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Riassunto esame Psicologia Dinamica, prof. Nespoli, libro consigliato Modelli Evolutivi in Psicologia Dinamica I, Quaglia, Longobardi

Riassunto per l'esame di Psicologia Dinamica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Modelli Evolutivi in Psicologia Dinamica: Dal Modello Pulsionale alle Relazioni Oggettuali, Quaglia, Longobardi consigliato dal docente Nespoli. Tra gli argomenti trattati vi sono: Sigmund Freud, libido, inconscio, topica, Anna Freud, psicologia dell'Io, Scuola ungherese, Ferenczi, Balint, Grunberger,... Vedi di più

Esame di Psicologia dinamica docente Prof. G. Nespoli

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aspetti negativi che possono essersi sviluppati agli stadi precedenti, ovvero la sfiducia, la

vergogna ed il senso di colpa), allora il bambino sviluppa un senso di inferiorità tale da

condurlo al ritiro nei confronti sia dei pari che degli strumenti; 

5. 5° stadio (adolescenza) – identità contro dispersione d’identità l’equivalente stadio

psicosessuale è quello della pubertà. L’individuo deve formarsi una propria identità relativa

al proprio corpo, alla sua famiglia, al suo ruolo sessuale ed al tipo di lavoro che vorrebbe

svolgere: tutti questi aspetti devono essere integrati in una rappresentazione unitaria, che

deriva, quindi, dalle precedenti esperienze di ruolo ed identificazione di cui, tuttavia, non

rappresenta una sommatoria, bensì una riorganizzazione. La consapevolezza della propria

identità si origina a partire da una percezione di “medesimezza” (sameness) e continuità, che

si sanno essere notate, anche, dagli altri. Una mancata integrazione dei diversi costituenti

dell’identità sfocia in una diffusione di identità, con un persistente senso di confusione circa

il proprio ruolo; 

6. 6° stadio (giovinezza) – intimità contro isolamento l’equivalente stadio psicosessuale è

quello della genitalità. L’individuo deve fondersi con gli altri, ovvero entrare nella società

attraverso la creazione di rapporti intimi e l’affiliazione a gruppi senza temere di perdere,

così facendo, di perdere la propria identità. Agli antipodi dell’intimità vi è l’isolamento, in

cui le relazioni sociali sono vuote ed in cui si generano i pregiudizi, dovuti al rifiuto di tutto

ciò che viene visto come una minaccia. Solo a questo punto dello sviluppo è possibile lo

sviluppo di una buona genitalità, intesa come la capacità di sperimentare la

complementarietà con l’altro attraverso l’orgasmo; 

7. 7° stadio (maturità) – generatività contro stagnazione l’equivalente stadio psicosessuale è

quello dell’età adulta. La generatività è quel desiderio che si manifesta in tutto ciò che è

creatività e produttività, in particolar modo nei riguardi delle nuove generazioni. Non

implica, quindi, necessariamente la riproduzione, ma consiste nella tendenza ad occuparsi

degli altri, con l’intento di creare un mondo migliore. Quando tale generatività è assente, si

verifica un autoassorbimento, con autocompatimento e preoccupazione continua focalizzata

sulla propria persona, oltre che un sentimento di stagnazione, ovvero di incapacità di

investire su qualcosa di altro; 

8. 8° stadio (vecchiaia) – integrità dell’Io contro disperazione l’equivalente stadio

psicosessuale è quello della maturità. L’integrità altro non è che l’accettazione di quella che

è stata la propria esistenza ed una sua visione come insostituibile e necessaria, inserita

nell’ampio contesto della storia umana, in cui tutte le vite sono tra loro collegate. Al

contrario, la disperazione deriva dalla non integrità dell’Io ed insorge dalla consapevolezza

che è troppo tardi per iniziare una vita diversa. Raggiungere l’integrità è, pertanto,

fondamentale per evitare rimorsi e per accettare con tranquillità l’arrivo della morte.

LA SCUOLA UNGHERESE

Sándor Ferenczi è stato uno dei massimi esponenti della Scuola ungherese. Cresciuto in una

famiglia governata da una madre depressa ed in cui il padre è mancato quando egli era solo

adolescente, Ferenczi si è recato a Vienna per studiare Medicina ed ha poi aperto un proprio studio

privato, diventando, anche, consulente psichiatra per il tribunale. Con Freud ha instaurato fin da

subito un bel rapporto, vedendo in lui anche quella figura paterna che quasi non aveva avuto, per

via sia dell’età sia dell’autorevolezza. Ferenczi ha fondato la Scuola psicoanalitica ungherese che,

tuttavia, è entrata molto presto in contrasto con quella di Berlino, connotandosi come molto

indipendente nel pensiero. Particolare in Ferenczi era la relazione terapeutica che instaurava con i

suoi pazienti e che ha fornito un modello alla Psicoanalisi interpersonale americana.

István Hollós è stato uno dei primi, insieme a Ferenczi, ad interessarsi alle psicosi con un approccio

analitico. Del resto, proprio a Budapest è nato il movimento dell’antipsichiatria, che ha portato, in

un secondo momento, alla riapertura dei manicomi. 30

Altre figure importanti sono stati i coniugi Balint e Mihály, in particolare, è stato sia allievo sia

paziente di Ferenczi ed è diventato il suo erede intellettuale, permettendo, anche, la diffusione delle

sue opere dopo la sua morte. Alice Balint, anch’ella allieva di Ferenczi, ha pubblicato “L’amore per

la madre e l’amore della madre”, in cui ha esteso i concetti del suo maestro sul rapporto uomo-

donna alla relazione madre-bambino, ponendo in analogia il coito con l’allattamento ed

identificandoli entrambi come momenti in cui vengono soddisfatti i desideri di ambo i partner.

Anche Imre ed Alice Hermann hanno ricoperto un ruolo di spicco. In particolare, Imre ha

sviluppato il concetto di istinto di aggrappamento, partendo dall’idea di Ferenczi secondo cui il

bambino è motivato a creare un rapporto sociale con la madre: secondo Hermann, questo rapporto è

indispensabile per lo sviluppo e per la sopravvivenza stessa del piccolo. Egli ha, in questo modo,

unito Psicoanalisi e Biologia in una teoria dell’attaccamento, nella quale l’aggrappamento viene

considerato il precursore tanto dell’affetto quanto della tendenza ad aggredire l’altro: un

aggrappamento con carezze porta all’amore, mentre, se a queste si sostituiscono i graffi, allora ci

sarà aggressione.

Sándor Rado è rimasto fedele al pensiero freudiano ma, anche, alla sensibilità di Ferenczi, il che

l’ha portato ad attribuire grande importanza alla dimensione relazionale. Egli si è occupato

soprattutto della depressione, caratterizzata ad un tempo da autopunizione e richieste di amore. In

particolare, ha descritto il bambino come disposto a far sfoggio del suo dolore pur di ottenere

l’amore di cui necessita ed ha connotato il depresso come caratterizzato da un’autostima molto

scarsa, associata ad impulsi narcisistici che fanno sì che egli non possa prendere atto della propria

dipendenza dall’oggetto d’amore: quello che ne consegue è un comportamento di indifferenza, che

porta l’oggetto d’amore ad allontanarsi, lasciando il depresso in preda al rimorso ed intento a

cercare di riottenere l’amore perduto suscitando nell’altro pietà e sensi di colpa. Un tal schema

comportamentale richiama quello che il bambino rivolge al seno materno, seguendo lo schema

“rabbia-fame-nutrimento”, il che significa che l’andamento maniaco-depressivo si basa sulla

primitiva alternanza di fame e sazietà nel neonato. Rado ha anche introdotto il concetto di “orgasmo

alimentare”, per far riferimento alle intossicazioni da etanolo ed altre sostanze che sono finalizzate

al ritorno allo stato di onnipotenza infantile. Dal punto di vista tecnico, poi, sosteneva che non fosse

sufficiente aiutare il paziente a ricordare il trauma alla base della sua malattia, ma che lo si dovesse

coadiuvare nell’acquisizione di nuove conoscenze circa sé, avvalendosi di una psicoterapia adattiva,

basata su un potenziamento dell’auto-fiducia e sulla contrapposizione di esperienze piacevoli al

ricordo di quelle sgradevoli, in modo tale che queste potessero essere neutralizzate.

Franz Alexander è ricordato nell’ambito psicosomatico e criminologico. Ha distinto il disturbo

psicosomatico dalla conversione attribuendo solo a questa un significato simbolico inerente un

conflitto e considerando il primo come risultato di una “logica delle emozioni”, in grado di portare

delle tensioni ad un qualsiasi organo del corpo e, quindi, di generare delle disfunzioni. Alexander ha

parlato, quindi, di “ginnastica emotiva”, finalizzata a permettere al terapeuta di controbilanciare gli

effetti negativi genitoriali ed a suscitare un’esperienza emotiva correttiva: in questa accezione,

l’analisi diventa una sorta di rieducazione emotiva e comportamentale. Dal momento che la nevrosi

nasce da un’esperienza infantile e che il paziente tende a riprodurre comportamenti inadatti al suo

stato di adulto, l’analista deve renderlo consapevole di questo, avvalendosi di un rapporto emotivo.

Alexander era in apprensione per via dell’allontanamento dell’uomo dalla natura, dovuto allo

sviluppo tecnologico e scientifico e segnato da un’alienazione che porta ad un senso di solitudine

esistenziale: l’uomo moderno, di conseguenza, è chiamato ad adattarsi ad una realtà che è mutevole,

oltre che priva di valori ed ideologie in cui credere; l’uomo, in una tal condizione, non può che

essere ossessionato dalla produttività, al punto da sentirsi in colpa quando ha del tempo libero e da

non saperne godere.

Géza Róheim, essendo stato un bambino iperprotetto e viziato, ha sviluppato una personalità

autoritaria e fiera. Era interessato all’Antropologia culturale, che ha inteso unire, con l’appoggio

degli analisti e l’opposizione degli antropologi, alla Psicoanalisi. Lo scopo dei suoi studi era quello

di raccogliere ed analizzare materiale inconscio dei primitivi ed i risultati sono stati riportati in

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“Psicoanalisi e antropologia”. La sua esperienza più importante è stata quella australiana, ove si è

documentato circa i sogni (che ha interpretato con le libere associazioni), la vita sessuale,

l’organizzazione sociale ed i giochi infantili degli Aborigeni. Egli è arrivato a sostenere l’esistenza

di analogie tra tutti i popoli umani, che sono riscontrabili nei sogni, nei miti e, pure, nelle nevrosi.

Ha preso in prestito dalla Biologia il termine “neotenia” (animale in grado di riprodursi in stato

larvale) ed ha ascritto l’origine della cultura al ritardo nel raggiungimento della maturità biologica

da parte dell’essere umano. Sarebbe, quindi, l’infanzia prolungata a creare fobie, credenze e modelli

di comportamento che si ritroverebbero, poi, nella società adulta, differenziando tra loro le diverse

culture. Questa è la teoria ontogenetica della cultura, che prevede, anche, che ogni cultura sia legata

ad una determinata fase dello sviluppo, in cui si sarebbe verificato uno specifico trauma. Tale teoria

è in contrapposizione con il pregiudizio filogenetico (l’ontogenesi ripercorre la filogenesi) di Freud

e di Ferenczi. Allievo di Róheim è stato Devereux, fondatore dell’Etnopsichiatria e della pratica

terapeutica transculturale: egli ha ripreso la posizione del suo maestro, ipotizzando, però, l’esistenza

di un inconscio universale, dal quale avrebbe origine l’inconscio culturale.

Sándor Ferenczi. Il metodo attivo

Ferenczi ha descritto il percorso dal principio di piacere all’esame di realtà basato su una

valutazione obiettiva, ovvero l’evoluzione dell’Io che va da uno stadio psichico “primario” ad uno

secondario, in cui vi è autocoscienza. Questo sviluppo dell’Io vede una graduale sostituzione della

megalomania infantile ad opera di un’accettazione dei limiti imposti dall’ambiente esterno, mentre,

all’inizio della vita, si ha il principio di piacere, che fa sentire il bambino, ancora nell’utero,

onnipotente e privo di desideri: quest’ultima è la fase dell’onnipotenza incondizionata e viene

turbata dalla nascita, con cui il bambino è separato dalla madre e deve iniziare a procurarsi

l’ossigeno da solo, oltre che rimuovere l’appagamento totale di cui godeva prima per adattarsi ad

una realtà spazio-temporale. La rimozione ha luogo col termine di ogni fase di sviluppo, poiché è

fondamentale affinché il bambino possa adattarsi a quella successiva. Dopo la nascita persiste,

comunque, il desiderio di tornare nel grembo materno, il che genera un reinvestimento allucinatorio

della condizione perduta, grazie alla quale il neonato può appagare tutti i suoi desideri: è la fase di

onnipotenza allucinatoria. Col tempo, il bambino capisce che le rappresentazioni non sono

sufficienti e che deve emettere dei segnali per ottenere la gratificazione dei suoi bisogni, segnali che

coinvolgono principalmente il versante motorio e che sono “segnali magici”, poiché determinano

l’immediata soddisfazione: questa svolta segna l’ingresso nella fase dell’onnipotenza con l’aiuto dei

gesti magici. Tutte queste fasi sono caratterizzate dalla patologia e costituiscono punti di

regressione della conversione isterica, poiché gli attacchi isterici altro non sono se non la

soddisfazione dei desideri rimossi attraverso l’uso dei gesti; anche il ricorso a gesti scaramantici

non patologici deriva da questo periodo. Crescendo, il bambino capisce che il gesto magico non

funziona tutte le volte e ciò determina la scissione tra Io e mondo esterno, ove il primo è costituito

da emozioni ed il secondo da sensazioni: questo conduce alla fine della fase introiettiva, durante la

quale tutte le esperienze sono dell’Io e segna l’inizio della fase proiettiva che, al contrario, è

caratterizzata dalla visione degli oggetti come animati e legati in modo simbiotico con il proprio

corpo. Il linguaggio sostituisce, per la sua maggiore efficacia, il ricorso ai gesti ed il bambino

continua a percepire parte della sua onnipotenza poiché viene gratificato subito dagli adulti. Il

linguaggio conduce il bambino nella fase dei pensieri magici e delle parole magiche, periodo a cui

regrediscono gli ossessivi. La fase della visione scientifica del mondo è l’ultima del percorso di

sviluppo del senso di realtà e costituisce il punto di fissazione della paranoia, caratterizzato da uno

spostamento all’esterno di ciò che è interno.

Accanto allo sviluppo del senso di realtà, Ferenczi ha collocato lo sviluppo sessuale, in riferimento

al senso di onnipotenza. In particolare, la fasi di onnipotenza incondizionata è comprensiva sia

dell’autoerotismo sia nel narcisismo, i quali costituiscono fasi di onnipotenza dell’erotismo; essa si

estende fino alla fase dei pensieri magici e delle parole magiche. Il fine ultimo dello sviluppo, in

questo senso, è il raggiungimento della realtà erotica, ovvero il desiderio di trovare un oggetto

genitale. 32

Ferenczi ha introdotto notevoli innovazioni anche nella stessa pratica psicoanalitica. Egli aveva

successo con tutti i pazienti più gravi, probabilmente perché vedeva nella Psicoanalisi più un mezzo

per aiutare gli altri che, meramente, un lavoro. Utilizzava la così detta “terapia di rilassamento”, che

si fondava su tre punti:

- sincerità del terapeuta;

- accettazione del paziente;

- ripetizione dei traumi in presenza di un “genitore affettuoso”.

Attraverso l’analisi del transfert e del controtransfert, egli ha messo a punto la tecnica attiva, in cui

si ha una valorizzazione dell’impegno del terapeuta, anche nel garantire il superamento

dell’impasse. Mentre Freud considerava il ripetere una resistenza del paziente che doveva essere

evitata, Ferenczi ci ha visto un legame con delle fasi evolutive inaccessibili a livello conscio e,

pertanto, ne ha fatto un cardine della sua terapia. Dal momento che il transfert è una ripetizione

messa in atto dal paziente, Ferenczi ha enfatizzato l’importanza del controtransfert, ovvero della

risposta del terapeuta ai bisogni dell’altro. Ha sottolineato la necessità di far rivivere al paziente il

momento edipico ed ha sostituito alla fase cognitiva, che vede l’analista solo come colui che

dispensa informazioni, la fase dell’esperienza emotiva, durante la quale, al contrario, il terapeuta

cerca di provocare nel paziente ricordi vissuti. Poiché il transfert vede il paziente comportarsi in

modo regressivo, il terapeuta deve assumere un ruolo genitoriale, attraverso uno dei due metodi che

sono, anche, utili per indurre il soggetto ad uno stato ipnoico:

- metodo della dolcezza conduce ad un’ipnosi materna e comprende carezze,

incoraggiamenti e mormorii persuasivi;

- metodo dell’autorità conduce ad un’ipnosi paterna e comprende apostrofi energetici ed

intimidazioni.

Le persone possono essere più o meno suscettibili ad uno dei due metodi di cui sopra a seconda del

loro legame con i genitori nei primi quattro anni: lo stesso vale, al di là dell’ipnosi, anche per il con

transfert e se ne ricava che il terapeuta debba adattare il suo comportamento ad ogni paziente e

situazione. In particolare, un atteggiamento affettivo dell’analista nei confronti del paziente,

incoraggia la sua dipendenza, mentre un atteggiamento frustrante permette il recupero di materiale

inconscio altrimenti inaccessibile: il terapeuta, quindi, deve vincere le resistenze, lavorando con l’Io

del paziente.

Le idee di Ferenczi sul metodo analitico hanno portato ad un notevole raffreddamento del rapporto

con Freud, il quale sosteneva, del resto, il ruolo dell’astinenza, ovvero la necessità di evitare la

soddisfazione dei desideri del paziente (anche se non in modo categorico, dal momento che si ha a

che fare con una persona malata), in modo tale che questi diventino propulsori all’analisi. Al

contrario, Ferenczi ha proposto il ruolo della gratificazione, che consiste nello “acconsentire, il più

possibile, ai desideri e agli impulsi affettivi”, pur imponendo, però, anche delle privazioni, il tutto

allo scopo di responsabilizzare il paziente ed accrescere il suo impegno. Freud credeva che i

discorsi di Ferenczi sulla “tenerezza materna” celassero un problema personale e, in particolar

modo, temeva che la situazione potesse degenerare e che, dal bacio sulla guancia, il suo allievo

potesse arrivare ad un vero e proprio rapporto sessuale con i suoi pazienti. Egli riteneva, inoltre, che

il giovane collega intendesse dargli un esempio di come andassero trattati i pazienti, muovendogli

un rimprovero indiretto relativo al non averlo amato abbastanza.

Un caso di rilievo è dato dalla situazione analitica che Ferenczi ha avuto con una paziente

americana, Elizabeth Severn, la quale era una “guaritrice metafisica” molto disturbata. Ferenczi l’ha

accettata in analisi inizialmente controvoglia e, effettivamente, la terapia non faceva alcun

progresso. I due sono comunque riusciti a far riaffiorare ricordi di una relazione turbolenta con il

padre in età infantile e questa nuova consapevolezza ha fatto peggiorare le condizioni della Severn.

Ferenczi ha reagito dedicandole ancora più tempo, fin anche a 4-5 ore al giorno ed ella ha finito per

chiedergli di poterlo analizzare a sua volta, dal momento che riteneva l’impasse dovuta ad astio che

egli provava per lei. Ferenczi ha, inizialmente, rifiutato, per poi cedere e riconoscere, in questo

modo, il suo odio, contro il quale la paziente stava reagendo: questa “analisi reciproca” ha fatto sì

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che la Severn si sentisse giustificata nel suo atteggiamento e che l’analisi potesse continuare in un

rapporto di fiducia vicendevole. L’analisi reciproca si è mostrata uno strumento potente ma

Ferenczi, consapevole dei rischi, ha specificato che andasse usata solo in casi particolari, pur

ammettendo che, dopo averla provata, fosse difficile tornare ad una tecnica più tradizionale. Il caso

Severn si è risolto con la scoperta di un passato di abusi fisici, emotivi e sessuali perpetrati dal

padre da quando lei aveva solo un anno e mezzo, oltre che di altre vicende negative, come il fatto di

esser stata drogata e fatta prostituire con uomini e, forse, di essere stata coinvolta in un omicidio.

Il dissidio Freud-Ferenczi, però, può essere ricondotto anche alle diverse idee dei due autori sul

trauma. Freud, con la teoria della seduzione, ha inizialmente posto alla base della patologia un

trauma sessuale effettivo, messo in atto da un adulto nei confronti del bambino e ad un’età precoce,

inferiore ai 4 anni, nell’isteria, ma posticipata, ovvero nel corso della seconda infanzia, per quanto

riguarda la paranoia. Egli ha iniziato ad avere i primi dubbi su questa teoria quando ha riscontrato

l’enorme vastità del fenomeno e, incredulo di fronte a tanta perversione da parte degli adulti, ha

attribuito al trauma una connotazione fantasmatica. Ferenczi, al contrario, non ha mai considerato

l’abuso una fantasia del bambino e l’ha attribuito in primo luogo ai genitori e, in seconda istanza, ad

altri adulti vicini alla famiglia: al contrario del Maestro, non ha avuto dubbi sulla veridicità di questi

dati, dal momento che molti suoi pazienti adulti gli han riferito di aver fatto violenza a dei bambini

in prima persona. Egli ha attribuito al trauma sessuale le più gravi manifestazioni psicopatologiche

e riteneva che l’analisi avesse l’obiettivo di ricrearlo non in via allucinatoria, bensì oggettivamente

e come un ricordo, oltre che di ricostruire la fiducia che è stata distrutta nel bambino abusato.

Nel saggio “Thalassa”, Ferenczi ha messo insieme Biologia e Psicologia ed ha intrapreso un

percorso a ritroso, sino ad arrivare al punto in cui ciò che è organico e ciò che è inorganico si

incontrano nell’unità dei simboli. Egli, infatti, credeva che i simboli riguardassero ogni cosa,

persino le particelle subatomiche: nel suo pan-simbolismo, ognuno di essi è dotato di un significato

proprio e l’universo stesso si fonda su leggi simbolicamente coerenti. Ha introdotto, quindi, la

nozione di inconscio biologico, rendendo l’essere umano un’espressione simbolica, che ha in sé il

significato della sua stessa esistenza. Ha fondato, così, una prospettiva bioanalitica, in cui lo

strumento di lavoro è l’ultraquistico, ovvero il tentativo di descrivere un fenomeno riferendosi ad

altre discipline rispetto a quelle che tradizionalmente lo studiano e servendosi, anche, di strumenti

da esse mutuati; in questo modo, ha annullato il confine tra scienze naturali e dello spirito, dal

momento che egli credeva che qualsiasi problema fisico o fisiologico potesse essere spiegato in

termini psicologici e qualsiasi problema psicologico potesse essere spiegato in termini fisici. In

“Thalassa”, il tema centrale è dato dalle affinità che Ferenczi ha trovato tra ontogenesi e filogenesi

della sessualità, con il fine di dimostrare come lo sviluppo da lui descritto consistesse nella

riproduzione di eventi che hanno segnato la storia evolutiva della specie: lo strumento utilizzato per

questo scopo è, chiaramente, la bioanalitica. Uno dei concetti cardine di questo tipo di analisi è dato

dall’anfimissi degli erotismi: lo sviluppo sessuale non viene più visto come una riorganizzazione

degli erotismi parziali al di sotto del superiore erotismo genitale, bensì come il risultato della

fusione degli erotismi anale ed uretrale, fusione che si esplica anche su un livello biologico,

attraverso la coordinazione delle innervazioni dei due apparati. Già prima ancora del

raggiungimento della genitalità, i due erotismi si influenzano reciprocamente: mentre nella funzione

anale il piacere è dato dalla ritenzione, in quella uretrale deriva, al contrario, dall’emissione; il

risultato è che “il retto insegna la conservazione alla vescica e la vescica insegna a sua volta al retto

la generosità”, ovvero che la vescica inizia a dare piacere con la ritenzione ed il retto con

l’espulsione e l’atto eiaculatorio deriva dall’anfimissi di questi due erotismi. Per Ferenczi,

l’apparato genitale è una pangenesi, il che significa che rappresenta tutto il corpo nella sua interezza

e che diventa l’Io della persona; esso è, anche, il responsabile delle scariche sessuali, com’è facile

intuire. Durante il coito, se i due partner riescono ad annullare i confini che separano i loro due Io,

attraverso un’identificazione reciproca, possono far sì che i genitali assolvano la loro naturale

funzione. Ferenczi ha distinto tre tipi di identificazione:

- di tutto il corpo ai genitali ; 34

- della persona con il suo partner ;

- della persona con la secrezione genitale .

Il coito viene assimilato dall’autore ad un tentativo dell’individuo di tornare alla condizione

prenatale (il che è un desiderio, una tendenza biologica comune a tutti gli uomini, che si esprime, a

livello psicologico, nel complesso di Edipo) in modo simbolico (altri tentativi si ritrovano negli stati

allucinatori e nel sonno) e questo processo avviene in modo diverso a seconda del sesso:

- uomo l’intero organismo si identifica nel pene, che penetra il corpo della donna, oltre che

nelle cellule germinali, che raggiungono effettivamente l’ambiente uterino;

- donna ella si identifica, durante il rapporto sessuale, con l’uomo che possiede il pene ed

esperisce in prima persona la fantasia di avere un “pene cavo”, grazie alle sensazioni che

prova a livello vaginale. Un altro appagamento della tendenza biologica si ha con

un’identificazione al bambino che si forma dentro di lei durante la gravidanza.

Per Ferenczi, lo sviluppo del bambino si ha, in questo senso, per mezzo del passaggio dal periodo

autoplastico (anale e masturbatorio) a quello alloplastico, in cui il ritorno nel grembo materno viene

messo in atto per mezzo degli organi genitali. Il coito, tuttavia, non è solo realizzazione della

tendenza biologica, ma anche ripetizione dell’angoscia associata alla nascita, intesa non solo in

senso traumatico e facendo riferimento alle nuove richieste di adattamento, ma anche per quel che

riguarda la sensazione di vittoria che segue il superamento della condizione avversa.

Sempre in “Thalassa”, Ferenczi ha anche ripreso la teoria della biogenesi di Ernst H. Haeckel,

secondo cui lo sviluppo embrionale racchiude in sé quello della specie umana, ed ha ipotizzato che

il grembo materno potrebbe essere, in realtà, il mare che, prosciugandosi e costringendo molti

animali a spostarsi a vivere sulla terra, avrebbe determinato in loro il desiderio di un ritorno alla vita

precedente: per cui, la nascita richiama sia l’angoscia dell’obbligo di adattamento alle nuove

condizioni di vita sia la gioia della sopravvivenza e queste sensazioni sarebbero esperite,

nuovamente, durante il coito. In questa accezione, la genitalità diventa il punto in cui vengono

rivissute le catastrofi ontogenetiche e filogenetiche.

Ferenczi ha paragonato, poi, l’autotomia di alcuni animali con la rimozione, arrivando a teorizzare

una rimozione organica ed un inconscio biologico, presenti negli esseri viventi e contenenti le

tendenze arcaiche di funzionamento. In questo modo, il coito ed il sonno sono dei momenti in cui

l’individuo regredisce ad un livello pre-umano e prenatale, raggiungendo la pace inorganica a cui

anela e che diventa la spiegazione di tutti i fenomeni biologici. Un esempio di ciò è dato

dall’alimentazione, sicuramente un bisogno biologico: essa inizia, nell’uomo, con l’allattamento e

varia con la crescita, arrivando a comprendere sia piante sia animali. Anche gli altri animali, però, si

nutrono a loro volta di carne o di piante, secondo quanto stabilito dalla catena alimentare: in questo

modo si innesca una filofagia o consunzione degli avi, con cui l’uomo si collega a tutti i suoi

antenati mangiando gli animali inferiori.

Ciò che quindi muove l’evoluzione è il desiderio di tornare ad una condizione antecedente la vita.

Un’altra opera importante di Ferenczi, criticata da Freud, è “Confusione di lingue tra gli adulti e il

bambino”, in cui l’autore ha ripreso la teoria della seduzione ed ha trattato il tema dell’abuso reale

subito dal bambino. Egli ha spiegato che questo ha luogo quando il bambino propone delle

situazioni ludiche all’adulto che, se ha tendenze psicopatologiche, può o travisarle e scambiare il

piccolo per una persona matura dal punto di vista sessuale o mettere in atto dei comportamenti

sessualizzati senza prima pensare a quelle che potrebbero essere le conseguenze. Il bambino, a

questo punto, cede di fronte all’adulto e si identifica all’aggressore per difendersi dall’angoscia che

prova: in questo modo, però, ne introietta il senso di colpa e l’aggressore si comporta, dopo, come

se non fosse accaduto nulla od assumendo degli atteggiamenti moralistici. Il bambino finisce per

sentirsi confuso ed in colpa e questo ultimo vissuto gli impedisce di confessare quel che gli è

successo. Gli effetti di un abuso sessuale che si riscontrano in età adulta sono molto gravi e la

personalità del traumatizzato può andare incontro sia ad una regressione finalizzata a recuperare

l’armonia di cui si godeva prima che l’abuso avesse luogo sia ad una progressione traumatica, per

cui, al contrario, il bambino sviluppa precocemente la capacità di provare emozioni ed attitudini che

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sono tipici della vita sessuale degli adulti. Se i traumi si ripetono, aumentano le dissociazioni ed il

bambino si identifica con ognuna di esse, arrivando a sviluppare una personalità atomizzata, che

genera confusione. La cura, ancora una volta, è, per Ferenczi, basata sulla costruzione di un

rapporto di fiducia.

Mihály (Michaël) Balint. L’amore primario

Balint, erede di Ferenczi, non si è mai discostato dalla teoria pulsionale, sebbene vi abbia apportato

dei cambiamenti. Mentre per Freud le fasi pregenitali non sono necessariamente legate

all’insorgenza di problemi, per Balint i fenomeni ad esse associati diventano la manifestazione di un

rapporto povero tra il bambino e le sue figure genitoriali e, per interpretare tali fenomeni, l’analisi

deve essere considerata come articolata su due livelli:

- livello pre-edipico o pregenitale Balint lo ha definito “livello di difetto fondamentale”

(non ha fatto riferimento, quindi, ad alcun complesso o conflitto) ed è caratterizzato da una

relazione diadica, con processi psicologici che sono, di conseguenza, più semplici. Il

paziente che abbia raggiunto questo livello non mostra alcun riconoscimento all’analista.

Presso Balint, il termine “difetto” va inteso per come viene utilizzato in ambito geologico e

cristallografico, ove sta ad indicare un’anomalia strutturale che è possibile vedere quando si

esercita una pressione sul minerale: il difetto fondamentale, quindi, è una deficienza nello

psichismo, che si estrinseca in una richiesta di aiuto e che non può essere risolta, ma solo

sclerotizzata. L’aggettivo “fondamentale” indica la rilevanza che questo difetto assume per

quanto riguarda lo sviluppo della personalità del soggetto. Il difetto fondamentale si origina

per via del divario esistente tra i bisogni del bambino e le cure che riceve e le cause possono

essere sia congenite sia ambientali. In questa prospettiva, non è importante solo un partner,

il bambino, ma anche l’altro, il caregiver, che può soddisfarlo o frustrarlo;

- livello edipico o genitale è caratterizzato da una relazione triangolare. Il paziente che

abbia raggiunto questo livello si mostra grato all’analista. Balint ha definito l’area edipica “il

complesso centrale”, perché è un’esperienza comune a tutti che diventa particolarmente

importante nel determinare le future relazioni dell’individuo;

- livello della creatività è caratterizzato dal numero uno ed a questo livello ci sono non

oggetti ma solo pre-oggetti, che diventeranno oggetti veri e propri per mezzo della

creazione. Risulta l’impossibilità di qual si voglia relazione oggettuale o transfert: il

soggetto, infatti, è da solo e si preoccupa solo di produrre qualcosa all’esterno. A quest’area

dello psichismo appartengono fenomeni come la creazione artistica e l’elaborazione di

teorie. Per Balint, questa fase è la terza nella successione con le altre due di cui sopra, che

inizia, quindi, con il livello del difetto fondamentale: egli spiega questa convinzione facendo

riferimento al fatto che, come provato dall’embriologia, capita non di rado che una struttura

regredisca o sparisca.

Un altro contributo importante di Balint riguarda il narcisismo. Nei suoi “Tre saggi sulla teoria

sessuale”, Freud ha descritto la pulsione sessuale come indirizzata ad un oggetto esterno, quindi al

proprio Io (autoerotica) e, infine, ad un oggetto, ove però ogni relazione oggettuale non sarebbe

altro che una riscoperta. In una rielaborazione successiva, ha posto l’autoerotismo come prima fase,

seguita dallo stadio narcisistico e, solo dopo, dai rapporti oggettuali. In “Introduzione al

narcisismo”, ha proposto un’ulteriore revisione, definendo il narcisismo primario (in cui la libido è

tutta investita sull’Io) come il rapporto più precoce che l’individuo sviluppi con l’ambiente in cui si

trova: tale condizione viene meno quando il bambino comincia ad investire libidicamente sulle

rappresentazioni degli oggetti, tramutando la libido narcisistica in libido oggettuale. Balint, invece,

ha considerato il narcisismo libidico come sempre e solo secondario, dal momento che ha ipotizzato

un rapporto primario con l’ambiente già nel corso della vita intrauterina, quando il feto, il liquido

amniotico e la placenta si compenetrano l’un l’altro, come il pesce con il mare, per cui non ha senso

distinguere tra loro queste entità così “mescolate”. E’ la nascita a compromettere questa

mescolanza, cambiando l’ambiente con cui il bambino si deve relazionare e richiedendo un

adattamento: l’Io del bambino comincia, così, a strutturarsi gradualmente e ad instaurare una

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relazione con l’esterno che non sarà mai, tuttavia, armoniosa quanto lo era quella più arcaica; i suoi

sforzi libidici restano, quindi, ancorati al tentativo di tornare alla condizione preesistente. Di

conseguenza, è la nascita a favorire la differenziazione dell’individuo dall’ambiente, cioè del Sé

dagli oggetti, anche se rimane un oggetto primario (la madre), che si occupa della soddisfazione dei

bisogni del neonato e che, essendo ovviamente disponibile (proprio come ovvia era l’armonia dello

stato precedente), diventa oggetto dell’amore primario. La fase più precoce della vita mentale si

configura in una relazione oggettuale passiva, in cui il bambino ha la pretesa di essere amato senza

dover dare nulla in cambio e questa speranza di essere amato e soddisfatto perdura per tutta la vita.

Tale avidità del bambino è solo una delle conseguenze della nascita: l’altra consiste nella messa in

atto di una serie di strategie volte a ristabilire l’equilibrio perduto. Se le relazioni oggettuali si

contrappongono alla condizione di armonia, sono possibili, in questo periodo che è quello della

prima infanzia, quattro forme di investimento libidico:

- il ritiro della libido sull’Io

- il trasferimento dei residui dell’investimento ambientale precedente su nuovi oggetti che

stanno emergendo;

- l’amore oggettuale attivo, in cui si ha la gratificazione del partner per ricevere amore;

- la creazione di determinate strutture di personalità, che derivano dalla scoperta che la madre

è un essere separato, con interessi propri e diversi. Queste strutture sono alla base di due

tipologie di carattere, che rappresentano i casi più rilevanti di difetto fondamentale e, salvo

che in casi estremi, non sono patologiche:

1. ocnofilia il bambino investe sugli oggetti che stanno affiorando e che percepisce

come benigni ed avverte gli spazi che li separano come minacciosi. La persona

ocnofila cerca continuamente qualcuno da cui dipendere e vive la separazione in

modo angosciante. Attribuisce al partner i suoi interessi e desideri per ristabilire

l’armonia perduta. E’ pessimista, indecisa ed incerta;

2. filobatismo il bambino percepisce gli spazi come sicuri e gli oggetti come

pericolosi e, di conseguenza, non investe su di essi ma sulle funzioni dell’Io,

sviluppando una spiccata autonomia. La persona filobata evita le relazioni con gli

altri e fa affidamento solo su se stessa. Ha come partner gli spazi aperti, come le

montagne ed il mare, con cui sviluppa una forte armonia. E’ ottimista ed ama

l’azione, l’avventura ed il rischio.

Secondo Balint, il fine ultimo della vita adulta dell’uomo, in accordo con Ferenczi, è ritrovare

l’armonia fetale: questo è quasi possibile attraverso una serie di esperienze, come l’estasi religiosa,

la creazione artistica e l’orgasmo. Ciò nonostante, egli ha distinto l’amore genitale (o adulto) dal

soddisfacimento genitale ed ha differenziato le varie espressioni dell’amore facendo riferimento al

senso di realtà. L’amore oggettuale si sviluppa in modo graduale e, dato che la prima relazione

oggettuale è, in vero, priva del senso di realtà, allora la forma d’amore più primitiva si caratterizza

dalla mancanza di senso di realtà nei confronti dell’oggetto: questo è l’amore dell’Es, che si

mantiene per tutta la vita. Con l’adattamento alle esigenze sociali, si sviluppano le forme di amore

che sono tipiche dell’Io e l’amore genitale va oltre il soddisfacimento genitale, così come è più di

una relazione caratterizzata dalla disponibilità dei partner. In esso, infatti, compaiono anche altri tre

elementi: 

- l’idealizzazione è una barriera per lo sviluppo di un amore maturo;

- la tenerezza come l’idealizzazione, è una qualità primitiva dell’amore;

- la conquista è finalizzata a trasformare un partner ostile o disinteressato in un partner

disponibile ed avente gli stessi interessi e desideri ed ha luogo attraverso preliminari ed

adattamento all’oggetto.

L’amore genitale richiede una relazione oggettuale che veda i due partner coinvolti, anche, da un

punto di vista emotivo, oltre che in grado di bypassare, attraverso un’illusione, la separazione tra il

Sé e l’oggetto costituito dall’altro, per diventare un’unica entità. Come l’arte e la religione, questo

tipo di amore è un prodotto sociale ma, dal momento che l’organizzazione stessa della società

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richiede una regressione verso forme di amore più infantili, si presenta come un insieme di tratti

inerenti sia il soddisfacimento genitale sia la tenerezza pregenitale. Lo scopo ultimo dello sviluppo

è il raggiungimento di un amore genitale e, di conseguenza, lo scopo dell’analisi deve essere quello

di rendere il paziente in grado di amare senza provare angoscia. Balint, quindi, proprio come

Ferenczi, ha attribuito importanza al terapeuta ed alle sue capacità empatiche all’interno della

relazione analitica.

Béla Grunberger. Il narcisismo

Quello del narcisismo è un tema che ha interessato molto gli analisti ungheresi.

Freud ha identificato un narcisismo primario, in cui il bambino investe su di sé, ed un narcisismo

secondario, caratterizzato da investimenti libidici oggettuali: ha, quindi, distinto la libido dell’Io da

quella oggettuale, mettendo in luce come nell’innamoramento la libido sia investita sull’oggetto e,

al contrario, come essa ricada su parte del corpo della persona nel caso dell’ipocondria. Questa

teoria, comunque, è stata soppiantata da quelle successive, fino ad arrivare ad una perdita del

legame tra Io e narcisismo e ad una visione degli investimenti libidici sull’oggetto come non più

provenienti dall’Io, bensì dall’Es.

Grunberger ha estremizzato due espressioni di Freud inerenti il narcisismo, che sono quella di

“narcisismo fetale” e quella di “narcisismo della cellula germinale”, vedendole come caratterizzate

da un’energia neutra. Ella ha, quindi, formulato l’ipotesi secondo cui il narcisismo costituirebbe

un’istanza, ovvero una configurazione dinamica autonoma e con le proprie peculiarità; in questa

visione, esso è slegato dalla pulsione ed associato all’esperienza armoniosa di appagamento della

condizione prenatale. Ha, perciò, creato l’istanza del Sé narcisistico e, riferendosi al concetto di

coazione a ripetere freudiano (che egli aveva posto alla base del Thanatos), ha ipotizzato che l’Io

tenda a ripetere tutte quelle situazioni in cui non vi sia stato un soddisfacimento per via

del’interferenza di un trauma precoce durante lo sviluppo: la conseguente ferita narcisistica non può

essere sanata, in quanto troppo precoce; ripetere, perciò, non serve a riparare il danno, ma a

ricercare la condizione antecedente alla nascita, il che costituisce una tendenza fondamentale che è

la base dell’ipotesi del narcisismo. Per Grunberger, contrariamente che per Freud, questa tendenza

non spinge alla morte, bensì alla vita, poiché a livello inconscio non è presente alcuna informazione

circa la morte. L’autrice ha chiamato la condizione anelata “stato elazionale”, che significa stato

superlativo.

Ella ha anche rivisto i costrutti di Eros e Thanatos, sostenendo che si tratti di due difese contro la

morte e che la nostra identificazione con l’istinto di morte ci doti di un fallo narcisistico, come

accade, per esempio, al cristiano che accetti la castrazione trasformandola in un fallo potente.

In breve, Grunberger ha postulato uno stato di elazione, in cui i bisogni non possono neanche essere

percepiti in quanto tali perché vengono subito soddisfatti, il quale costituisce la matrice delle

diverse forme di narcisismo, diventandone il modello.

Anche in età adulta si può trovare uno strascico della vita fetale, che è dato dalla credenza

nell’immortalità, necessaria per affrontare la vita: il desiderio di eternità, infatti, ha radici profonde,

si ritrova a livello cellulare. Altre eredità di quel periodo sono la sensazione di invulnerabilità ed il

sentimento di infinito, anch’essi presenti ad un livello biologico.

Un tema fondamentale da affrontare per comprendere il narcisismo è quello del valore, che viene

percepito in sé e per sé, senza necessitare di conferme dall’esterno: in ogni persona, quindi, c’è un

narcisista che estima il proprio valore solo in ragione di quello che è. Chi cerca conferme circa il

suo valore, lo fa perché non è in perfetto equilibrio con se stesso, mentre, al contrario, una persona

eccessivamente sicura di sé non rientra nel patologico, poiché è portatrice di qualcosa che viene

considerato naturale e proprio dell’uomo. Grunberger ha collocato il Sé narcisistico, che cresce con

l’individuo, in una zona libera da conflitti, uno stato primitivo in cui tutto è presente in forma di

germe, comprese la sessualità e l’aggressività: la prima si esplica nella proliferazione cellulare, la

seconda nel metabolismo fetale. Dal momento che, in questa fase, tutte le attività del feto sono

sostenute dalla madre all’interno di una relazione che è unicamente unilaterale, è possibile ritrovare,

in alcuni narcisisti, la convinzione che sia loro tutto dovuto: ciò che resta è un’impronta “elazionale

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e megalomanica”. A partire da questa condizione di armonia e perfezione, si organizzano, quindi, le

varie tipologie di narcisismo ed i sentimenti ad esse associati. Dopo la nascita, il bambino cerca di

rivivere la vita prenatale attraverso il sonno ed entra nella fase del narcisismo primario, che precede

la formazione dell’oggetto: si parla, quindi, di “unione narcisistica” per far riferimento a quella non

distinzione che vi è tra Sé ed oggetto, in una “omeostasi narcisistica” caratterizzata dalla

“realizzazione allucinatoria del desiderio”. Durante l’infanzia, però, il bambino va incontro a delle

frustrazione che sfociano in un trauma dato, da un lato, dal dover assistere al crollo della sua

situazione di armonia elazionale e, dall’altro, dal trovarsi a dover far fronte ad un mondo di oggetti

e di pulsioni: ha, quindi, bisogno di essere supportato dalle figure genitoriali e, in particolare, di

trovare una conferma del suo valore negli occhi della madre, affinché possa continuare a sostenere i

suoi elementi narcisistici. Dal conflitto che si genera tra le pulsioni ed il narcisismo si origina

l’Ideale dell’Io. Intanto, mentre l’Io si sviluppa, il narcisismo resta immutabile, ma si lascia

esprimere dalle altre istanze attraverso la libido: essa proviene dall’Es e può investire

narcisisticamente l’Io, i suoi atti e gli oggetti. Grunberger ha chiamato “completezza narcisistica”

una buona integrazione tra il Sé narcisistico e le pulsioni (Io pulsionale) all’interno dell’Io. La

libido che viene investita non va persa, il che significa che, per esempio, un genitore che investa

narcisisticamente sul figlio non sminuisce il proprio narcisismo, bensì lo accresce: l’investimento

della libido, infatti, deve essere visto come collocato all’interno di una relazione dialettica tra

narcisismo ed Io.

Grunberger ha riflettuto, anche, sul processo di guarigione in analisi e si è rifatta al pensiero di

Baudouin, il quale riteneva che non esistesse una traslazione vera e propria, per via

dell’impossibilità di riesperire un vissuto semplicemente ripetendolo. Egli ha distinto la traslazione

analitica dal rapporto analitico, ove la prima è la reiterazione di un’esperienza, mentre il secondo è

dato dalla relazione. Ancorandosi al concetto di “rapporto analitico”, Grunberger ha attribuito alla

situazione analitica il merito di quelle guarigioni che avvenivano senza un’analisi del contenuto,

ovvero dei conflitti riportati nella traslazione. Secondo l’autrice, la situazione analitica innesca il

processo analitico che, dal canto suo, determina la traslazione e la fantasmatizzazione inconscia. A

supportare da un punto di vista energetico tutto questo è il narcisismo. Grunberger ha descritto lo

sviluppo come il passaggio da un’illusione di onnipotenza infantile e di amore per se stesso a

modalità di rapporto di tipo oggettuale, che insorgono quando si ha il rapporto con la realtà, ovvero

quando il bambino inizia a ricorrere alla rimozione (che, però, non risolve il problema e lo nasconde

solo) ed a proiettare la sua onnipotenza prima sui genitori e poi sulle loro imago idealizzate.

L’obiettivo dell’analisi è aiutare l’individuo ad abbandonare l’onnipotenza narcisistica e ad aprirsi

nei confronti di una relazione d’oggetto: la traslazione, infatti, altro non è che la persistenza

dell’uomo a voler restare nell’immaturità, attraverso un percorso a ritroso che lo riporti alla

condizione iniziale di amore di sé. Secondo Grunberger, il terapeuta deve garantire al paziente un

apporto narcisistico gratificando alcuni dei suoi bisogni in modo spontaneo e senza che egli lo

richieda (questo rimanda molto al periodo fetale), in modo tale da arrivare a costituire un’unità

narcisistica. Nella scelta del terapeuta, il paziente gli attribuisce il suo senso di onnipotenza

sopravvalutandolo: ne consegue che l’analista svolge il ruolo di intermediario, per permettere al

paziente di recuperare i propri sentimenti, proiettando su di lui il proprio Ideale dell’Io. “L’analista,

semplice riflesso dell’analizzando, non può essere che ciò che questi è o soprattutto vorrebbe

essere”, per citare l’autrice. Nella prima parte dell’analisi, il paziente deve disporre di una completa

libertà, essere la sola parte attiva e specchiarsi nel terapeuta: solo col tempo, infatti, può iniziare a

tollerare le frustrazioni, fino a sviluppare relazioni oggettuali; questo momento può sfociare in una

crisi, se non nella volontà dell’individuo di abbandonare l’analisi. E’ l’apporto narcisistico garantito

dal terapeuta (e qui l’autrice si avvicina a Ferenczi) a dover mantenere la volontà del paziente a

proseguire la cura. 39

VERSO IL MODELLO RELAZIONALE

Presso il pensiero di Freud, la pulsione si trova a metà tra lo psichico ed il somatico ed è principio

motivazionale, il che significa che tutto il comportamento umano è un’espressione delle pulsioni

primarie, che possono essere sessuali od aggressive. In questo modello, l’oggetto è inteso come quel

qualcosa verso cui la pulsione è diretta ed in relazione al quale essa può pervenire alla sua meta.

Anche l’attaccamento del bambino alla figura materna, pertanto, va ricondotto ad una gratificazione

pulsionale. Interessanti sono, in questo ambito, gli studi che Harlow ha condotto sulle scimmiette

rhesus, che hanno consentito di osservare come queste avessero una tendenza naturale a preferire il

sostituto materno a cui potersi aggrappare rispetto a quello che dispensava cibo: secondo quanto

scoperto dallo studioso, quindi, non è vero che i comportamenti sono tutti legati a gratificazioni

pulsionali poiché, se così fosse, le scimmiette avrebbe preferito il fantoccio in grado di soddisfare la

loro fame: esiste, quindi, una gratificazione non ascritta ad una pulsione. Una tendenza a legarsi ad

un oggetto in grado di donare sicurezza per mezzo del contatto fisico è riscontrabile, anche, nel

neonato ed è proprio sulla soddisfazione di questo tipo di bisogno che si può fondare uno sviluppo

adeguato, ovvero a partire da relazioni oggettuali idonee. George e Mitchell, introducendo il

modello kleiniano, hanno affermato che la pulsione può essere dedotta solo attraverso l’oggetto,

poiché sono le relazioni oggettuali che si creano a dar ragione del tipo di pulsione; inoltre,

specifiche relazioni sono in grado di influenzare quelle che l’individuo creerà nel corso della vita

futura.

Melanie Klein, quindi, ha definito un oggetto interno come la rappresentazione psichica di altro, che

il soggetto utilizza per capire come comportarsi nel mondo esterno e, pure, per provare a prevedere

il comportamento altrui. Gli oggetti interni sono, inoltre, i resti a livello mentale di quelle che sono

state le relazioni più importanti della persona. L’oggetto, quindi, passa da essere concreto (nel

modello pulsionale) a costituirsi come un’immagine (con Klein) ed il mondo interno dell’uomo

appare costellato di oggetti interni.

Melanie R. Klein. Tra pulsioni e relazioni

Freud ha fatto riferimento, per spiegare la malattia dei suoi pazienti e facendo leva sui loro ricordi,

all’infanzia, pur senza essersi mai occupati di osservazioni dirette su bambini. Melanie Klein, al

contrario, ha scelto i bambini come pazienti ed ha proposto le sue teorie sull’infanzia come un

ampliamento del pensiero freudiano: ciò nonostante, è stata accusata di aver tradito l’ortodossia

psicoanalitica e dalla dispute che ne è nata si sono originati tre correnti nella Società Psicoanalitica:

- gruppo “A” orientato verso l’ideologia kleiniana;

- gruppo “B” fedele a Freud;

- Middle Group raccoglieva la maggioranza degli analisti, tra cui Winnicott.

Klein, sebbene abbia parlato di relazioni oggettuali, non rientra nel modello delle relazioni di

oggetto, dal momento che l’oggetto che ha studiato (la madre) l’ha considerato interno e non

esterno.

La vita

Melanie Klein è nata a Vienna, in una famiglia di origine ebraica, da un padre molto più vecchio ed

emotivamente scostante ed una madre invece disponibile ed intellettualmente vivace. Si è sposata, a

21 anni, con l’ingegnere Klein, per poi capire quanto il matrimonio avesse deluso le sue aspettative

e provare un senso di solitudine inserito in un quadro depressivo: per cercare di chiarire questo

aspetto, è entrata in analisi da Ferenczi, che ha avuto il merito di ispirare il suo interesse verso

l’infanzia; il successivo incontro di Klein con Freud ha formalizzato l’ingresso di lei nel mondo

della Psicoanalisi. Con il crollo dell’Impero Austro-Ungarico e l’antisemitismo dilagante, Klein ha

accettato l’invito di Abraham a trasferirsi a Berlino, ove si è stabilita con i tre figli, una volta

separata dal marito. Qui ha continuato la sua analisi infantile, senza mai ricevere il consenso dei

colleghi, eccetto Abraham, che è stato anche il suo terapeuta fino a che non è mancato. Klein si è

trasferita, quindi, a Londra, ove le sue idee hanno riscosso molto successo al punto da allarmare lo

stesso Ferenczi, che ne ha messo al corrente Freud. Lo scontro si è giocato, però, tra Klein e la figlia

del Maestro Anna Freud e si è protratto a lungo; un inasprimento ha avuto luogo con lo spostamento

40

in Inghilterra di molti analisti provenienti dalla Germania, a seguito dell’avvento nazista, analisti

fedeli all’ortodossia freudiana. Klein, in particolare, ha rimproverato in Anna Freud il fatto di

escludere la nevrosi di transfert nel bambino e, quindi, di eliminare l’elemento necessario all’analisi

a priori. Il confronto con Vienna l’ha stimolata ad approfondire ulteriormente il suo lavoro e Klein è

stata produttiva fino alla fine, sopraggiunta dopo la rimozione di un tumore in un contesto di forte

solitudine, la stessa che aveva caratterizzato la sua giovinezza.

L’analisi infantile

Nella descrizione dello sviluppo di Freud, una posizione di rilievo è occupata dall’evoluzione della

libido, che si articola negli stadi psicosessuali: una fissazione od una regressione ad uno di essi può

determinare il ritorno ad un funzionamento precedente , nonché un blocco della libido che causa un

soddisfacimento inadeguato del desiderio.

Anna Freud, per spiegare la genesi di una nevrosi infantile, ha fatto riferimento allo sviluppo dell’Io

ed alla sua capacità di arginare le pulsioni ed ha descritto, quindi, una condizione di “normalità”

come caratterizzata da un buon equilibrio tra l’Io e le pulsioni dell’Es, ovvero da un’adesione al

principio di realtà nella gratificazione dei propri bisogni e desideri. Il sintomo nevrotico si configura

come segno dell’incapacità dell’Io a compiere il suo ruolo di controllo sulle pulsioni. L’analisi del

bambino, comunque, implica una serie di difficoltà che sono legate ai seguenti fattori:

- la sua immaturità;

- la sua non consapevolezza del problema;

- la mancanza di una motivazione a raggiungere una condizione di “normalità”.

Per condurre l’analisi infantile è fondamentale instaurare una relazione di transfert, che agevoli

l’interpretazione dei sogni, delle difese e dei disegni, i quali sono il principale strumento

comunicativo, al contrario delle libere associazioni, valide solo per l’adulto. Il gioco, invece, non è

interpretabile perché si basa sul principio di piacere ed è proprio questo il massimo impedimento a

fare della psicoanalisi infantili. La funzione del terapeuta, quindi, è di tipo educativo, ma a questa si

associa il fornire al bambino un Io ausiliario per permettergli di superare l’angoscia ed il favorire le

sublimazioni.

Klein, al contrario, ha proposto che ci si trovi di fronte ad una nevrosi ogni qual volta il bambino si

mostri incapace di superare un conflitto psichico: particolari indici rivelatori di angoscia sono le

fobie, i disturbi del sonno e dell’alimentazione, i disturbi funzionali come i tic, l’incontinenza

urinaria e turbe psicomotorie; tutti questi hanno in sé un valore simbolico, che consente di

individuare il momento evolutivo a cui sono legati. Secondo la prospettiva kleiniana, comunque,

l’assenza di sintomi non è indicativa dell’assenza di una nevrosi, dal momento che poterebbe celare

una repressione pulsionale eccessiva da parte del bambino: di conseguenza, due criteri utili per

rilevare un conflitto sono, anche, l’adattamento eccessivo alle esigenze educative e la rimozione

della vita immaginativa. Essendo il gioco un’attività naturale per i bambini, una sua inibizione non

può che essere considerata come associata ad ansia e sensi di colpa, nonché una manifestazione del

fatto che il bambino, che non trova piacevole il gioco, si stia difendendo dalle fantasie in esso

riprodotte. Altri criteri importanti sono costituiti dalla reazione al bambino di fronte ad un regalo,

che può essere di delusione od indifferenza se i regali diventano simbolo di doni d’amore a cui egli

ha dovuto rinunciare, a cui si aggiunge la tolleranza alla frustrazione e, in questo ultimo caso, sia un

desiderio non gratificato sia una richiesta di adattamento all’ambiente possono condurre ad un

vissuto punitivo. Tutti questi elementi diagnostici non vanno a valutare le capacità adattive del

bambino, bensì le risorse di cui egli dispone o meno per la risoluzione dei suoi conflitti. Il sintomo,

di conseguenza, non deve essere eliminato ma compreso, in modo tale da capire come la nevrosi

inibisca lo sviluppo. Klein, quindi, ha individuato nella tecnica del gioco la via regia all’inconscio

infantile (soprattutto a seguito degli insuccessi riportati con il metodo verbale, pure quello del

colloquio libero), dal momento che è in esso che vengono riprodotti, in forma simbolizzata, le

fantasie e le esperienze; l’analisi del bambino, eccezion fatta che per la tecnica, è di per sé uguale a

quella dell’adulto. L’intento dell’autrice era quello di utilizzare il gioco per scoprire il rimosso del

bambino ed i suoi punti di fissazione, per eliminare le inibizioni e per promuovere nuovi interessi.

41

Nel gioco, il bambino esprime pulsioni sessuali ed aggressive e fa assumere ai suoi personaggi dei

ruoli diversi, il che gli consente di superare i conflitti che prova, nel mondo reale, con quei

personaggi. Il gioco che ha luogo durante una seduta analitica, però, non è quello naturale, in quanto

influenzato dalla presenza del terapeuta: esso viene sollecitato attraverso la presenza di giocattoli

tradizionali, di altri facenti leva sull’immaginazione del bambino (per esempio, il materiale per

disegnare) e, infine, di un lavandino. Fondamentale nel processo del gioco è l’invenzione dei

personaggi: attraverso queste personificazioni, il bambino può esprimere le proprie identificazioni e

soddisfare fantasmaticamente i suoi desideri; questo non accade nel caso dei bambini schizofrenici,

che ripetono solo azioni in modo monotono e non danno luogo ad alcuna personificazione. Il gioco

del bambino è rivelatore del tipo di atteggiamento che egli ha nei confronti del mondo reale.

Un’altra ipotesi di Klein ha a che fare con la formazione del Super Io, che avverrebbe con il

passaggio da un Super Io minaccioso ad uno più reale ed ispirato alle figure genitoriali, con un

passaggio attraverso personificazioni con qualità buone e cattive. L’analisi del gioco aprirebbe, in

questo senso, la strada alla comprensione delle trasformazioni cui andrebbero incontro queste

personificazioni, diverse nei vari stadi di sviluppo: il contrasto tra le personificazioni sarebbe

direttamente proporzionale all’insufficienza nel processo di integrazione. Un Super Io formatosi da

immagini tra loro in conflitto diventerebbe, tra l’altro, indicativo di uno scarso equilibrio tra Super

Io, Es e realtà. Klein ha considerato due elementi come necessari al processo di personificazione nel

gioco, che sono la scissione e la proiezione, senza i quali non sarebbe possibile spostare il conflitto

intrapsichico verso l’esterno.

Per quanto riguarda il rapporto tra il bambino ed il mondo reale, anch’esso evincibile dal gioco,

permette di identificare diverse “tipologie” di bambini:

- bambini schizofrenici si assiste ad una rimozione della fantasia e ad un distacco completo

dalla realtà; 

- bambini paranoici domina l’illusorio, poiché il rapporto bambino-realtà è in balia

dell’attività fantastica;

- bambini nevrotici le fantasie legate al gioco sono associate ad un forte senso di colpa,

con la manifestazione, nel gioco, di un bisogno di punizione;

- bambini sani giocano esercitando, in questo modo, il loro controllo sulla realtà.

I bambini con patologie gravi provano una forte angoscia associata ad una rimozione delle fantasie

ogni volta che devono adattarsi alla realtà e questo impedisce lo sviluppo della capacità simbolica,

determinando un’impossibilità a creare una vita fantasmatica. Klein, quindi, cercava di aiutare i

bambini ad eliminare la rimozione delle fantasie, che provava a far esprimere più liberamente anche

se in modo adeguato rispetto alla realtà. Nell’eziologia dei disturbi psicotici, un ruolo fondamentale

è giocato da un Super Io sadico, generato molto precocemente, agli inizi dello sviluppo dell’Io. La

tecnica dell’analisi del gioco consente, in questi casi, di analizzare le fasi in cui si è formata la

struttura superegoica e di permettere lo sviluppo di imago più positive, associate allo stadio orale

della suzione.

La teoria

Nella sua opera “La psicoanalisi infantile”, Klein ha raccolto le sue teorie sviluppate grazie

all’analisi del gioco. Ella ha scoperto la presenza di una forte angoscia nelle prime fasi dello

sviluppo, che l’ha portata a sostenere l’esistenza dei meccanismi dell’introiezione e della proiezione

fin dalle origini della vita psichica, con la conseguente presenza di un’attività fantasmatica. Freud

ha parlato di fantasia in due accezioni, ovvero per far riferimento all’appagamento di un bisogno

conscio od inconscio e per intendere un processo alla base di un contenuto manifesto. Egli ha

definito le fantasie primarie come un patrimonio comune al genere umano, alla base della

formazione della vita fantasmatica, tra cui vi è, anche, la paura dell’evirazione. Klein ha esteso il

concetto di fantasia, che Isaacs ha definito come “il contenuto primario dei processi mentali

inconsci”: ogni attività mentale, quindi, deriva dalle fantasie inconsce, che sono sempre attive e si

originano dalle pulsioni. Di conseguenza, gli impulsi, che generano un’attività fantasmatica

subitanea, attivano un oggetto a cui rivolgersi; le fantasie, quindi, implicano una conoscenza

42

inconscia ed innata degli oggetti. Ogni oggetto, o meglio ogni relazione con un oggetto, può

elicitare una sensazione più o meno piacevole a seconda della sua qualità gratificante o frustrante,

motivo per cui il bambino affamato fantastica la presenza di un oggetto cattivo nel suo corpo e

quello allattato la presenza di un oggetto buono. La fantasia, inoltre, esprime i meccanismi di difesa

attivati contro le pulsioni, quali l’introiezione e la proiezione, che Ferenczi aveva associato,

rispettivamente, agli impulsi orali ed a quelli anali. Abraham ha il merito di aver dimostrato il

carattere non patologico dell’introiezione, che si presenta in tutte le relazioni dell’uomo e che

permette l’ingresso degli oggetti nell’Io e la sua conseguente modifica che fa sì, anche, che tutte le

persone portino dentro di sé coloro che hanno amato. Tra le esperienze relazioni reali e quelle

fantasmatiche interne corrispondenti, non va dimenticato esistere una reciproca influenza: questo

equivale a dire che tutte le esperienze reali sono accompagnate dalla fantasia inconscia e le due

influiscono l’una sull’altra; la fantasia, dunque, è una funzione dell’Io. Klein, quindi, ha collocato la

genesi del Super Io in fase orale, come risultato dell’introiezione di oggetti buoni e cattivi ed uno

dei primi oggetti ad essere introiettato è il seno materno: gli oggetti introiettati portano alla

creazione del Super Io ed all’arricchimento dell’Io, che esiste già dal momento della nascita e che si

può identificare con alcuni di essi per mezzo dell’identificazione proiettiva, restando, invece,

separato da altri. In questo modo, Klein ha anticipato, anche, l’Edipo, ponendolo a cavallo tra il

primo ed il secondo anno di vita, in uno stadio caratterizzato da un forte sadismo, in cui il bambino

incorpora gli oggetti edipici. Questo sadismo è fondamentale per la costruzione delle prime imago e

viene proiettato, in parte, sugli oggetti esterni, la cui introiezione determina, poi, il Super Io: questo

spiega il carattere di severità superegoica riscontrabile precocemente. Il bambino proietta la sua

aggressività sui genitori perché li teme in quanto mete delle sue pulsioni aggressive e questo gli

provoca angoscia: tuttavia, la successiva introiezione degli oggetti determina un accoglimento,

anche, di questa componente sadica; è solo con l’attenuarsi del sadismo che nel bambino va via via

diminuendo il terrore associato alle imago. Klein non si è limitata ad introdurre, come ha fatto

Freud, il Super Io nell’ambiente psichico, ma vi ha aggiunto due oggetti, che sono le imago del seno

della madre e del pene del padre e che formano il nucleo superegoico. Il seno-madre ed il pene-

padre sono contemporaneamente buoni e cattivi e rappresentano le prime imago delle figure

genitoriali appaganti e vendicative, oltre a costituire gli oggetti delle prime identificazioni dell’Io. Il

complesso edipico rende più complesso il mondo interno del bambino e comincia con la fase del

sadismo orale; le teorie di Klein su questo periodo dello sviluppo non derivano da osservazioni

dirette, ma dall’interpretazione delle fantasie dei suoi pazienti (che l’hanno già superato): tale

interpretazione l’ha portata ad asserire che già a due anni i bambini esplicitino una netta preferenza

per il genitore dell’altro sesso. La fase edipica di Klein è caratterizzata da una forte spinta a

conoscere nel bambino, a cui si somma una finalità distruttiva, in linea con la pulsione di morte, che

Freud ha definito come una tendenza all’autodistruzione. Nella fase sadico-orale, infatti, il bambino

vuole impadronirsi del contenuto del corpo materno ed annientare la madre e tutto questo ha luogo

allo stesso tempo dell’inizio del complesso edipico, il quale è dato dal conflitto tra gli impulsi

distruttivi e quelli conservativi dell’oggetto (per Freud, invece, il conflitto si gioca tra i desideri

libidici ed il timore di ritorsioni). Gli impulsi aggressivi generano ansia e senso di colpa, ma il

bambino separato dal seno non può che provare un’aggressività che viene rivolta, però, non alla

mammella ma all’interno del corpo della madre. Intanto, il bambino comincia ad interessarsi al pene

del padre che, come il seno, diventa oggetto dei desideri del piccolo. L’Edipo, quindi, si crea per via

dello svezzamento e dell’educazione all’igiene, che determinano un allontanamento dalla madre,

facendo sì che il bambino cominci a rivolgersi verso il padre. Egli diventerebbe, per la femmina,

oggetto d’amore, mentre il maschio comincerebbe a provare per la madre (che è il suo oggetto

d’amore) dei desideri non più orali ma genitali. Queste differenze segnano l’acquisizione

dell’identità di genere, intesa come conforme al sesso biologico. Il fatto che l’Edipo si verifichi così

precocemente nello sviluppo del bambino, fa sì che egli interpreti il coito in termini pregenitali, cioè

orali ed anali: le sue fantasie, quindi, gli suggeriscono un’immagine del rapporto sessuale tra i due

genitori come particolarmente violento, in cui la madre incorpora il pene del padre oralmente e si fa

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mettere dei bambini nel corpo. La bambina sviluppa il desiderio di privare il corpo della madre di

ciò che esso contiene, ovvero le feci, i bambini ed il pene del padre, per distruggere la figura

materna corporea: da qui sorge il timore di essere a propria volta fisicamente annientata dalla

madre. Per il bambino, invece, vale il principio della pars pro toto, il che significa che egli identifica

il padre con il pene che, penetrando nel corpo materno, crea una figura parentale combinata, sia

materna sia paterna, che viene percepita come mostruosa e terrificante e che è il simbolo del coito

violento che coinvolge i genitori: il bambino, quindi, crede che lo stesso sadismo che egli rivolge

verso i genitori sia presente nel loro rapporto e prova invidia per esserne escluso. Per Klein,

pertanto, l’angoscia del bambino in fase edipica non deriva dai suoi impulsi libidici (come per

Freud), ma da quelli distruttivi: la pulsione di morte diventa centrale.

La posizione schizo-paranoide

La scissione originaria del seno in buono e cattivo coinvolge, all’inizio dell’Edipo, il pene del padre

e queste due imago vengono introiettate per formare figure interne buone o cattive e per mettere le

basi del Super Io. Dal momento che questi fenomeni di scissione che hanno luogo, nel momento

edipicpo, in modo del tutto fisiologico, si ritrovano, in vero, nella schizofrenia, Klein ha coniato

l’espressione “posizione schizo-paranoide”. Il termine “posizione” fa riferimento ad un modello di

sviluppo in cui l’individuo non passa più attraverso degli stadi ben definiti, bensì da una posizione

all’altra, ove la posizione è vista come un agglomerato di angosce, impulsi e difese che possono

ripresentarsi nel corso della vita in determinate condizioni, ovvero come il modo in cui l’Io si

rapporta all’oggetto.

La posizione schizo-paranoide è collocata nei primi quattro mesi ed è tipica non solo della

schizofrenia, ma anche della paranoia. Il bambino, in questa posizione, dispone di un Io primitivo,

che oscilla tra integrazione e disintegrazione e che lotta contro l’angoscia derivante dalle relazioni

con gli oggetti per conservare la propria integrità. Questa angoscia è connessa alla pulsione di

morte, che si manifesta come paura di persecuzione da parte di quegli oggetti interni che si sono

originati a seguito dell’introiezione. L’Io cerca di difendersi proiettando parte della sua pulsione

distruttiva su un oggetto esterno che è il seno cattivo, mentre quel che ne resta diventa aggressività;

allo stesso modo, proietta la libido allo scopo di creare e di mantenere l’oggetto gratificante, ovvero

il seno buono, e quel che ne resta viene utilizzato per creare il legame libidico con l’oggetto stesso:

questi due processi di proiezione fanno sì che l’oggetto primario risulti scisso. A determinare

angoscia nella posizione schizo-paranoide è il timore che l’oggetto minaccioso si sposti dentro l’Io

ed annienti l’oggetto ideale ed il Sé. L’angoscia provata, quindi, è paranoide e la relazione con

l’oggetto è scissa, ovvero schizoide: da qui il nome attribuito alla posizione. Il meccanismo di

scissione, pertanto, risulta essere uno dei primi a venire utilizzati contro l’angoscia e con esso la

proiezione e l’introiezione: la prima deriva dalla necessità di spostare la pulsione di morte dall’Io a

qualcosa di diverso, la seconda è funzionale ad affrontare l’angoscia, perché consente di spostare

l’oggetto buono verso l’interno. Alla scissione si associa, anche, l’idealizzazione, ovvero una

sopravvalutazione degli aspetti buoni del seno da contrapporre a quelli cattivi, da cui ci si deve

difendere: un’idealizzazione al massimo livello porta al diniego dell’esistenza dell’oggetto cattivo,

poiché anche negare l’angoscia è una strategia per affrontarla. Talora sono le parti buone dell’Io ad

essere proiettate all’esterno e questo accade quando l’Io si identifica con gli aggressori che ha

introiettato: espellendo ciò che è buono, può salvaguardarlo dal cattivo che ha in sé. In questo

momento dello sviluppo, c’è ancora una confusione tra il Sé e l’oggetto, per cui fantasie di

introiezione di un oggetto buono sono utili per migliorare l’autostima: un’identificazione proiettiva

con un oggetto buono, infatti, finisce per rafforzare l’Io; l’introiezione di un oggetto buono è

fondamentale affinché l’Io si sviluppi correttamente, poiché è proprio attraverso introiezioni che

esso si forma e si completa. Se, tuttavia, si ha un’identificazione basata sulla proiezione di ciò che si

ha di cattivo, allora l’oggetto viene distrutto: la madre diventa un contenitore in cui il bambino

riversa le sue parti cattive e viene sentita come una parte di sé e non come un oggetto esterno

(questa è l’identificazione proiettiva). Se ne deduce, che il bambino può sviluppare delle relazioni

oggettuali positive solo se la sua identificazione parte da una proiezione delle sue parti buone: se,

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però, la proiezione è quantitativamente eccessiva, allora si corre il rischio che vi sia un

impoverimento dell’Io e questo può sfociare in una marcata dipendenza dalla madre e, poi, da altre

persone, che si configurano come Ideale dell’Io. Klein, alla stregua di Freud, considerava la

pulsione di morte una causa di angoscia, ma le attribuiva, anche, un altro ruolo, ovvero quello di

spingere allo sviluppo di meccanismi di difesa. Quando il bambino prova, oltre all’angoscia, anche

la frustrazione, non riesce a fantasticare e ad immaginare un oggetto buono: questo determina una

frantumazione del seno buono e, quindi, anche una frammentazione dell’Io, che è tipica degli

schizofrenici; la disintegrazione è una modalità estrema adottata dall’Io per affrontare l’angoscia,

dal momento che l’andare in pezzi permette di sottrarsi alla vita e, di conseguenza, anche al dolore.

La posizione depressiva

A partire dai 4 mesi, l’oggetto buono inizia a prevalere su quello cattivo e la libido sulle pulsioni

aggressive. Gli oggetti parziali, quali il seno, le mani ed il volto, cominciano ad essere integrati in

una persona unitaria e l’indebolimento della scissione fa sì che diminuiscano le proiezioni degli

aspetti cattivi di sé, con un conseguente rafforzamento dell’Io dovuto al fatto che gli oggetti esterni

non vengono più visti come molto minacciosi. Quando l’integrazione si completa, inizia la

posizione depressiva, durante la quale l’Io comincia ad avere delle imago che rappresentano sempre

meglio gli oggetti reali e, identificandosi con l’oggetto buono, finisce per non distinguerlo più da se

medesimo, arrivando alla condizione in cui la difesa di tale oggetto corrisponde a quella dell’Io

stesso. Il bambino non stabilisce più relazioni con oggetti parziali, bensì con oggetti totali e ci crea

un rapporto: questo accade, primariamente, con la madre, la quale viene riconosciuta come

individuo e ciò fa sì che il bambino possa iniziare a fare lo stesso con la sua persona; tale

condizione è preparatoria nei confronti della perdita dell’oggetto amato. Infatti, per citare Klein:

“Finché l’oggetto non è amato come oggetto totale non se ne può sentire la perdita come perdita

totale”; del resto, quando il bambino comincia a rapportarsi con la madre come con un oggetto

totale, si rende conto della sua dipendenza da ella e questo determina l’emozione della gelosia nei

confronti delle altre persone. L’angoscia della posizione depressiva, dunque, deriva dalla paura di

perdere l’oggetto amato, verso il quale il bambino prova dei sentimenti ambivalenti che lo mettono

in una situazione altamente conflittuale: egli, infatti, teme che i suoi stessi impulsi aggressivi

possano giungere a distruggere l’oggetto d’amore. I meccanismi di difesa di tipo espulsivo vengono

utilizzati sempre di meno, per via del terrore di espellere, anche, l’oggetto buono: diventano più

forti i meccanismi introiettivi, allo scopo di accogliere l’oggetto dentro di sé e difenderlo dalla

propria aggressività. L’oggetto, però, non è minacciato solo dall’aggressività del bambino, ma

anche dal suo amore, dal momento che in questa posizione egli ama ancora in modo orale: questo fa

sì, per esempio, che tema di aver divorato la madre quando non la vede più.

Per ridurre la sua angoscia, il bambino ha bisogno di vivere esperienze positive contrapposte a

quelle del lutto, che gli permettano di acquisire una maggior fiducia nei confronti sia dell’oggetto

sia del suo stesso modo di amare. Il lutto e gli impulsi riparativi indirizzati alla riparazione

dell’oggetto d’amore, sono alla base di due meccanismi:

- sublimazione quella degli impulsi distruttivi, consente di risparmiare l’oggetto amato;

- creatività nasce dal desiderio di riparare l’oggetto distrutto, attraverso una restaurazione.

Se, invece, il bambino vive esperienze negative, allora finisce per convincersi di aver perso

l’oggetto d’amore per colpa della sua avidità e questo determina un rafforzamento delle angosce

persecutorie.

La posizione depressiva non si supera mai del tutto, poiché può riproporsi se si esperisce il lutto, il

senso di colpa o l’ambivalenza, per cui, anche nella vita adulta, i rapporti ambivalenti sollevano le

angosce tipicamente depressive. Secondo Klein, è con la posizione depressiva che il bambino

acquista un senso di realtà e, di conseguenza, una regressione a questo punto comporta un ritorno

alle relazioni con oggetti parziali: l’autrice, pertanto, ha collocato le psicosi nella posizione schizo-

paranoide ed all’inizio di quella depressiva.

Una difesa a cui il bambino può far ricorso per affrontare il suo “struggimento” per l’oggetto amato

consiste nella fuga, che può avvenire: 45

- nell’oggetto buono interiorizzato l’Io introietta l’oggetto d’amore;

- in oggetti buoni esterni l’Io sviluppa forti dipendenze nei confronti di questi oggetti.

Di primaria importanza sono, tuttavia, le difese di riparazione e quelle maniacali, di cui sotto.

Le difese maniacali

Nei primi momenti della posizione depressiva, l’Io può far ricorso all’onnipotenza maniacale per far

fronte all’angoscia, poiché non è ancora sufficientemente forte da affrontarla diversamente. Le

difese maniacali sono quelle della posizione schizo-paranoide, ovvero la scissione, l’idealizzazione,

l’identificazione proiettiva e la negazione, ma sono qui più organizzate e rivolte all’angoscia

tipicamente depressiva; in particolare, si rivolgono alla dipendenza, con l’intento di negarla o

capovolgerla. Per evitare di danneggiare l’oggetto buono, il bambino nega il mondo interno o nega

la presenza in esso dell’oggetto d’amore, svilendo, in ambo i casi, ogni rapporto con esso; si

instaura, così, un rapporto maniacale con l’oggetto, il quale rapporto è caratterizzato da:

- senso di onnipotenza ;

- senso di dominio ;

- senso di trionfo ;

- senso di svilimento .

Tra le difese maniacali si annoverano le seguenti:

- il diniego la negazione del mondo interiore fa sì che si accenda il senso di onnipotenza;

- il dominio l’Io cerca di controllare l’oggetto per negare la dipendenza da esso e questo

può sfociare in iperattività;

- il trionfo il bambino desidera essere meno fragile ed apparire come i suoi genitori se non

meglio. Per far ciò, crea una fantasia di inversione del rapporto di dipendenza, arrivando a

trionfare sui genitori. Questa situazione, tuttavia, può fargli provare senso di colpa;

- lo svilimento l’Io sminuisce sia l’importanza degli oggetti buoni sia la potenza ed il

pericolo rappresentato da quelli cattivi e questo si accompagna ad una negazione del valore

stesso dell’oggetto, il che fa sì che il bambino non solo non ne senta la mancanza quando

crede di averlo perso, ma anche che non provi alcun senso di colpa.

Tutti questi sentimenti possono ostacolare, però, la riparazione dell’oggetto e far tornare gli oggetti

al ruolo di persecutori, con un conseguente ritorno delle angosce paranoidi e dei meccanismi di

difesa tipici di quella posizione, che conducono alla distruzione dell’oggetto.

La riparazione

Le difese maniacali, anche se conducono ad una svalutazione dell’oggetto e ad una negazione del

valore del rapporto oggettuale, sono tentativi di riparazione, perché finalizzati a fronteggiare

l’angoscia. Esiste, però, un’altra forma di riparazione, che si basa sull’amore e si attiva dopo diverse

esperienze di perdita e recupero dell’oggetto d’amore: infatti, quando la madre ricompare, il

bambino capisce di non amare in modo distruttivo ed aumenta la sua fiducia nelle sue capacità di

riparazione; ha, a quel punto, meno paura del suo odio e comincia a sopportare meglio la

separazione, senza cedere all’angoscia associata ai suoi impulsi distruttivi. L’angoscia che si diparte

dagli impulsi aggressivi, pertanto, è ciò da cui si originano la compassione ed i desideri di riparare.

In mancanza dei processi riparativi, il bambino finirebbe per distruggere sia l’oggetto sia il suo Io

con la propria aggressività: Klein, però, ha individuato, accanto a questi impulsi distruttivi, anche

degli impulsi riparativi ad essi contrapposti e questo antagonismo cambia il modo in cui il bambino

vede la vita; questo significa che egli cessa di vederla come in balia del sadismo e vi aggiunge

l’aspirazione di raggiungere e possedere l’oggetto di vita.

L’invidia

Se in una prima fase Klein ha tenuto separate l’angoscia depressiva e quella schizo-paranoide, pur

ammettendo una continua oscillazione tra le due posizioni corrispondenti, nella sua ultima

produzione teorica ha considerato questa visione “troppo schematica”, poiché è possibile trovare

l’angoscia depressiva già nella posizione schizo-paranoide e viceversa (l’angoscia depressiva è

rivolta alla preservazione dell’oggetto buono, quella paranoide alla difesa dell’Io). Per quanto

riguarda i possibili punti di fissazione e movimenti di regressione, assumono una grande

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importanza, in questo contesto, le esperienze positive, che devono essere predominanti rispetto a

quelle frustranti. Ci sono, però, dei fattori interni che possono ostacolare le esperienze gratificanti e

tra questi vi è l’invidia, che Klein ha aggiunto, insieme alla gratitudine ed attraverso,

rispettivamente, l’odio e l’amore, alle nozioni di pulsione di vita e pulsione di morte. Ella ha

associato l’invidia alla fase orale, introducendo il costrutto di “invidia orale”, ovvero di quella

spinta motivazionale che i bambini avvertono a penetrare nel corpo della madre, sotto l’azione,

pure, dell’istinto epistemofilico. In particolare, Klein ha potuto far chiarezza sul concetto di invidia

grazie all’analisi condotta con pazienti schizofrenici, in cui ricorreva la fantasia di penetrare in un

oggetto buono per saccheggiarlo; ha raccolto le sue teorie a riguardo nell’opera “Invidia e

gratitudine”. Per Klein, l’invidia non nasce da una frustrazione e, di conseguenza, non è

equiparabile all’aggressività; allo stesso modo, va differenziata dalla gelosia, poiché, mentre questa

si instaura all’interno di un rapporto triangolare ed anela al possesso dell’oggetto d’amore ed alla

distruzione del rivale, l’invidia provoca la sofferenza dell’individuo non in relazione all’oggetto,

bensì alla gioia altrui. L’invidia è anche diversa dall’avidità, che Klein ha definito come “un

desiderio imperioso e insaziabile che va di là dei bisogni del soggetto e di ciò che l’oggetto vuole e

può dare”: l’avidità, infatti, punta ad un’introiezione violenta dell’oggetto che non può portare con

sé alcuna gratificazione, mentre l’indivia non mira solo a svuotare l’oggetto buono, ma anche a

proiettarvi tutte le sue parti cattive per annientarlo. L’invidia, quindi, causa un’impossibilità a

stabilire delle relazioni con l’oggetto buono, che non può essere tollerato in quanto tale (è la sua

bontà a portare la sofferenza) e che viene, per lo stesso motivo, aggredito: il dolore dell’invidioso

trova una fine solo nella distruzione dell’oggetto e delle sue caratteristiche positive. L’invidia,

quindi, proprio come la pulsione di morte, distrugge quegli oggetti che sono permeati dalla pulsione

di vita ed in essa le due pulsioni, di vita e di morte, coesistono in uno stato di fusione. L’invidia è in

grado di ostacolare la scissione, dal momento che una separazione tra ciò che è buono e ciò che è

cattivo non può essere mantenuta: l’oggetto buono, infatti, provoca subito dolore e viene attaccato.

Anche la gratitudine si forma al momento della nascita ed è contrapposta all’invidia. Viene elicitata

dalla gratificazione di un bisogno, ma è da questa distinta: mentre la gratificazione deriva dalla

soddisfazione di un aspetto pulsionale, la gratitudine è un sentimento che viene provato per

l’oggetto ed è un’espressione della capacità di amare; del resto, la gratitudine è la conditio sino qua

non per stabilire un qualsiasi rapporto con l’oggetto buono e, quindi, anche un rapporto d’amore.

Conclusioni

Freud considerava la libido come diretta verso il soddisfacimento e non verso l’oggetto. Klein,

invece, credeva che gli oggetti fossero legati alle pulsioni e che fossero in grado di attivare, nella

realtà psichica del bambino, delle fantasie inerenti le relazioni tra il suo Sé e quegli oggetti. In

particolare, ella riteneva che fossero le fantasie rivolte al corpo materno a permettere la costruzione

di un primo rapporto con la realtà. In una tal visione, le pulsioni sono dotate di informazioni sulla

realtà e sugli oggetti, perché la loro soddisfazione conduce ad una scarica pulsionale solo in

relazione ad uno specifico oggetto di desiderio. Isaacs, infatti, ha affermato l’impossibilità

dell’esistenza di un desiderio senza oggetto. Di conseguenza, il bambino, fantasticando sugli oggetti

che potrebbero soddisfare i suoi desideri, non si serve di conoscenze provenienti dall’esperienza del

reale, ma di conoscenze inconsce ed innate di immagini, che fanno riferimento, in primo luogo, al

corpo della madre ed all’attività sessuale di questa con il padre.

Klein, poi, ha descritto la genesi degli oggetti interni come derivante dal disagio e dalle sensazioni

fisiche esperite dal bambino, che lo porterebbero a distinguere le gratificazioni e le frustrazioni del

soma come legate, rispettivamente, ad oggetti buoni e cattivi.

La considerazione dell’esistenza dell’oggetto è innovativa rispetto al modello pulsionale freudiano,

poiché rende le pulsioni degli eventi psichici e non le colloca più tra lo psichico ed il corporeo.

Quindi, mentre Freud credeva che le pulsioni avessero delle mete, Klein ha attribuito loro degli

oggetti. L’intero lavoro dell’autrice, in vero, sembra essere finalizzato a provare come le relazioni

oggettuali possano essere riscontrate già dal momento della nascita ed il suo lavoro si trova a

cavallo tra il modello strutturale delle pulsioni e quello delle relazioni. Il suo massimo contributo

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consiste nell’aver visto le pulsioni come dei sentimenti che possono, in quanto tali, portare alla

formazione di rapporti: in questo modo, l’uomo non è più ridotto ad un sistema di forze che devono

mantenersi in equilibrio, ma diventa un intricato insieme di relazioni in un mondo in cui coesistono

il bene ed il male.

Nel solco kleiniano

Lo scontro tra Klein ed Anna Freud si è inasprito, in particolare, quando la prima, senza avere una

formazione medica, ha presentato il tema della psicosi: questo ha fatto sì che Glover peggiorasse

ulteriormente il conflitto e che Jones, per cercare una soluzione, proponesse una serie di incontri

durante i quali ciascuno dei due schieramenti avrebbe potuto presentare le proprie teorie su base

scientifica. Nel corso di queste riunioni, Isaacs ha sottolineato come il pensiero kleiniano potesse

essere considerato uno sviluppo di quello freudiano ed anche Klein ha partecipato personalmente,

facendo però incagliare la discussione sul tema della pulsione di morte. Questi incontri, perciò, non

hanno portato ad una riappacificazione tra le due Scuole, ma sono stati funzionali a promuovere il

pensiero kleiniano ed a spingere l’autrice a meglio organizzarlo e ad espanderlo. Si è così potuta

affermare la corrente kleiniana, sotto il nome di “Scuola Inglese”, a cui hanno aderito diversi

psicoanalisti che hanno portato importanti contributi. Di essi, si parla in seguito.

1. Susan S. ISAACS ha collegato il concetto di fantasia a quello freudiano di fantasy, ove

questo ultimo fa riferimento più che altro ad una gratificazione allucinatoria (ad occhi

aperti) del desiderio, ma vi ha attribuito un significato più ampio, eleggendolo come

“rappresentante psichico della pulsione”. Ha scelto, quindi, la grafia “phantasy” per

designarlo ed ha sottinteso, con questa sua nuova concezione, che ogni processo psichico,

comprese le pulsioni, si esprima per mezzo di fantasie inconsce (presenti già dalla nascita).

2. Paula HEIMANN si è occupata del controtransfert, senza ricevere, però, l’appoggio di

Klein, che lo considerava un’intromissione tra paziente ed analista. Heimann, al contrario,

credeva che fosse la risposta del terapeuta nei confronti dell’analizzando e che, quindi,

potesse essere utile per addentarsi nell’inconscio di questo ultimo. Ella lo considerava una

reazione al transfert che, pertanto, diventava più accessibile mediante la lettura del

contenuto controtransferale. Questa divergenza di opinioni ha determinato l’uscita di

Heimann dal gruppo dei kleiniani, dopo la proposta della teoria dell’invidia da parte di

Klein. Le sue teorie sul controtransfert, comunque, sono state accolte da altri analisti, primo

fra tutti Bion, convinto che il terapeuta fosse un contenitore delle angosce del paziente.

3. Hanna SEGAL ha elaborato la nozione di “equazione simbolica”, a partire dalle sue

esperienze con i pazienti psicotici, che si è accorta usare i simboli in modo diverso: infatti,

se per i nevrotici il simbolo sta per un oggetto che non è presente, nelle psicosi simbolo ed

oggetto sono tra loro fusi, coincidenti. Vi è, quindi, un’incapacità di simbolizzazione, che

Segal ha attribuito alle difese schizo-paranoidi, prime fra tutte proiezioni ed identificazioni:

in questa posizione, infatti, i primi simboli vengono visti come parti integranti dell’oggetto e

non come rappresentanti o sostituti. Ne consegue che l’equazione simbolica tra oggetto reale

e simbolo interno sia alla base del pensiero schizofrenico. Inoltre, l’utilizzo

dell’identificazione proiettiva, che permette all’Io di proiettare su un oggetto delle parti e di

identificarle con esso, favorisce il mantenimento della confusione tra oggetto e soggetto ed è

solo con l’inizio della posizione depressiva che si sviluppa la capacità di simbolizzazione

vera e propria. Il graduale processo che porta alla percezione dell’oggetto totale permette la

differenziazione soggetto-oggetto e realtà interna-esterna; l’Io inibisce le pulsioni dirette

verso l’oggetto e le devia verso un simbolo da esso stesso creato, in modo tale da far

diminuire la colpa associata al timore di danneggiare l’oggetto: i simboli, quindi, permettono

di restaurare l’oggetto, di superare il dolore del lutto e di sviluppare, nel bambino, le

capacità di comunicazione. 

4. Herbert A. ROSENFELD si è interessato in modo particolare al narcisismo. Freud ha

ipotizzato un narcisismo primario, con un investimento libidico incentrato, solo, sul sé del

bambino. Klein, invece, riteneva che non potesse esistere una fase anogettuale e considerava

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il narcisismo un investimento esagerato sugli oggetti interni, alla luce, anche

dell’identificazione proiettiva: con essa il soggetto, proiettando le proprie parti cattive su un

oggetto, ci instaura una relazione narcisistica. Secondo Rosenfeld, esiste, anche, un

narcisismo distruttivo o cattivo, risultato dell’investimento sull’Io della pulsione di morte: la

sopravvalutazione del Sé non è conseguenza solo dell’idealizzazione delle proprie parti

buone, bensì anche di quella delle parti cattive; l’autore ha, così, descritto una forza

distruttiva attiva fin dal momento della nascita. Freud, considerando la possibilità di una

fase senza oggetto, non riteneva gli psicotici (che, in quanto tali, sono regrediti ad una simile

condizione) adatti ad un trattamento analitico; Rosenfeld, al contrario, è evidenziato in

questi pazienti la presenza di relazioni oggettuali distruttive, comprendendoli, quindi, nella

schiera dei potenziali analizzandi. Il narcisismo distruttivo permette alla persona di sentirsi

protetta nei confronti di una separazione dall’oggetto e, proprio per questo, rende ostica

l’analisi, perché il paziente, ogni qual volta senta l’analista più lontano, non può che

interpretare il tutto alla luce di una minaccia rivolta alla sua onnipotenza: infatti, l’oggetto

che non può essere controllato diventa pericoloso e questo è anche il motivo per cui il

narcisista distruttivo gode nell’arrecare dolore agli altri e cerca di mantenere la sua forza

evitando ogni manifestazione di amore, che considera un segno di debolezza.

5. John STEINER ha lavorato con pazienti che non rientravano in nessuna delle due

posizioni kleiniane, o meglio, con pazienti incapaci di sopportare l’angoscia tipica di ambo

le posizioni. Klein ha descritto l’angoscia schizo-paranoide come dovuta alla pulsione di

morte ed inerente l’integrità dell’Io a fronte di oggetti cattivi interni; l’angoscia depressiva,

invece, riguarda la potenziale perdita o distruzione dell’oggetto d’amore. I “pazienti

difficili” di Steiner non si servivano né di difese schizo-paranoidi né di difese depressive per

affrontare l’angoscia, ma di una serie di meccanismi con caratteristiche di entrambe le

posizioni. In particolare, queste persone evitavano le relazioni con gli altri e si rifugiavano in

un mondo di fantasia, ove potevano realizzare tutto ciò che nella realtà era impossibile:

alcune di esse trovavano questa condizione spiacevole, mentre altri vedevano nel rifugio un

luogo ideale. Questo rifugio, pur proteggendo la persona dal dolore, causa un blocco nel suo

sviluppo ed ostacola anche l’analisi, dal momento che il paziente percepisce ogni

cambiamento e contatto con l’esterno come minaccioso. Steiner ha definito questa strategie

difensiva “organizzazione patologica” e l’ha messa in relazione con la corazza caratteriale di

Reich e con il narcisismo distruttivo di Rosenfeld. L’autore, quindi, ha aggiunto alle due

posizioni di Klein un’altra posizione, il rifugio, esprimente la relazione dinamica tra le altre

due. Il rifugio può essere trovato in diverse malattie, quali nevrosi, psicosi e soggetti

borderline, ma, pure, nei soggetti sani. L’obiettivo terapeutico consiste nel portare

l’individuo ad abbandonare il suo rifugio, il che è decisamente ostico.

6. Donald MELTZER nel suo saggio “La relazione tra la masturbazione anale e

l’identificazione proiettiva”, ha riscontrato una relazione tra l’erotismo anale ed un tipo

caratteriale che ha chiamato “pseudomaturità” e che rimanda alla personalità as if di

Deutsch ed al falso Sé di Winnicott. Tre fattori specifici portano alla pseudomaturità:

a) una confusione geografica inerenti spazi interni ed esterni, dovuta ad un’eccessiva

identificazione proiettiva che porta ad una confusione oggetto-soggetto;

b) una confusione sulle zone e sulle modalità erogene, ovvero bocca-vagina-ano e feci-pene-

bambino;

c) la fantasia anale ed associata all’identificazione proiettiva, ove quest’ultima porta ad una

confusione tra il deretano del bambino e quello di sua madre, conducendo ad

un’idealizzazione del retto ed associandosi, poi, ad una confusione tra le natiche ed il seno

materno. La sequenza prevede che il bambino, dopo essere stato allattato, venga lasciato

solo ed inizi ad equiparare le sue natiche con i seni della madre, fino a prendere a penetrarsi

l’ano con le dita per tirare fuori le feci: questo comportamento genera una fantasia di

intrusione nell’ano materno e le feci del bambino vengono confuse con quelle idealizzate

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della madre, che egli crede vengano ritenute per dar nutrimento al padre e ad altri bambini

che ella ha in corpo.

Quando questa confusione viene risolta, l’individuo sviluppa una forte dipendenza

dall’oggetto esterno; se, invece, non vi è una risoluzione, allora il retto viene idealizzato e

visto come una fonte di cibo e si ha un’idealizzazione proiettiva alla madre interna, che porta

ad un’impossibilità a discriminare il se stesso bambino dall’adulto. E’ quindi importante, sia

nella relazione con la madre che in quella con l’analista, che il bambino/paziente possa

affrontare le sue parti cattive, proiettandole su un oggetto esterno che si configuri come un

contenitore: questo oggetto è il “seno-gabinetto”, un oggetto parziale necessario ma non

d’amore. Esso è gabinetto perché raccoglie tutte le proiezioni sgradevoli del paziente, ma è

anche seno perché deve restituire quanto ricevuto sotto forma di nutrimento: tutto questo ha

lo scopo di rendere la dipendenza e la differenza dall’altro tollerabili e di permettere nel

bambino lo svezzamento (che porta alla posizione depressiva, ovvero alla maturità) e

nell’adulto la fine della terapia.

Se questo sviluppo non ha luogo, si crea una personalità basata su pulsioni distruttive, in cui

la confusione circa le zone erogene porta ad una masturbazione anale bimanuale con fantasie

sadiche sul coito genitoriale, il tutto esitando in ipocondria ed angosce claustrofobiche

(queste due manifestazioni psicopatologiche si hanno perché la masturbazione aggredisce

entrambi gli oggetti interni con cui ha avuto luogo l’identificazione proiettiva e perché tra

essi viene creato un rapporto sadico). Nel corso dell’infanzia, quindi, il bambino può

presentarsi come molto docile con gli adulti ma violento con i coetanei e gli animali e questo

può persistere anche in età adulta. La pseudomaturità, poi, è una forma di adattamento

fasullo del bambino alle richieste dei genitori e dell’adulto a quelle sociali (soprattutto

quando si ha a che fare con persone molto dotate dal punto di vista intellettivo): in quanto

“pseudo”, questo adattamento è associato a solitudine ed insoddisfazione per la vita, che

viene compensata con atteggiamenti di maniera.

Se l’identificazione proiettiva alla madre è eccessiva e continua ad esserci una confusione

ano-vagina, allora non vi è una differenziazione adulto-bambino e le donne sviluppano

frigidità, mentre gli uomini si coinvolgono in attività omosessuali. Se l’identificazione

proiettiva ha luogo con il pene, sia i maschi sia le femmine assumono caratteristiche falliche.

Meltzer, poi, ha individuato, nella descrizione del funzionamento mentale, una prospettiva di

sviluppo nuova, che è il criterio di dimensionalità: esso unisce lo spazio con il tempo e

presenta, quindi, lo sviluppo in termini di circolarità, oscillazione e linearità. Lo spazio

psichico non si compone solo di un mondo interno e di uno esterno, poiché ognuno di essi è

popolato di oggetti che hanno, a loro volta, un mondo interno. Di conseguenza, ci sono

quattro mondi: interno, esterno, dentro gli oggetti del mondo esterno e dentro gli oggetti del

mondo interno; a questi si aggiunge il “luogo in nessun luogo”, ovvero quello in cui

svaniscono tutti gli eventi psichici. Esistono, poi, anche dei confini:

a) tra il proprio mondo interno e lo spazio interno degli oggetti esterni;

b) tra il proprio mondo interno e lo spazio interno degli oggetti interni;

c) tra lo spazio interno e quello esterno è lo “Io pelle”.

Da un punto di vista dimensionale, è possibile distinguere i seguenti stati psichici:

a) unidimensionalità la si trova nel mondo dell’autismo propriamente detto, ove non c’è

attività mentale ed il Sé e l’oggetto sono coinvolti in una relazione lineare ed immediata,

nella quale il tempo e la distanza non solo distinti e l’oggetto (che può solo essere o attraente

o repellente e non ha altre qualità) è fuso con la gratificazione che provoca;

b) bidimensionalità precede la separazione interno-esterno ed il Sé e gli oggetti sono privi

di uno spazio interno, per cui si relazionano ad un livello superficiale e non esiste uno spazio

mentale per la fantasia. Non può aver luogo, quindi, la proiezione e la relazione è circolare,

dal momento che non si verifica alcun mutamento che sia in grado di scandire le sequenze

temporali; 50

c) tridimensionalità gli oggetti ed il Sé hanno uno spazio interno e, quindi, sono possibili

introiezioni e proiezioni. La scissione e l’idealizzazione dell’oggetto portano alla nascita di

un pensiero che differenzia l’interno dall’esterno e la scoperta della tridimensionalità

avviene per via della consapevolezza circa l’impenetrabilità dell’oggetto e la funzione degli

orifizi del Sé e dell’oggetto. Questi orifizi vengono considerati naturali e non provocati da

penetrazione ed il Sé, cercando di dominarli nella loro chiusura/apertura, procede verso la

continenza ed il controllo mentale. Il tempo è assimilato ad un movimento che va da dentro

a fuori l’oggetto ed è altrettanto reversibile la differenziazione Sé-oggetto, a causa

dell’identificazione proiettiva (che è il meccanismo principe che consente l’identificazione

narcisistica); 

d) tetradimensionalità si sviluppa con la separazione dell’interno del Sé e di quello

dell’oggetto e quando declina l’onnipotenza narcisistica ed è una dimensione mentale

corrispondente al tempo psichico riferito all’introiezione dei genitori, i quali, essendo buoni,

lottano contro il narcisismo e l’onnipotenza e danno sollievo contro invidia e gelosia. La

speranza che se ne ricava permette l’identificazione introiettiva, con la quale una parte del

Sé che si trova nell’oggetto viene introiettata rendendo più forte la propria identità.

Melanie Klein ha descritto due posizioni nello sviluppo, ma, ad oggi, si sa che esiste una

primitiva posizione autistica, caratterizzata da due meccanismi:

- identificazione adesiva è tipica della relazione bidimensionale narcisistica che il Sé

intrattiene con l’oggetto e consiste, infatti, in un appiattimento bidimensionale dello spazio

interno ed esterno. Si tratta, quindi, di un meccanismo antecedente rispetto alla formazione

degli oggetti interni, ma si può riproporre nel corso della vita. Il neonato sano utilizza

l’identificazione adesiva legandosi, transitoriamente, alle proprie sensazioni corporee,

mentre l’autistico crea oggetti autistici in modo stabile: si ha, quindi, una negazione

dell’oggetto come separato dal Sé, con una difesa che è di adesività nel primo caso e di

incollamento nel secondo;

- smontaggio è una modalità di funzionamento incentrata sulle esperienze sensoriali, che

è possibile riscontrare tanto nelle psicosi infantili quanto nell’autismo propriamente detto,

ove è da ascrivere a precoci difficoltà di identificazione introiettiva. Quest’ultima è

fondamentale per creare delle fantasie che siano rivolte ad uno spazio interno, mentre

l’identificazione proiettiva mira solo ad un possesso onnipotente dell’oggetto, da controllare

dall’interno. La mancanza di uno spazio interno nel Sé determina uno smantellamento

dell’apparato percettivo, tale per cui l’oggetto non viene percepito in modo globale ma in

riferimento a specifiche peculiarità che stimolano specifici sensi (il tatto, la vista, l’udito). I

sensi sono tra loro separati a causa dello smontaggio e questo fa sì che l’attenzione sia

mirata su qualità monosensoriali, mentre il suo compito sarebbe proprio quello di favorire

un’integrazione sensoriale.

L’autismo è stato spiegato da Meltzer alla luce della relazione seno-bambino: in presenza di

depressione o disturbi psicotici, infatti, l’attenzione della madre si impoverisce e, quindi,

anche la disponibilità del suo seno.

7. Esther BICK ha introdotto l’Infant Observation nel percorso formativo dei terapeuti

infantili londinesi, proponendo anche una serie di regole da seguire nell’osservazione del

neonato nel suo ambiente familiare:

- “imparare ad osservare” per accorgersi del carattere di unicità del lattante, ma non

focalizzarsi su di lui, bensì sulla relazione con la madre;

- osservare prima di interpretare, senza interferire e comportandosi come una tabula rasa;

- astenersi dal giudicare e dal dispensare consigli, ma mostrare ricettività, cioè capacità di

ascoltare;

- mantenere una distanza corretta, per non essere né invadente né disinteressato e per

assumere un carattere rassicurante. 51

Ha studiato, anche, la funzione della pelle, che ha paragonato ad un confine utile per tenere

insieme le diverse parti della personalità. La sua teoria, può essere sintetizzata in sei steps:

a) attraverso l’introiezione di un oggetto esterno, il bambino può sperimentare un senso di

coesione, poiché tale oggetto assolve la funzione di contenitore;

b) il seno è l’oggetto di introiezione ottimale e la sua presenza permette di creare una

fantasia di distinzione tra spazio interno ed esterno, per via del suo ruolo di contenitore a cui

il bambino si identifica;

c) l’oggetto introiettato viene percepito come una pelle vera e propria;

d) la pelle costituisce un confine che separa interno ed esterno ed attiva i processi di

scissione e di idealizzazione del Sé e dell’oggetto;

e) se l’introiezione della capacità di contenere dell’oggetto fallisce, allora si ha un

rimescolamento delle identità;

f) i problemi nell’introiezione possono portare alla formazione di una seconda pelle, ovvero

di un sostituto della funzione di contenitore della pelle che è finalizzato a proteggere la

persona dall’angoscia della dispersione del Sé (annichilimento).

La funzione di contenitore della pelle è il primo bisogno del lattante. Melanie Klein ha

associato l’annichilimento alla pulsione di morte, mentre Bick ha descritto il trauma della

nascita come dovuto ad un passaggio da un’angoscia claustrofobica ad una agorafobica,

modelli delle future paure del bambino. Per evitare il terrore di andare in pezzi, in ogni caso,

il neonato deve introiettare la funzione di contenitore. Meltzer ha descritto il contenitore

come dotato di confini (ovvero presente nell’esperienza del bambino), confortevole (per via

di caratteristiche sia sensoriali sia emotive) ed appartenente al bambino.

8. Thomas H. OGDEN difficilmente può essere considerato un kleiniano, dal momento che

ha integrato la teoria pulsionale e quella delle relazioni oggettuali per elaborarne una nuova.

Egli ha aggiunto alle due posizioni di Klein una terza posizione, ovvero quella contiguo-

autistica, ed ha descritto l’esperienza umana come il risultato dell’interazione di queste tre

modalità, che sono tra loro correlate in modo dialettico. Presso il suo pensiero, le posizioni

non sono più degli insiemi di angosce, difese e pulsioni isolati, ma configurazioni psichiche

che operano e si attivano/inibiscono a vicenda per tutta la vita: una condizione patologica

insorge qualora una di esse prevalga sulle altre due e funzioni in modo eccessivamente

rigido. Ogni posizione produce un certo tipo di esperienza che le è propria ed ha, quindi,

delle modalità di affrontare l’angoscia, di procedere alla simbolizzazione e di relazionarsi

all’oggetto che la caratterizzano. Lo sviluppo dell’organizzazione psichica, quindi, non è

sequenziale. La modalità contigua-autistica è stata descritta da Ogden come quella più

primitiva per fare esperienza, in quanto presimbolica e quasi esclusivamente sensoriale. Essa

è presente fin dalla nascita, per cui prima delle altre due posizioni. La sua funzione è quella

di portare all’attribuzione di un senso a quanto è percepito sensorialmente. Viene chiamata

“contiguo-autistica”, perché l’organizzazione psichica deriva dalla contiguità sensoriale e

perché le difese che il bambino mette in atto nei confronti dei pericoli sono di tipo autistico.

La percezione avviene prevalentemente a livello superficiale e, quindi, il primo Io di cui si

dispone è un Io-corpo. Va da sé che per “autistico” Ogden non facesse riferimento ad una

modalità di chiusura nei confronti dell’esterno, poiché ha attribuito, anzi, molta importanza

alle relazioni che hanno luogo sulle superfici del neonato: tali relazioni si basano,

inizialmente, su bisogni corporei e, col tempo, sui bisogni dell’Io. Nelle prime esperienze di

contiguità sensoriale, assumono importanza la ritmicità e l’epidermicità ed esperienze

ripetute conducono ad un senso di continuità e di prevedibilità, proprio come la pressione

esercitata sulle superfici del corpo del lattante trasmette un senso del limite. I caratteri visivi,

termici e tattili delle prime esperienze, poi, vanno ad anticipare le qualità del sé. Due

modalità possibili di relazione in questa modalità sono:

a) forme autistiche sensazioni che derivano da parti morbide del proprio corpo e di quello

materno, che favoriscono lo sviluppo di un senso di coesione ed integrità di sé e che

52

verranno associate, più avanti, a termini come “comodità”, “coesione”, “sicurezza”,

“tranquillità”, “contenimento”, “intimità” e simili;

b) oggetti autistici derivano dall’esperienza di contatto pressorio di un corpo duro sulla

propria pelle e forniscono maggiore sicurezza circa la protezione della propria superficie,

che è di per sé vulnerabile.

La modalità contiguo-autistica ha una propria angoscia e delle difese che le sono tipiche.

L’angoscia riguarda il timore di perdere quelle sequenze, quella ritmicità, su cui si fondano

le esperienze del sé, ovvero, ha a che fare con la paura di perdere la contiguità sensoriale

stessa. Ciò che si prova, dunque, è sentimento di debordare, motivo per cui le difese mirano

a ridonare continuità e ritmicità, oltre che a ricreare l’interezza e la delimitatezza

epidermica: questo ultimo obiettivo può essere raggiunto attraverso due meccanismi

difensivi, che sono la formazione di una seconda pelle e l’identificazione adesiva. Altre

modalità difensive sono la masturbazione coatta (non con lo scopo di raggiungere

l’orgasmo, ma con quello di aumentare l’esperienza sensoriale e non provare più il senso di

disgregazione) e la procrastinazione (è funzionale alla creazione di limiti contro i quali

scontrarsi ma, pure, definirsi). Anche l’atto imitativo assume una valenza difensiva, poiché

mira a creare od a riparare una superficie sensoriale.

Nella teoria di Ogden, è importante la dinamica intersoggettiva su cui si basa lo sviluppo

della personalità. Egli ha considerato, infatti, ogni elemento psichico come inserito nella

polarità soggetto-oggetto in modo dialettico. Il soggetto, quindi, si crea nell’intersoggettività

e, in particolare, nel primitivo rapporto con la madre, la quale, riconoscendolo ed

identificandosi in lui, gli consente di vedersi come dall’esterno: da qui, nasce la

differenziazione tra Io (Sé-soggetto) e Me (Sé-oggetto). E’, invece, nello spazio che si crea

nel rapporto dialettico tra oggetto e soggetto che trova posto il simbolo. Lo stesso avviene

durante l’analisi, ove il paziente ed il terapeuta creano un “terzo analitico”, la cui presenza è

essenziale all’analisi stessa: questa entità è “il soggetto dell’identificazione proiettiva”.

L’identificazione proiettiva, per Ogden, non consiste solo nell’esteriorizzazione di alcune

parti di sé, ma si configura come una vera e propria “condivisione empatica”, un modo di

comunicare. Nelle prime fasi di sviluppo, essa serve al bambino per liberarsi di quegli

aspetti di sé che gli fanno paura, per comunicare i propri sentimenti proiettandoli su un altro,

per costruire delle relazioni oggettuali e, infine, per consentire un cambiamento psicologico,

dato dalla re-introiezione di quanto è stato precedentemente proiettato e che appare, a quel

punto, più tollerabile. In analisi, l’identificazione proiettiva si verifica soprattutto con i

pazienti gravi ed ha luogo, come per il bambino, in tre momenti:

- l’analizzando proietta le sue parti cattive sull’analista e controlla l’oggetto su cui attua

questa proiezione, che viene spinto ad accogliere quanto gli è stato trasferito, pena il non

riconoscimento;

- il terapeuta si percepisce per quello che è nella fantasia del paziente e può scegliere di

accettare o meno la proiezione (chiaramente, in una buona analisi deve farlo). Nel primo

caso, rielabora i proietti, accettandone l’aggressività e la distruttività, nel secondo li evacua a

propria volta;

- il paziente re-interiorizza i proietti modificati che sono, ora, accettabili.

Il terapeuta, pertanto, ha il compito di rimandare al paziente dei proietti che siano tollerabili

ed il terzo soggetto si crea perché il paziente, proiettando parti di sé che nega (Io-separato)

nel terapeuta, diventa una presenza esterna a se stesso, che è allo stesso tempo Io e Non Io:

oltre a negare il proietto, il proiettante nega anche l’analista che, dal canto suo, si nega a

propria volta, offrendosi come un contenitore; il terzo soggetto che si viene a creare è il

prodotto della mutua negazione che coinvolge paziente ed analista ed è e non è il proiettante

ed il ricevente. La restituzione di proietti rielaborati e la loro re-introiezione da parte del

paziente, fa sì che questi possa allontanarsi dal terzo analitico e l’identificazione proiettiva si

53

afferma come un meccanismo in grado di portare ad un reciproco “soggiogamento” e

“riconoscimento” tra le due parti.

9. Franco FORNARI è colui che ha portato il pensiero kleiniano in Italia. Si è sempre

impegnato a cercare un nesso tra il biologico e lo psichico, con l’intento di descrivere uno

sviluppo che vedesse l’affettività associata alla personalità. In particolare, ha visto la base

per una teoria evolutiva all’interno della relazione madre-bambino. Ha risolto il problema

del dualismo pulsionale (vita/morte) attraverso il fantasma inconscio ed asserendo che la

pulsione, avente un’origine somatica che non la rende passibile di interpretazione analitica,

possa essere descritta dalla vita fantasmatica. Ha posto le intenzioni come fondamenta delle

condizioni somatiche di un qualsiasi evento psichico, definendole come le prime attività a

livello psicologico delle tensioni istintive, ovvero delle pulsioni. Sono proprio l’istinto e

l’esperienza percettiva ad attivare i fantasmi, trasformando la tensione in intenzionalità, che

è data dal sentire piacere o dispiacere nei confronti di qualcosa. Fornari, ha identificato i

primi orientamenti intenzionali già nelle condotte espressive, quali sono i riflessi: se ne

deduce, quindi, che è lo stimolo stesso ad avere in sé un’intenzione (per esempio, un

neonato, a fronte di un capezzolo, può scegliere se metterlo in bocca o respingerlo). La

presenza di comportamenti di alimentazione in assenza di cibo osservata negli animali (per

esempio, negli uccelli) dimostra l’esistenza di un’intenzionalità istintiva in grado di elicitare

determinate condotte e di attivare degli oggetti illusori su cui queste vengono messe in atto.

L’attività fantasmatica, quindi, nasce dall’attivazione di due presenze che possono essere

associate al piacere od al dispiacere e che possono essere vissute come fuse al sé nel primo

caso e separate da sé nel secondo. L’esperienza buona fusa con il sé è legata al fantasma di

interiorizzazione di un seno buono, mentre quella cattiva alienata dal sé si associa al

fantasma di espulsione di ciò che ha generato la frustrazione. Già precocemente, quindi,

hanno luogo la fusione e la separazione, che portano alla creazione dei primi oggetti

fantasmatici di seno-buono e di seno-cattivo.

Fornari si è distanziato da Klein relativamente al tema del sadismo: mentre per l’autrice il

sadismo precoce è innato e dovuto ad un dispiegamento della pulsione di morte verso

l’esterno, per egli il sadismo è dovuto all’effettiva mancanza del seno; se ne deduce

l’importanza che l’autore attribuisce alla presenza materna in quanto oggetto nello sviluppo

del bambino.

L’ultimo apporto teorico di Fornari consiste nella teoria coinemica, una teoria psicoanalitica

del linguaggio. Per la Psicoanalisi classica, sono da considerarsi segni tutte quelle

produzioni dell’inconscio che fanno irruzione nel processo secondario, mentre le

“regolarità” non hanno in sé nulla di inconscio. Secondo la teoria coinemica, invece,

l’inconscio (e quindi le emergenze affettive) può manifestarsi in ogni significazione del

“discorso umano”. Gli affetti hanno delle basi biologiche, esattamente come il linguaggio:

questi due elementi si incontrano e questo loro incontro deve essere descritto, secondo

Fornari, da una teoria semiotica degli affetti: egli, infatti, riteneva che la significazione degli

affetti fosse fondamentale per inserire la Psicoanalisi nella Psicolinguistica. L’autore ha

studiato il simbolismo onirico rilevando il legame tra i simbolizzanti (le immagini oniriche)

ed i simbolizzati (i significati) ed è giunto alla conclusione che ogni semiosi (ovvero ogni

processo in cui ci sia un segno) sia associata ad un processo affettivo, perché affetto e

rappresentazione non possono essere separati. Di conseguenza, in tutte le comunicazioni

umane vi è una semiosi affettiva, che si compone di unità elementari che sono i coinemi, le

più piccole unità del significato affettivo. I coinemi sono ciò che lega l’affetto e la

rappresentazione e sono i rappresentanti più primitivi e più semplici della pulsione. Il

linguaggio degli affetti deriva da esperienze gratificanti e frustranti che il bambino vive con

la madre e che conducono, rispettivamente, alla formazione di segnali di vita e di segnali di

morte. Il coinema media tra pulsione e relazione oggettuale e, quindi, la teoria coinemica

postula l’esistenza di strutture di significato che sono geneticamente precostituite e che

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possono essere identificate, a livello universale, sia nel linguaggio degli affetti sia nei

simboli che questi affetti li rappresentano. Di conseguenza, ci sono pochi significati che

vengono inseriti in una struttura più complessa di significanti e di simboli, i quali utilizzano

l’energia pulsionale mediante l’investimento dell’oggetto. Questo investimento si rivolge, in

prima istanza, agli oggetti primari che sono i coinemi, che, a loro volta, trasmettono agli

oggetti il proprio significato affettivo mediante un transfert. Fornari, dunque, ha utilizzato il

costrutto di transfert per far riferimento:

- a quel che succede nel rapporto analitico;

- al trasferimento degli affetti che i coinemi mettono in atto nei confronti dei significanti che

li simbolizzano;

- al trasferimento di forme cognitive che fanno sì che la forma dei significanti richiami il

significato degli stessi coinemi.

Nella relazione coinemica, perciò, ogni significante è dotato di un significato nascosto e

questo significa che si dispone di conoscenze interne che derivano dai coinemi (per cui, si

tratta di informazioni affettive) e che sono, quindi, innate: tali conoscenze genetiche, unite

all’introiezione dell’oggetto esterno, permettono la creazione dell’oggetto interno. I coinemi

richiamano, quindi, gli archetipi junghiani, in quanto esistenti a priori, tuttavia Fornari ha

sottolineato la differenza enunciando che gli archetipi siano dei significanti dei coinemi e

non dei coinemi essi stessi. Dal momento che i coinemi sono delle preconcezioni, lo stesso

si può dire dei simboli utilizzati nei sogni e dei codici affettivi, che sono dei saperi inconsci

ognuno dei quali è specificatamente associato ad un familiare: i codici materno, paterno,

fraterno, infantile, maschile e femminile. I codici affettivi, quindi, sono delle forze inconsce

legate alla gratificazione e che promuovono i ruoli attanziali, ove per “processo di attanza”

si intende la messa in atto dell’evento inconscio. A livello inconscio, tutti gli affetti sono

uguali in termini di probabilità di essere mobilitati, ma nella vita reale non è così: sono,

infatti, le esperienze cui va incontro il soggetto a decidere dello sviluppo della sua vita

affettiva. Per esempio, nel caso del piccolo Hans la paura dei cavalli deriverebbe ad una loro

interpretazione come significanti del padre cattivo, il tutto all’interno di una

drammatizzazione ove i cavalli hanno richiamato la parte giocata dal padre nel mondo

interno del bambino, ovvero la parte del cattivo da cui il bambino teme di ricevere la stessa

aggressività che vi ha rivolto. L’intera vita umana si basa sul transfert dei coinemi sugli

oggetti esterni ed ogni attività è una recita esterna di quel che avviene nel mondo interno.

Nel processo di attanza, il coinema è attante, mentre l’oggetto esterno è attato, ovvero

significante del coinema, il quale gli ha suggerito che ruolo affettivo interpretare. Ecco

perché i codici affettivi sono da intendersi come dei codici attanziali, sulla base dei quali

viene organizzata la messa in atto dei programmi affettivi siti a livello inconscio. Ogni

individuo recita un attore ed ha alle spalle un personaggio coinemico: per esempio, nella

lotta di classe, i padroni richiamano il padre, gli operai la prole-bambino. I codici affettivi

sono stati sviluppati dagli esseri umani come valori etici a cui ispirarsi per garantire la

sopravvivenza ed esiste un codice vivente che si compone di tutti i codici affettivi che sono

stati, evolutivamente, selezionati: questo codice vivente, a partire dall’inconscio, informa la

coscienza da un punto di vista affettivo (funzione correlazionale) e guida,

inconsapevolmente, il comportamento umano (funzione istituzionale). Nel pensiero di

Fornari, quindi, si sviluppano due teorie in parallelo:

- teoria coinemica è una teoria del simbolismo;

- teoria dei codici affettivi è una teoria dell’Io Ideale, che si forma dalla totalità dei codici

familiari integrati (tra cui un ruolo centrale è giocato da quello materno) ed ha la funzione di

controllare le forze affettive geneticamente proprie dell’uomo come se fossero una “buona

famiglia interna”. 55

Wilfred R. Bion. Il mondo della psicosi

Il pensiero di Bion non è organizzato in modo unitario, ma è di difficile interpretazione, soprattutto

per via del linguaggio talora criptico. Egli si è interessato primariamente alla comprensione delle

psicosi ed ha posto l’accento su quanto il linguaggio possa essere inadeguato nella descrizione

dell’esperienza grezza che ci giunge dai sensi, particolarmente quando deve esprimere “parti

psicotiche”. Il suo pensiero viene diviso, convenzionalmente, in quattro periodi.

Primo periodo (1943-1951). Esperienze nei gruppi

Bion ha lavorato, durante la Seconda Guerra Mondiale, presso un ospedale psichiatrico militare, ove

si è avvalso della terapia di gruppo in un reparto di riabilitazione, con lo scopo di coinvolgere le

persone in attività volte alla cura delle loro nevrosi ed alla creazione di uno spirito gruppale. Egli ha

imposto ai suoi pazienti la stessa disciplina richiesta ai soldati al fronte, identificando, anche, un

nemico comune costituito dalla nevrosi, dando loro un obiettivo condiviso a cui lavorare. Non ha

applicato la Psicoanalisi al gruppo, ma ne ha osservato le dinamiche ed ha constatato come, al suo

interno, si creasse una mentalità di gruppo, in cui confluivano gli apporti individuali e che si

presentava come unitaria per via del conformismo di tutti gli individui; la mentalità del gruppo

(group mentality), quindi, è un qualcosa di altro rispetto agli obiettivi coscienti dei singoli.

Bion ha definito “gruppo di lavoro” un gruppo avente lo scopo di svolgere un lavoro nel mondo

reale avvalendosi di mezzi razionali. Al suo interno ha scoperto essere attivi degli assunti di base

(ab, basic assumptions), che non sono tra loro conflittuali e che, anzi, possono alternarsi. Ad ogni

ab, inoltre, si associa un particolare senso di sicurezza: 

1. assunto di accoppiamento (abA/pairing) il gruppo ripone le sue speranze in una

coppia e non esiste un capo, poiché deve ancora “nascere” da quella coppia che

dispone di particolari risorse. Tale capo può essere sia una persona sia un’idea e

salverà il gruppo dai suoi stessi sentimenti di odio e distruzione. Si tratta, quindi, di

una speranza messianica, ma perché il gruppo sopravviva non si deve concretizzare.

Il senso di sicurezza risulta, infatti, attenuato dall’eventualità della nascita del capo;

2. assunto di dipendenza (abD/dependence) il gruppo ripone speranza e fiducia

illimitata ed irrazionale in un capo, investito della responsabilità della sopravvivenza

gruppale. Il sentimento di sicurezza si lega all’onnipotenza che gli viene attribuita e

che contrasta con l’impotenza dei singoli; 

3. assunto di attacco-fuga (abAF/fight-flight) il gruppo esiste perché finalizzato a

lottare contro un altro gruppo o perché deve fuggire da un pericolo ed il capo è colui

che può guidarlo. Il senso di sicurezza viene pregiudicato dal fatto che al singolo sia

richiesto coraggio da parte del gruppo stesso.

L’autore ha definito “cultura di gruppo” quei comportamenti gruppali che sono il risultato del

conflitto tra la group mentality ed i desideri individuali.

Mentre Freud credeva che fosse la libido, Eros, ad mantenere unito il gruppo, con una sostituzione

da parte del singolo del proprio ideale dell’Io con l’ideale collettivo rappresentato dal capo, Bion ha

attribuito questo ruolo alla valenza (valency). Il termine deriva dalla Fisica, ove indica la capacità di

tutti gli atomi di combinarsi tra loro in modo immediato ed involontario: lo stesso concetto viene

applicato all’uomo, che ha una certa disposizione a sentirsi parte del gruppo. Nel gruppo di lavoro

la partecipazione è volontaria e l’attività ha luogo attraverso mezzi razionali; al contrario, nel

gruppo di base l’attività è regolata da un assunto di base e, come tale, non necessita di alcuna

collaborazione esplicita, bensì solo della presenza della forza della valenza nei membri. Tutti,

infatti, hanno una certa valenza, seppur con intensità variabile; essa non richiede il ricorso a

processi mentali ma funziona ad un livello proto-mentale, lo stesso in cui si collocano gli stati

emotivi dei due assunti di base che non risultano attivi nel gruppo in quel dato momento. Il sistema

proto-mentale (proto-mental system) è un livello in cui non vi è differenziazione tra lo psichico ed il

fisico, né tra le diverse emozioni e tra sé ed il gruppo: ne deriva che gli ab siano una funzione del

gruppo equiparabile a fenomeni primitivi e che l’individuo nel gruppo viva, quindi, uno stato di

regressione. Tale regressione conduce al timore di depersonalizzazione, il che attiva stati emotivi

56

primitivi, soprattutto di panico: questa condizione va a strutturare gli ab. Bion si è dichiarato

d’accordo con Freud nel postulare l’impossibilità di differenziare le psicologie gruppale ed

individuale ed ha definito la persona un “animale di gruppo”, poiché per essa è fondamentale il

gruppo. Freud ha posto l’identificazione al capo come padre e la sua sostituzione all’Io ideale dei

singoli alla base di tutto, mentre Bion ha definito il capo un “prodotto dell’ab così come ogni altro

membro del gruppo”: non è, quindi, il leader a formare il gruppo, dal momento che egli ha solo il

“merito” di avere una personalità confacente alla leadership, la quale richiede una rinuncia

all’individualità per assumere il ruolo di guida. Il leader, inoltre, non è “l’ipnotizzatore” di Freud,

ma è solo in grado di combinarsi facilmente con gli altri membri; nel gruppo di lavoro, inoltre, è

colui che soddisfa i bisogni del gruppo di base. Mentre il leader del gruppo di lavoro ricava la sua

autorità dal contatto con la realtà esterna, quello del gruppo di base non deve adempiere a questa

funzione di contatto con il “fuori”, ma solo catalizzare gli stati emotivi del gruppo in toto.

Bion ha poi individuato un particolare gruppo di lavoro, che è il gruppo di lavoro specializzato, di

cui sono esempi la Chiesa e l’Esercito. Questi gruppi manipolano l’ab (abD ed abAF) per rimuovere

gli ostacoli alla realizzazione dei loro obiettivi e lo fanno traducendo la loro potenziale azione in

mentalità: di conseguenza, la Chiesa attribuisce a Dio ogni successo gruppale e l’Esercito idealizza

il ricorso alla forza senza, però, utilizzarla. Un altro gruppo di lavoro specializzato è dato

dall’Aristocrazia, il cui ab è quello dell’accoppiamento e che è l’unico ad esser tenuto insieme, in

accordo con Freud, dalla libido che caratterizza il legame capo-membri.

Bion ha poi introdotto la figura del mistico-genio, un’entità fuori dal comune avente un valore

messianico. Esso può essere rappresentato da scienziati ed individui a vario titolo geniali e Newton

ne è il massimo esempio. Non si tratta, per forza, di una persona, ma può essere anche un’idea,

purché in grado di aprire la strada ad una nuova visione. Il mistico, dal momento che porta

innovazione, ha una potenzialità distruttiva e viene osteggiato dai membri del gruppo per garantire

la tutela dei valori tradizionali. Ciò nonostante, il suo rapporto con il gruppo è interdipendente, dal

momento che egli necessita del gruppo per portare a termine la sua opera, così come il gruppo ha

bisogno di lui per evolversi. Il legame mistico-gruppo può essere di tre tipi:

1. conviviale mistico e gruppo coesistono in modo pacifico;

2. simbiotico vi è un punto di contrasto che porta alla crescita per ambo le entità;

3. parassitario si ha una progressiva e reciproca distruzione di mistico e gruppo per via di

una relazione caratterizzata da invidia.

Secondo periodo (1952-1962). Analisi degli schizofrenici

Bion ha studiato le psicosi partendo dall’idea di Freud, secondo cui deriverebbero da un deficit di

quelle funzioni deputate a garantire un predominio del principio di realtà. Ha, però, considerato le

psicosi dei disturbi del pensiero e, al contrario di Freud, non le ha considerate prive di legami con la

realtà, ma ha ipotizzato che la realtà venisse celata da una fantasia onnipotente e distruttiva: di

conseguenza, l’Io non si sottrae del tutto dal rapporto con il reale e nella personalità psicotica sono

riscontrabili dei tratti nevrotici; ne deriva una coesistenza di una personalità psicotica e di una

personalità non psicotica. Esiste, quindi, una fantasia di ritiro dalla realtà, che deriva

dall’identificazione proiettiva e che il paziente avverte come reale: questo fatto fa sì che egli avverta

il suo apparato percettivo come scisso in frammenti che vengono proiettati sugli oggetti percepiti.

La psicosi, quindi, si origina da due elementi, che sono l’ambiente esterno e la personalità psicotica,

la quale si caratterizza per:

- una forte presenza di impulsi distruttivi che trasformano la tendenza ad amare in sadismo;

- l’odio per la realtà sia interna sia esterna;

- un’angoscia di annientamento molto forte;

- la creazione di relazioni oggettuali precoci, che portano ad un transfert con l’analista di

dipendenza.

Il paziente psicotico usa l’identificazione proiettiva per spostare nell’analista dei frammenti della

sua personalità, il che crea uno stato confusionale per liberarsi del quale si rende necessario il ritiro

57

dalla relazione: il percorso analitico, quindi, presenta una forte alternanza tra tentativi di

creare/sabotare il rapporto con il terapeuta.

La psicosi si instaura quando la personalità psicotica domina su quella non psicotica ed impedisce il

passaggio dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva. L’identificazione proiettiva è una

fisiologica difesa schizo-paranoide, ma assume, nella psicosi, una finalità distruttiva nei confronti

della coscienza, ovvero di quella parte della psiche che consente la consapevolezza della realtà.

Questo accade perché la personalità psicotica odia la realtà (interna ed esterna) e sente, quindi, il

bisogno di liberarsi di ciò che la mette in contatto con essa. La frammentazione della coscienza

sfocia in una proiezione all’esterno di parti di sé, le quali assumono, una volta “fuori”, una

connotazione negativa di “oggetti bizzarri” che circondano il paziente in modo minaccioso. Ogni

frammento viene percepito come un oggetto esterno inserito in un frammento di personalità e la

natura della particella dipende sia dalla parte dell’Io che è stata proiettata (per esempio, la vista) sia

dall’oggetto esterno che ha inglobato (nel caso, un qualsiasi oggetto che, come risultato, finisce per

assumere il ruolo di qualcosa che spia il paziente). Questo tipo di relazione tra frammento di

personalità ed oggetto è alla base dell’incapacità simbolica dello psicotico, che tratta le parole come

se fossero gli oggetti reali di cui costituiscono i simboli (equazione simbolica).

La personalità psicotica, comunque, è anche capace di introiezione: per recuperare i frammenti

proiettati, il paziente può mettere in atto un’identificazione proiettiva al contrario. Ciò nonostante,

l’identificazione proiettiva è sempre in atto, motivo per cui i frammenti non possono essere re-

integrati, ma solo raggruppati in agglomerati; se, quindi, ha luogo un’introiezione, essa viene

percepita come particolarmente violenta. L’incapacità di integrare gli oggetti scissi, il che

normalmente porta alla posizione depressiva, è determinata dalla frammentazione della coscienza.

Il fatto che la personalità psicotica si serva solo scissione ed identificazione proiettiva, fa sì che i

contenuti non possano essere rimossi ma solo spostati; tuttavia, mentre un’identificazione proiettiva

ha lo scopo di mettere ordine nel mondo fantasmatico del bambino, quando essa diventa patologica

si ha un ulteriore caos, dovuto alla rottura dei legami tra le diversi impressioni derivanti dai sensi.

Il linguaggio dello psicotico ha tre funzioni, che sono quelle di agire, di comunicare e di pensare. Il

paziente agisce attraverso la scissione degli oggetti interni, che poi cerca di controllare con

l’identificazione proiettiva. Egli, quindi, usa le parole come se fossero oggetti o parti di sé e lo fa

perché i due meccanismi a cui ricorre impediscono la simbolizzazione, la quale richiede la capacità

di relazionarsi con oggetti totali, ovvero il passaggio dalla posizione schizo-paranoide a quella

depressiva e l’integrazione delle parti scisse degli oggetti. L’integrazione degli oggetti scissi

permette al paziente di formare dei simboli che vengono utilizzati sul piano linguistico e questo lo

porta ad una migliore conoscenza del proprio mondo interno. Quando, però, si trova a dover far

fronte alle problematiche della posizione depressiva e si rende conto della loro associazione con il

pensiero verbale (ovvero nello stesso momento in cui comincia a prendere consapevolezza della

propria condizione, iniziando a differenziare tra fantasie, allucinazioni e deliri), vi rinuncia e

regredisce ad un linguaggio più vicino a quello utilizzato all’inizio dell’analisi. Il ritorno alla

posizione schizo-paranoide fa sì che si annulli la nuova capacità di pensiero verbale, il quale risulta

essere legato ad un nuovo tipo di dolore. Ciò nonostante, questo pensiero permette al paziente una

nuova consapevolezza che lo orienta verso la guarigione, intesa come la possibilità di creare un

contatto emotivo con la realtà. Nel corso di questa guarigione, il paziente dà un’importanza

crescente all’oggetto reale ed espelle quello interno con l’allucinazione, la quale, quindi, non è una

gratificazione allucinatoria di un desiderio, bensì un modo per evacuare gli oggetti frammentati.

L’allucinazione riguarda un senso e non un altro a seconda dell’organo attraverso il quale viene

espulso il frammento e diventa un modo per il paziente di liberarsi degli oggetti interni ostili senza

inserirli nell’analista con un’identificazione proiettiva. L’angoscia depressiva che il soggetto

avverte per via dell’integrazione oggettuale viene affrontata con la dissociazione, una scissione

“meno tumultuosa”. Anche l’attività onirica ha una finalità evacuativa e consente di eliminare tutto

quello che è stato accumulato nel corso della veglia: nel momento in cui il paziente parla di un

proprio sogno all’analista, allora c’è stato un cambiamento evolutivo; i sogni riferiti e le

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allucinazioni, infatti, sono indicativi del passaggio in corso alla posizione depressiva, anche se

persiste il rischio di una regressione schizo-paranoide o di suicidio per liberarsi della nuova

condizione.

Un altro concetto importante è quello di legame, che ha come prototipo quelli di capezzolo-bocca e

pene-vagina. Lo psicotico non attacca gli oggetti ma il legame tra loro esistente e lo fa come

risultato di un cattivo rapporto con il seno, attaccato non in quanto oggetto ma modello di legame.

Nel contesto analitico, questo si esprime con uno svuotamento di significato delle parole

dell’analista ed ha luogo perché il legame che si crea tra analizzando e terapeuta riproduce quello

disturbato del neonato con il seno, ove questo ultimo è stato percepito o come cattivo e persecutorio

o come eccessivamente buono e, quindi, scatenante invidia. Gli attacchi al seno hanno luogo nella

posizione schizo-paranoide e la relazione disturbata è ascrivibile a due fattori: un’incapacità

materna a rispondere in modo adeguato ed una spiccata propensione all’invidia del bambino.

La malattia, quindi, inizia con la vita. Il bambino, esattamente come lo psicotico, si rapporta con i

primi oggetti, che sono parziali, attraverso l’identificazione proiettiva, che gli permette di espellere

le sensazioni dolorose. A questo punto, la madre può o meno accoglierle: se non lo fa, o se l’invidia

del figlio non le consente di farlo, si ha una distruzione del legame lattante-seno ed il bambino, per

annullare le emozioni troppo forti che prova, sopprime la sua vita emotiva, dirigendo odio verso

ogni oggetto od evento in grado di suscitare emozioni.

Bion ha elaborato una nuova teoria del pensiero, definendo “funzione pensiero” l’insieme dei fattori

che permettono di elaborare pensieri, e differenziando:

- idee (preconceptions) sono preesistenti e richiedono un’esperienza reale per essere

scoperte;

- nozioni (o pensieri o concezioni) ;

- concetti nozioni o pensieri definiti.

Le preconcezioni, unendosi ad una realizzazione, ovvero un’esperienza reale, determinano delle

concezioni, da cui possono avere origine i pensieri. Il bambino, alla nascita, ha una preconcezione

del seno, che diventa una nozione (o concezione) quando si incontra con il seno reale. Se l’idea si

congiunge con un’esperienza gratificante, si creano i pensieri, mentre se incontra una frustrazione si

origina il “pensiero”, la cui causa, quindi, è il non-seno, vale a dire un seno non disponibile. A

questo punto, diventa importante la capacità del lattante di sopportare la frustrazione e se questa è

scarsa le alternative sono due: o la fuga dalla frustrazione o la sua trasformazione. Se si mette in

atto la fuga, quello che sarebbe dovuto diventare un pensiero diventa un oggetto cattivo, fuso con

quello reale e di cui ci si deve liberare espellendolo: l’identificazione proiettiva, così, sostituisce

l’apparato per pensare, il cui sviluppo è stato arrestato. Se, invece, non si mette in atto la fuga,

allora può sorgere un senso di onnipotenza, che permette che si annullino gli effetti dell’incontro tra

l’idea e l’esperienza negativa e che ad un apprendimento dall’esperienza per mezzo del pensiero

subentri un’onniscienza. Questa ultima fa sì che i giudizi morali non si richiamino più ad una realtà

condivisa, ma rispondano solo a quanto stabilito dalla personalità psicotica.

Analizzando i disturbi del pensiero, Bion ha definito “funzione alfa” quella incaricata di convertire i

dati sensoriali grezzi in elementi alfa, che consentono la creazione dei pensieri del sogno. Questa

funzione, perciò, permette di differenziare gli elementi coscienti da quelli incoscienti e si sviluppa

se la madre è in grado di permettere al bambino un uso sano dell’identificazione proiettiva: ella,

cioè, deve accogliere i dati sensoriali proiettati su di lei dal figlio ed elaborarli in modo tale che il

piccolo possa utilizzarli come elementi alfa; questa è la facoltà di rêverie materna. Se ciò non ha

luogo, il bambino percepisce la propria sensazione come priva di senso e re-introietta un “terrore

senza nome”.

Per Bion, quindi, i pensieri sono sia le idee che vanno incontro ad una realizzazione positiva, sia

quelli derivanti da una frustrazione che vengono trasformati dalla funzione alfa. La facoltà di

pensare, pertanto, può sia creare pensieri nuovi sia trasformare quelli preesistenti. Il pensare

richiede un’attività simile a quella messa in atto dalla funzione alfa, ovvero una trasformazione che,

59

in questo caso, non è di percezioni sensoriali in elementi alfa, ma di pensieri in atto, il che

comporta: 

- esplicitazione permette di tramutare in coscienza pubblica una coscienza individuale;

- comunicazione raggiunge il suo massimo livello in quella verbale di concetti astratti.

Requisiti essenziali per una buona capacità “sociale” sono un’adeguata relazione con il seno,

la presenza della funzione alfa e la creazione di un “pensiero normale”;

- consenso è uno degli obiettivi principali della comunicazione e fa riferimento

all’integrazione di dati sensoriali di natura diversa che genera una sensazione di verità, che è

ciò che manca allo psicotico.

Terzo periodo (1962-1965) 

a) Apprendere dall’esperienza Per Bion, le funzioni sono delle attività mentali che si creano

dall’interazione tra più fattori, i quali possono essere dedotti dalle funzioni stesse. La funzione

alfa è la più importante tra quelle della personalità ed “alfa” sta ad indicare un’incognita che può

assumere un certo valore a seconda dell’uso. La funzione alfa trasforma sia i dati sensoriali sia

le emozioni in elementi alfa, che vanno a comporre i pensieri del sogno, nei quali non vi è

distinzione tra attività onirica e pensiero della veglia. La funzione alfa permette la distinzione

conscio/inconscio e consente di sognare, trasformando dati sensoriali ed emozioni in sogni.

Problemi a carico di questa funzione non consentono una trasformazione degli “inputs”, che

restano elementi beta; questi si differenziano dagli alfa perché non sono avvertiti come

fenomeni ma come oggetti, non sono adatti ai pensieri onirici e non vengono immagazzinati

come ricordi utilizzabili dai pensieri del sogno e dal pensiero conscio, bensì come eventi non

digeriti (infatti formano aggregati, non si amalgamano tra di loro); sono, però, adeguati per

l’identificazione proiettiva.

Lo psicotico, quindi, presenta a livello mentale una serie di elementi beta che impediscono il

contatto con la realtà. La distruzione della funzione alfa fa sì che il seno appaia come privo di

vita e determina colpa e paura nel bambino, oltre che una frustrazione dei suoi bisogni di amore

che si tradurrà in avidità insaziabile ed accumulo di beni materiali.

La funzione alfa permette il pensiero onirico, una condizione mentale fondamentale per il buon

funzionamento dell’apparato psichico: il sogno (inteso come quel qualcosa che permette alla

persona di restare “addormentata”, ovvero non consapevole di alcuni fatti ed elementi del reale

per consentirle di stare “sveglia” relativamente a ciò in cui è concentrata in quel dato momento)

separa conscio ed inconscio e permette lo sviluppo del pensiero ordinato; la capacità di sognare,

quindi, evita di cadere in uno stato psicotico. Tra l’inconscio ed il conscio vi è una barriera di

contatto costituita di elementi alfa, la quale li unisce e separa e filtra il passaggio di elementi da

un livello all’altro attraverso delle funzioni di membrana. Nelle personalità psicotiche, questa

membrana si compone per lo più di elementi beta: lo schermo beta è ciò che fa sì che il paziente

manipoli, in una certa misura, l’analista, inducendolo a dare le risposte desiderate. Una risposta

tipica dello psicotico è l’inversione di senso della funzione alfa, con la quale egli sottrae agli

elementi alfa (trasmessigli dall’analista, che cerca di dare un significato alle sue esperienze

sensoriali ed emotive) il loro valore, rendendoli simili agli elementi beta e, quindi, evacuandoli

entrambi. Questo fa sì che non si formino elementi alfa e che, pertanto, non si creino pensieri,

oltre al fatto che si rende impossibile la costruzione della barriera di contatto.

Gli elementi beta sono cronologicamente precedenti rispetto a quelli alfa. Il lattante, infatti, non

avverte il bisogno di un seno buono che dia soddisfazione, bensì quello dell’eliminazione del

seno cattivo, che è dato dall’assenza del seno: mentre il seno buono è legato all’oggetto reale,

quello cattivo esiste nel momento in cui il bambino desidera il seno; inizialmente, quindi,

succhiare il latte equivale ad eliminare il seno cattivo, ovvero la condizione di mancanza del

seno. Col tempo, le due situazioni vengono differenziate ed il seno cattivo viene riconosciuto

come l’idea di un seno che non è più disponibile: ne deriva che il pensiero si origini dalla

mancanza del seno e che, quindi, il seno cattivo si configuri come idea prima di quello buono. In

caso di incapacità di tollerare la frustrazione, c’è una subitanea ed eccessiva espulsione di

60

elementi beta. Bion ha creato, quindi, un parallelismo tra il funzionamento dell’apparato

digestivo e ciò che avviene a livello psichico nella genesi del pensiero, attribuendo un ruolo

importante alla rêverie materna, che soddisfa il bisogno di amore del bambino e che costituisce

un aspetto della funzione alfa della madre consistente nell’accettazione delle identificazioni

proiettive. Un deficit della rêverie impedisce alla madre di supportare il figlio, così come un

eccessivo livello di frustrazione conduce ad un’identificazione proiettiva patologica, che

preclude la possibilità di usufruire della rêverie. Un bambino che sia, invece, capace di tollerare

la frustrazione, può accettare il principio di realtà, fondamentale per la funzione alfa.

Un altro modello che Bion ha utilizzato per spiegare l’origine del pensiero è il modello

contenitore-contenuto ♀ ♂, ove la mente della madre è il contenitore ♀, mentre gli elementi

psichici grezzi del bambino sono il contenuto ♂. Anche la relazione esistente tra preconcezione

e realizzazione può essere rappresentata con questo modello, ove la prima è il contenitore e la

seconda il contenuto; lo stesso dicasi per le relazioni pensieri-parole, singolo-gruppo e paziente-

analista. Gli originali psichici di questi legami sono quelli bocca-seno e vagina-pene. La rêverie

ha lo scopo di insegnare al bambino a contenere nella propria mente. Il rapporto madre-bambino

può determinare un legame ♀ ♂:

- conviviale interdipendenza con reciproco beneficio e nessun danno;

- simbiotico reciproco vantaggio ma dipendenza unilaterale;

- parassitario dipendenza unilaterale che produce un terzo dannoso per entrambi.

Alla base del pensiero vi è il sistema ♀ ♂, associato al meccanismo dinamico tra le posizioni



schizo-paranoide e depressiva PS D, il quale, portando ad un’integrazione degli oggetti

scissi, permette il pensiero come capacità di creare collegamenti e significati.

b) I legami K, L, H Bion ha cercato di costruire un sistema di annotazione in grado di

rappresentare l’esperienza emotiva ed utile sia per registrare i problemi analitici sia per fornire

delle indicazioni su come svolgere il lavoro. Ogni esperienza emotiva si rifà ad un legame

emotivo, di cui tre sono fondamentali, che l’analista può scrivere come segue:

 

1. – X ama Y L (love) x L y;

 

2. – X odia Y H (hate) x H y;

 

3. – X conosce Y K (know) x K y.

Questi legami possono, poi, assumere un valore negativo anteponendo il segno - ad L, H e K. Il

segno + o – indica l’atteggiamento amichevole od ostile del paziente, mentre le lettere L, H e K

danno informazioni circa il modo in cui l’analista percepisce il transfert. Importante è il legame

K, che esprime appieno la natura della relazione analitica e che comprende gli altri due, che gli

sono subordinati: x K y, significa che x sta cercando di conoscere y, il quale sta cercando di

essere conosciuto da x. Il legame – K sta ad indicare una non comprensione e non una mancanza

di conoscenza, così come – L non sta per H e – H per L. Il legame K rappresenta una relazione

♀ ♂ di tipo conviviale, mentre il legame – K di tipo parassitario: nel primo caso, il seno rende

tollerabile la paura di morire proiettata dal bambino, che può, così, re-introiettarla, mentre in –

K il seno invidioso sottrae ai proietti gli elementi positivi della paura di morire e rimanda al

bambino un residuo privo di significato, che genera angoscia; nel caso di – K, quindi, il

bambino re-introietta un oggetto invidioso, rappresentato dalla formula –(♀ ♂). Di

conseguenza, una psiche che funzioni secondo – K (una personalità psicotica) non fa che privare

tutto di significato, comprese le interpretazioni del terapeuta. Pertanto, –(♀ ♂) non permette la

conoscenza e blocca lo sviluppo, attribuendo potere all’ignoranza

L’apprendimento dall’esperienza ha luogo attraverso un processo di astrazione, la quale è parte

della funzione alfa e fa sì che il soggetto possa estrapolare da una certa esperienza degli

elementi tra loro associati: questa capacità deriva da un fattore unificante, che è il fatto scelto

(selected fact), ovvero ciò che rende coerenti tra loro i fatti dell’insieme.

Bion riteneva che la Psicoanalisi, come la Matematica, dovesse avere a che fare con degli

oggetti ed è quindi arrivato all’elaborazione della formula 61

{ (+/- Y) Ψ (μ) (ξ) }

ove Ψ (psi) è una costante incognita e rappresenta una preconcezione, ξ (csi) è una realizzazione

(la presenza o meno del seno reale): quindi, l’unione della preconcezione con una realizzazione

determina un pensiero Ψ (ξ). La lettera μ è indicativa di un tratto di personalità, quale la

tolleranza alla frustrazione. L’oggetto psicoanalitico è Ψ (μ) (ξ), che può avere uno sviluppo

positivo o negativo indicato con +/- Y. Questa formula, pertanto, descrive l’incontro tra una

preconcezione ed una realizzazione e, quindi, la natura dinamica dell’oggetto psicoanalitico.

c) Gli elementi della Psicoanalisi Bion ha poi spostato la sua attenzione dalla psicosi alla

Psicoanalisi, sostenendo che questa avesse un difetto pari a quello di un ideogramma che, al

contrario dell’insieme delle lettere, può formare una sola parola. Si è posto l’obiettivo di

individuare pochi elementi in grado di dare un supporto teorico unico utile all’analista, che ha

trattato come delle variabili matematiche e come dei fenomeni osservabili. Ha indicato, quindi,

dei criteri da soddisfare per essere elementi percepibili in Psicoanalisi:

- estensione nel campo del senso l’oggetto deve essere colto dai sensi, ovvero

l’interpretazione si deve riferire a qualcosa di percepibile attraverso la vista, l’udito ed il

tatto; 

- estensione nel campo del mito le interpretazioni prodotte sono il risultato di un

combinazione di elementi che appaiono tra loro associati in modo causale, ovvero sono

“espressioni di un mito personale”; 

- estensione nel campo della passione la passione è intesa come un legame tra menti e,

come tale, non è percepibile con i sensi. Essa fa riferimento ai legami L, H e K.

Queste tre estensioni sono i “sensi” dell’analista. Bion ha individuato i seguenti elementi della

Psicoanalisi rispondenti ai tre criteri di estensione:

1. rapporto dinamico ♀ ♂ , identificato al concetto di identificazione proiettiva;



2. PS D

, che rappresenta, anche, il fatto scelto;

3. legami L, H e K tra gli oggetti psicoanalitici;

4. I , ovvero la “idea”, costituita dagli elementi alfa;

5. R , cioè la “ragione”, che è una funzione al servizio delle passioni, ovvero di tutto

ciò che si ritrova nei legami L, H e K. Fa in modo il vuoto che dovrà essere

colmato dalla rappresentazione per mezzo di I non venga riempito per fini diversi

dalla modificazione della frustrazione;

6. interpretazione ;

7. transfert ;

8. inversione (o rovesciamento) della prospettiva ;

9. dolore ;

10. miti ;

11. premonizione , che è la controparte emotiva della preconcezione.

Dal momento che lo scopo dell’analisi è quello di evitare il dolore al paziente, l’analista deve saper

riconoscere i precursori delle emozioni del paziente, ovvero deve avvalersi della premonizione (11).

Il dolore psichico (9), invece, si manifesta quando il paziente comincia ad opporsi all’analisi,

ovvero a K. In questi casi ha luogo l’inversione della prospettiva (8), finalizzata a rendere statica

una situazione che è dinamica e che consiste nel rifiuto delle interpretazioni dell’analista da parte

del paziente: tra i due si crea una barriera di contatto, ma lo schermo di elementi beta contribuisce

alla manipolazione dell’analista, che risponde con il controtransfert; il paziente sembra accogliere

l’interpretazione, ma la svuota di significato. Lo scopo dell’analista è quello di restituire dinamismo

alla situazione, per agevolare lo sviluppo del paziente.

d) Trasformazioni la Psicoanalisi conduce alla trasformazione dei pensieri e delle emozioni e,

quindi, un’interpretazione altro non è che una trasformazione, ovvero una ridescrizione

dell’esperienza del paziente ad opera dell’analista, il quale si serve di una tecnica. Bion ha indicato:

- O (origine) esperienza originaria; 62

- T (trasformazione) comprende sia il processo di trasformazione (Tα) sia il suo risultato

finale (Tβ).

O viene quindi trasformata in una rappresentazione, ma alcuni suoi elementi, gli invarianti, non

subiscono alcun mutamento e permettono di riconoscere O in Tβ. I fatti che hanno luogo nel corso

della seduta analitica sono indicati con O, mentre T rappresenta l’analista, Tα il suo processo di

elaborazione e Tβ l’interpretazione a cui giunge. Dal momento che le interpretazioni non sono

univoche, Bion ha parlato di gruppi di trasformazioni, per far riferimento alla teorie psicoanalitiche

facenti parte di uno stesso modello.

L’autore ha anche mutuato, dalla Geometria proiettiva, due tipi di trasformazione delle figure

geometriche, ovvero quelle proiettiva (proiezione di un solido su un piano) e rigida (rotazione di

una figura), e le ha applicate alla Psicoanalisi. Ad esse ne ha, poi, aggiunta una terza, ottenendo:

1. trasformazione proiettiva O subisce un grande stravolgimento e nessuno dei suoi

elementi può essere riconosciuto in Tβ. La trasformazione proiettiva ricorre nelle psicosi ed

un suo esempio emblematico consiste nella “insalata di parole”. Il mezzo che rende possibile

questo genere di trasformazione è l’identificazione proiettiva;

2. trasformazione rigida un esempio è quello del trasfert, che è una riattualizzazione nella

situazione analitica di modelli relazionali precoci, ove O è facile da riconoscere per via

dell’intensità emotiva. La trasformazione rigida è tipica della nevrosi. Questo genere di

trasformazione avviene mediante il mezzo della rimozione;

3. trasformazione in allucinosi Tβ consiste in un’allucinazione. Questo tipo di

trasformazione è caratterizzata da invidia ed aggressività ed O vi rappresenta una catastrofe

primitiva, responsabile di un danno alla funzione alfa e, quindi, all’apparato per pensare.

L’evento catastrofico ha compromesso il contenitore, lasciando il soggetto nella condizione

di dover gestire da solo elementi beta e residui di elementi alfa. Manca la capacità di

simbolizzazione e la realtà è priva di significato. Anche la trasformazione in allucinosi è

tipicamente psicotica.

Nei fenomeni trasformativi, l’oggetto di interesse non è O, ma la sua trasformazione. O

resta, comunque, la realtà ultima verso cui la conoscenza deve tendere ed il compito

dell’analista è coadiuvare l’analizzando nella trasformazione dell’esperienza emotiva in

un’esperienza di consapevolezza. Il terapeuta, andando ad agire su Tβ, si rende responsabile

di altre trasformazioni (T analista α), che vanno a costituire un’interpretazione (Taβ), volta a

garantire una maggiore conoscenza di O: egli compie, perciò, delle trasformazioni in K.

Affinché si realizzi la conoscenza di O ci deve essere una “trasformazione in O” K O, in

cui “conoscere O” lascia il posto a “diventare O”, uno stato psichico in cui paziente ed

analista entrano “all’unisono”: la differenza tra “conoscere” ed “essere” è la stessa esistente

tra chi conosce la Psicoanalisi e chi viene analizzato. Le trasformazioni in O portano

cambiamento e, perciò, angoscia, che spinge il paziente a mettere in atto delle resistenze

contro un’evoluzione in O, la quale può essere sia positiva (se caratterizzata da K), sia

negativa (se avviene in – K), in questo ultimo caso mettendo a rischio il sistema ♀ ♂.

Quarto periodo (1966-1970) 

a) Il cambiamento catastrofico in questa fase, l’aggettivo “catastrofico” assume un significato

positivo, alludendo ad un evento fautore di crescita mentale e che determina, anche, un

cambiamento della personalità psicotica. Questo cambiamento avviene al di fuori del tempo e dello

spazio e non ha nulla a che vedere con un lavoro atto a riportare a livello cosciente dei ricordi

rimossi, dal momento che la rimozione, nella psicosi, non è possibile (perché la parte psicotica

distrugge l’apparato per pensare che permette questo meccanismo di difesa); non si associa, quindi,

nemmeno al processo secondario. Per Bion, il cambiamento deve essere favorito dall’analista in

prima persona, a cui egli ha suggerito di astenersi dalla memoria e dai desideri, per consentire a

nuovi pensieri, idee ed intuizioni di venire a galla: il cambiamento catastrofico può accadere solo

quando nella relazione analitica fa irruzione un significato ed è facilitato soltanto se vengono meno

le resistenze del paziente e del terapeuta. 63

b) “Attenzione e interpretazione” è l’opera che completa il pensiero di Bion e si occupa di:

- il modo in cui l’analista arriva all’insight (cambiamento catastrofico collocato in uno

sviluppo continuo) ed all’essere all’unisono (at one) con l’analizzando;

- una rivalutazione delle prime esperienze circa lo studio della dimensione gruppale.

L’insight è una funzione fondamentale dell’analista ed è il punto di partenza dell’interpretazione.

Lo si può raggiungere solamente astenendosi sia dal ricordo che dal desiderio, lasciando fluire gli

elementi beta affinché si mescolino con i “pensieri veri”, ovvero abbassando il confine che divide

dalla personalità psicotica: in questa condizione, è possibile un incontro con il paziente psicotico.

L’analista deve, cioè, farsi O per arrivare a comprendere lo sviluppo di O, ovvero il paziente stesso.

Centrale diventa l’esperienza condivisa, facilitata dall’utilizzo del linguaggio dell’effettività, che

consente di pensare e comunicare diversi e nuovi stati mentali. Essere at one vuol dire aver costruito

una dimensione emotiva entro cui relazionarsi in modo tale da abbattere le resistenze attivate

dall’angoscia o dal sentimento di catastrofe derivante dal cambiamento, così da trasformare questi

vissuti in un’evoluzione in O. Il processo intuitivo è condizione per quello che Bion ha definito

“atto di fede” (the act of faith), il quale non appartiene a K ma ad O ed ha a che fare con qualcosa di

inconscio non accaduto. L’opacizzazione di memoria e desiderio fa sì che l’analista possa vivere lo

stato di allucinosi in cui versa il paziente, così come gli atti di fede (che precedono l’insight) gli

consentono di essere at one con le sue allucinazioni e, quindi, di innescare delle trasformazioni O

K. Tutto ciò può verificarsi solo con l’abbandono del linguaggio dei sensi, che non lascia libertà di

espressione alla personalità psicotica, a vantaggio di un linguaggio che preluda all’azione. Ciò che

si deve evitare è un rapporto parassitario, che non ne permette uno at one con O: da qui la necessità

di svincolare il pensiero da un pensatore e di accettare il dolore dell’incoerenza, senza cedere ad una

falsa coerenza. In conclusione, l’insight a cui arriva il terapeuta attraverso un’opacizzazione della

memoria e del desiderio rende possibile un’interpretazione, la quale consiste in un’elaborazione di

un vissuto emotivo che viene vissuto at one con il paziente, lasciando spazio alla propria personalità

psicotica, ed a cui vengono attribuiti un nome ed un senso.

William R. D. Fairbairn. Le relazioni con gli altri

Fairbairn viene considerato membro del Middle Group, anche se, per l’originalità del suo pensiero,

è più corretto considerarlo “intellettualmente isolato”. Egli ha proposto un nuovo modo di vedere

l’uomo e si è allontano dal modello pulsionale freudiano e dal mondo oggettuale interno kleiniano,

descrivendo un bambino non più alle prese con impulsi od oggetti interni, bensì collocato in

relazione con un oggetto esterno che è la madre; ha affermato, quindi, la centralità della relazione.

Il suo contributo non ha goduto di grande diffusione, per tre motivi:

- l’isolamento geografico (viveva in Scozia);

- le modifiche che il suo allievo Guntrip ha apportato alle sue teorie ;

- il carattere non unitario del suo pensiero .

Per Freud, le pulsioni sono le principali forze motivazionali e creano delle tensioni da cui si

originano degli impulsi, i quali danno all’apparato psichico l’energia di cui ha bisogno per riportare

l’accumulo di tensioni a livello basale: di conseguenza, gli impulsi sono finalizzati alla riduzione

delle tensioni pulsionali e sono privi di una direzione, dal momento che si orientano verso oggetti

esterni solo per adempiere la loro funzione. Per Klein, invece, gli oggetti e le pulsioni sono tra loro

collegati, dal momento che ogni pulsione è associata ad uno specifico oggetto. Fairbairn ha

abbandonato questo background teorico, sostenendo la necessità di sostituire alla teoria della libido

una teoria dello sviluppo fondata sulle relazioni oggettuali e caratterizzata da una ricerca

dell’oggetto da parte dell’individuo, ovvero da direzionalità. Secondo l’autore, il bambino non

ricerca il piacere, né la sua tensione libidica può essere smorzata usufruendo di oggetti: al contrario,

egli è impegnato nella ricerca dell’oggetto che diventa obiettivo verso cui tende l’energia libidica,

mentre il mezzo per raggiungerlo è costituito dal piacere. Gli oggetti sono presenti fin da subito e

non sono, come per Klein, interni, bensì esterni: con essi il bambino è motivato a costruire delle

relazioni oggettuali ed è in particolare il primo oggetto esterno con cui egli si relaziona, ovvero la

madre, ad assumere un ruolo importante per quel che riguarda il suo sviluppo. Le esperienze

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negative vissute nell’ambito di questa relazione oggettuale, infatti, portano il bambino a creare degli

oggetti interni compensatori delle mancanze del reale e che sono sostitutivi degli oggetti esterni. Per

cui, mentre Freud ha descritto un bambino “pulsionale” e mosso dal bisogno di scaricare la tensione

per mezzo della stimolazione delle sue zone erogene, Fairbairn ha spiegato come il comportamento

umano sia, in vero, sempre motivato alla creazione ed al mantenimento di legami con gli altri: il

bambino, non possedendo schemi comportamentali precostituiti, è inesperto ed è solo questa sua

caratteristica a dar l’impressione che egli agisca secondo il principio di piacere. Il primato genitale,

inoltre, non è più inteso in senso freudiano, ma viene considerato una conseguenza del

raggiungimento di una dipendenza adulta e si esplica nell’interesse a riprodursi ed a garantire la

continuità della specie.

Fairbairn ha quindi descritto uno sviluppo stadiale, che si fonda sulla maturazione delle modalità

relazionali del bambino con gli oggetti:

- dipendenza infantile il bambino vive una relazione con la madre che rimanda al

primordiale stadio di fusione, il che è dovuto all’identificazione primaria, che fa sì che

l’investimento riguardi un oggetto non ancora differenziato. Egli è del tutto dipendente dal

seno e lo è in modo orale, dal momento che è con la bocca che mette in atto

l’incorporazione. Una caratteristica della dipendenza infantile è data dal narcisismo, che è

primario quando si ha un’identificazione con l’oggetto e secondario quando l’identificazione

ha luogo con un oggetto interiorizzato. La fase orale si divide, quindi, in due sottofasi: la

fase orale precoce, ove l’oggetto di dipendenza è il seno materno, a cui segue la fase orale

tardiva, che comincia con la dentizione ed in cui l’oggetto di dipendenza è la madre con il

suo seno. Le modalità relazionali del lattante consistono nel succhiare e nell’incorporare

prima, a cui si aggiunge il mordere poi: nella prima sottofase orale, quindi, l’oggetto buono

viene succhiato ed incorporato e quello cattivo rifiutato, mentre nella seconda sottofase orale

l’oggetto cattivo viene morso, il che fa sì che il periodo successivo all’inizio della dentizione

sia caratterizzato da ambivalenza;

- periodo di transizione comprende la fase sadico-anale nella sua interezza e quella genitale

precoce, ovvero la fallica. Si assiste, in questo periodo, ad un graduale venire meno della

dipendenza ed ad una dicotomia dell’oggetto, il che vuol dire che l’oggetto originario, verso

cui il bambino nutriva, prima, ambivalenza, viene ora diviso in un oggetto accettato, a cui

egli rivolge amore, ed in un oggetto rifiutato, per cui prova odio. Uno sviluppo normale è

caratterizzato, in questa fase, da una progressiva differenziazione dall’oggetto, con una

diminuzione dell’identificazione ad esso. Per far fronte alle difficoltà che sorgono nella

relazione oggettuale, il bambino può mettere in atto una serie di tecniche, la cui scelta

dipende dal tipo di relazione che ha vissuto nello stadio precedente. Queste tecniche sono:

1) tecnica fobica il conflitto sta tra la paura legata all’impulso alla separazione e quella

associata all’attrazione regressiva all’identificazione, ove la prima fa sorgere angosce di

isolamento e la seconda di intrappolamento;

2) tecnica ossessiva il conflitto riguarda l’impulso ad espellere e quello a trattenere,

rispettivamente associati all’angoscia di svuotamento ed a quella di esplodere come

conseguenza dell’eccessiva ritenzione. La situazione conflittuale, quindi, riguarda la perdita

e la conservazione dell’oggetto;

3) tecnica isterica il conflitto risiede nella polarità accettazione-rifiuto dell’oggetto e,

quindi, si ha un’accettazione dell’oggetto esterno ed un rifiuto di quello interno o viceversa;

4) tecnica paranoide al contrario dell’isterico che sopravvaluta gli oggetti esterni, il

paranoide li teme in quanto persecutori, mentre accetta quelli interni.

Le forme fobica, ossessiva, isterica e paranoide, perciò, non sono per Fairbairn delle

psicopatologie dovute ad una fissazione, ma delle tecniche che l’Io adotta per regolamentare

le relazioni oggettuali. Fairbairn, infatti, considerava solo due psicopatologie come tali: la

schizofrenia, in cui queste tecniche mirano alla salvaguardia dell’Io, e la depressione, ove

sono finalizzate alla conservazione dell’oggetto. 65

Il bambino, per raggiungere la maturità, deve riuscire a svincolarsi sia dalle sue condotte di

dipendenza dagli oggetti esterni sia dal suo attaccamento a quelli interni, che sono nati per

supplire alle mancanze delle relazioni con i primi. In questo stadio è fondamentale che egli

faccia delle esperienze positive che gli permettano di sviluppare una buona fiducia, poiché

se ciò non avviene il rischio è che si stabilizzi la fase di transizione e che permangano il

bisogno di attaccamento, l’angoscia della separazione ed il conflitto tra questa e la

regressione; 

- dipendenza adulta è caratterizzata da un atteggiamento oblativo, in cui non vi è

indipendenza ma interdipendenza. La differenza sta nel fatto che mentre la dipendenza

infantile era totale, illimitata ed unicamente rivolta ai genitori, la dipendenza matura è

reciproca, risente di alcune condizioni e si rivolge ad una pluralità di oggetti; l’oggetto

biologico appropriato, inoltre, non è più il seno della madre, bensì gli organi sessuali

dell’altro genere. La dipendenza, quindi, resta necessaria, dal momento che non può

mancare in una qualsiasi relazione oggettuale.

Per quel che riguarda, invece, l’organizzazione psichica, Fairbairn, al contrario di Freud, non ha

concepito un Io come privo di energia, bensì ha descritto l’energia pulsionale come inseparabile

dalla struttura, dal momento che sono proprio le strutture dell’Io ad entrare in relazione con gli

oggetti; le pulsioni, quindi, non possono esistere senza le strutture, di cui costituiscono l’aspetto

dinamico. L’Io non si forma in un secondo tempo, ma è presente fin da subito ed allo stesso modo è

legato agli oggetti. Fairbairn, pertanto, ha rifiutato la visione di un Io senza energia e di un Es con

energia ma senza struttura: ha incluso, infatti, l’Es nell’Io ed è proprio questo a garantire un

funzionamento basato sul principio di realtà e su un investimento del reale da parte delle pulsioni;

l’Io, infatti, funziona secondo il principio di piacere solo in casi di fallimento e solo come mezzo

per organizzarsi strutturalmente. L’Io di Fairbairn, quindi, è unitario e costituisce il Sé in toto e

questa concezione pone due problemi, che riguardano:

- l’unitarietà dell’Io Fairbairn non ha descritto lo stato originario dell’Io, né la sua

integrazione che sarebbe fin da subito presente;

- la rimozione dato che la pulsione è legata all’Io, la rimozione non può più essere intesa

come una funzione di questa struttura adibita ad un controllo pulsionale. Ad essere rimossi,

quindi, non sono più i derivati pulsionali inaccettabili a livello di coscienza, ma gli oggetti

interiorizzati e le parti dell’Io che con essi si relazionano. La rimozione è finalizzata alla

difesa dagli oggetti interni cattivi, che nascono sempre da relazioni non gratificanti. Il

bambino, infatti, sperimenta la relazione con una madre che è al tempo stesso gratificante e

frustrante: scinde, quindi, l’oggetto in una componente appagante ed in una non appagante,

la quale a sua volta si scinde creando un terzo oggetto. Le “tre madri” con di cui il bambino

fa esperienza sono quelle appagante, allettante (ovvero che fa sperare ma poi non mantiene)

e deprivante ed a questo punto si ha un’internalizzazione se la relazione reale viene vissuta

come frustrante: tale internalizzazione consiste nella creazione di tre oggetti interni, ognuno

dei quali corrisponde ad una delle visioni della madre e con ciascuno dei quali si relaziona

una parte dell’Io, che si scinde perdendo la sua unità:

 

1) madre gratificante oggetto ideale Io centrale (si occupa, anche, di creare le relazioni

con gli oggetti esterni);

 

2) madre allettante oggetto eccitante Io libidico ;

 

3) madre deprivante oggetto rifiutante Io anti-libidico .

L’Io libidico e l’Io anti-libidico sono “Io sussidiari”, che non entrano nel merito delle

relazioni con gli oggetti esterni: mentre il primo esprime la speranza del bambino e crede

alle promesse dell’oggetto eccitante, il secondo rappresenta il dolore ed il disinganno ed

attacca sia l’Io libidico sia l’oggetto eccitante; sono proprio gli attacchi dell’Io anti-libidico,

secondo l’autore, a rappresentare la patologia nei suoi aspetti più brutali.

L’Io muove, quindi, un processo primario di rifiuto, che porta alla rimozione dell’oggetto

eccitante e di quello rifiutante, associato ad un processo secondario di rimozione, che

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Psicologia Dinamica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Modelli Evolutivi in Psicologia Dinamica: Dal Modello Pulsionale alle Relazioni Oggettuali, Quaglia, Longobardi consigliato dal docente Nespoli. Tra gli argomenti trattati vi sono: Sigmund Freud, libido, inconscio, topica, Anna Freud, psicologia dell'Io, Scuola ungherese, Ferenczi, Balint, Grunberger, modello relazionale, modello misto, Jung.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JennyJenny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Nespoli Giorgio.

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