Psicodiagnostica:
Che cosa vuol dire fare lo psicologo clinico e cosa vuol dire diagnosi dal punto di vista
psicologico? La diagnosi è un processo a volte molto lungo che serve ad inquadrare il
disagio del paziente che lo ha portato a rivolgersi a voi. Il lavoro della diagnosi ha lo
scopo di dare un significato, di “significare” i sintomi e il disagio che il paziente porta
in consultazione.
Comprensione dare senso al suo funzionamento
Intervento ha lo scopo di modificare
La diagnosi non è la diagnosi del DSM, non è di tipo categoriale. Se io prendo per
esempio 5 pazienti depressi, il tipo di quadro che presentano acquisisce all’interno
della vita di ciascun soggetto un particolare significato. Il motivo per cui il paziente è
arrivato a manifestare una certa serie di sintomi è del tutto personale. A fronte di una
certa categoria diagnostica parte quello che è il lavoro psicologico. Che cosa c’è nella
storia di questo soggetto che io lego all’insorgenza dei suoi sintomi? Io devo
significare i sintomi anche cercando di ricostruite la storia del soggetto. A che
cosa serve quel sintomo per quel determinato soggetto? Per esempio nel caso
dell’abuso di cocaina, un soggetto può utilizzare tale sostanza per stare calmo, per
socializzare, per avere rapporti sessuali ecc. La tendenza spesso è quella di fermarsi al
comportamento, non si cerca di capire che cosa viene prima di questo, ciò che sta alla
base del comportamento (stati della mente). Per esempio nel momento in cui un
soggetto viene lasciato all’improvviso non riuscendo a tollerare la sofferenza, esce e
va con la prima persona che capita, mangia a non finire oppure si sfoga nell’alcol. La
teoria dà un’impostazione, ci dice in che modo si sviluppa l’essere umano e che cosa
succede quando succede qualcosa all’interno di questo processo di sviluppo. La
processualità tra le varie teorie rimane invariata, ciò che cambia è il modo di
significare quello che il soggetto porta all’attenzione del clinico. Non si comincia subito
il trattamento, non viene fatto in itinere ma prima si cerca di comprendere il soggetto
e poi si procede con il trattamento. Non si vuole sottovalutare la portata dei sintomi
ma si vuole capire il motivo per il quale quel determinato sintomo si manifesta nel
paziente. Il sintomo da solo non è sufficiente a comprendere (storie che hanno
ingenerato i sintomi). Non ci dobbiamo fermare ai comportamenti ma dobbiamo capire
che cosa viene prima ossia gli stati della mente. Quando parliamo di psicodiagnosi
intendiamo un lavoro, un setting che può durare molto tempo, in cui il clinico è
concentrato a capire i problemi che il paziente porta. Prima di poter intervenire per
modificare è necessario comprendere, capire. Anche la relazione che si instaura tra
clinico e paziente ci dice molto del paziente, soprattuto riguardo il modo in cui egli
instaura nuove relazioni con altri (pattern relazionali). Noi dobbiamo prestare
attenzione non solo al contenuto di quello che dice il soggetto ma anche al modo in
cui lo dice. L’attenzione non deve essere posta solo sui contenuti ma si deve integrare
ciò che è successo alla modalità con la quale il soggetto ha raccontato gli eventi.
Anche il clima che si crea tra paziente e clinico è fondamentale. Il clinico quindi deve
mettere in atto tutta una serie di operazioni. Valutare significa andare oltre la mera
etichetta, per aggiungere significato alle problematiche del paziente (aggiunta di
informazioni). L’ascolto dello psicologo si avvale di moltissime tecniche specifiche che
uno psicologo deve acquisire sia per mezzo di corsi di formazione ma anche con
l’esperienze. Il colloquio è uno strumento che se io so padroneggiare vuole dire che
sono in grado di ottenere tutta una serie di informazioni mediante diverse modalità.
La diagnosi psicologica è un processo che porta a una valutazione dei pazienti
attraverso l’adozione di una logica integrata tra l’approccio descrittivo (DSM) e
quello interpretativo-esplicativo. Noi approfondiremo la processualità che dà senso
alla relazione clinica che prepara la vicenda terapeutica. Non dobbiamo immaginare di
cominciare una terapia dal “giorno 0”, è necessario prendersi del tempo per cercare di
capire quel è il problema che il paziente ci ha portato, quali sono gli aspetti che lo
fanno soffrire. Cerco di interpretare, dando una spiegazione degli aspetti problematici
che il paziente porta all’interno dei colloqui. Lo psicologo non si deve limitare ad
osservare dei sintomi ma deve cercare di dare dei significati a quest’ultimi. Non
dobbiamo immaginarci di capire una persona solamente sulla base dei comportamenti
che mette in atto. È un lavoro che richiede un certo tipo di assetto mentale e di
approccio. Il lavoro dello psicologo è quello di dare un senso all’incontro tra lui e il
paziente, di dare senso alla scelta del soggetto di andare dallo psicologo. È un lavoro
molto delicato e difficile. Lo psicologo ascolta quello che il paziente porta e come si
racconta, come si relazione. Lo psicologo non deve avere una mente pregiudiziale,
deve essere il più possibile neutrale. Qualora lo psicologo ritiene di avere un assetto
pregiudiziale può farsi aiutare da un altro psicologo (supervisore) oppure può decidere
di non seguire più un determinato paziente. Quando studiamo gli strumenti che uno
psicologo deve possedere dobbiamo sospendere qualsiasi tipo di giudizio, in modo tale
da essere in grado di apprendere tutto allo stesso modo. In fase di restituzione il
paziente deve avere tanto quanto ha dato. Io devo dare la mia comprensione del
problema che il paziente ha portato alla mia attenzione (ipotesi che danno significato
ai suoi sintomi, basate su un ragionamento che il clinico ha fatto). Il colloquio finale è il
colloquio più difficile da condurre, perché deve avere lo scopo di allargare il campo di
comprensione del paziente. Il paziente può essersi accorto di avere dei sintomi ma non
riesce a comprenderne il significato.
Gli strumenti che possiamo usare sono strumenti veri e propri che io somministro al
paziente (test di vario genere) oppure sono strumenti che non sottopongo
direttamente al paziente ma che applico ai colloqui per favorirne una comprensione
più attenta. Il colloquio è prezioso perché può essere letto su tanti livelli. Quando un
clinico lavora da tanto tempo è più in grado di ragionare sui colloquio perché ne ha già
fatti tanti. Solitamente si utilizzano delle griglie che servono ad interpretare il colloquio
utilizzando dei costrutti. Vado un po' più in profondità rispetto al semplice discorso,
alle parole dette. Questi sono strumenti che ci aiutano ad acquisire in tempi più brevi,
competenze che altrimenti svilupperemmo in tempi molto più lunghi. Dobbiamo
partire dall’assunto che non c’è un test migliore degli altri, ci sono delle differenze tra
un test e l’altro ma nessun test è in grado di comprende la complessità dei pazienti. Il
test di intelligenza è una prova prettamente cognitiva, quello che mi importa è il
processo e non il risultato. Quello su cui voglio prestare attenzione è la reazioni che
il paziente ha nel momento in cui usa le sue risorse cognitive. Come usa la “testa” il
mio paziente? I test arrivano a darci dei numeri, ma noi dobbiamo imparare a
ragionare su questi numeri, ci dobbiamo chiedere in che modo utilizzare questi
risultati. Il fine è la comprensione diagnostica che si avvale di questi strumenti.
Il punto di partenza sono le narrazioni dei pazienti, cioè il modo in cui i pazienti
narrano le loro storie di vita. Siamo ingabbiati dal linguaggio, siamo schiavi del
nostro linguaggio. Quindi il linguaggio è un campo importantissimo se ragioniamo in
questo senso. Quello che ci capita è importante ma acquisisce più o meno significato
in base al modo in cui lo raccontiamo, lo riportiamo. Come le persone danno
significato agli eventi delle loro vite? Prima di entrare nella terapia dobbiamo
preparare la vicenda terapeutica attraverso un processo di comprensione. La
diagnosi è un processo conoscitivo e interpretativo non di etichettamento. Bisogna
prendersi del tempo per comprendere prima di intervenire. L’obiettivo è la
comprensione non il cambiamento.
Quali sono gli strumenti che utilizziamo? I colloqui e i test, strumenti che definiscono
la professione dello psicologo (uso elettivo della categoria). Il colloquio clinico è uno
strumento professionale che ha tutti degli accorgimenti ed è un aspetto molto
prezioso. I test li studiamo perché sono strumenti che ci aiutano a dare un senso alla
persona che abbiamo di fronte. Quando lavoreremo sul concetto di diagnosi
cercheremo di spiegare quelli sono le diverse definizioni dei diversi approcci, le
caratteristiche. È importante non soffermarsi su una scelta aprioristica tralasciando
tutte le altre possibilità cadendo così in errore. Bisogna conoscere i pregi e i difetti di
tutti gli strumenti in modo da poter fare una scelta consapevole dello strumento che
mi permette di comprendere ciò che il paziente mi porta.
Il punto centrale è il paziente. Non devo adattare in maniera forzata le mie conoscenze
al paziente. Il processo diagnostico presenta una fase di apertura con i primi colloqui,
una fase centrale caratterizzata dall’uso di diversi strumenti e da una fase finale.
Quest’ultima parte è molto delicata in quanto io devo dire al paziente che cosa ho
capito di lui. Io devo proporre un’interpretazione al paziente attraverso la
restituzione. Noi cercheremo di valutare non solo i test ma possiamo anche avvalerci
di strumenti che ci permettono di leggere i colloqui, di comprenderli e di approfondirli.
Il vantaggio di questi strumenti è il fatto che ci permettono di focalizzarsi su aspetti
che soprattuto per psicologi alle prime armi sono difficili da cogliere. Il colloquio non è
solo qualcosa che si fa e poi finisce lì ma è qualcosa su cui noi dobbiamo riflettere. Il
colloquio non possiamo usarlo come uno strumento da leggere in maniera descrittiva
oppure posso ragionarci su facendo delle ipotesi. Si deve andare oltre lo specifico delle
parole.
Il lavoro che può essere utile è quello che vede la somministrazione di un
pacchetto di strumenti per cogliere le diverse sfumature del paziente (test di
intelligenza, test proiettivi, questionari di personalità). Quello che ci interessa è il
modo in cui una persona si approccia al test e non i risultati numerici. I test sono
osservazioni in vivo dell’uso del pensiero. Noi pensiamo in un certo modo, usiamo il
pensiero in un certo modo per relazionarci al mondo esterno.
La restituzione consiste nella restituzione di informazioni equivalenti a quelle che il
paziente ci ha fornito. Non possiamo “dimenticare” o sminuire ciò che il paziente ci ha
portato. Il paziente deve ricevere ciò per cui è venuto a chiedere aiuto. Gli strumenti
hanno degli effetti sul paziente, possono ingenerare una certa diffidenza. È necessario
creare un certo tipo di clima, bisogna fornire un significato ai test. Il punto di partenza
sarà lo studio del colloquio. Uno degli ambiti più interessanti della ricerca in psicologia
clinica coinvolge l’analisi della narrazione tra clinico e paziente. Lo studio e
l’attenzione nei test e nei colloquio non è solo sui contenuti ma anche sul modo in cui
vengono riportati questi contenuti. Le teorie dell’attaccamento portano sul campo
l’idea che il modo in cui parliamo è fondamentale dal momento che svela la
rappresentazione dei nostri stati mentali. Il modo in cui parliamo è uno dei banchi su
cui facciamo emergere i nostri stati mentali. Noi siamo ciò che ci raccontiamo di noi
stessi. Non c’è una realtà oggettiva. Non è il dato in sé, ma è la narrazione che viene
fornita ad un evento. Per questo i sintomi non possono essere pensati come il punto di
arrivo, ma come il punto di partenza. Che significato hanno i sintomi che il paziente
presenta? Il paziente decide cosa narrare e il modo in cui viene riportata questa
narrazione. Il paziente riporta solo un piccolo pezzo della sua vita. Il tema della
narrazione e della rilevanza che le competenze narrative rivestono nella nostra vita
quotidiana è certamente ampio e complesso, nonché contraddittorio. L’approccio
narrativo per alcuni autori costituisce la costruzione del sé e dell’identità. Il sé non
è un’istanza mentale, è un’abilità di narrarsi, è il senso di noi espresso in parole. Il sé è
il senso che noi diamo a noi stessi. Bruner dice che negli esseri umani vi è una
necessità di raccontarsi per poter chiarire cosa intendiamo parlando di noi. L’obiettivo
delle terapie è spesso quello di allargare i campi, di cambiare la narrazione. Noi
lavoriamo sul racconto dei pazienti, non sul comportamento in sé (aspetto
secondario). Il sé non è un’istanza ma è una struttura narrativa (dialogo interiore che
abbiamo quando ci raccontiamo chi siamo, cosa vogliamo ecc.). Le terapie hanno
spesso l’ambizione di allargare le strutture narrative del paziente. Più noi alleggeriamo
il peso degli eventi passati, più aiutiamo il paziente a ridefinire il senso degli eventi
passati. Dobbiamo ricostruire il senso degli eventi di vita del paziente. Le narrazioni
possono cambiare. Noi possiamo modificare il senso che abbiamo di noi stessi.
L’obiettivo è che il paziente attivi i meccanismi di pensiero su di sé e che ridefinisca la
sua narrazione. La narrazione permette di arrivare al sé. Noi abbiamo la necessità di
raccontarci per poter chiarire che cosa intendiamo quando parliamo di noi. Vi è un
gioco dinamico tra passato, presente e futuro.
Anche Schafer concettualizza il sé come una costruzione narrativa in continuo
divenire. Tutti mettono se stessi in una struttura narrativa di qualche tipo. Spesso
quando si comincia una terapia non si ha ancora idea di quale si la nuova narrativa in
divenire. La narrazione diventa un punto rilevante perché è proprio lo studio della
narrazione che diventa lo studio dell’analisi empirica, partendo dall’assunto base che
lo studio degli scambi verbali che intercorrono tra paziente e clinico è fondamentale.
Ci si chiede se una terapia sta funzionando e perché sta funzionando o non sta
funzionando. In questa direzione qual è lo strumento su cui porre maggiore
attenzione? Il colloquio. Indipendentemente dalle teorie di riferimento e dalle
metodologie adottate il colloquio, come strumento di raccolta di informazioni, si
fonda sull’interazione verbale. Ci sono tanti tipi di colloqui che si differenziano sulla
base del setting. Possiamo avere i colloqui di ricerca, il colloquio di restituzione, il
colloquio di ammissione e dimissione nelle strutture, il colloquio anamnestico e il
colloquio terapeutico. In quest’ultimo caso conosco già la persona che ho di fronte e
l’obiettivo del colloquio è il cambiamento. Nel colloquio di restituzione, il terapeuta
restituisce delle informazioni al paziente e si confronta con esso per capire se le
informazioni ricavate sono corrette. È un colloquio che possiamo definire
confrontativo. Il colloquio anamnestico è un colloquio molto ampio in cui si cerca di
capire perché quel particolare soggetto ha sviluppato quello specifico disturbo. Si può
anche aprire tutta una discussione sullo sviluppo e la storia dei sintomi. Ci possono
essere degli episodi che poi diventano la base per l’insorgenza di alcuni disturbi di
personalità. Questo colloquio ha l’obiettivo di ripercorrere la storia personale del
paziente. La narrazione e il racconto di ricordi traumatici può essere molto faticoso sia
per il soggetto che per il terapeuta. Ogni tipo di colloquio ha delle caratteristiche
specifiche che lo differenziano dagli altri tipi di colloquio. Il colloquio di dimissione è un
colloquio estremamente delicato che ha anche l’obiettivo di capire se il paziente è in
grado di re-inserirsi all’interno del proprio contesto di vita. Il colloquio di consultazione
è un processo che il clinico mette in atto rispetto alle domande che il paziente porta
all’interno del colloquio. In un tempo brevissimo si arriva ad un livello di intimità molto
alto. Il clinico ha una posizione di osservazione e di comprensione. L’assetto deve
essere quello di ascolto e non di giudizio. Il clinico ascolta ciò che il paziente porta in
consultazione comincia a formulare delle ipotesi, cercando attivamente di dare
senso a ciò che sta ascoltando. Quello che lo psicologo deve fare è identificare i
bisogni (non solo materiali ma anche emotivi) del paziente e facilitare la riflessione
da parte del paziente in modo da favorire eventuali ripensamenti e revisioni. Il clinico
deve cercare di avere un focus attentivo sui bisogni emotivi e relazionali del paziente.
Ci sono tecniche che ci permettono di chiedere al paziente quali sono i suoi bisogni.
Quali sono gli strumenti o le tecniche di cui il clinico dispone? Sicuramente il clima o
l’alleanza diagnostica e le tecniche di intervento. Non dobbiamo pensare che un
paziente arrivi dallo psicologo perché è motivato ad intraprende un processo di
cambiamento. La fiducia epistemica è un assetto mentale che raggiungiamo con l’età.
Che cosa riduce la preoccupazione per l’ambiente esterno? Una buona relazione che
valida le sensazioni e le emozioni che il bambino prova. Questa esperienza è molto
precoce e inizialmente passa per un canale non verbale. Negli adulti immaginiamo che
a qualche livello, qualcosa su questo versante non è andato come doveva andare. Il
paziente è r
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