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Psicologia dinamica Appunti scolastici Premium

Appunti di Psicologia dinamica con elementi di psichiatria sociale. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Freud, il principio del piacere, Il principio di realtà, Jean Piaget, epistemologia genetica, Melanie Klein, Schizzo-paranoide, ecc.

Esame di Psicologia dinamica docente Prof. A. Diavoletto

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ESTRATTO DOCUMENTO

DAL CONCEPIMENTO ALLA NASCITA

La vita intrauterina è sempre stata considerata come un momento molto importante tanto che

il periodo di gestazione della madre viene chiamato stato interessante.

La gravidanza è il periodo che va dal primo giorno dell’ultima mestruazione alla nascita del

bambino e dura mediamente 39/40 settimane.

La vita prenatale

Sembra sempre più evidente che anche per il bambino, oltre che per la madre, i nove mesi di

vita intrauterina sono un’importante premessa a quella che inizierà dopo la nascita.

L’ambiente intrauterino si presenta ricco di stimoli endogeni ed esogeni che possono essere

costanti o temporanei.

- Stimoli uditivistimoli endogeni costanti come il battito cardiaco, il respiro;

incostanti come la voce della madre; stimoli uditivi esogeni sempre incostanti come la

voce del padre, rumori ambientali come musica ecc…

- Stimoli visiviè dimostrato che la luce filtra in utero quando la mamma è nuda o

poco vestita.

- Stimoli vestibolarila madre si muove continuamente e il bambino sperimenta

cambiamenti di stato che vanno dal dondolio più o meno rapido ad uno stato di quiete.

- Stimoli tattiliil continuo messaggio del liquido amniotico, sulla pelle del bambino,

costituisce uno stimolo persistente e intenso che avvolge l’intero corpo del bambino e

ne rende la pelle particolarmente sensibile.

- Stimoli gustativiil bambino ingoia il liquido amniotico e riceve stimoli gustativi

diversi secondo l’alimentazione della madre.

Il bambino reagisce con diverse risposte a questi stimoli e dimostra d’essere capace di forme

elementari d’apprendimento:

- Fin dal 6° mese di vita intrauterina tutti i sistemi sensoriali sono funzionanti e

attivabili.

- Il bambino risponde con risposte differenziate al variare degli stimoli, grazie alle

sofisticate tecniche di cui oggi si dispone c’è stato possibile rilevare le risposte del

bambino in utero. Le risposte più usate sono la motricità e il battito cardiaco che

variano, ad es. al variare di suoni, se mettiamo una luce intensa sul ventre della madre

il bimbo si difende portandosi le mani negli occhi o cambiando posizione, deglutisce

una quantità maggiore di liquido amniotico se v’iniettiamo sostanze dolci e meno se

iniettiamo sostanze amare.

La nascita

La nascita, pur essendo festeggiata come inizio della vita, coincide anche con la prima

separazione faticosa e dolorosa. Dal punto di vista psicologico possiamo soffermarci su

almeno tre punti:

1) La nascita è un’interruzione e un passaggio da uno stato ad un altro sia per la madre

sia per il bambino. Dalla simbiosi fisica si passa bruscamente alla separazione

2) La nascita e il parto sono accompagnati dal dolore che può essere più o meno forte,

più o meno tollerato. Per il bambino nascere comporta uno sforzo fisico

notevolissimo, luci, suoni, stimolazioni tattili, investono il sistema sensoriale del

bambino che deve mettere in atto un rapido adattamento attivando meccanismi

biologici di difesa adeguati tra cui il più efficace è il sonno.

3) La nascita produce un enorme cambiamento nel sistema familiare. Contrariamente a

quanto si afferma i figli non sempre uniscono, talvolta possono anche dividere, proprio

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per questa ragione, oggi, si tenta di coinvolgere il padre sia durante la gravidanza, sia

al momento del parto. La psicanalisi è la psicologia sociale, hanno corretto il concetto

di perifericità del padre nei confronti del figlio perché se l’ambiente gli è favorevole, il

padre si mostra capace di prendersi cura del proprio bimbo allo stesso modo della

madre.

Il parto

L’atteggiamento, dei medici e paramedici, nei confronti della partoriente sta cambiando molto

lentamente e ancora in troppi ospedali la sala parto assomiglia ad una sala operatoria. Ad

attestare il cambiamento, rappresentativi sono i corsi di preparazione al parto dove alcuni

esperti insegnano una particolare tecnica di respirazione che facilita il travaglio e l’espulsione.

Sono ancora rari i casi in cui sono utilizzate pratiche, come il parto in acqua o il parto alla

Leboyer, che tendono a minimizzare i rischi di un’eccessiva stimolazione per il neonato e di

un’esagerata passività per la madre. I pediatri e gli psicologi si battono da quasi 20 anni

perché il neonato sia lasciato vicino alla madre fin dal primo momento, poiché, la relazione

madre-bambino inizia a strutturarsi proprio in questi primissimi contatti in cui i ritmi interni

ed esterni della madre e del piccolo devono trovare una sincronia ottimale.

La depressione da parto

La situazione del post-partum è molto delicata per la donna. Ella manifesta spesso sconforto e

uno stato generale di depressione, è particolarmente sensibile e piange frequentemente. In

genere questa situazione è temporanea e scompare dopo un periodo d’adattamento + o –

lungo, ma in casi rari può degenerare in sindromi depressive gravi.

Le interpretazioni che gli psicoanalisti hanno dato delle angosce suscitate nella donna dalla

gravidanza e dal parto, non sono concordi ma in genere possiamo affermare che la gravidanza

e il parto costituiscono una frase critica nell’evoluzione della donna, se non si sono superati i

conflitti adolescenziali, il bambino, il corpo della donna, la donna perché madre, possono

essere oggetti alternativamente buoni o cattivi in quanto oggetto di complessi investimenti

emotivi.

Nascita pre-termine

Un bambino si considera prematuro quando nasce prima delle 37 settimane di gestazione;

oggi la medicina permette la sopravvivenza in buone condizioni anche di bambini di 26/28

settimane gestazionali, che possono avere un peso dai 700 agli 800 gr.

Un bambino può poi essere prematuro ma non immaturo o immaturo e non prematuro o

entrambe le cose. Il peso adeguato è un fattore decisivo per lo sviluppo del bambino

prematuro perché questo si trova esposto alle stimolazioni esterne, prima che il suo sistema

nervoso sia giunto al livello maturativo per la nascita.

La prematurità è frequentemente accompagnata da patologie di varia entità, ed è per questa

ragione che è necessario ricostruire per lui un ambiente il più simile a quello intrauterino e

controllare in modo continuo le sue condizioni.

Il bambino prematuro è soggetto ad una terapia intensiva, viene sottoposto ad interventi

invasivi e spesso dolorosi in un ambiente in cui gli stimoli fisici sono piuttosto intensi

(rumorosità delle apparecchiature, luminosità eccessiva, ecc).

Il neonato è perciò a rischio non solo dal punto di vista organico ma anche da quello

psicologico in quanto gli vengono a mancare quelle braccia che dovrebbero contenerlo una

volta uscito dal riparo intrauterino, la diade simbiotica madre-bambino viene bruscamente

interrotta, divisa in quanto bisogna intervenire subito sul bimbo per evitare danni futuri.

IL PRIMO ANNO DI VITA

L’interesse per il neonato è cominciato nella prima metà dell’800 con le osservazioni di

Darwin su suo figlio Doddy, per trovare una conferma alla sua tesi di continuità fra il mondo

animale e quello umano. Sono sorprendenti le osservazioni fatte dal medico fisiologo Adolfo

Kussmaul, nel 1859, osservando circa 20 bambini appena nati e somministrando loro delle

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soluzioni dolci si osservava che il bambino cominciava a succhiare, mentre se si

somministrava una soluzione amara, storceva la bocca.

Freud stesso aveva considerato con grande attenzione l’origine della vita psichica nei primi

mesi di vita e sottolineato l’importanza dell’osservazione diretta del neonato. Viste queste

premesse, stupisce che l’interesse per il neonato sia ricominciato solo verso gli anni ’50-’60,

cioè un secolo dopo e che sia prevalsa per lungo tempo la convinzione che il neonato fosse un

essere inerte e passivo, quasi cieco e quasi sordo, bisognoso solo di cibo e calore, insomma un

tubo digerente come lo definivano i pediatri durante i primi 40 giorni di vita.

Delineiamo un profilo di neonato.

Chi è il neonato e cosa sa fare?

La definizione di neonato, sancita dall’organizzazione mondiale della Sanità, è stata

circoscritta al primo mese di vita. Quando un bimbo nasce, i primi esami a cui viene

sottoposto dai medici tendono a verificare se la sua reattività e il suo aspetto rientrano nei

criteri di normalità attraverso un esame neurologico molto semplice e attraverso

l’osservazione del suo aspetto fisico nei 10 minuti successivi alla nascita. Gli si attribuisce un

punteggio, detto APGAR, che va da 0 a 2 per ogni indice considerato: colorito della pelle,

respiro, tono muscolare e riflessi principali. Dai 7 punti in poi le condizioni del neonato sono

buone, in caso contrario ci sono segni di sofferenza.

Tra le principali attività del neonato abbiamo:

Le attività riflesse.

Nel neonato possiamo osservare una serie di movimenti riflessi che sono:

- Riflesso di moroapertura delle braccia quando si sente senza sostegno.

- Riflesso si marcia automaticase si solleva il bimbo in posizione eretta sorreggendolo

sotto le ascelle il neonato cammina muovendo i piedi unno dietro l’altro.

- Riflesso di rotazione del capo (rooting reflex)se si stimola la guancia, il bimbo ruota

la testa nella direzione della stimolazione.

- Riflesso Babinskyse si stimola la pianta del piede prima allarga le dita po le contrae.

- Riflesso di prensionese si preme con un dito il palmo della mano del neonato le sue

dita si flettono intorno al dito stringendolo.

- Riflesso di suzioneil neonato spinge le labbra e la lingua in direzione dell’oggetto

che le stimola.

- Riflesso di deglutizioneil bimbo deglutisce il latte che ha succhiato.

- Riflesso di contrazioneil bimbo ritrae il piede se viene punto con un ago.

I ritmi del neonato

Molte delle nostre azioni sono caratterizzate da ritmi in cui la temporalità è fondamentale.

Infatti, il ritmo, si può definire come l’interruzione di ciò che si sa e che ritorna o la

ripetizione d’eventi o fenomeni interrotti.

Tutta la nostra esistenza è fatta di ritmi naturali esogeni ed endogeni: gli anni, le stagioni,

l’alternanza del giorno-notte, i ritmi digestivi, del respiro,ecc..

Il ritmo diviene particolarmente importante negli scambi comunicativi: nel dialogo è

fondamentale rispettare la regola dell’alternanza se non si vuole prevaricare l’altro.

La ritmicità e la ripetività saranno molto importanti perché il neonato possa orientarsi nella

realtà per lui nuova.

A questo proposito ricordiamo la psicologia ingenua di molte generazioni aveva già scoperto

l’importanza della ritmicità: le ninnananne, le filastrocche con cui si cullava il bimbo, sono

testimonianza di una saggezza che non era certo tratta dai libri di psicologia

Lo stato

Se si osserva un neonato ci può sembrare che stia semplicemente dormendo o che stia sveglio,

ma da molto tempo gli studiosi hanno distinto varie modalità di sonno o di veglia:

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- Nel sonno profondo il bambino è in pieno riposo e mostra scarsa attività motoria. Le

palpebre sono chiuse, non vi sono movimenti spontanei degli occhi e i muscoli facciali

sono rilassati. Il respiro è profondo e regolare

- Nel sonno attivo il bambino mostra movimenti irregolari degli altri, movimenti

oculari frequenti. I movimenti respiratori sono periodici.

- Nel dormiveglia il bambino è tranquillo, con gli occhi chiusi o semiaperti,fa solo

movimenti leggeri

- Nella veglia tranquilla il bambino ha gli occhi aperti, fa pochi movimenti ed è in

grado di prestare attenzione alle stimolazioni.

- Nella veglia agitata il bambino si muove abbastanza, risponde poco agli stimoli e può

emetter qualche vocalizzo.

- Nello stato del pianto il bambino ha un’intensa attività motoria e non si interessa agli

stimoli se non a quelli che possono sedare il suo malessere.

- L’alternanza sonno-veglia è uno dei ritmi più evidenti e più importanti del neonato

dove il sonno occupa la maggior parte della giornata (16-18 ore al giorno).

La comunicazione

Molte ricerche ci indicano come la nascita non abbia completamente interrotto la sincronia tra

la madre e il bambino. Una ricerca interessante mostra che vi è una sincronia tra il sonno della

madre e il sonno del neonato: ponendo, infatti, la madre e bambino in due stanze contigue, è

stata registrata l’attività cerebrale di entrambi durante il sonno; ne è emerso che quando la

madre è in fase rem, il bambino è in sonno profondo e viceversa, il che fa pensare ad una

specie di veglia reciproca.

L’allattamento

Gli studi sull’etologia hanno dimostrato che l’attaccamento è un bisogno primario e che il

piccolo può sviluppare legami anche molto intensi con figure diverse da quella materna.

Nella maggior parte dei casi, il momento dell’allattamento è anche quello di maggior contatto

fra il piccolo e la madre in cui i due bisogni (quello alimentare e quello di contatto) vengono

soddisfatti simultaneamente e l’allattamento si configura come un momento di interazione

particolarmente importante.

Il pianto

E’ stato calcolato che un neonato piange in media due ore al giorno nelle prime settimane e

una dopo la quinta. Ogni neonato ha un particolare ritmo e una particolare intensità di pianto,

ma tutti esprimono una stato di disagio.

Oggi sappiamo del pianto molto di più, grazie all’aiuto della tecnica. E’ stato infatti possibile

registrare il pianto dei neonati sistematicamente e in diversi momenti della giornata e

individuarne poi, attraverso uno spettrogramma, le caratteristiche salienti.

Si è così stabilito che il neonato manifesta, fin dalla nascita, diverse modalità di pianto a

seconda dei bisogni che esprime: il pianto per fame, comincia in modo sommesso e raggiunge

dei toni molto acuti; il pianto per dolore, che ha inizio generalmente con uno strillo acuto e

con un successivo momento di apnea, e il pianto per disagio (freddo,sensazione di bagnato)

che ha sempre la stessa tonalità ed è prolungato fino a quando l’adulto non interviene.

Se il neonato dispone naturalmente di questo primo alfabeto, la madre impara ben presto a

comprenderlo: è, infatti, dimostrato che dopo circa una settimana, ella sa riconoscere le

diverse modalità di pianto del bambino e attribuire loro l’esatto significato.

Un risultato interessante delle ricerche sul pianto è che sembra sempre più probabile che il

neonato, fin dai primissimi giorni di vita, sappia distinguere il proprio pianto da quello di altri

neonati: se infatti gli viene fatto ascoltare un nastro registrato con il suo pianto egli si pone in

ascolto e non piange, se sente il pianto di altri neonati, piange a sua volta, mentre rimane del

tutto indifferente al pianto di un bambino più grande.

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I due-tre mesi: un importante cambiamento

Possiamo affermare che al termine del 2° mese di vita, grazie ad un processo maturativo della

corteccia cerebrale e all’esperienza, il bambino modifica notevolmente il suo comportamento

e acquisisce capacità nuove, infatti si assiste ad un notevole cambiamento nell’attività

percettiva, sia visiva che sonora, nei tempi di attenzione e nelle modalità comunicative.

Piaget aveva osservato che nello stadio senso-motorio che va dai 2 ai 4 mesi il bambino

acquisisce delle abitudini, compaiono quelle che egli definì reazioni circolari primarie, che

consistono nella ripetizione circolare di una schema d’azione, come se il bambino fosse

stimolato dal suo stesso risultato ottenuto la prima volta per caso.

Le 4 categorie fondamentali che consentono l’organizzazione della conoscenza (spazio,

tempo, causalità e nozione di oggetto) non regolano ancora i rapporti con la realtà del piccolo,

che continua ad essere completamente autocentrato e inconsapevole dell’esistenza autonoma

degli altri e degli oggetti.

Una data cruciale: gli otto-nove mesi

Gli otto-nove mesi sembrano segnare dei cambiamenti molto importanti nello sviluppo

cognitivo ed emotivo del bambino.

Per Piaget è dagli otto mesi in avanti che possiamo cominciare a parlare di intenzionalità

nell’azione.

Spitz individua quello che ha denominato angoscia dell’ottavo mese. Se nel periodo

precedente il bambino poteva tranquillamente sorridere a qualsiasi volto umano, ora egli

discrimina in modo chiaro i volti conosciuti d quelli sconosciuti e osserva attentamente

chiunque gli si avvicini. Ciò è dovuto al fatto che egli possiede ora delle immagini mentali più

stabili che gli consentono il confronto anche in assenza dell’oggetto di attaccamento.

Interessante è ricordare qui l’elaborazione teorica di Melanine Klein a proposito di quella che

viene definita posizione depressiva, che segna l’inizio di una forma di consapevolezza del Sé

come separato dagli oggetti che esistono in modo indipendente e il bambino comincia a

sperimentare i mezzi di cui dispone per agire sulla realtà esterna.

Se, attingiamo , alla teoria di Erikson dovremmo dire che il compito dell’ambiente è quello di

trasmettere al bambino la fiducia di base cioè un atteggiamento positivo verso la realtà che lo

circonda sulla base di una certa prevedibilità degli eventi e della sua acquisita capacità di

influenzarli in senso positivo. Erikson fa notare che la fiducia di base deve essere

controbilanciata da una certa dose di sana sfiducia verso ciò che non si conosce e che è

pertanto imprevedibile: il bambino, infatti, deve imparare a riconoscere le situazioni

pericolose ecc.

Winnicott esprime lo stesso concetto usando il termine holding che letteralmente significa

tenere in braccio ma che, metaforicamente, assume il più ampio senso del contenimento

protettivo: la madre ricostruisce con il suo corpo l’ambiente intrautrino e permette al piccolo

di sperimentare la realtà sviluppando un positivo senso di sé. Secondo Winnicott la madre

assume poi l’importante funzione di specchio, dal quale il bambino apprenderà “come è”.

Cioè svilupperà una propria identità più o meno positiva a seconda del riflesso che gli

rimanda l’ambiente. IL SECONDO E IL TERZO ANNO DI VITA

Dai 18 ai 24 mesi

E’ questo un periodo di passaggio in cui si vanno delineando molte nuove condotte e se ne

rinforzano altre.

Da un punto di vista motorio la differenza con il bambino di un anno è evidente soprattutto

perché la deambulazione si fa più sicura. Comincia a salire le scale ma deve essere aiutato,

riesce a sedersi su una seggiolina ma con una certa cautela; riesce a trascinarsi dietro

giocattoli che si muovono mentre cammina. Sa costruire una torre di pochi pezzi con i cubi ed

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è in grado di compiere qualche movimento più fine con la mano,(tipo prendere con la mano a

pugno un cucchiaio, voltare le pagine di un libro)

Lo sviluppo linguistico procede rapidamente: il bambino impara ogni giorno a pronunciare

nuovi vocaboli e ad imbastire i primi discorsi usando spesso le parole-frasi.

Ha, inoltre, una più completa consapevolezza della sua identità corporea, riconoscendosi allo

specchio. Un evento importante sul piano maturativi, è l’inizio del controllo degli sfinteri.

Dai due ai tre anni

Fra i due e i tre anni l’attività preferita dal bambino è quella dell’esercizio motorio. In pochi

mesi ha acquisito molte nuove coordinazioni che gli permettono di arrampicarsi, di correre, di

tirar calci, di saltare e di ballare. Anche la motricità fine è migliorata al punto che, può tenere

un bicchiere con una sola mano e portarsi il cucchiaio alla bocca senza far cadere il cibo.

Queste acquisizioni si accompagnano in genere ad una notevole vivacità che rende la vita

dura agli adulti.

Il linguaggio si fa sempre più articolato e complesso. Il bambino comincia a formulare frasi

composte di soggetto, verbo e complemento. Le parole possono essere ancora notevolmente

storpiate e pronunciate male. Secondo Piaget, in questo passaggio dall’intelligenza senso-

motoria a quella rappresentativa il linguaggio gioca un ruolo molto importante. Nel periodo

precedente, infatti, le parole servivano soltanto per accompagnare l’atto o per evocarlo, d’ora

in poi si staccano dagli schemi senso-motori per acquistare la funzione di ripresentare la realtà

stessa. Ci sono autori che non concordano sul significato da attribuire al linguaggio in questo

periodo della vita. Le due posizione storiche a questo proposito sono quelle di Piaget e di

Vygotskij che sono contrapposte. Per Piaget il linguaggio non è che una manifestazione dello

sviluppo del pensiero, mentre per Vygostskij il linguaggio è un importante mezzo di sviluppo

del pensiero. Per Piaget il pensiero è dapprima fondamentalmente egocentrico e solo in un

secondo tempo diviene sociale, per Vygostskij il contrario. La cosa importante è che per

Piaget lo sviluppo cognitivo è relativamente autonomo sia dalla dimensione sociale sia da

quella comunicativa, che, al contrario, sono fortemente influenzate e dipendenti dallo stadio di

pensiero raggiunto. Per Vygostskij la dimensione sociale è fondamentale e incide direttamente

sullo sviluppo delle altre funzioni.

Lo sviluppo affettivo

Ci troviamo per Freud nella fase anale mentre per Spitz nell’età del no.

Il bambino più capace sul piano cognitivo, diventa più autonomo dall’adulto. Gli asili nido e

le scuole materne sono forniti di spazi e di materiali, che facilitano nel bambino la

manipolazione di materiali morbidi e permettono l’elaborazione simbolica di questo suo

interesse per tutto il contenuto del proprio corpo e per tutto ciò che rappresenta

simbolicamente tale contenuto come: la farina, sabbia, terra ecc.

Il bambino tenderà anche a sporcare tutto ciò che gli capita a tiro, come se volesse lasciare

ovunque una traccia evidente di se.

E’ un periodo particolarmente delicato nello sviluppo della relazione genitori-figli, prima era

malleabile e dipendente, adesso dice sempre no e sfida gli adulti con un comportamento

oppositorio. Si tratta di un no autoaffermativo, che deriva da un lato dall’identificazione con

l’aggressore e dall’altro da una maggiore consapevolezza del Sé (Spitz).

Per Erikson ci troviamo nello stadio anale-muscolare dove si evidenzia che le due componenti

antagoniste del conflitto psicosociale sono l’autonomia e la vergogna. La posizione di Erikson

deriva dalle osservazioni sugli indiani d’america che non impongono alcuna regola ai bambini

a proposito di educazione degli sfinteri: più piccoli, infatti, apprendono spontaneamente dai

più grandi.

L’immagine del Sé

Il fatto di essere un io ben distinto dagli altri, appare a noi adulti un fatto del tutto scontato:

ma basta un semplice ragionamento per rendersi conto di come non lo sia. La nostra

immagine è nota agli altri, se non ci serviamo di uno specchio non sappiamo quali siano la

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nostra espressione e i nostri gesti. Una prova significativa è il nostro disappunto di fronte alle

foto in cui stentiamo ad accettare la nostra immagine e in cui spesso ritroviamo di “essere

venuti molto male”. La stessa cosa si può dire della nostra voce, che non conosciamo mai

nella sua versione esterna, tanto da stupirci quando per la prima volta la riascoltiamo

registrata.

Il riconoscimento della nostra immagine fisica è una conquista tardiva avviene nel secondo

anno di vita. Dal punto di vista teorico la costruzione dell’immagine del Sé è un problema che

ha a che fare sia con lo sviluppo cognitivo sia con lo sviluppo sociale, sia con i processi

intrapsichici e affettivo-relazionali. Dal punto di vista cognitivo implica capacità

rappresentative e concettuali, dal punto di vista sociale risente del contesto ambientale, dal

punto di vista intrapsichico è ovviamente soggetta alla spinta pulsionale e alle dinamiche che

spingono il soggetto alla soddisfazione dei bisogni primari ponendosi in relazione con altri.

Il Sé è stato definito da James come una dualità composta di Io e Me. L’ Io è il soggetto

dell’azione, della percezione delle emozioni, nel momento in cui queste si svolgono, una sorta

di epicentro di tutte le sue funzioni.

Il Me è l’oggetto rappresentato e conosciuto dall’Io. Con una metafora potremmo dire che è

l’Io rispecchiato nell’immagine mentale da lui stesso costruita.

Gli psicologi sociali e tutti gli psicologi che hanno sottolineato l’importanza dell’ambiente,

mettono in luce che sia la percezione che l’immagine del Sé derivino principalmente

dall’esperienza e dai contatti sociali (dall’oggetto e non dal soggetto), mentre gli psicologi

cognitivisti che pongono l’accento sulle caratteristiche e capacità intrinseche al soggetto.

Tutti concordano sul fatto che gli adulti devono fornire al bambino, fin dalla nascita, tutti gli

strumenti perché egli possa pian piano riconoscersi e costruire un’immagine si sé il più

possibile positiva. Tale immagine deve contenere tutti gli aspetti dell’Io, da quelli fisici a

quelli cognitivi, a quelli temperamentali.

Non dobbiamo mai dimenticare che i bambini assorbono come spugne l’ambiente circostante

è bene che tali informazioni costituiscono l’humus necessario alla formazione di quella che

Erikson chiamava la “fiducia base”.

Nel primo anno di vita l’adulto dovrà avere la piena consapevolezza che il neonato deve

imparare a conoscere il suo corpo perché non può sapere di possedere mani, gambe, braccia,

occhi, bocca ecc. Per questo il contatto corporeo frequente e la stimolazione cutanea durante il

bagno o il cambio, accompagnati dal commento verbale, sono pratiche che i genitori mettono

in atto spontaneamente per permettere al piccolo di “sentire il suo corpo” attraverso gli altri.

Interessanti esperimenti di Zazzo (1977), ci hanno chiaramente dimostrato, come

difficilmente prima dei 18 mesi il piccolo sia in grado di riconoscere la propria immagine. Già

dal 1948, egli esprimeva, con suo figlio, la tecnica che in seguito ha reso più sistematica: egli

poneva il bimbo davanti ad uno specchio o a sue fotografie osservandone i comportamenti e

gli eventuali riferimenti verbali o mimici a sé. Le successive indagini hanno condotto a

definire due momenti seguenti nel riconoscimento di sé: una prima fase di “oggettivazione” in

cui il bambino riesce a collocarsi come un oggetto fra gli altri, per giungere infine alla

corrispondenza fra immagine reale e immagine interiorizzata stabilmente.

Le ricerche di Zazzo sono state in seguito ripetute e perfezionate da lui stesso e da altri

ricercatori tramite videorestrazioni del comportamento del bambino allo specchio e tramite

l’uso della tecnica della macchia sul naso, grazie alla qual è possibile sapere con un buon

grado di certezza se il bambino riconosce o no il volto riflesso come proprio. La tecnica

consiste semplicemente nel fare una piccola macchia di inchiostro sul naso del bambino: se

egli, dopo aver osservato la sua immagine allo specchio, si tocca il naso nel tentativo di pulirsi

significa che si riconosce, se invece tenta di toccare lo specchio o resta indifferente, se ne

deduce che non si riconosce. 14

DAI TRE AI CINQUE ANNI

Introduzione

Il bambino comincia a farsi domande circa la realtà che lo circonda: viene, infatti, chiamata

anche “l’età dei perché” e i genitori e gli educatori sanno che a volte è davvero difficile far

fronte all’inarrestabile flusso di domande a cui li sottopongono i bambini.

Il bambino di tre anni ha ormai raggiunto molti traguardi del processo evolutivo: si è, infatti,

impossessato con una certa padronanza del linguaggio adulto con sui sa comporre frasi

sintatticamente complesse; si muove con maggiore sicurezza e agilità: accelera e rallenta, fa

improvvise fermate, sale le scale da solo alternando i piedi ecc. Sta acquistando anche una

manualità più fine che gli consente di tenere la matita più facilmente e di dedicarsi a giochi

che richiedono attenzione e controllo.

Dal punto di vista relazione il bambino di tre anni è ormai ben consapevole di se stesso e

dell’altro, sa esprimere i propri sentimenti ed emozioni, accetta alcune regole e imposizioni

dell’ambiente con maggiore consapevolezza, cerca l’approvazione dell’adulto, è in grado di

giocare con i coetanei rispettando alcune regole elementari.

Il suo mondo è ancora costituito prevalentemente dai genitori e dalle figure familiari, che sono

visti come onnipotenti e onniscienti. Il bambino desidera la presenza costante dei genitori e fa

molta fatica a separarsi da loro anche per brevi periodi.

Lo sviluppo cognitivo

Il periodo che va dai 3 ai 5 anni è così pieno di cambiamenti e di scoperte che diventa molto

difficile fare un quadro completo di tutte le competenze cognitive implicate: il linguaggio, la

memoria, la percezione, le capacità di concettualizzare e di categorizzare si evolvono

nell’arco di questi anni trasformando il bambino radicalmente.

Secondo Piaget il bambino è ancora nello stadio preoperatorio, ma dai 4 ai 7 anni si passa a

quello denominato intuitivo.

Gli oggetti per molto tempo sono ritenuti vivi e dotati di intenzionalità, così come lui è vivo e

dotato di intenzionalità; in un secondo momento saranno distinti in vivi, quelli che si

muovono, e inanimati, quelli che non si muovono, infine vivi, quelli che si muovono da soli e

inanimati quelli che non si muovono da soli.

L’animismo infantile è facilmente riscontrabile nei discorsi dei bambini, e gli adulti spesso lo

incrementano.

Questa caratteristica del pensiero accomuna il bambino agli uomini primitivi e li porta ad

animare l’universo intero e ad attribuire ad esso le stesse leggi del comportamento umano: la

notte sarà così un velo nero che viene steso sul mondo per far dormire i bambini e il sole

accompagnerà gli uomini nel loro cammino.

Questa forma di artificialismo e antropocentrismo porterà il bambino a credere che un lago

sia stato scavato da molti uomini armati di pale e che le montagne siano state costruite

cumulando terra o magari fatte germogliare da un sasso piantato da qualcuno.

Artificialismo e antropocentismo hanno come diretta conseguenza il finalismo, che induce il

bambino a pensare che tutto esista per qualche scopo legato alle attività umane.

Una particolarità, uguale e contraria alle precedenti , del pensiero del bambino è poi il

realismo, cioè la tendenza a confondere i contenuti della mente con oggetti concreti o esistenti

fuori della mente stessa: i sogni sono quasi reali, tanto che qualcuno altro, se presente nella

stanza da letto, potrebbe vederli; i pensieri sono assimilati alle parole e risiedono nella bocca.

Tutte queste proprietà del pensiero infantile, descritte da Piaget sono riconducibili alla

mancata distinzione tre mondo fisico e mondo soggettivo. << Come l’egocentrismo senso

motorio deriva da una mancata differenziazione fra l’Io e il mondo esterno, e non da

un’ipertrofia narcisista, così anche l’animismo e il finalismo esprimono una confusione o una

mancanza di distinzione fra il mondo interiore o soggettivo e l’universo fisico> .

>

Il concetto di egocentrismo ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. Si tratta di uno dei concetti

tipicamente piagentiani che sono stati più contestati negli ultimi decenni, ma che fu già al

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centro di una famosa polemica tra Piaget e Vygotskij. La questione deriva da equivoci

semantici lamentati già dallo stesso Piaget. Il termine significa qualcosa di molto diverso da

ciò che si intende nel linguaggio comune per egocentrismo, che finisce spesso per essere usato

come sinonimo di “egocentrismo”. Nello specifico, inteso come centrato sull’Io, si può essere

molto altruisti e altrettanto egocentrici, come quando regaliamo ad una persona ciò che piace

a noi. Ma anche questa accezione sociale, di difficoltà di mettersi dal punto di vista degli altri,

è piuttosto limitativa rispetto al concetto più generale, che vuole soprattutto significare la

difficoltà a coordinare punti di vista diversi o dimensione diverse dello stesso fenomeno;

infatti la capacità di fare questa operazione mentale viene indicata come pensiero decentrato.

Tuttavia, come centraggio su una singola dimensione, il concetto mantiene una sua validità ad

indicare addirittura una particolare organizzazione del pensiero che si presenta ricorsivamente

in determinate fasi dello sviluppo, quando, vale a dire, le rappresentazioni del bambino i

riorganizzano ad un livello superiore.

La teoria può essere chiamata in causa per spiegare difficoltà di comprensione da parte del

bambino prescolare verso problemi che, di per se stessi non hanno sulla di sociale. Mi

riferisco qui al famoso problema della conservazione della quantità, studiato tradizionalmente

con la prova del travaso dei liquidi: una certa quantità di acqua viene versata in un bicchiere

alto e stretto e poi viene travasata in un altro bicchiere basso e largo. Il bambino, che pure ha

assistito a questa operazione tende a negare che la quantità di acqua sia restata invariata. Uno

dei fattori che possono indurre in errore è l’incapacità a compensare le variazioni di altezza

con le variazioni della base dei due bicchieri, Il centraggio sull’una o sull’altra delle due

dimensioni porta inevitabilmente a concludere per una maggiore o minore quantità di acqua.

Un’altra caratteristica del pensiero in età prescolare, sempre secondo Piaget, è quella di

assumere le dimensioni in senso assoluto e quindi la difficoltà a valutare in relazione a

qualche altro termine di riferimento. Questa peculiarità si manifesta nella incapacità del

bambino nei compiti di seriazione, nei quali si chiede di ordinare, in senso crescente o

decrescente, tanti bastoncini di diversa lunghezza. In questa operazione, la dimensione di un

bastoncino sarà maggiore di quello che lo precede e minore di quello che lo segue ma la

difficoltà del bambino dimostra che la sua comprensione delle diverse dimensioni è assoluto:

questo bastoncino è molto lungo, quest’altro è molto corto ecc. Il bambino riesce in compiti in

cui il numero degli elementi è molto ridotto, per es. tre, ma non quando la serie è più lunga.

Queste difficoltà con la seriazione sono importanti in quanto da esse deriva la difficoltà a

comprendere pienamente il concetto di numero:in quanto le stesse proprietà concettuali della

seriazione dei bastoncini sono alla base della serie dei numeri naturali, quelli che vanno da 0 a

9.

La comprensione della mente

Molte ricerche stanno segnalando verso l’età dei 4 anni un importante cambiamento

qualitativo nello sviluppo del pensiero. Questo cambiamento consiste nella comparsa del

pensiero metarappresentativo, cioè nella capacità di rappresentarsi la rappresentazione in

quanto tale: in sostanza il bambino comprende che le persone agiscono in base alla

rappresetazione che hanno della realtà esterna. Questa struttura cognitiva viene anche definita

come pensiero ricorsivo, in pratica il pensiero che pensa il pensiero.

Supponiamo, per es, di offrire al bambino del nostro esperimento una scatola di cioccolatini

nella quale però abbiamo sostituito i cioccolatini on delle matite. Quando il bambino aprirà

questa scatola naturalmente si accorgerà del trucco e allora gli chiederemo cosa un suo

compagno si aspetterà di trovare nella scatola quando faremo anche a lui lo stesso scherzo.

Bambini sotto i 4 anni di età risponderanno quasi sempre che il loro compagno penserà di

trovare le matite, dimostrando così di attribuirgli la propria conoscenza della realtà. La

risposta corretta invece ( il mio compagno penserà di trovare i cioccolatini) dimostra la

capacità di:

1. Differenziare la propria rapprenstazione da quella degli altri;

16

2. Comprendere che la rappresentazione della realtà può essere difforme dalla realtà

stessa;

3. Capire che le azioni umane sono regolate dalla rappresentazione non dalla realtà in

quanto tale.

Questa procedura sperimentale va ormai sotto il nome di paradigma della falsa credenza.La

capacità di superare questa prova sulla falsa credenza viene generalmente considerata come

l’esordio di una teoria infantile della mente, cioè della comprensione che la mente umana è

essenzialmente un sistema che costruisce e organizza rappresentazione della realtà.

Ma cosa significa acquisire la comprensione metarappresentativa della mente?

La comprensione della mente implica la possibilità di disconnettere la rappresentazione dalla

realtà, vale a dire assumere la rappresentazione come uno stato cognitivo separato dal dato di

realtà; da ciò deriva anche che la metarappresentazione è referenzialmente opaca, perché essa

non ci permette di sapere alcunché in merito alla realtà rappresentata.

(se io in questo momento mi mettessi a parlare male di mio marito, voi sapreste soltanto qual

è la rappresentazione che io ho di mio marito, ma a rigor di termini non potreste concludere

niente in merito alla realtà cui mi sto riferendo).

Ma è soltanto a partire dai 4 anni che il bambino è in grado di disconnettere la

rappresentazione dalla realtà? Abbiamo già visto alcuni comportamenti infantili che sembrano

implicare questa operazione cognitiva. Pensiamo infatti al gioco simbolico: il bambino ha in

mano una banana e fa finta che essa sia il telefono. Evidentemente lui sta usando la

rappresentazione della banana avendola separata dal suo referente reale. Si può rilevare, dice

Lesile nel 1987, come nel gioco di funzione il bambino effettui tre operazioni cognitive:

attribuisce all’oggetto usato come simbolo caratteristiche diverse da quelle reali, se ne

rappresenta caratteristiche che non esistono nella realtà e rappresenta oggetti non esistenti.

Un’altra procedura sperimentale molto interessante consiste nell’incoraggiare il bambino a

dire bugie in quanto a rigor di logica la bugia deve essere fondata su una qualche teoria della

mente; infatti io dico una bugia quando:

1. Faccio un’affermazione falsa;

2. So che questa affermazione è falsa;

3. Spero che il mio interlocutore creda vera questa affermazione, cioè agisco

intenzionalmente sulla sua rappresentazione della realtà;

4. Cerco di indurre nel mio interlocutore il comportamento da me desiderato.

La corrispondenza tra bugia e comprensione della falsa credenza è stat dimostrta anche

empiricamente in quanto la capacità di dire bugie vere e proprie, in situazioni sperimentali

controllate, sembra emergere grosso modo verso la stessa età, cioè prima dei 4 anni.

Comunque una variazione sperimentale della bugia sembra fornire risultati di un qualche

interesse: se si chiede al bambino di dare una fregatura ad un compagno offrendogli una vera

scatola di cioccolatini o una scatola truccata le azioni corrette, dal punto di vista cognitivo,

sono significativamente più frequenti fin dai 3 anni. Cioè se si richiede al bambino una

prestazione sul piano dell’azione piuttosto che verbale, le sue competenze sarebbero più

precoci.

Lo sviluppo affettivo

Il bambino a tre anni manifesta una spiccata curiosità verso tutto ciò che non conosce, tale

curiosità sembra particolarmente viva nei confronti delle differenze sessuali. A ciò

contribuiscono le nuove capacità cognitive che lo spostarsi della zona esogena dalla mucosa

anale a quella genitale.

Secondo Freud verso i 3 anni, inizia lo stadio fallico caratterizzato dalla conflittualità epidica.

Il bambino scopre il proprio corpo e comincia ad esplorarlo e a toccarlo masturbandosi questa

curiosità viene ben presto estesa al corpo degli altri, siano essi adulti o bambini.

17

Sperimenta così il primo innamoramento che, secondo Freud, non può che essere rivolto al

genitore di sesso opposto che rappresenta il prototipo di appetibilità e che è già, in quanto

genitore, l’oggetto d’amore più ambito per il bambino.

Freud ha denominato questa vicenda complesso di Edipo, facendo riferimento alla nota

tragedia di Sofocle, per sottolineare la drammaticità.

La risoluzione del conflitto, epidico si attua, dunque, sia nel maschio che nella femmina

attraverso l’identificazione con il genitore dello stesso sesso, processo che porterà ad una

prima identità sessuale e alla formazione del Super-Io che permetterà al bambino di accettare

i limiti imposti dall’ambiente e di adattarsi alla società in cui vive.

Problemi particolari dai tre ai cinque anni

Il mondo dell’immaginario e della fantasia

Occorre fare una distinzione iniziale fra immaginario e fantasia, termini usati spessi come

sinonimi ma che, come osserva Setter nel 1994, vanno opportunamente definiti:

l’immaginario è il patrimonio di materiali mentali (derivanti da esperienze compiute, da cose

ascoltate, da letture fatte ecc) ai quali la fantasia attinge per le sue elaborazioni, la fantasia è

invece un insieme di costruzioni (che si possono esprimere in immagini, in musica, in parole,

in gesti) più o meno articolate e complesse, più o meno vicine alla realtà esperita (provata). Il

bambino comincia dapprima ad usare l’immaginario, e solo in un secondo momento la

fantasia vera e propria.

Il pensiero del bambino in età prescolare è caratterizzato da un continuo oscillare tra realtà e

fantasia, tra mondo interno e mondo esterno. Occorreranno parecchi anni perché i confini

siano ben delineati e, di conseguenze, il bambino divenga cosciente della propria e altrui

capacità immaginativa. E’ questa la ragione per cui un bambino crede così facilmente

all’esistenza di creature magiche come la Befana e Babbo Natale.

Anna Freud ha visto l’uso della fantasia, nella prima infanzia, come difensivo dall’angoscia

della realtà ma ha ritenuto che nel corso della vita adulta esso possa rappresentare un pericolo

quando costituisce una gratificazione fittizia e una fuga dalla realtà troppo ansiogena o

frustante. Tuttavia la stessa Anna Freud ha sottolineato che la fantasia è in se stessa qualcosa

di positivo e non è necessariamente correlata alla mancanza di riconoscimento della realtà.

Lo sviluppo della fantasia è legato alla capacità di giocare, di usare metafore, di trovare

soluzioni creative ecc. E’ evidente che lo sviluppo dell’immaginario e della fantasia è

strettamente correlato alle capacità cognitive.

Le fiabe

Le fiabe ( da distinguere nettamente dalle favole, che generalmente hanno una morale e un

intento educativo) sono sempre racconti puramente fantastici e irreali, hanno il solo scopo di

divertire. E’ risaputo e scontato che ai bambini piacciono le fiabe e che esse vengono

raccontate dai genitori, dai nonni e da altre figure familiari.

La lettura psicologica e pedagogica sulle fiabe è abbastanza nutrita. E’ interessante ricordare

la discussione sorta negli anni 60 a proposito dei contenuti delle fiabe e del loro valore

educativo: alcuni psicoanalisti sostenevano che le fiabe sono importanti perché permettono al

bambino una rielaborazione fantastica del suo mondo interiore, attraverso proiezioni e

identificazioni con personaggi simbolici,, mentre una buona parte dei pedagogisti e degli

psicologi ritenevano che i contenuti cruenti e truculenti di molte fiabe fossero dannosi e

creassero paure ingiustificate, senza contare il fatto che in alcune fiabe è il furbo ad essere

premiato dalla sorte e non il buono.

La parola dei bambini a questo proposito è molto chiara: da un’indagine condotta in Italia su

bambini fra i 3 e gli 8 anni, risulta che la preferenza va alla fiabe classiche specialmente

quando vengono raccontate piuttosto che lette e se poi il narratore riesce ad accentuare la

18

mimica espressiva in modo da rendere più spaventoso il contenuto della favola, meglio

ancora! E alla fine, in genere proprio quando la favola si fa più drammatica, il bimbo si

addormenta….dimostrando così di non esserne troppo turbato.

L’amico immaginario

Alcuni bambini di età prescolare si inventano un amico e con lui parlano, giocano, fanno

chiacchierate al telefono come se esistesse davvero: egli diventa parte integrante della vita

quotidiana e spesso è necessario apparecchiare la tavola anche per lui. E’ interessante

osservare un bambino che parla con il proprio amico immaginario, perché egli rispetta i turni

del dialogo ascoltando e rispondendo a tempo debito esattamente come se stesse interagendo

con qualcuno. Alcuni ricercatori hanno catalogato fra gli amici immaginari anche animali di

stoffa, quando essi vengono trattati dal bambino come persone vive, ma mancano ancora dati

sicuri sul ruolo svolto dall’amico immaginario sul piano cognitivo ed emotivo.

L’età scolare

Il periodo della vita che va dai 5 ai 10 anni coincide, in quasi tutti i paesi, con quello della

scolarità vera e propria. Il bambino appare infatti come molto più docile e cooperativo, più

capace di accettare l’imposizione delle regole sociali, più interessato a ciò e a chi lo circonda.

In casa, tenta di imitare sempre più il comportamento degli adulti ed è disponibile all’aiuto,

fuori di casa è più autonomo e cerca sempre meno i genitori assenti, dedicandosi al gioco

sociale e alle attività di gruppo con maggiore pertinenza e impegno. I coetanei diventano più

importanti che nelle epoche precedenti e nascono le amicizie. L’intero periodo viene definito

come terza infanzia

Lo sviluppo cognitivo

Sullo sviluppo cognitivo in età scolare sono state condotte numerosissime ricerche, dato che il

compito più importante del bambino di quest’età è l’apprendimento di nuove capacità e

nozioni, fra cui la lettura, la scrittura, il concetto di numero ecc.

Prendendo ancora una volta come punto di riferimento la teoria di Piaget, dobbiamo ricordare

che questo stadio è caratterizzato da nuove forme organizzative dei processi mentali che

assicurano un equilibrio più stabile.

Il bambino è capace di coordinare più punti di vista e di tenere perciò conto della prospettiva

dell’altro. E’ questa nuova acquisizione che permette al bambino di cooperare con i coetanei e

di accettare nuove regole. La proprietà dell’identità e della reversibilità consentono al

bambino una maggiore costanza dei rapporti e delle caratteristiche degli altri. Nascono solide

amicizie che non dipendono più soltanto dall’andare o meno d’accordo in un certo momento o

in una certa situazione né dal fare qualcosa insieme, ma si basano sulle caratteristiche

dell’altro.

La reversibilità porta alla comprensione quasi definitiva delle dimensioni temporale e

spaziale. Non è un caso che i programmi scolastici prevedano l’insegnamento della storia e

della geografia soltanto a partire dalla terza elementare.Il tempo diviene pian piano quello

dell’orologio e non più soltanto legato agli stati psicologici o alle routine giornaliere.

L’acquisizione della conservazione della sostanza permetterà si al bambino di comprendere

che la quantità di un liquido contenuto in un vaso alto e stretto, se versato in un vaso largo e

basso, non cambia, ma gli consentirà anche nella vita di tutti i giorni di compiere azioni a fare

previsioni sugli oggetti del mondo fisico più precise.

Piaget ritiene, infatti, che le nuove capacità conservative dovute all’emergere di strutture

logiche reversibili, consentano, dai 7-8 anni in poi, di appropriarsi di queste due nozioni, che

si costruiscono in successione, prima il peso poi il volume.

Tra i vari esperimenti fatti da Piaget, è bene ricordare: la seriazione, cioè la capacità di

ricostruire una serie di elementi dal più piccolo al più grande o viceversa; la classificazione,

cioè la capacità di organizzare l’esperienza in termini di categorie o classi; l’inclusione, cioè

19

la possibilità di comprendere che un elemento può appartenere a più classi contenute le une

nelle altre.

L’interesse per i rapporti fra sviluppo cognitivo e lessicale ha condotto a interessanti ricerche

sui cambiamenti nel lessico dei bambini dopo i 5 anni. Ci si è resi conto che esistono due tipi

fondamentali di regole applicate dal bambino; quelle che servono per acquisire parole nuove e

quelle che servono per comprenderne meglio il significato. Sembra che le prime predominano

fino agli 8 –9 anni, mentre tendono a lasciare il posto alle seconde con l’aumentare dell’età.

Lo sviluppo affettivo sociale

Se facciamo riferimento alle teorie psicoanalitiche, quest’età viene denominata età di latenza.

L’età di latenza è, secondo Freud, molto importante per il consolidarsi dell’Io e la formazione

del Super-Io.

In poche analisi di cui disponiamo hanno portato alla convinzione che esistano due periodi di

latenza: uno, dai 5-6 anni agli 8, un secondo dagli 8 ai 10.

Nella prima fase il bambino sarebbe ancora sotto una forte spinta dell’Es e se ne difenderebbe

grazie all’affermarsi del Super-Io; nella seconda ci sarebbe una stasi vera e propria delle

cariche pulsionali.

PROBLEMI PARTICOLARI DELL’ETA’ SCOLARE

Alcune riflessioni sulla giornata del bambino nella nostra società

Da quando nasce un bambino, in molte famiglie di oggi, la preoccupazione principale è quella

di trovare qualcuno a cui affidarlo, ma anche di fare in modo che il suo giocare sia finalizzato

a qualcosa, che il suo stare con gli altri gli insegni qualcosa: di nuovo che non si perda tempo.

L’asilo nido sarà così ribattezzato “la prima scuola”, cui farà seguito la scuola materna.

Lo sviluppo del bambino è una questione di equilibri molto delicati, che hanno a loro volta

bisogno di poggiare su equilibri stabili sia nella famiglia che nelle istituzioni, forse questo non

è storicamente il momento migliore perché ciò avvenga. Ci troviamo in un’epoca di grandi

squilibri e di grande confusione. La giornata dei nostri bambini non può dunque che riflettere

questa confusione e questo malessere. I ritmi a cui si devono adattare non certo adeguati alle

loro capacità attentive e rielaborative. Qualcuno dice che il bambino è come una carta

assorbente, ma non sempre si è attenti a ciò che assorbe e né a come lo assorbe. Crediamo, per

es., che i bambini di oggi comprendono più cose di quelli di ieri solo perché si impossessano

abbastanza precocemente di un vocabolario ricco e apprendono molte nozioni, ma non siamo

in grado di dire quale sia il loro livello di reale comprensione. Il valore delle informazioni non

dovrebbe stare nella quantità, ma nella qualità.

Il bambino e l’animale domestico

La convivenza con un animale domestico può costituire un importante mezzo di conoscenza e

di sostegno affettivo.Il rapporto che si instaura tra un bambino e il proprio animale sono

orientati a metterne in luce gli aspetti affettivi, mentre si sa poco di quelli cognitivi.Fin dalla

primissima infanzia, il bambino si abitua ad avere intorno a sé immagini di animali “addolciti

e inzuccherati”, come i suoi pupazzi di peluche o i poster di gattini e cagnolini nelle pose più

accattivanti.

Dalle ricerche in ambito clinico emerge che gli aspetti affettivi della relazione sono molto

positivi per il bambino. La cosiddetta pettherapy (coccolare) o UTAC (uso terapeutico

dell’animale da compagnia) dà ottimi risultati in molti casi di patologie dell’infanzia e

dell’adolescenza: il prendersi cura e il diventare responsabile di un animale, che ricambia con

tenerezza e manifestazioni di attaccamento, porta a notevoli miglioramenti. Nata negli Stati

Uniti nella seconda metà del secolo, la terapia con animali sta rapidamente estendendosi

anche in Europa.

Molto nota è l’ippoterapia, rivolta a soggetti con deficit motori e a scarso controllo della

motricità come spastici o emiplegici, in cui il contatto con animali dalla muscolatura possente

e armoniosa come i cavalli produce un progressivo miglioramento del controllo.

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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze e tecniche di psicologia cognitiva
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Diavoletto Aldo.

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