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LA PSICOANALISI INTERPERSONALE

La Psicoanalisi interpersonale ha spostato l’attenzione dalle pulsioni alle interazioni ed ha proposto

l’immagine di un essere umano motivato ad essere in rapporto con gli altri, che si modella

all’interno della sua società e per il cui sviluppo sono importanti le relazioni. I massimi

rappresentanti di questo movimento sono stati Fromm e Sullivan: il primo si è occupato di

analizzare il rapporto tra l’individuo ed il contesto sociale, mentre il secondo ha sviluppato il suo

pensiero a partire della relazione psicotico-terapeuta. Entrambi han descritto l’essere umano come il

più sprovvisto degli animali di dotazioni istintuali, ma mentre per Sullivan l’individuo cerca

l’adattamento, per Fromm egli va incontro all’alienazione proprio adattandosi alla società. Data

l’importanza attribuita ai fattori interpersonali a scapito di quelli biologici, questa corrente ha preso

il nome di “scuola culturale”. La Psicoanalisi interpersonale è nata per iniziativa di Clara

Thompson, Harry Sullivan, William Silverberg e Karen Horney, che si sono uniti per mantenere il

loro pensiero libero dall’influenza freudiana. Con l’allontanamento di Horney dal New York

Psychoanalytic Institute, anche altri si sono separati ed è nata l’American Association for the

Advancement of Psychoanalysis, su un principio di tolleranza nei confronti delle minoranze: ciò

nonostante, Fromm è stato ostracizzato dalla stessa Horney e gli è stato interdetto l’insegnamento in

quanto non medico. In seguito, il gruppo è andato incontro ad altre scissioni, per via del rifiuto di

Horney di far aderire la Psicoanalisi alla Medicina.

Harry S. Sullivan: il teorema della tenerezza

Sullivan ha lavorato con pazienti schizofrenici ed il suo intento non è stato elaborare una teoria

corrispondente ai canoni scientifici, ma identificare dei concetti in grado di descrivere il

funzionamento mentale dei suoi utenti. Kraepelin aveva raggruppato tutti i quadri clinici

schizofrenici sotto la denominazione di “dementia praecox”, identificandone una causa

neurofisiologica e non lasciando spazio ad alcuna possibilità di recupero, considerando i danni

irreversibili. Sullivan, invece, voleva analizzare gli psicotici come Freud aveva fatto con i nevrotici

ed era convinto che i sintomi non fossero una conseguenza del deperimento neurologico, ma che

avessero un significato, ovvero rappresentassero la risposta dell’individuo alla realtà esterna, con

riferimento ad eventi importanti accaduti in ambito familiare. L’autore ha rifiutato la divisione

freudiana tra nevrosi di transfert e nevrosi narcisistiche, secondo cui in queste ultime non vi è

transfert perché la libido resta sul Sé e non si sposta sul terapeuta: al contrario, ha imputato la

mancanza di un rapporto emotivo alla fusione tra l’immagine del terapeuta e l’oggetto interno del

paziente. Il comportamento dello psicotico, quindi, ha un significato da ricercare nel suo primitivo

contesto familiare ed egli non ha un disturbo del pensiero, quanto della relazione, la cui causa non

risiede in un danno neurologico ma in relazioni alterate. Il focus dell’interesse non è più l’inconscio

ma l’ansia che il paziente prova durante le interazioni, particolarmente quelle con il terapeuta:

questo, quindi, ha il compito di rassicurarlo circa la natura innocua della relazione con altri. A

partire dai concetti freudiani di transfert e proiezione, Sullivan ha elaborato la nozione di

distorsione paratassica, secondo cui lo psicotico, all’interno di un’interazione, reagisce ad una

propria immagine che proviene dal suo passato e viene attivata da quella dell’interlocutore. Tutti gli

individui fan riferimento a due persone, cioè quelle reali e quelle eidetiche, ovvero generatesi nel

passato e non ritrovabili in nessuna figura di interazione del presente: queste immagini sono

personificazioni e tendono a fondersi con altre simili, creando delle figure che presentano delle

caratteristiche che sono, così, amplificate. Ciò che differenzia il “normale” dal patologico è la

misura in cui questo avviene ed i meccanismi utilizzati per dominare l’ansia, anche se Sullivan ha

descritto le immagini eidetiche come passibili di correzione per mezzo di nuove esperienze, tra cui

la terapia. In particolare, si rende necessario un processo di validazione consensuale, ovvero un

confronto tra pensieri e sentimenti propri ed altrui, che richiede una relazione di fiducia per tenere

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sotto controllo l’ansia che si genera nel momento in cui lo psicotico è costretto a rivedere la propria

posizione e, quindi, a dover riattribuire un senso alla realtà. Il percorso di correzione è lungo e

spetta al terapeuta infondere un senso di realtà al paziente. Ciò che è importante con lo psicotico è

l’empatia e l’analista deve fare dell’osservazione partecipe. La Psichiatria, perciò, non studia i

sintomi, ma ciò che accade nell’interazione a due.

Concetti fondamentali

Sullivan riteneva di non doversi occupare di ciò che non può essere “afferrato”, ovvero il mondo

interiore del paziente, e considerava l’inconscio quella parte di psiche che non può essere

sperimentata in modo diretto. Considerava la diagnosi molto limitante nei confronti della persona.

Per Sullivan, la personalità è una manifestazione risultato di esperienze interpersonali, ove

l’esperienza fa riferimento a:

- tensione può essere o meno sentita ed è una potenziale azione;

- trasformazione di energia azione.

La vita è una continua trasformazione di energia, la quale è l’essenza della vita mentale: non ci sono

strutture mentali, ma trasformazioni di energia. L’esperienza è una trasformazione di energia, che

avviene in tre modi, ognuno dei quali indica una determinata trasformazione energetica od attività

simbolica, ove il simbolo è tutto quello che rappresenta una realtà diversa:

- prototassi il nesso tra il capezzolo e la “Buona Madre” è ancora vago, ma si tratta già di

un’attività simbolica. E’ un’esperienza che non può esser comunicata, perché non esistono

ancora confini spaziali e temporali, ma che si manifesta nelle regressioni patologiche.

L’esperienza prototassica non fa riferimento ad un soggetto, perché l’Io del neonato è ancora

ad uno stato embrionale;

- paratassi la simbolizzazione paratassica inizia ad aver luogo con la prima

differenziazione tra il bambino ed il mondo. Egli non esperisce più la realtà solo per via

tattile e gustativa, ma anche visiva ed uditiva. Non è ancora in grado di stabilire relazioni,

non disponendo di un pensiero logico. Un esempio di pensiero paratassico è dato dai sogni

ed una sua variante è lo stato autistico, con cui il bambino scopre che l’emissione da parte

sua di alcuni suoni sortisce determinati effetti negli adulti, pur senza capirne il motivo: è

solo con il ripetersi delle interazioni che acquisisce una validità consensuale del significato

dei simboli e l’attività autistica viene meno man mano che migliora l’adeguamento nei

confronti della realtà esterna. I simboli autistici, però, non sono perduti, ma utilizzati, per

esempio, nell’attività creativa;

- sintassi il rapporto sintassico o comunicativo ha inizio con l’apprendimento del

linguaggio.

Parlando dell’infanzia, Sullivan dà molta importanza all’empatia, che è il legame emotivo che si

instaura tra madre e bambino e che fa sì che la prima riesca a trasmettere benessere al secondo. Si

tratta di una predisposizione biologica, in cui l’autore ha ritrovato le basi della generosità umana.

Insieme all’empatia, all’attività paratassica ed a quella autistica, per lo sviluppo dell’Io è

fondamentale l’angoscia, che compare con il sistema dell’Io o dinamismo dell’Io, il quale è una

parte della personalità che si sviluppa in seguito alle limitazioni cui il bambino è sottoposto nel

momento dell’acquisizione del linguaggio. La prima forma di angoscia scaturisce dalla

disapprovazione dell’adulto, che viene avvertita in modo empatico dal bambino e fa sì che egli

impari, col tempo, ad evitare quelle situazioni che lo espongono al rischio di provare tale emozione.

L’Io è costituito da un insieme di “apprezzamenti riflessi”, ovvero il bambino prova nei suoi

confronti quello che gli adulti dimostrano di sentire per lui, dapprima per via empatica e poi con il

linguaggio: tutte quelle esperienze che non sono di apprezzamento costituiscono l’extra-Io, una

parte della personalità che non viene riconosciuta. L’approvazione e la disapprovazione hanno

luogo in un periodo preverbale ed in cui il piccolo non è ancora in grado di attribuirvi un

significato: se prevalgono le esperienze negative, egli cresce nel disprezzo degli altri, non potendo

esprimere un tale atteggiamento verso se stesso. Pertanto, a fronte di una patologia non si devono

cercare traumi, ma esperienze su cui si fonda il sistema dell’Io e che, essendo sia positive sia

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negative (e questo non solo nella malattia), fan sì che la personalità sia dicotomica: essa ha un Io

legato alle esperienze positive ed un extra-Io associato a quelle negative. Un aspetto importante

della dissociazione è la disattenzione selettiva, con la quale il dinamismo dell’Io blocca tutte quelle

esperienze che possono provocare angoscia e che, però, il terapeuta può spingere il paziente a

recuperare; al contrario, le parti dissociate non possono più essere integrate. L’Io, quindi, si serve

dell’angoscia per controllare la coscienza e la sua attività: un Io ostile, per esempio, dissocia tutte le

esperienze di bontà; in ogni caso, però, una possibilità di cambiamento è sempre presente, anche se

in misura diversa.

La formazione dell’Io

La motivazione centrale è l’appagamento dei bisogni, che possono essere di due tipi e dal cui

equilibrio dipende la salute emotiva:

- bisogni di soddisfazione riguardano la sopravvivenza dell’organismo, ma riguardano

anche la sfera emotiva e la creazione di rapporti interpersonali;

- bisogni di sicurezza derivano dal condizionamento culturale.

Secondo il teorema della tenerezza, il bambino che manifesta i suoi bisogni provoca nella madre un

senso di tenerezza, che fa sì che ella esperisca a sua volta il bisogno di prendersi cura di lui. Tutti i

bisogni di soddisfazione necessitano della cooperazione degli altri e sono interpersonali. Se la

madre risponde al bambino con angoscia, allora questa viene provata anche dal piccolo ed ostacola

lo sviluppo delle sue abilità relazionali oltre che i suoi stati di tensione. L’angoscia è l’opposto della

sicurezza, che è libertà dall’angoscia. Il bambino può difendersi dall’angoscia trasmessa dalla

madre in due modi:

- apatia permette di attenuare le tensioni derivanti sia dai bisogni sia dall’angoscia, senza

però annullare i primi. Insorge quando i bisogni vitali restano insoddisfatti;

- distacco sonnolento ha luogo per un’angoscia prolungata.

La soddisfazione dei bisogni richiede che tra bambino ed ambiente ci siano contatto e scambi, che

hanno luogo nelle zone di interazione, di cui le primarie sono le seguenti:

1. orale comprende l’apparato respiratorio e vocale ed è una delle più usate;

2. retinica consente lo sviluppo della destrezza, ovvero della manipolazione;

3. uditiva è importante per l’acquisizione del linguaggio;

4. tattile permette il contatto con tutto ciò che è a portata di mano;

5. cinestesico-vestibolare permette di conoscere la posizione ed i movimenti del

corpo nello spazio e di mantenere l’equilibrio;

6. genitale presenta recettori tattili altamente specializzati;

7. anale presenta recettori tattili altamente specializzati e si trova ad un’estremità

dell’apparato digerente.

Le zone orale, genitale ed anale sono quelle che più vengono influenzate dall’educazione.

E’ nell’alternanza di bisogno e soddisfazione che emerge la coscienza di sé del bambino, il quale

scopre l’oggetto facendosi soggetto. Egli alterna stati di euforia (soddisfazione) e di tensione

(bisogno), in cui la sua immagine e quella dell’altro non sono differenziate. Quando il piccolo

manifesta un bisogno, questo può essere o meno soddisfatto e nel secondo caso sono possibili due

situazioni: 

- impotenza inaspettata il bambino diventa apatico e sprofonda nel sonno;

- il seno offerto genera angoscia e viene percepito come un seno differente, il che porta ad una

scissione seno desiderato-cattivo, euforia-angoscia, buona madre-cattiva madre.

Quando gli stati indifferenziati che si provano con l’euforia e la tensione si scindono, il bambino

esperisce la madre come altro da sé ed assume autoconsapevolezza. All’inizio della vita non ci

sono, per Sullivan, percezioni, ma apprensioni, cioè immagini e sensazioni che appartengono ad

un’esperienza conservata anche se non compresa (per esempio, apprensione dell’esperienza

capezzolo-labbra). Dalle apprensioni il bambino ricava dei “segni”, che gli permettono di anticipare

le esperienze di soddisfazione o di angoscia. 3

E’ intono all’anno che, con il linguaggio, capisce che la buona e la cattiva madre sono una cosa sola

e che il suo comportamento va ad influire sul livello di angoscia materno. Altre zone, diverse da

quella orale, diventano importanti in questa fase, particolarmente quella anale, oggetto di

educazione che fa sì che la tenerezza della madre assuma il valore di premio a fronte delle capacità

maturate, col tempo, dal figlio (controllo sfinterico). Anche la zona orale viene sottoposta ad

educazione, con l’imposizione di limiti circa l’incorporamento. Il bambino impara quali

comportamenti siano approvati e quali no ed apprende ad evitare l’ansia. Infine, viene educata la

funzione manuale-esplorativa, ovvero si vieta al bambino di manipolarsi i genitali e di sporcarsi con

gli escrementi: l’improvviso sopraggiungere dell’angoscia fa sì che non vi sia apprendimento e

questa è l’angoscia repentina, uno dei tre aspetti della collaborazione insieme alle precedenti

tenerezza come ricompensa e gradazione dell’angoscia. Alla prima personificazione responsabile

dello sdoppiamento della madre ne fa ora seguito un’altra, che è triplice e porta alla formazione di:

- me buono si organizza sulla base dell’esperienza della tenerezza come premio ed alla fine

dello sviluppo diventa l’Io;

- me cattivo si organizza sulla base delle esperienze caratterizzate da un certo livello di

angoscia;

- non me si manifesta in particolare nelle malattie mentali severe e deriva dall’angoscia

che la madre provoca nel bambino e che porta ad amnesia. Si compone, quindi, di elementi

della realtà che sono stati percepiti male, a partire da esperienze pervase da un’emozione

chiamata “soprannaturale”. E’ parte della vita di tutti e si manifesta negli incubi.

Nella tarda infanzia si ha il sistema dell’Io, che ricerca un modo per vivere con il minimo di

angoscia con la madre. Non si forma né per introiezione né per incorporazione della madre, ma per

via dei suoi interventi educativi atti ad orientare il bambino nella sua ricerca di soddisfazione dei

bisogni: il dinamismo dell’Io, quindi, si crea per eludere l’angoscia che deriva dell’educazione.

Le epoche evolutive

Sullivan ha diviso lo sviluppo in epoche caratterizzate da specifici bisogni, le quali non sono rigide

ma sono, comunque, universali:

- infanzia termina con la formazione del sistema dell’Io e l’acquisizione del linguaggio

sintattico, tra i 12 ed i 18 mesi;

- fanciullezza il bambino adotta un comportamento “prescritto”, apprende le

configurazioni culturali che presiedono la soddisfazione dei bisogni. Sviluppa nuove abilità

ed avverte il bisogno di esibirle e mostrarle agli adulti: il bisogno di contatto fisico diventa

bisogno di partecipazione altrui ed infine bisogno di avere un pubblico. Il ricorso alla

sublimazione permette un ritorno della tenerezza e la sublimazione ha luogo quando una

certa attività che va incontro all’angoscia viene sostituita da un’altra più accettata; essa

offre, però, una soddisfazione parziale, per cui il bisogno primitivo può manifestarsi in altri

modi, cioè con attività fantastiche nella fanciullezza e con il sogno nell’età adulta. La paura,

diversa dall’angoscia, ha una forte valenza educativa e si crea quando la soddisfazione del

bisogno tarda ad arrivare: la punizione, quindi, è negativa quando al dolore si associa

l’angoscia, che viene trasmessa dalla madre. Spesso la punizione è improvvisa e non

permette al bambino di comprenderne il nesso con il suo comportamento, il che è negativo

perché non gli consente di trarne alcuna informazione. All’obbedienza si associa il me

buono, alla ribellione il me cattivo. Un errore che i genitori possono commettere è quello di

essere incoerenti e creare confusione ma, soprattutto, quello di enfatizzare il concetto di

dovere a scapito di quello di responsabilità. Per quel che riguarda il comportamento perverso

del fanciullo, esso risale ad esperienze di derisione o maltrattamento vissute dal bambino in

luogo della tenerezza nel momento dell’espressione del bisogno: tali esperienze fanno sì che

il piccolo apprenda esser sbagliato manifestare i propri bisogni in un mondo di nemici e che

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JennyJenny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Nespoli Giorgio.
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