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Psicologia dello sviluppo – Teoria Piaget

Appunti di Psicologia dello sviluppo – Teoria Piaget. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: La teoria di piaget sullo sviluppo mentale del bambino, Reazioni circolari primarie, Reazioni circolari secondarie, fase pre-concettuale, ecc.

Esame di Psicologia dello sviluppo docente Prof. A. Caratozzolo

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ESTRATTO DOCUMENTO

Nel Io caso l'errore è dovuto al fatto che egli ha tenuto conto solo del livello

raggiunto dalle biglie e non anche della forma del vaso, mentre nel IIo caso il

maggior spazio occupato dalla fila dei vasetti ha dominato la sua valutazione.

In sostanza ciò che non ha compreso è stata l'invarianza (o conservazione)

della quantità al mutare delle condizioni percettive.

Molto importante in questa fase è lo studio psicologico dei disegni infantili.

D) Da 7 a 11 anni.

Fase delle operazioni concrete.

Il bambino è in grado di coordinare due azioni successive; di prendere

coscienza che un'azione resta invariata, anche se ripetuta; di passare da una

modalità di pensiero analogico a una di tipo induttivo; di giungere ad uno

stesso punto di arrivo partendo da due vie diverse. Non commetterà più gli

errori della fase precedente.

Un ingegnoso esperimento di Piaget illustra bene queste nuove capacità. Si

mettano davanti al bambino 20 perle di legno, di cui 15 rosse e 5 bianche. Gli

si chieda se, volendo fare una collana la più lunga possibile, prenderebbe

tutte le perle rosse o tutte quelle di legno. Il bambino, fino a 7 anni,

risponderà, quasi sempre, che prenderebbe quelle rosse, anche se gli si fa

notare che sia le bianche sia le rosse sono di legno. Solo dopo questa età,

essendo giunto al concetto di "tutto" e di "parti", indicherà con sicurezza

quelle di legno.

Naturalmente il bambino fino a 11 anni è in grado di svolgere solo operazioni

concrete, non essendo ancora capace di ragionare su dati presentati in forma

puramente verbale. Ad es. non è in grado di risolvere il seguente quesito, non

molto diverso da quello delle perle. Un ragazzo dice alle sue tre sorelle: In

questo mazzo di fiori ce ne sono alcuni gialli. La prima sorella dice: Allora tutti

i tuoi fiori sono gialli. La seconda dice: Una parte dei tuoi fiori è gialla. La

terza dice: Nessun fiore è giallo. Chi delle tre ha ragione?

E) Da 11 a 14 anni.

Fase delle operazioni formali.

Il pre-adolescente acquisisce la capacità del ragionamento astratto, di tipo

ipotetico-deduttivo. Può ora considerare delle ipotesi che possono essere o

non essere vere e pensare cosa potrebbe accadere se fossero vere. Il mondo

delle idee e delle astrazioni gli permette di realizzare un certo equilibrio fra

assimilazione e accomodamento. Egli è in grado di comprendere il valore di

certi oggetti e fenomeni, la relatività dei giudizi e dei punti di vista, la parità

dei diritti, la distinzione e l'indipendenza relativa tra le idee e la persona, ecc.

è altresì capace di eseguire attività di misurazione, operazioni mentali sui

simboli (geometria, matematica...) ecc.

Famoso è l'esperimento del pendolo ideato da Piaget. Al soggetto viene

presentato un pendolo costituito da una cordicella con un piccolo solido

appeso. Il suo compito è quello di scoprire quali fattori (lunghezza della corda,

peso del solido, ampiezza di oscillazione, slancio impresso al peso), che ha la

possibilità di variare a suo piacere, determina la frequenza delle oscillazioni.

Lavorando su tutte le combinazioni possibili in maniera logica e ordinata, il

soggetto arriverà ben presto a capire che la frequenza del pendolo dipende

dalla lunghezza della sua cordicella.

Ovviamente il pensiero logico-formale non è ancora quello teorico-scientifico,

che non si forma certo nel periodo adolescenziale.

PIAGET CRITICATO DA VYGOTSKY

I) Gli esperimenti condotti da Vygotsky condussero lo scienziato russo a risultati

opposti a quelli ottenuti da Piaget. Secondo Vygotsky, Piaget è andato a cercare

nell'analogia con la logica formale e matematica (contemporanea) la possibilità di

dare un fondamento razionale alla psicologia. Egli si è rivolto alla logica formale

perché con essa credeva di poter stabilire definitivamente il concetto di invarianza

dell'oggetto, per eliminare così le rappresentazioni illusorie del soggetto. Non a caso

la maggior parte delle sue ricerche si riferisce alla ricostruzione delle tappe

evolutive del principio di conservazione (o invarianza) della quantità-sostanza-peso-

volume degli oggetti. La matematica infatti possiede il più forte apparato di

descrizione delle invarianti. Di qui il formalismo di Piaget: il suo pensiero è genetico

solo in senso cronologico non ontologico, è classificatorio-combinatorio-meccanico,

non concettuale-dialettico.

II) Secondo Piaget il legame che unisce tutte le caratteristiche specifiche della logica

infantile è l'egocentrismo, che sarebbe una posizione intermedia tra il pensiero

autistico e quello controllato (adulto). Il pensiero del bambino sarebbe

originariamente autistico e solo con la pressione sociale diventerebbe realistico:

questo perché ciò che interessa al bambino è la soddisfazione di piaceri, in antitesi

al principio di realtà. Piaget avrebbe preso da Freud: a) l'idea che il principio del

piacere preceda quello di realtà; b) l'idea che il piacere sia una forza vitale

indipendente.

Vygotsky invece afferma che lo sforzo per ottenere la soddisfazione di un

bisogno e lo sforzo per adattarsi alla realtà non sono separabili né opponibili,

altrimenti c'è patologia.

III) Piaget sostiene che il gioco (immaginazione) è la legge suprema

dell'egocentrismo fino a 7-8 anni. Vygotsky invece sostiene che la funzione primaria

del linguaggio -nei bambini e negli adulti- è la comunicazione. Il primo linguaggio è

quello sociale (globale e plurifunzionale); in seguito le funzioni si differenziano, cioè

si egocentrizzano, permettendo allo sviluppo del pensiero e del linguaggio

d'interiorizzarsi. In altre parole, ad una certa età il linguaggio diventa anche

egocentrico, ma resta sociale, poiché l'egocentrismo rappresenta soltanto

un'interiorizzazione di forme di comportamenti sociali. Nell'adulto c'è il linguaggio

interiore (linguaggio egocentrico in profondità), che si sviluppa all'inizio dell'età

scolare.

Vygotsky poté costatare che di fronte alle difficoltà il coefficiente del

linguaggio egocentrico raddoppiava, ma proprio perché con esso il bambino

realizzava un processo di presa di coscienza che lo portava, in un modo o

nell'altro, a cercare una soluzione del problema.

E' noto il suo esempio: mentre un bambino di 5 anni stava disegnando un

tram, gli si ruppe la matita. Accortosi ch'era del tutto inservibile, decise di

usare gli acquerelli, disegnando un tram rotto dopo un incidente; egli

continuava di tanto in tanto a parlare con se stesso circa il cambiamento del

suo disegno. In pratica il linguaggio egocentrico fungeva da mediatore fra

quello vocale (se vogliamo "autistico") e quello "interiore" (quello che dà

"senso" alle cose).

Qual è la differenza, sotto questo aspetto, fra l'adulto e il bambino? Secondo

Vygotsky, il linguaggio egocentrico del bambino è stato così interiorizzato

dall'adulto ch'esso, in questi, non si manifesta più come tale. Piaget direbbe

che non si manifesta più perché è scomparso; in realtà esso è stato solo

"interiorizzato".

L'egocentrismo quindi è quella molla che permette di non essere soffocati dal

conformismo sociale, per sua natura ripetitivo. Piaget invece pensava che il

bambino diventasse adulto nel momento stesso in cui usciva dal piacere

egocentrico per entrare nel dovere sociale.

IV) Secondo Vygotsky il pensiero autistico è un risultato del pensiero realistico di

Piaget, poiché questi pretende che il pensiero realistico - sganciato da bisogni-

interessi-desideri -sia "puro", capace di ricercare la verità per se stessa. Secondo

Vygotsky il pensiero realistico di Piaget si trasforma in autistico perché presume di

soddisfare con la fantasia i bisogni frustrati della vita (la logica staccata dalla vita

porta all'irrazionalismo).

Va considerata superata la tesi che vede il pensiero egocentrico come un legame

genetico tra quello autistico e quello logico-controllato. Nelle sue prime

pubblicazioni, Piaget spostava addirittura fino all'età di 7-8 anni la presenza del

pensiero egocentrico dominato dall'esperienza del gioco.

V) In Piaget l'apprendimento del bambino utilizza i risultati dello sviluppo senza

modificarlo. Piaget vuole studiare l'apprendimento a prescindere dalle esperienze,

conoscenze e cultura del bambino. Ecco perché egli pone dei quesiti ai quali il

bambino non è in grado di rispondere: p.es. "perché il sole non cade?". Piaget vuol

costringere il bambino a lavorare su problemi del tutto nuovi, illudendosi di poter

studiare le tendenze del suo pensiero in forma pura.

VI) Piaget si è preoccupato di descrivere le operazioni mentali, ma non si è

preoccupato di delineare una didattica che modifichi la situazione in cui si svolge

l'apprendimento.

VII) Piaget non prende in considerazione i fattori culturali che condizionano le

risposte del bambino (cioè le acquisizioni anteriori, ovvero l'appartenenza a un

gruppo, ceto sociale…). Gli interessa soltanto descrivere le differenze del

comportamento mentale del bambino, a seconda delle età, rispetto al

comportamento mentale dell'adulto. Tuttavia può essere considerata acquisita la

ripartizione degli stadi conoscitivi: intelligenza senso-motoria, esperienze concrete,

operazioni formali.

Il bambino come soggetto di educazione al diritto

Per iniziare qualsiasi argomento è senza dubbio necessario iniziare a capire il

fondamento di una possibile pedagogia legale. Perché insegnare la legalità? Spesso

si accusa la scuola elementare di aver introdotto nei suoi programmi troppe materie

e ora si vorrebbe proporre una nuova disciplina? Soprattutto quale vantaggi

apporterà all’educando un tale argomento? Su un piano psicologico è assodato che

il bambino si sviluppi da una fase individuale fino a quella sociale. Attraverso questo

sviluppo si incontra necessariamente la dimensione normativa. Per poter interagire

con gli altri, bisogna che si conoscano le regole dell’ambiente sociale, in seno a cui

nasce l’agire. Se è vero, tuttavia, che la consapevolezza della dimensione

normativa, emerge solo molto più tardi, si può affermare che a livello rudimentale

questa è presente fin dai primi tempi, da cui il bambino scopre di essere un

soggetto diverso e autonomo.

2. 2. 1 - La giustificazione psicologica: Piaget e il gioco delle biglie.

Nei processi educativi si possono riconoscere due piani educativi l’uno naturale,

l’altro per così dire artificiale. Non vi è dubbio che l’educazione sia prima di tutto un

processo naturale ovvero, per usare un termine in voga, spontaneo. Non è

necessaria alcuna particolare istituzione, perché inizi un processo educativo fin

dalle prime fasi dell’esistenza del bambino.

L’educazione, intesa come processo di apprendimento, è un comportamento

naturale, probabilmente lo strumento di sopravvivenza del bambino. Fin dai primi

momenti il bambino apprende a vivere e ed interagire con l’ambiente che lo

circonda. L’imitazione è il primo mezzo, dove, tuttavia, il neonato non si limita a

copiare, ma fin dall’inizio interpreta quanto gli accade. Si instaura in questo modo

un forte legame con la madre, imita i suoni che ascolta (lallazione), offre risposte

agli stimoli che gli provengono dall’ambiente. Si pensi al riconoscimento corporeo

del bambino attraverso lo specchio. L’educando impara a capire la propria

immagine grazie ai movimenti riflessi di se stesso. Alza il braccio, sorride tutto ciò

gli permette di capire a poco a poco di essere qualcos’altro dalla propria madre, un

entità simile, ma diversa. La base di questo riconoscimento è ontologico. Madre e

figlio sono due soggetti differenti e l’apprendimento permette di comprendere la

diversità, ovvero la soggettività. Questo della soggettività è la prima fase dello

sviluppo.

In questa sede, tuttavia, interessa soprattutto lo sviluppo etico-giuridico del

bambino. Secondo i noti studi di Piaget il bambino passa da una fase egocentrica ad

una, che lo studioso ginevrino definisce di reversibilità e reciprocità. Durante

l’infanzia, fino almeno ai 5\6 anni, il bambino interpreta il mondo e la propria

esistenza se non in funzione di se stesso e della propria famiglia, unico “altro”, con

cui ha contatto. Tuttavia ciò non significa che il bambino è un essere a-sociale. Gli

studi sul gioco collettivo svolti sempre da Piaget sono estremamente eloquenti.

Durante il gioco iniziano a svilupparsi spontaneamente le idee di responsabilità,

reciprocità, rispetto delle norme, che sono peraltro concetti di base del diritto.

Questo passaggio, almeno sul piano psicologico, costituisce la transizione da una

morale eteronoma, cioè imposta da altri (genitori), a una fase autonoma, dove il

soggetto decide da solo di seguire una norma, unico veicolo di coesione sociale. Si

scopre che per giocare a una partita di calcio non è sufficiente seguire la propria

libera determinazione, ma è necessario adattarsi ad una costellazione di norme,

senza le quali non vi potrebbe essere neppure il gioco.

Piaget divide lo sviluppo del bambino per quanto riguarda le regole in quattro fasi

distinte. Nella prima detta individuale e che si dispiega tra gli 0 e i 2 anni il bambino

percepisce se stesso come un tutto unico rispetto all’ambiente esterno. Non vi è

distinzione tra sé e il mondo. Anche durante la seconda fase, denominata

dell’egocentrismo tra i 2 e i 5 anni, non si può ancora parlare di una vera e propria

consapevolezza nel bambino dell’idea di regola. In questa fase l’infante percepisce

tutto il mondo in funzione di se stesso e per se stesso. Tutto, le cose e le persone,

esistono e si muovono solo in funzione dei propri bisogni. E’ vero che in quest’età

iniziano i primi giochi, anche collettivi, ma il bambino non riconosce una vero e

propria dimensione delle regole se non in funzione dei propri bisogni.

Solo nella terza fase tra i 7 e gli 11 anni, chiamata dallo studioso ginevrino “età

della cooperazione” il bambino inizia a scoprire la regola, anche se sono molto

vaghe e spesso contraddittorie tra di loro. Famosi gli esperimenti di Piaget sul gioco

delle biglie, dove si dimostra che i bambini di 8\9 anni sanno che vi sono regole da

seguire, perché il gioco possa realizzarsi, ma hanno la tendenza di modificarle,

magari a proprio vantaggio.

Finalmente tra gli 11 e i 12 anni il bambino – fase della codificazione – non solo è

consapevole dell’esistenza delle regole, ma anche della loro stabilità. In questa fase

intuisce che la regola vale per tutta la società. Infatti, chiedendo a classi differenti le

regole di un gioco, i bambini di quell’età risponderanno in modo simile. Analizziamo

un po’ più a fondo la terza e quarta fase, in quanto più direttamente interessano la

pedagogia legale. Verso i 7 anni ciò che attira un bambino al gioco non è solo la

competizione, ma il piacere di usare regole comuni per stare insieme e formare una

strategia comune.

La fase “critica” inizia quando il soggetto-singolo incontra altri simili. All’asilo o nei

primi anni delle elementari il bambino deve iniziare a agire con altri bambini.

Questa è la fase “legale” che accompagnerà ciascun uomo nell’avventura della vita.

Se è vero che la società si fonda sulle proprie norme giuridiche, è altrettanto vero

che apprendere tali norme, o meglio interiorizzarle, significa vivere nella propria

società.

Questa dunque è il momento durante cui, si può affermare, nasce il sociale. Non

importa ancora rendere esplicite le regole che fondano un gruppo, più

semplicemente si riconosce che c’è un qualcosa che lega tutti i coetanei.

Naturalmente la tendenza in questa fase è di modificare, manipolare le regole, ma

si comprende che in un modo o in un altro non sono evitabili. Mentre nella fase

dell’egocentrismo l’altro esisteva, ma doveva agire solo in funzione di se stesso,

nella fase della cooperazione l’altro esiste e interagisce con il sé grazie alle regole.

Inizia ad apparire il concetto della reciprocità. Perciò Piaget può concludere: “Le jeu

est donc devenu social. Nous disons “devenu”, parce que c’est seulement à partir

du présent stade qu’une coopération réelle s’établit entre les jouers. Précèdemment

chacun jouait pour soi.” Nell’ultima fase il bambino non solo conosce le regole, ma

cerca di codificarle e renderle comuni a tutte le situazioni analoghe. L’interesse del

bambino è per la regola in quanto regola. […] l’interet, parait etre un interet pour la

règle comme telle.”

Perciò la prima esperienza sociale si trasforma in percezione della dimensione

giuridica. Tutto ciò avviene attraverso un processo spontaneo, ma è esattamente

questo sviluppo naturale che fonda una pedagogia legale. Naturalmente, soprattutto

nei primi anni di vita, quando non si è ancora sviluppato un vero e proprio pensiero

astratto, l’approccio educativo dovrà essere esperenziale, magari grazie al gioco

che rappresenta il primo incontro con le norme.

Poi man mano si raggiungerà un insegnamento sempre maggiormente astratto.

Un’educazione alla legalità è necessaria, se consideriamo la condizione attuale

dell’adolescente. E’ certo che un giovane alle soglie dell’età adulta vive un forte

contrasto interiore. Da una parte è ancora attirato dal mondo infantile, dall’altra

spesso con forte sofferenza viene trascinato verso la dimensione dell’autonomia e

della responsabilità personale. Questo fenomeno, però, è reso più difficile dalla

moderna società. L’entrata nella pubertà è molto più precoce, ma non altrettanto

l’indipendenza economica. Si assiste a giovani adulti, che vivono volontariamente o

involontariamente in una realtà permanentemente semi-infantile. Questa situazione

innesca comportamenti di grande irresponsabilità, che, qualora non fossero al più

presto guidati, si consolidano in condotte a-sociali e criminali. La legalità si

trasforma in un mezzo per guidare il senso naturale alla collaborazione tra gli

individui. In una società della comunicazione dove, però, paradossalmente, il senso

della solitudine è molto forte, una pedagogia legale può risvegliare il senso dell’altro

e di tutti i suoi innumerevoli bisogni, permettendo di far sentire il sentimento di

appartenenza del bambino.

Teoria di Piaget

Biografia: nato in Svizzera nel 1896, scrisse più di 75 libri, oltre a numerosi articoli,

di cui il primo, sui passeri albini, all’età di 7 anni.

E’ stato definito “il signor psicologia infantile”, “il gigante della psicologia dello

sviluppo”, ma non si considerava uno psicologo. La sua principale ambizione fu di

gettare un ponte tra la biologia e la teoria della conoscenza (epistemologia).

Riguardo alla teoria della conoscenza, subì l’influenza di Kant, di cui fu allievo: “noi

conosciamo le cose attraverso gli schemi, ovvero le immagini di esse, costruiti dalla

nostra mente”, e si contrappose alle concezioni empiriste (la conoscenza deriva

dall’esperienza). I concetti di spazio, tempo, causa, quantità, ecc. sono innati, ma,

contrariamente a quanto sostenuto da Kant, le caratteristiche della mente, secondo

Piaget, non sono immutabili, ma si sviluppano. Metodologicamente, cercò i rapporti

tra teorie scientifiche e senso comune, indicando un’analogia tra sviluppo del

pensiero scientifico e sviluppo mentale del bambino.

Riguardo alla biologia, fu influenzato dalle teorie evoluzionistiche di Darwin e

individuò un’analogia tra il problema biologico dei rapporti tra organismo e

ambiente e i rapporti tra struttura della mente e dati dell’esperienza. Ovvero,

l’organismo trasforma l’ambiente ed è da esso trasformato. Allo stesso modo, la

struttura della mente interagendo con i dati dell’esperienza, costruisce e trasforma

continuamente la conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza stanno nelle

azioni del neonato, che sono frutto di trasmissione genetica.

Lavorò come psicologo sperimentale presso la clinica psichiatrica di Jung, e questo

probabilmente influenzò la sua impostazione metodologica, nella quale sono

presenti l’aspetto sperimentale e l’osservazione sistematica, ma anche le tecniche

del colloquio.

Nel suo percorso formativo ebbe influenza anche la sua collaborazione con Binet,

per l’individuazione dell’età mentale dei bambini, che gli consentì di individuare la

natura sistematica degli errori logici dei bambini. L’acquisizione delle capacità di

conoscenza e ragionamento è quindi graduale e sistematica e si sviluppa secondo

stadi sequenziali che sono in relazione con gli stadi di maturazione biologica.

Stadi successivi sostituiscono i precedenti perché sono più adattivi, rispondono cioè

in maniera più adeguata alle richieste dell’ambiente. Fu molto influenzato anche dal

biologo Waddington (concetto di “paesaggio epigenetico”: l’organismo è come una

pallina che rotola tra colline e valli e diversa profondità, che rappresentano i

possibili percorsi dello sviluppo. Quando un evento spinge la pallina in una valle

molto profonda, la risalita diventa problematica. I percorsi dello sviluppo sono

quindi sensibili in misura diversa agli stimoli ambientali. I punti di transizione tra le

valli rappresentano punti critici dello sviluppo (concetti di vulnerabilità e resistenza

del modello di Horowitz).

Morì nel 1981.

Principi base dell’epistemologia genetica:

1. lo sviluppo ontogenetico è comprensibile alla luce dello sviluppo filogenetico

(sia dal punto di vista biologico che culturale

2. la regolarità e l’universalità dello sviluppo è garantita dalla condivisione

dell’organizzazione biologica

3. l’organismo è attivo e interattivo e si modifica attraverso gli scambi con

l’ambiente

4. lo sviluppo consiste nella trasformazione delle strutture organizzate di cui è

costituito l’organismo

Concetti fondamentali:

concetto di L’organismo si modifica attraverso l’interazione

trasformazione:

1. con l’ambiente, spinto dal bisogno di realizzare con esso scambi sempre più

ricchi ed efficaci. La conoscenza avviene attraverso l’azione attiva del nostro

organismo. Conoscere un oggetto significa trasformarlo. Dalle azioni reali del

periodo senso-motorio si passa alle (o rappresentazioni

azioni interiorizzate

mentali) delle fasi successive. Es. il raggruppamento di oggetti si può fare

realmente (mettere insieme in uno spazio) o mentalmente (classificare per

categorie logiche). In entrambi i casi si tratta di azioni (concrete o mentali)

che trasformano la realtà, adattandola ai propri schemi. Il coordinamento di

più azioni crea le Il coordinamento di azioni concrete dà

strutture d’insieme.

origine alla nozione di oggetto (stadio senso-motorio); il coordinamento di

azioni interiorizzate dà origine alle strutture logiche e alle nozioni spazio-

temporali.

Le strutture mentali non si formano solo per effetto della maturazione

2. biologica, né a seguito di un apprendimento passivo, ma attraverso un

processo attivo di ovvero di (integrazione di elementi

costruzione, assimilazione

nuovi in strutture preesistenti). Es. il bambino che possiede lo schema

percettivo-motorio del battere ritmicamente e impara a battere un

bastoncino sul tavolo, assimila questa azione allo schema preesistente e farà

la stessa cosa con qualsiasi altro oggetto. Ma la nuova azione non cambia lo

schema preesistente, si limita ad ampliarlo e rafforzarlo.

All’assimilazione segue l’accomodamento, ovvero la trasformazione delle

3. strutture di conoscenza preesistenti (e quindi dei comportamenti) in funzione

degli schemi appena assimilati. Es. la suzione del pollice implica

comportamenti nuovi e diversi rispetto agli originari comportamenti di

suzione del seno. Spesso il bambino si “esercita” in alcuni schemi di azione

(assimilazione), ripetendoli fino a quando non li padroneggia. Nel caso in cui il

bambino cerchi di mettere in atto i nuovi schemi (accomodamento), senza

che l’assimilazione sia avvenuta in modo completo, può incorrere in errori.

Es. battere la pallina sul tavolo. Solo quando comprenderà che le palline

rotolano, avrà “accomodato” lo schema precedente.

Assimilazione e accomodamento sono dell’intelligenza, che

invarianti funzionali

4. si evolve attraverso stadi di sviluppo qualitativamente differenziati.

l’adattamento (=intelligenza, problem solving) si ha quando si crea equilibrio

5. tra assimilazione e accomodamento, ovvero quando si riesce a discriminare

tra azioni (reali o mentali) diverse e ad usarle in maniera adeguata ed

efficace. L’adattamento è un processo graduale, che si costruisce in fasi

successive (stadi). Una prima forma di adattamento si ha alla fine del periodo

senso-motorio (il bambino diventa capace attraverso l’organizzazione dei suoi

schemi di risolvere problemi pratici, legati però alle capacità percettive). La

capacità di rappresentarsi mentalmente gli oggetti segna il passaggio allo

stadio successivo, che gli consente livelli diversi di assimilazione. In sistemi di

operazioni concrete, prima; e in operazioni formali (astratte), dopo.

L’adattamento, nel vero senso della parola, consiste in realtà nella

costruzione di concetti che consentano non solo di conoscere, ma anche di

comprendere la realtà (previsione e controllo)- Parallelismo con la

conoscenza scientifica.

il concetto di indica che lo stesso livello di sviluppo può essere

equifinalità

6. raggiunto partendo da condizioni biologiche e/o ambientali diverse.

Il concetto di si riferisce ad una fase dello sviluppo, caratterizzata da

stadio

7. determinate strutture d’insieme che determinano il modo in cui il bambino

organizza le sue azioni reali o mentali, ovvero il modo in cui (le strutture

attraverso le quali) è in grado di interagire con l’ambiente.

Il concetto di indica che gli stadi si susseguono in

sequenzialità dello sviluppo

8. un ordine stabilito. Le strutture d’insieme non si sostituiscono le une alle

altre, ma ciascuna risulta dalla precedente, con la quale si integra, e rende

possibile la successiva. L’età di transizione da uno stadio all’altro può variare

in funzione di diversi fattori (organici e/o culturali), ma l’ordine, la sequenza,

non può cambiare.

Metodi utilizzati:

il metodo clinico usato con bambini di età superiore a 4 anni. Il bambino

1. rispondendo alle domande del ricercatore rivela le sue convinzioni, il suo

modo di ragionare. Richiede grande esperienza e competenza per

discriminare le risposte autentiche da quelle “purchessia” e da quelle puro

frutto di fantasia.

il metodo quasi-sperimentale è un ampliamento del metodo clinico. Sono

2. presenti diversi oggetti manipolabili; variano quindi le condizioni ambientali in

cui viene effettuata l’osservazione.

il metodo critico serve per evidenziare il pensiero logico del bambino.

3. Attraverso oggetti o situazioni particolari che creano condizioni “critiche” il

bambino ha la possibilità di “spiegare” il suo pensiero. Il fatto che bambini di

età diversa utilizzano diversamente lo stesso materiale dimostra che il

pensiero logico non è innato, ma si evolve “qualitativamente” durante lo

sviluppo.

Gli stadi di sviluppo:

lo stadio dell’intelligenza senso-motoria è caratterizzato dall’azione diretta che il

 bambino esegue sugli oggetti, che esistono per il bambino solo nel momento e

nel luogo in cui li percepisce.

Si suddivide in 6 sotto-stadi: Sono presenti solo attività riflesse. Attraverso la

Primo mese di vita.

1. ripetizione di queste azioni, il bambino (per generalizzazione) la

assimila

realtà esterna. Es. il bambino ha lo schema di suzione. Succhiando il

capezzolo, il dito, la copertina, ecc. conosce la realtà esterna. Primo

passaggio da un’attività puramente biologica ad un’attività psichica

primitiva. Formazione delle (ripetizione di azioni), attraverso

abitudini

da 2 a 4 mesi.

2. le Gli effetti delle azioni sono casuali e il

reazioni circolari primarie.

comportamento non è ancora strumentale.

Il comportamento diventa funzionale e intenzionale

da 4 a 8 mesi.

3. (reazioni Gli oggetti cominciano ad avere un’identità,

circolari secondarie).

che però è legata all’azione. Se un oggetto scompare, il bambino non lo

cerca più. Le reazioni circolari secondarie vengono coordinate

da 8 a 12 anni.

4. volontariamente tra loro ed applicate a realtà nuove. Gli oggetti hanno

identità solo in relazione alle azioni compiute dal bambino. Se un oggetto

viene nascosto, il bambino lo cerca sempre nello stesso punto.

E’ lo stadio delle Il bambino

reazioni circolari terziarie.

da 12 a 18 mesi.

5. sperimenta nuove combinazioni degli schemi già posseduti per giungere a

risultati diversi, e scopre funzioni diverse degli oggetti. Es. usa un

bastoncino per avvicinare a sé un oggetto. Cerca un oggetto scomparso

anche in posti diversi, ma solo se gli spostamenti sono visibili.

Il bambino è in grado di produrre combinazioni nuove

da 18 a 24 mesi.

6. degli schemi posseduti e di usarle per risolvere situazioni problematiche.

E’ in grado di rappresentarsi mentalmente oggetti e situazioni e quindi di

prevedere il risultato delle sue azioni. Gli oggetti hanno acquisito una loro

esistono cioè indipendentemente dalle azioni compiute su di

permanenza,

essi e indipendentemente dalle possibilità percettive. In questa fase, con

l’acquisizione di concetti logici (causa-effetto) e spazio-temporali, si

raggiunge il livello di intelligenza senso-motoria: il mondo esterno viene

organizzato attraverso l’interazione del proprio corpo con la realtà esterna

(prima modalità di adattamento).


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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Caratozzolo Amalia.

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