fantasia e realtà, che Mitchell ha descritto, invece, come compenetranti. Se da un

lato gli analisti vedevano nella teoria di Bowlby una concretezza eccessiva e povera rispetto alle

trattazioni freudiane sulla sessualità infantile, dall’altro i teorici dell’attaccamento intendevano

spostare l’attenzione sull’importanza degli avvenimenti reali. Il movimento relazionale si è proposto

di integrare queste due diverse concezioni. Mitchell ha così delineato “quattro modi di base per

mezzo dei quali opera la relazionalità”:

- Modo 1 cosa realmente si fanno le persone a vicenda;

- Modo 2 esperienza affettiva all’interno della relazione;

- Modo 3 organizzazione dell’esperienza in configurazioni Sé-altro;

- Modo 4 intersoggettività, cioè riconoscimento reciproco come esseri autonomi.

Questo schema è utile per organizzare l’interazione clinica, unendo le teorie psicoanalitiche, quella

bowlbiana e l’Infant Research. L’attaccamento si presenta come un fil rouge che attraversa i diversi

Modi, diventando ipotesi esplicativa.

Per spiegare l’utilità della teoria dell’attaccamento nella clinica della Psicoanalisi relazionale,

Mitchell ha descritto il caso clinico di Connie, una paziente che aveva perso la madre da bambina

ed aveva passato la sua infanzia in un collegio, per poi tornare a casa e trovare il padre ancora

sopraffatto dalla perdita e dalla necessità di non sentirsi gravare sulle spalle i bisogni altrui. Ella si

era recata in analisi dall’autore per via della sensazione di tristezza cronica che l’affliggeva e del

timore di mancare di qualcosa che tutte le altre persone avevano. Connie aveva descritto la perdita

della madre come di una parte di Sé e questo vissuto si era riattivato, secondo Mitchell, con la

nascita del figlio, in cui ella rivedeva l’infanzia che le era stata sottratta. Parlare del “buco” che la

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paziente avvertiva dentro come conseguenza di essere rimasta orfana ha fatto sì che ella capisse in

cosa si sentisse diversa. “La sua continua elaborazione inconscia del lutto per la madre persa serviva

da legame oggettuale perpetuo che metteva Connie in relazione con la madre”, poiché, come

evidenziato da Main, tutti i bambini hanno degli attaccamenti, indipendentemente dalla natura

dell’oggetto, che può essere sicuro, insicuro od assente: la relazione c’è comunque, ciò che cambia

è proprio l’oggetto con cui la si stabilisce. L’attaccamento della paziente, quindi, era nei confronti

di una madre assente e le aveva fornito un modello di ciò che si poteva aspettare dal mondo e di

quello che era il suo Sé nell’interazione con gli altri. Fairbairn riteneva che il bambino non avesse

bisogno di una relazione positiva, ma semplicemente di un legame con i genitori, anche se negativo:

a partire da questo presupposto, Mitchell ha sottolineato quanto l’esperienza del dolore fosse

diventata, per Connie, un mezzo attraverso cui riconoscersi. Il bambino, quindi, presenta una certa

predisposizione a ricercare il legame con l’altro, ad adattare il proprio pensiero e comportamento

per mantenerlo ed a perseverare anche a scapito del suo stesso funzionamento. La perdita della

madre ha influito su Connie per così lungo tempo proprio per quelli che sono gli effetti

dell’attaccamento nella costruzione delle rappresentazioni di Sé, dell’Altro e della relazione, anche

in termini di aspettative nei confronti del mondo. La paziente, in particolare, aveva grosse difficoltà

a lasciarsi andare nelle relazioni, il che si ripercuoteva anche nel rapporto col marito e con Mitchell,

per il quale credeva di non dover provare alcuna emozione, essendo la loro una relazione

professionale. Questa tendenza al distanziamento era funzionale a tutelarla da rapporti in cui sentiva

non esserci posto per i suoi bisogni e questa convinzione è stata considerata, dall’analista, diretta

conseguenza della vicissitudine infantile con la figura paterna. Il caso clinico mostra quanto lo

studio dell’attaccamento del paziente possa facilitare la comprensione delle sue relazioni adulte.

CAPITOLO 4 - LA SVOLTA RELAZIONALE NELLA RICERCA IN PSICOTERAPIA

L’Orientamento Relazionale è sempre stato aperto al confronto-incontro con altre discipline, ma ha

mostrato diffidenza nel momento in cui la ricerca empirica ha cercato di varcare la soglia della

stanza di analisi: questo atteggiamento è stato criticato da coloro che l’hanno interpretato come la

solita rinuncia della Psicoanalisi contemporanea a dotarsi di una connotazione scientifica sulla base

di dati empirici e Mitchell l’ha giustificato, non senza una certa ironia, facendo riferimento alla

“sindrome Grünbaum” (Grünbaum è un filosofo contemporaneo che ha accusato la Psicoanalisi di

fondarsi su astrazioni, di non essere falsificabile e di non utilizzare metodi sperimentali, ovvero, in

breve, di non essere una “vera scienza”, la quale deve per definizione fondarsi su osservazione,

metodo induttivo e verifica empirica). Ha descritto questa sindrome come caratterizzata da una

prima fase della durata di qualche giorno in cui l’analista prova colpa per non essersi dedicato alla

ricerca, fase che termina con una completa remissione dei sintomi e riporta l’individuo al suo

funzionamento consueto. Da un punto di vista relazionale, oggetto di ricerca è la relazione

terapeutica, per cui è stato adottato un approccio ermeneutico/costruttivista: in questo modo, la

realtà clinica è diventata co-costruita.

Oggi, la situazione è diversa: la tendenza che Mitchell ha associato alla sindrome Grünbaum

rientrava nel movimento EST (Empirically Supported Treatments), fortemente medicalizzato e che

mirava a verificare l’efficacia dei diversi tipi di interventi psicoterapici al fine di stilarne una

classifica. Gli EST sono stati molto criticati e questo ha fatto sì che l’attenzione si focalizzasse sulla

relazione paziente-analista e sulle caratteristiche di personalità di entrambi.

Un primo punto di contatto: gli studi sull’alleanza terapeutica

La nozione di alleanza terapeutica è nata quando, nell’America degli anni ’60-’70, la Psicoanalisi ha

ritenuto di potersi occupare anche di pazienti più gravi dei nevrotici che, in quanto tali, ponevano la

necessità di costruire il terreno (appunto l’alleanza) su cui condurre, in seguito, l’analisi vera e

propria (questo perché la maggiore severità della psicopatologia non rendeva possibile un accordo

implicito circa gli obiettivi ed i metodi della psicoterapia e rendeva vane le interpretazioni, che gli

analizzanti non erano in condizioni di cogliere). Si sono così diffusi studi circa l’importanza della

relazione, in tutte le forme di psicoterapia, nel processo terapeutico, studi che si sono concentrati su

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diverse aree di interesse: dalla relazione tra alleanza ed outcome in diversi contesti a quella valutata

da prospettive differenti (paziente, analista ed osservatore), fino ad arrivare a quella considerata in

diverse fasi della terapia. Ad oggi, la ricerca si basa su una visione della relazione terapeutica come

co-costruita, il che richiede di identificare le diverse “variabili della relazione”, vale a dire la

relazione effettiva, il transfert, il controtransfert, l’empatia, le caratteristiche individuali,

l’attaccamento etc.. La conclusione a cui si è giunti è che l’alleanza terapeutica assuma fattezze

diverse a seconda degli attori e del contesto, da cui è nata l’espressione “tailoring psychotherapies

and therapists to patients”. L’alleanza non è più considerata statica ma dinamica, risultato di

continue rotture e riparazioni, oltre al fatto che non viene più vista come un fattore in grado di

determinare, da sé, il cambiamento. Si è connaturata come una vera e propria finalità del

trattamento, in particolare nel caso di patologie gravi come i disturbi di personalità e le psicosi.

Un aspetto paradossale è dato dal fatto che gli analisti relazionali abbiano sempre dato una grande

importanza alla relazione, ma trascurando l’importanza dell’alleanza terapeutica, che è emersa

come costrutto in seno alla Psicologia dell’Io: quest’ultima, infatti, era alla ricerca di un modo per

dare spazio alla relazione all’interno della sua cornice teorica. Eppure, molti dei capisaldi del

movimento relazionale si presentano compatibili con la ricerca sulla relazione terapeutica, oltre al

fatto che l’hanno anticipata sotto diversi aspetti, primi fra tutti i concetti di impasse e riparazioni

nell’ambito del lavoro clinico.

E’ stata la Division 29 dell’American Psychological Association a promuovere a livello empirico

l’approfondimento della valenza curativa della relazione. Essa è a favore del movimento ESR

(Empirically Supported Relationships), che sottolinea l’importanza della relazione insieme ad altri

costrutti interpersonali, tra cui le caratteristiche di paziente e terapeuta; tale movimento si

differenzia da quello EST perché non pone il focus sul trattamento, ma sulla relazione. In un’ottica

ESR è importante l’opera di Norcross “Psychotherapy Relationships That Work”, che termina con

le seguenti raccomandazioni:

- la relazione è fondamentale indipendentemente dal tipo di trattamento messo in atto ed i

clinici devono adattarla al paziente, del quale è importante monitorare le reazioni per evitare

un dropout;

- sarebbe inutile mettere a punto delle linee guida o delle classifiche di efficacia dei diversi

tipi di intervento;

- i ricercatori dovrebbero abbandonare la prospettiva terapeuto-centrica e cominciare a

prendere in considerazione il contributo dell’analizzante.

Attualmente, si sa che la qualità dell’alleanza terapeutica è associata positivamente ad alcune

caratteristiche del paziente (come le sue aspettative di cambiamento) e negativamente ad altre (per

esempio, i pensieri depressivi). Analogamente, alcuni tratti e comportamenti dell’analista sono

associati negativamente con la qualità dell’alleanza, quale è il caso di rigidità, self-disclosures

inadeguate ed eccessivo criticismo. Sembra, inoltre, che l’alleanza sia predittiva in termini di

outcome particolarmente nelle prime fasi, il che evidenzia l’importanza di prestare attenzione alla

relazione fin da subito e di cercare di riparare le rotture non appena esse si manifestano: una scarsa

alleanza terapeutica iniziale, infatti, correla con il dropout. Resta aperto il problema circa come

debba avvenire la formazione dei professionisti sulla gestione della relazione terapeutica.

E’ stato a partire dagli anni ’90 che si è cominciato a studiare i diversi aspetti processuali della

relazione terapeutica, con l’obiettivo di raggiungere conoscenze spendibili in ambito clinico. Si è

notato, infatti, quanto un dropout non sia dovuto tanto alla scarsa qualità della relazione, quanto

all’incapacità di paziente e terapeuta di lavorare sull’alleanza e risolvere i problemi che possono

presentarsi. In particolare, l’analista dovrebbe essere in grado di affrontare i momenti di impasse in

modo costruttivo e questa visione è parallela ai dati ricavati dall’Infant Research, che mostrano

quanto uno sviluppo sano non richieda necessariamente una sintonia perfetta madre-bambino, bensì

si fondi sulla capacità della diade di riparare le desintonizzazioni. Non sempre, però, il paziente è

disponibile a comunicare eventuali disagi al terapeuta circa la loro relazione e questo può avvenire

per diversi motivi, tra cui il timore di criticarlo, il desiderio di andare incontro alle sue aspettative,

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l’accettazione dei suoi limiti, la paura di ferirne l’autostima e di sembrare ingrato. Sembra che

cerchi di proteggere l’analista, il quale non è detto si accorga di questi non detti e, quando ci riesce,

può reagire in modi diversi, per esempio irrigidendosi sul metodo od attivando delle difese come

esprimere a propria volta sentimenti negativi, il tutto a scapito del trattamento. Al contrario, se

l’analista riesce a rispondere in modo positivo e ricostruendo la rottura, l’alleanza terapeutica

aumenta. La risoluzione dell’impasse, pertanto, dipende dalla disponibilità del paziente a parlare del

proprio disagio e da quella del terapeuta ad accoglierlo per mettere in atto una riparazione.

Alcuni studi, primi fra tutti quelli di Safran e Muran, si sono focalizzati, invece, sulla genesi di

rotture nella relazione terapeutica, che possono essere rotture da ritiro (il paziente ricorre a modalità

comunicative indirette) o rotture da confrontazione (il paziente ricorre a modalità comunicative

dirette ed esplicite). La scelta delle modalità da adottare da parte del paziente può variare anche nel

corso dello stesso trattamento. Dai risultati ottenuti, Safran e Muran hanno messo a punto un

modello di intervento, il Brief Relational Psychoanalytic Treatment, che evidenzia la natura

relazionale delle rotture

Un secondo punto di contatto: la centralità delle dinamiche di attaccamento

L’attaccamento ha influenzato non solo la pratica clinica relazionale, ma anche la ricerca, ove si è

affermato come una variabile in grado di influire sull’esito del trattamento. In particolare, sono state

evidenziate delle correlazioni tra attaccamento e:

1. transfert e controtransfert ;

2. alleanza terapeutica ;

3. pattern narrativi del dialogo terapeutico ;

4. sintomi ed outcome .

E’ stato riscontrato come lo stile di attaccamento possa influenzare l’alleanza terapeutica e le

rotture: l’alleanza è più probabilmente efficace quando si ha a che fare con pazienti sicuri, mentre ci

si imbatte frequentemente in problemi di relazione con pazienti distanzianti. Questi ultimi, però,

esattamente come quelli preoccupati, migliorano nel corso del trattamento, il che fa pensare che

abbiano solo bisogno di un tempo più lungo per instaurare un buon legame terapeutico. I

preoccupati, inoltre, presentano un maggior numero di rotture rispetto ai distanzianti, probabilmente

perché, essendo caratterizzati da paura dell’abbandono, ricercano maggiormente l’intimità, mentre

gli altri possono temere una relazione più autentica. Un altro dato interessante mostra come i

pazienti sicuri percepiscano il terapeuta accettante e premuroso e riescano ad instaurarci una buona

alleanza terapeutica, al contrario di quelli preoccupati che, timorosi di imbattersi in un rifiuto,

finiscono per sottomettersi all’analista. Vi è, inoltre, una correlazione tra lo stile di attaccamento e

la valutazione dell’alleanza terapeutica del paziente: i pazienti sicuri valutano la relazione in modo

più positivo e sembra che sia questo loro atteggiamento a favorire, poi, un attaccamento sicuro con

l’analista (non il contrario) e quindi un buon outcome.

La relazione paziente-terapeuta può essere percepita dal clinico come caratterizzata da uno stile:

1. sicuro/impegnato ;

2. evitante/controdipendente ;

3. ansioso/preoccupato ;

4. arrabbiato/vendicativo/recriminativo ;

5. sessualizzato .

Questi fattori del transfert sono risultati sovrapponibili ai risultati ottenuti all’AAI (Adult

Attachment Interview), il che sostiene l’idea secondo cui la relazione terapeutica possa attivare

determinati patterns legati all’attaccamento.

Nel momento in cui una persona si sottopone ad una psicoterapia, porta nel suo rapporto con il

terapeuta una serie di aspettative, paure ed affetti, che mediano il contatto con l’altro. Ne consegue

che le condotte del clinico vengono vissute alla luce di processi associativi consci od inconsci e che,

quindi, egli non possa essere uno “schermo bianco”, poiché l’esperienza attuale viene sempre,

necessariamente letta in relazione a quella che è stata l’esperienza passata. 12

Conclusioni

Lo studio della relazione terapeutica ha portato alla considerazione dell’analista non più come

costante ma come variabile del trattamento. Il movimento ESR di Norcross, soprattutto, ha avuto il

merito di favorire una riduzione del gap esistente tra pratica e ricerca in ambito relazionale.

CAPITOLO 5 - IL PARADIGMA RELAZIONALE NEL COGNITIVISMO CLINICO

Tendenzialmente, la letteratura cognitivo-comportamentale ha sempre mostrato scarso interesse nei

confronti della relazione, con un’eccezione, ovvero il libro “Cognitive Processes and the Emotional

Disorders” di Guidano e Liotti, dedicato a Bowlby. In questo volume, viene messa in luce

l’importanza della relazione terapeutica, così come del considerare la storia del paziente

contestualizzata in un contesto relazionale, al fine di capire la forma assunta dai significati personali

e meglio lavorare sulla modifica di credenze maladattive.

Bowlby e la teoria dell’attaccamento

Il movimento cognitivo-comportamentale è nato sul presupposto secondo cui la psicoterapia debba

basarsi su una conoscenza sperimentale ed è stata proprio la ricerca condotta sulla teoria

dell’attaccamento a spingere molti terapeuti di questo movimento ad interessarsi alla relazione.

Implicito ed esplicito: il rapporto fra cognizioni ed emozioni nella prospettiva relazionale

I cognitivisti-comportamentali ritengono che ad un cambiamento cognitivo segua sempre un

mutamento emozionale: in vero, non è corretto considerare le emozioni espressione di dinamiche

mentali derivanti da processi cognitivi espliciti, dal momento che esse vanno studiate facendo

riferimento, più che altro, al “conoscere relazionale implicito”, che si genera nelle relazioni

interpersonali e consiste in uno scambio di informazioni non verbale e precosciente. I processi

espliciti sono importanti nella regolazione emotiva, non nella genesi delle emozioni: da ciò

consegue che il compito del terapeuta sia analizzare le relazioni del paziente e non solo le credenze

patogene che egli può portare in analisi. E’ fondamentale, perciò, distinguere contenuti cognitivi

espliciti e processi cognitivi impliciti, che corrispondono all’inconscio cognitivo. La teoria

dell’attaccamento, però, si basa su presupposti di natura biologica, motivo per cui un’altra influenza

che ha esercitato sulla psicoterapia cognitiva è data dall’interesse verso quei sistemi che motivano

un certo comportamento relazionale.

L’architettura generale della motivazione e i sistemi motivazionali interpersonali

Lichtenberg è uno degli autori che ha fornito una terapia motivazionale alla Psicoanalisi, ovvero la

teoria multimotivazionale. Alla sua teoria si è affiancata quella di Gilbert, privilegiata dal

Cognitivismo italiano il quale non ha, però, trascurato la prima. Entrambe le prospettive

considerano l’attaccamento ma anche l’aggressività e l’avversione delle motivazioni alla relazione,

che viene reputata intrinseca alla natura umana ed indipendente da altri bisogni. Nell’ambito

cognitivistico italiano, comunque, la motivazione è stata considerata organizzata su sistemi

gerarchici, oltre che da un punto di vista evoluzionistico, in cui le funzioni cognitive superiori sono

considerate più recenti rispetto ad altre, per esempio quelle di regolazione sociale. Dal più primitivo

a quello maggiormente evoluto, i sistemi motivazionali considerati sono:

1. sistema di difesa (attacco-fuga-freezing), di ricerca del cibo (raccolta/predazione),

territoriale ed esploratorio;

2. sistemi di regolazione delle sette forme basilari di interazione sociale, ovvero attaccamento,

accudimento, definizione del rango di dominanza-subordinazione, gioco sociale,

cooperazione per un obiettivo comune, formazione della coppia sessuale ed affiliazione al

gruppo sociale si tratta di comportamenti sociali che sono stati osservati negli animali e

la sede è data dalla corteccia limbica;

3. sistemi che motivano alla costruzione di significati ed allo scambio verbale di informazioni

 coinvolgono la neocorteccia; 

4. funzioni mentali superiori, ovvero memoria autobiografica e coscienza di Sé sono emerse

nell’Homo sapiens come conseguenza del funzionamento dei sistemi precedenti. 13


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JennyJenny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Nespoli Giorgio.

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