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I COMUNI e le PROVINCIE hanno competenze in materia di istruzione e

- servizi sociali, ma NON di sanità.

Le scelte politiche si basano anche sull’epidemiologia, quindi quali sono le

cause che hanno favorito lo sviluppo della psicologia della salute in modo cosi

rapido e diffuso? Secondo MAES, uno dei fondatori della psicologia della salute

europea, 3 sono i fattori rilevanti:

Il cambiamento delle principali cause di mortalità: all’inizio del 1900 si

1) moriva x malattie infettive, oggi di malattie croniche, ossia malattie

cardiache, neoplasie, disturbi cardiovascolari e incidenti, situazioni

dovute a comportamenti “non sani”, come abuso di droga, alcol, fumo,

alimentazione sbagliata, mancanza di esercizio fisico, stile di vita

stressante, non utilizzo delle cinture di sicurezza. Questi comportamenti

patogeni sono responsabili del 48% della mortalità; 16% è legato ai

fattori ambientali; un 24% ai fattori biologici e genetici e un 12% ad

inadeguate cure sanitarie.

Lo sviluppo della disciplina è legato anche ad alcuni fattori economici;

2) dagli anni ’70 si è notato come la spesa sanitaria fosse eccessiva x cui si

è ritenuto che fosse meglio prevenire che curare e prevenire  vuol dire

diminuire i fattori di rischio ed aumentare quelli di protezione.

È probabile che lo sviluppo della psicologia abbia contribuito alla nascita

3) della nuova disciplina, in quanto la psicologia moderna offre metodi di

intervento efficaci e approcci scientifici che consento l’applicazione delle

nuove conoscenze nell’ambito della salute (si è infatti studiato quanto i

comportamenti rilevanti x la salute siano largamente influenzati dai

processi psicologici).

Nell’editoriale numero 1 della rivista “psicologia della salute” si sottolineano le

ragioni scientifiche ed epistemologiche della crescita della disciplina, legate

alla consapevolezza del ruolo dei fattori psicologico-comportamentali sulla

malattia, ma anche allo sviluppo delle neuroscienze e alla diffusione degli

orientamenti olistico-sistemici. L’auspicio di quanti si occupano di psicologia

della salute è quello di privilegiare la pista della “promozione della salute,

intesa come benessere complessivo della persona e del suo contesto

socioecologico”, cercando anche una distinzione più chiara di ambiti ed

interessi rispetto alla medicina e alle altre discipline.

Ci sono segnali incoraggianti, Amerio, notava (1993) che nell’ambito della

psicologia della salute si registra una marcia verso 3 direzioni:

Autonomizzazione rispetto al modello medico tradizionale,

- Allargamento dell’ottica individuale al sociale e

- Attenzione all’intersezione tra l’operare dello psicologo e le politiche nel

- settore della salute e della prevenzione.

A parziale conferma di queste indicazioni, Ricci Bitti e Gremignani analizzando i

contributi presentati nel III congresso Italiano nel 1998, hanno notato che le

aree più studiate sono quelle relative all’assessment, allo stress, al coping, alla

valutazione degli aspetti psicologici in medicina generale e in cardiologia,

nonché quelle relative al ciclo di vita e quelle legate ai comportamenti a

rischio. Fra i temi poco esplorati e meritevoli di approfondimento, vi sono, la

qualità dei servizi sanitari e sociosanitari e/o i meccanismi psicofisiologici

legano le variabili psicosociali e comportamentali alla salute x evidenziare i

processi che guidano allo sviluppo e al mantenimento della salute.

Ci sono stati progressi nelle discipline affini alla psicologia della salute:

La PSICOSOMATICA: prima si indagava il ruolo dei conflitti e dei processi

- simbolici inconsci nell’eziologia delle patologie come asma, ipertensioni,

dermatiti, poi vi è stato un proliferare di ricerche sulle caratteristiche

della personalità in diverse malattie. Infine, si è sviluppato lo studio degli

effetti somatici dello stress, delle emozioni e degli stati affettivi.

La PSICOFISIOLOGIA CLINICA: ha rilevato l’importanza degli aspetti

- cognitivo comportamentali dello stress.

Hanno ampie sovrapposizioni con la psicologia della salute, la psicologia

medica e la medicina comportamentale, che studiano aspetti cognitivi,

caratteristiche di personalità, pattern di comportamento nelle malattie. Tutte

queste discipline cercano di individuare i fattori di rischio e di protezione , chi si

ammala e chi guarisce più facilmente (e perché), chi aderisce con migliore o

peggiore difficoltà a misure di prevenzione e a comportamenti di cura

(compliance), nonché specifici trattamenti basati su comportamenti del

paziente (rilassamento, esercizio fisico), anziché solo su farmaci o interventi.

Cercano inoltre di migliorare la comunicazione ed il rapporto tra sanitari e

pazienti.

SONO 2 GLI STORICI CAPISALDI DELLA PSICOLOGIA DELLA SALUTE:

Il modello biopsicosociale

- L’alameda County Study (CA, USA) che ha contribuito ad individuare dei

- comportamenti rilevanti x la salute (Health Bahaviours) da promuovere

nonché i fattori psicosociali che influenzano la loro pratica.

IL MODELLO BIOPSICOSOCIALE: modello di ENGEL del 1977. La psicologia della

salute si propone di muoversi in un’ottica diversa rispetto alla tradizionale

psicologia medica. Inizialmente vi era il modello “biomedico” tradizionale di

impostazione riduzionistica (secondo cui la malattia può essere spiegata come

deviazione dalla norma di variabili biologiche misurabili), tale modello non solo

richiede che la malattia sia trattata come un’entità indipendente dal

comportamento sociale, ma pretende anche che le deviazioni comportamentali

siano spiegate sulla base di processi somatici (biochimici e neurofisiologici)

disturbati. Così il modello biomedico abbraccia sia il riduzionismo (secondo cui

la malattia deriva da un singolo principio primario) ma anche il dualismo

mente-corpo (che separa il mentale dal somatico)  x ogni malattia esiste una

causa biologica primaria, oggettivamente identificabile; i fattori

comportamentali e i problemi sociopsicologici non sono considerati cause

potenziali di malattia e quindi non vengono valutati nel processo di diagnosi. Si

tratta di una concezione biologica che ha poco da offrire all’azione preventiva,

la quale è volta a ridurre l’incidenza delle malattie croniche mediante

cambiamenti nelle credenze. Si promuove una posizione passiva nel paziente.

Si è passati poi al modello “biopsicosociale”, modello di tipo INTEGRATO basato

sulla TEORIA GENERALE DEI SISTEMI, tiene conto dei fattori psicosociali e

ritiene che la diagnosi medica debba considerare l’interazione degli aspetti

biologici (predisposizione genetica), psicologici (personalità) e sociali (sostegno

sociale, inquinamento ambientale) nel valutare lo stato di salute dell’individuo

e nel prescrivere un trattamento. Tale modello mira al superamento del vecchio

dualismo soma-psiche nonché della concezione delle cause singole e di

sequenze unilineari nell’insorgenza della malattia, individuando alla base delle

alterazioni della salute, l’interazione dinamica di fattori multipli. Si tratta di un

modello SISTEMICO, che sottolinea l’importanza della specificità dei livelli di

analisi e l’interdipendenza tra i diversi livelli. È proprio di questo modello,

procedere all’approfondimento del livello psicologico, orientandosi verso la

salute globale della persona nel suo ambiente, orientandosi con una maggiore

enfasi alla promozione della salute intesa come prevenzione della malattia.

L’effettiva adozione del nuovo approccio si scontra con alcune problematiche:

La carenza di metodologie adeguate

- Una scarsa chiarezza concettuale nell’articolazione tra diversi livelli.

-

Nel modello di Engel, gli aspetti “sociali” della salute, sono intesi nel senso di

norme sociali di comportamento (non fumare), di pressioni a cambiare il proprio

comportamento (aspettative dei pari), di valore sociale della salute (se la

salute è vista come positiva o meno), di classe sociale e di appartenenza

etnica. Si parla quindi di sociale, considerandolo come sfondo, come influenza

degli altri sul comportamento individuale. Questo modo di intendere il sociale,

fa riferimento al quadro teorico della SOCIAL COGNITION, in cui il sociale è

preso in considerazione come contesto esterno rispetto al soggetto,

quest’ultimo visto come un individuo che conosce ed elabora informazioni,

prende decisioni e valuta costi e benefici. Il ruolo del “sociale” deve essere

preso in considerazione sia x l’importanza nel determinare le possibilità con cui

il soggetto cerca di far fronte alla malattia, sia sul piano eziologico, nella

produzione stessa dello stress e della patologia fisica e psichica; il sociale è

anche luogo di cura e prevenzione a livello dei servizi e delle istituzioni.

Dopo il modello biopsicosociale, le componenti psicologiche cognitive sono

diventate centrali nei modelli x la prevenzione e la gestione della malattie e

della salute. L’attenzione è posta su come le credenze e le aspettative degli

individui sulla salute e le malattie influenzano i comportamenti di protezione ,

prevenzione e assunzione di rischi, nonché l’adattamento cognitivo alle

malattie gravi.

L’ALAMEDA COUNTRY STUDY: si tratta di una serie di indagini longitudinali

classici che sono stati condotti dal 1965 su una piccola comunità della contea

di Alameda, in California. Il gruppo di ricerca responsabile del progetto

denominato THE ALAMEDA STUDY, ha continuato a seguire la coorte iniziale

del 1965 x ben 25 anni, con 2 indagini di follow-up (nel 1974 e nel 1983) e

numerosi altri follow up relativi agli indici di mortalità, producendo una gran

quantità di dati.

Lo scopo originario dello studio era quello di misurare la salute in base alla

definizione indicata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ossia uno

stato di benessere fisico, sociale e psicologico. L’operazionalizzazione di questa

concezione portò alla costruzione di una serie di indici, che si rivelarono utili a

valutare i vari aspetti del benessere in un ampio campione di popolazione di

età tra i 20 i 94 (coorte iniziale era di 6928 persone). I primi risultati

mostrarono che esistevano delle differenze tra i sottogruppi dei residenti: i

comportamenti e le abitudini individuali di salute, potevano non solo

influenzare lo stato di salute presente ma anche avere delle conseguenze x il

futuro. Questo suscitò interesse e l’attenzione venne rivolta al sottolineare

l’importanza di alcune abitudini sane (HEALTH HABITS), dimostratesi predittive

dello stato di salute delle persone e degli esiti di mortalità dei soggetti. Vennero

evidenziate 7 regole:

Dormire 7-8 ore al giorno

- Fare colazione ogni giorno

- Mangiare mai o raramente tra i pasti

- Fare regolare attività fisica

- Fare uno modesto o nullo di alcol

- Non fumare

- Mantenere il più possibile il proprio peso ideale

-

I dati mostrano che non vi erano differenze sostanziali al momento della

rilevazione (nel 1965), ma i risultati sorprendenti emersero nel follow up del

1970 sugli indici di mortalità: è stata mostrata la correlazione fra tassi di

sopravvivenza e numero di health habits, meno numerose erano tra queste 7

buone abitudini quelle adottate nel 1965, maggiore era il rischio di morire nei

successivi cinque anni. Nel secondo follow up condotto nel 1974 su 4864

soggetti del campione iniziale: nello specifico dopo 9 anni e mezzo, emerse che

gli uomini che si impegnavano in tutte e 7 le pratiche di salute, presentavano

una mortalità solo del 28% (quattro volte inferiore) a quella degli uomini

impegnati in meno di 3 pratiche; inoltre venne riscontrata una certa stabilità

dei comportamenti: le persone tendevano a mantenere le stesse abitudini nel

tempo (nei 9 anni), eccetto una piccola riduzione del fumo. Non prendendo

singolarmente, ma sommando tutte le pratiche in cui ogni individuo si

impegnava, che si poteva evidenziare il rapporto tra il loro uso e l’andamento

dell’indice di mortalità.

Un altro aspetto importante dello studio, riguarda l’analisi del BENESSERE

SOCIALE (SOCIAL HEALTH), concettualizzandolo come il grado in cui gli individui

sono membri attivi della loro comunità, gli indici usati sono: l’istruzione, la

stabilità lavorativa, la soddisfazione coniugale, un indice di

“socievolezza”(numero di amici intimi e contatti con essi), grado di

coinvolgimento nella comunità (attività politica, frequentare una chiesa).

Emersero differenze sostanziali in base all’età, il sesso, lo stato coniugale e le

caratteristiche lavorative: gli adulti avevano un indice di salute maggiore

rispetto ai giovani, tra le persone non sposate, le donne avevano un indice

superiore rispetto agli uomini e un indice a favore dei bianchi rispetto alle altre

etnie.

Successivamente Berkman e Syme (1979), elaborarono un indice di rete

sociale (social network) composto da 4 caratteristiche: status coniugale,

numero e frequenza di contatti con amici e parenti, essere membro di una

chiesa, partecipazione a gruppi formali e informali. I risultati di follow up

mostrarono che la presenza di una componente della rete può compensare

l’assenza di altri (persone non sposate hanno indici di mortalità pari a quelli di

persone sposate ma con pochi amici). In un ulteriore follow up, l’analisi si

centrò sulla popolazione anziana, mostrando che i legami sociali erano

predittori dello stato di salute anche x gli ultrasettantenni.

L’importanza di questa indagine dipende da più di un motivo: i risultati hanno

contribuito a produrre dei cambiamenti nella popolazione verso l’adozione di

abitudini di vita più salutari, hanno stimolato lo sviluppo di numerosi altri filoni

di ricerca.

Una delle interpretazioni di questi dati è che: uno stile di vita moderato porta

ad uno stato di salute buono. Il primo Alameda Study ha dimostrato correlazioni

fra salute (sopravvivenza) e misure di benessere sociale (istruzione,

occupazione, soddisfazione coniugale) in interazione con variabili demografiche

(genere, età). Sviluppi dello studio hanno dimostrato che oltre agli health

behaviours, avevano ruoli importanti la partecipazione e il sostegno sociale

(misurato dallo status coniugale, da numero e frequenza di contatti con amici e

familiari). Alla lista dei principali health behavours sono stati aggiunti

comportamenti rilevanti x la prevenzione: check up, guida sicura, sesso sicuro.

Ma cosa sono nello specifico i comportamenti di salute (health behaviours)?

Una definizione operativa è stata proposta da GOCHMAN, il quale ha

sottolineato l’opportunità di considerare “comportamento”, sia le azioni

consistenti nel fare (seguire una dieta salutare) o nell’astenersi dal fare (non

fumare), sia anche gli eventi mentali o le sensazioni. Si sottolinea la necessità

di tenere conto dei molteplici determinanti dei comportamenti che sono

collegati alla salute, in specifico gli elementi cognitivi (credenze, aspettative,

motivazioni, valori), caratteristiche di personalità (stati emotivi ed affettivi), i

pattern comportamentali (azioni, abitudini relative al mantenimento della

salute). L’autore ha sottolineato come questi attributi personali siano

influenzati e riflettano la struttura e i processi familiari, le influenze del gruppo

dei pari, le determinanti sociali di riferimento (gruppi di riferimento, reti

sociali), istituzionali (organizzazioni sanitarie) e culturali.

Questa posizione è stata ripresa più tardi da Whitehead e riproposta da MARKS,

entrambi concordi nel sottolineare l’importanza di considerare la molteplicità

dei fattori che agiscono come determinanti della salute. Il quadro di riferimento

generale che essi propongono è raffigurabile come una struttura a forma di

cipolla con al centro gli INDIVIDUI (caratterizzati da sesso, età e fattori genetici)

e circondati da 4 livelli di variabili che influenzano:

Gli stili di vita individuali (modelli comportamentali durevoli)

- Influenze sociali e della comunità

- Le condizioni di vita e di lavoro

- Condizioni generali socioeconomiche, culturali e ambientali

-

Questo quadro di riferimento consente di superare una visione più ristretta, in

quanto riguarda tutte le determinanti della salute in generale e ne riconosce la

complessità; pone l’individuo al centro ma riconosce l’influenza fondamentale

della società attraverso i diversi fattori considerati, pone ogni livello in

relazione con gli altri ed inoltre ha un orientamento interdisciplinare. Gli

individui possono impegnarsi in pratiche positive di salute, considerate come

parte di uno stile di vita più generale che riflette la capacità dei soggetti di

anticipare i problemi, prevenendo la morbilità e la mortalità. Tuttavia non

sembra molto diffuso uno stile di vita protettivo della salute, si è infatti

evidenziata la diffusione tra la popolazione di questi comportamenti patogeni:

la sedentarietà riguarda il 65%, il sovrappeso il 41%, l’uso di alcol il 10% e il

fumo circa il 30%.

Nella definizione corrente (WHO 2004), la salute è uno stato di benessere in cui

l’individuo realizza le proprie abilità, affronta i normali stress della vita, lavora

produttivamente e può contribuire alla propria comunità. La definizione

estensiva di salute impone particolare attenzione ai diversi aspetti della qualità

della vita e del benessere dal punto di vista interdisciplinare.

ATTIVITA’ FISICA E SALUTE

Gli esercizi e l’attività fisica hanno molti effetti positivi sulla salute e sul

benessere, particolarmente evidenti in riferimento alla prevenzione e al

trattamento dell’obesità, della malattie CV e metaboliche, dei problemi

associati all’invecchiamento, di alcuni tumori e forse anche dei disturbi nella

regolazione dell’umore.

ATTIVITA’ FISICA  si intendono i movimenti prodotti dalla contrazione dei

muscoli scheletrici che determinano un dispendio energetico al di sopra del

livello basale. Comprendono le varie attività quotidiane svolte al lavoro, a casa,

muovendosi da un posto all’altro. Oltre allo sport svolto nel tempo livero.

ESERCIZIO FISICO  si intende un’attività pianificata, ripetitiva e finalizzata allo

scopo di mantenere una buona forma fisica. Esistono diversi tipi di esercizi

fisici: Aerobici: che aumentano il consumo di o2 x almeno 20’

- Di potenziamento dei muscoli:

- ISOTONICI (sollevamento pesi, aumentano la resistenza)

1) ISOMETRICI (aumentano la forza esercitandola su oggetti immobili)

2) ISOKINETICI (combinano i 2 potenziamenti con macchinari che

3) muovono arti e busto in tutte le direzioni)

STRETCHING (aumenta la flessibilità)

4)

Gli EF non sono sostenibili da tutti nello stesso modo e non fanno bene a tutti

nello stesso modo, bisogna considerare l’usura, lo stress imposto su

articolazioni, tendini e muscoli. L’intensità dell’esercizio può essere controllata

dal POLSO CARDIACO che dovrebbe aumentare in un range compreso fra (160

– anni d’età e 200 – anni di età). A 22 anni: 138 – 178 bpm.

AF e misura della frequenza cardiaca al minuto (pulse) la frequenza cardiaca

si misura comprimendo lievemente l’arteria radiale del polso (o la carotide del

collo) con l’indice e il medio. I battiti vanno contati x 30” e moltiplicati x 2.

Il valore massimo del polso appropriato x l’età si stima sottraendo da 220, l’età

(Pmax= 220 -22), un AF MODERATA è definibile come 50% -70% (98 – 137) di

bmax ed un AF INTENSA è definibile come 71% – 85% (138 -167) di bmax.

L’attività muscolare (non solo quello aerobica) è il principale fattore che

determina il metabolismo ed il consumo energetico; il consumo basale (degli

organi) è infatti poco variabile. Esperimenti e studi con gli animali e umani

indicano che l’aumento dell’attività fisica aumenta il metabolismo senza

causare un aumento rilevante dell’introito calorico; mentre la sedentarietà,

l’obesità e le restrizioni alimentari, rallentano il metabolismo. Un bilancio

energetico NEGATIVO (kcal assunte – kcal bruciate), quindi l’AF modifica la

composizione corporea: aumenta la massa magra e diminuisce la massa

grassa.

L’AF RIDUCE LA PRESSIONE SANGUIGNA

Diversi studi dimostrano che ciò avviene sia nei normotesi che negli ipertesi e

riguarda sia la sistolica che la diastolica; la riduzione è mediata da effetti diretti

dall’esercizio sul sistema vascolare e dalla riduzione dell’attività del sistema

nervoso simpatico. Gli effetti di protezione sulle malattie cardiovascolari,

dipendono anche dalla riduzione dei trigliceridi e LDL e dall’aumento dell’HDL

nel sangue. L’AF riduce anche le risposte cardiovascolari allo stress.

L’AF PREVIENE L’OSTEOPOROSI e LE NEOPLASIE

Aumenta in termini assoluti la quantità di CA e di minerali presente nei tessuti

ossei (contenuto minerale osseo), nonché la quantità di minerali relativa alla

superficie ossea misurata (densità minerale ossea). Entrambi gli indici sono più

alti nelle persone fisicamente attive, sia giovani che adulte. L’attività fisica ha

effetti importanti anche nel periodo prepuberale (picco di massa ossea). Inoltre,

nella popolazione generale l’AF è associata alla diminuzione di rischio di cancro

al colon (50% ) negli uomini e al seno nelle donne (riduzione del rischio dal 20

a 60%). Più recentemente è stato documentato che nei malati di neoplasie,

un’attività fisica in grado di limitare la perdita di massa muscolare e la capacità

funzionale, ha effetti immunitari a breve termine (aumentando le cellule

Natural Killer). L’effetto dell’AF sul sistema immunitario potrebbe essere legato

anche a effetti sulle capacità nel gestire lo stress.

Tra le persona fisicamente attive, si evidenziano anche:

Riduzione del rischio di sviluppare diabete e del ricorso all’insulina

- Recuperi più rapidi in seguito a varie malattie gravi

- Effetti di riduzione di comportamenti di rischio, come il fumo, l’utilizzo di

- alcol e diete non equilibrate

Maggiori sensazioni di benessere e, in generale, un funzionamento fisico

- e cognitivo più efficiente. L’AF stimola importanti sistemi di

neurotrasmettitori, oltre a quelli colinergi ed adrenergici, stimola i sistemi

di reward e di piacere, quello dopaminergico e quello degli oppiodi

endogeni.

Ci sono 2 indicatori di funzionalità motoria:

Le ADL: includono le attività che le persone svolgono abitualmente ed

- universalmente: vestirsi, magiare, camminare.

Le IADL: si riferiscono alla capacità di svolgere compiti più complessi che

- prevedono l’uso di strumenti e sono rilevanti x il mantenimento della

propria autonomia: l’uso del telefono, la preparazione del cibo, fare

spesa.

ATTIVITA’ FISICA E ANZIANI:

l’attività fisica è un buon predittore del mantenimento della funzionalità

quotidiana al trascorrere degli anni. E’ stato rilevato che nell’arco di 2 anni,

coloro che riportano di non svolgere un esercizio fisico regolare hanno un

declino nella propria funzionalità maggiore del 20% rispetto a coloro che

svolgono attività fisica regolare. Quindi, 2 misure autoriferite della funzionalità

nel vivere quotidiano (ovvero della capacità di muoversi in modo indipendente)

sono appunto le ADL e le IADL. A livello neurofisiologico, gli effetti dell’AF

nell’anziano, mostrano: un aumento del flusso sanguigno cerebrale, maggiore

rifornimento di nutrienti x il cervello (glucosio e ossigeno), aumento della

funzionalità dei principali sistemi neurotrasmettioriali legati all’attenzione, alla

memoria e al controllo del movimento, aumento della densità della

vascolarizzazione.

EFFETTI COGNITIVI DELL’AF: studi longitudinali condotti su soggetti dai 55 agli

80 anni, hanno messo in evidenza come l’esercizio aerobico, ha effetti positivi

sul funzionamento cognitivo degli anziani; infatti le prestazioni incrementano in

tutti i tipi di compiti cognitivi, indipendentemente dal metodo di allenamento e

in maniera indipendente dalle caratteristiche dei partecipanti; un’altra

metanalisi ha dimostrato come l’esercizio fisico incrementa la fitness, il

funzionamento fisico e le funzioni cognitive nei campioni di anziani.

BENEFICI PSICOSOCIALI DELL’AF NEGLI ANZIANI:

Aumento dell’integrazione sociale e culturale

- Formazione di nuove amicizie

- Mantenimento dei ruoli e acquisizione dei nuovi ruoli

- Aumento degli scambi intergenerazionali.

-

L’american College Of sports medicine ed il center for disease control,

raccomandano di svolgere ogni giorno almeno 30 minuti di attività fisica

moderata (camminare, giardinaggio, andare in bicicletta) x preservare la

funzionalità fisica e l’autonomia funzionale. La WHO ha stimato che un’attività

di moderata intensità x almeno 30 minuti al giorno:

Riduce il rischio di morire x un attacco di cuore o x un ictus (responsabili

- di 1/3 dei decessi)

Riduce il rischio di sviluppare una patologia cardiaca di circa il 50%

- Riduce il rischio di sviluppare cancro al colon del 50%

- Dimezza il rischio di sviluppare il diabete di tipo II

- Riduce il rischio di obesità del 50% rispetto alle persone sedentarie

- Aiuta a prevenire e a ridurre l’ipertensione, di cui soffrono circa 1/5 degli

- adulti della popolazione mondiale.

Sempre secondo la WHO, l’attività fisica:

Riduce il rischio di rottura al femore del 50% nelle donne

- Riduce il rischio di sviluppare deformazioni e dolori alla schiena.

-

Esercizio e attività fisica hanno anche importanti effetti psicologici a tutte le

età: aumentando l’autostima e l’autoefficacia, migliorando le funzioni cognitive

semplici e complesse, il tono dell’umore e il benessere soggettivo.

BENEFICI PSICOLOGICI EF

I nessi tra esercizio fisico e ansia e disforia (segni di disregolazione emotiva e

aspetti negativi della salute mentale) sono stati molto studiati, mentre il

versante positivo della loro relazione ha ricevuto minore attenzione. X

l’esercizio fisico sono ben dimostrate correlazioni inverse con ansia,

depressione, fragilità a stress ma sono state evidenziate anche correlazioni

dirette con autopercezioni positive (autostima, autoefficacia) e con il tono

dell’umore.

AFFECT: può essere inteso come una disposizione stabile, ossia un tratto

personale oppure come uno stato d’animo transitorio  molti studi che hanno

misurato gli effetti di EF e AF sullo stato affettivo sono complicati e spesso con

risultati contraddittori. Gran parte di questi studi si rifà ad una definizione di

unore/affect di tipo clinico, facendo riferimento a stati d’ansia o a condizioni di

depressione. Una rassegna della letteratura sulle relazioni tra esercizio fisico e

livelli di ansia e depressione in soggetti normali, hanno mostrato problemi

metodologici fino agli anni ’80 ma dopo questo periodo si nota: maggiore

attenzione al disegno sperimentale, esperimenti randomizzati e interventi di

dimostrata efficacia sulla fitness.

McAuley ha affrontato il problema degli affetti positivi con una rassegna della

letteratura che ha considerato solo studi che hanno usato come variabili

dipendenti aspetti legati alla percezione di benessere e non a bassi livelli di

ansia e depressione. Ha analizzato 23 articoli che hanno considerato:

Come outcome il benessere emozionale

- Variabili dipendenti diverse da ansia, depressione o altre misure dello

- stato d’umore, composte solo da scale negative.

Un’altra rassegna di McAuley non è riuscita a chiarire quali fossero le

caratteristiche dell’esercizio, associate a maggiori benefici. Il 65% degli studi

ha mostrato effetti positivi dell’attività fisica regolare, sul benessere

psicologico, maggiori quando il programma di esercizio era di intensità

moderata. Secondo l’American College of Sport Medicine perché lo sport abbia


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia della salute, clinica e di comunità
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Silviag91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della salute e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Violani Cristiano.

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