PSICOBIOLOGIA 26/10/2016 08:13:00
24 – OTTOBRE – 2016.
Cosa s’intende per resilienza?
Il termine resilienza proviene dall’ingegneria, dove resilienza stava a
significare la capacità di un metallo di resistere alle forze che gli vengono
applicate. Il contrario di resilienza nella metallurgia è la fragilità, un
materiale è resiliente se nel momento in cui viene sottoposto a
sollecitazioni resiste, magari modificandosi, ma resiste; è fragile se invece
si rompe.
Traslato in ambito psicologico la persona resiliente è una persona
resistente, ma non inteso come una persona che rimane immodificata, ma
nel senso che può anche modificarsi ma la modifica gli consente di far
fronte, di resistere alla sollecitazione senza rompersi, senza andare
nell’opposto e quindi nella fragilità. Molto spesso però l’opposto di
resiliente viene considerato vulnerabile più che fragile.
Quindi la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva, con
successo, ad eventi negativi, che possono essere di entità differente,
eventualmente cambiando, riorganizzando il proprio modo di pensare,
agire e dunque la propria resistenza e quindi superare. Nel concetto di
resilienza c’è dunque un forte concetto di cambiamento.
Secondo Trabucchi resilienza verrebbe dal verbo latino “resalio”, risalgo,
la sua definizione dà l’idea del resistere ad un evento negativo
modificandosi e riprendendo in mano la situazione nonostante le difficoltà.
(Riferimento alla chiglia della barca) analogia per spiegare che molte
volte quello che discuteremo essere un elemento di resilienza non è
visibile, è invisibile e va cercato nel genoma del soggetto, in modifiche a
carico di circuiti cerebrali specifici.
Una definizione di resilienza è stata data anche da uno psichiatra biologico
che si chiama Erwin Nestler, il quale ha contribuito in maniera cospicua al
campo dello studio sulla resilienza e la sua definizione è la seguente:
“resilienza si riferisce alle capacità di un individuo di evitare le
conseguenze negative di una forte sollecitazione, conseguenze negative a
livello sociale, psicologico e biologico e che, altrimenti,
comprometterebbero in maniera forte il loro benessere fisico e
psicologico.” Quindi viene sottolineato che le conseguenze di una
sollecitazione di uno stressor possono essere anche fisiche.
Un esempio in campo psicologico in cui è comparso ufficialmente il
termine resilienza, un lavoro del 1993, l’autore è Werner. Si tratta di uno
studio condotto in maniera longitudinale in una popolazione di bambini
delle Hawai. Il titolo del lavoro è “Resilienza e recupero nei confronti dei
fattori di rischio”, questo studio è iniziato nel 1955 su una coorte di 700
neonati caratterizzati dal fatto che l’ambiente sociale in cui questi bambini
andavano a crescere presentava degli elementi di criticità e quindi circa
1/3 di questi neonati viveva in una situazione di rischio ambientale,
povertà, emarginazione, ambiente degradato, tali da far presupporre che
avrebbero potuto sviluppare una serie di disturbi e di disagi a livello
psicologico; a livello di coorte questo è stato verificato, dunque la coorte
globale (700 bambini) se confrontata con una coorte di pari età vissuta in
un contesto differente, mostrava una maggior prevalenza di individui con
disturbi e disagi di vario tipo. Tuttavia un cospicuo 30% di questa coorte
non mostrava alcun tipo di disturbo, una volta giunta all’età di giovane
adulto, nonostante fossero vissuti in un ambiente a rischio che correlava
con il fatto che i rimanenti 2/3 (70%) mostrava in effetti una presenza di
disturbi. Questo 30% invece mostrava una capacità di integrarsi molto
bene nella società, avevano relazioni stabili, una famiglia, dei figli e un
lavoro che riuscivano a mantenere e mostravano un’interazione sociale
nella norma.
Quindi la domanda che si fece Werner si concentrò su cosa differenziava
questo 30% di bambini, da lui definiti “resilienti” nei confronti
dell’ambiente negativo, rispetto a coloro che invece a questo ambiente
avevano ceduto, sviluppando una serie di disturbi a livello psicologico.
C’erano dei fattori di protezione che avevano lavorato, ma quali erano?
E la domanda di Werner era importante perché comprendere che cosa
aveva reso resilienti i ragazzi che non avevano ceduto all’ambiente
negativo avrebbe potuto favorire lo sviluppo di interventi che, in
condizioni analoghe, avrebbero mirato a potenziare questi fattori di
resilienza, se suscettibili di intervento.
Questo ha spostato la riflessione scientifica nel campo dallo studio e
dall’analisi dei motivi che sono sorgente di disagio (per esempio
l’ambiente degradato) agli studi sui fattori positivi; quindi dallo studio
degli effetti della mancanza e della vulnerabilità, si è passati a studiare
l’esistenza di fattori protettivi che potessero invece promuovere la
resilienza o il recupero.
È proprio questo spostamento filosofico di paradigma che nella
psicobiologia ha caratterizzato il passaggio dai primi studi centrati sulla
deprivazione, agli studi successivi centrati sull’arricchimento.
Lo studio di Werner prosegue ancora e nel 2004 c’è stata una
rivalutazione dei risultati del primo studio del 1993, in cui Werner ha fatto
delle riflessioni. L’ultimo rapporto da questo studio longitudinale ha
mostrato due cose interessanti:
1. Gli effetti di questi sconosciuti fattori protettivi o gli effetti
negativi di esperienze precoci continuano ad evolversi. Per
esempio ragazzi che intorno ai 18/20 anni erano nei 2/3 che
avevano sviluppato disturbi, successivamente hanno recuperato.
2. Quindi non ci sono solo fattori protettivi precoci ma ci sono
anche dei fattori protettivi che possono essere tardivi. Anche la
presenza di multipli fattori di rischio può lo stesso essere
controbilanciata da fattori protettivi, tant’è vero che questi
soggetti una volta adulti, raggiungono una più che soddisfacente
integrazione sociale.
sostanzialmente, dunque, la maggior parte dei ragazzi ad alto
rischio potenziale e che aveva sviluppato problemi,
successivamente ha risolto tali problemi. Quindi a quell’1/3
iniziale che non aveva mai sviluppato problemi va aggiunto
almeno un 60% dei rimanente 2/3 che pur avendoli sviluppati in
età adolescenziale riesce poi a superarli successivamente.
Questo crea un numero totale che supera la metà della coorte
originaria. Nonostante l’ambiente fosse un classico ambiente a
rischio, più della metà dei soggetti o non sviluppa mai gli attesi
deficit o se li sviluppa riesce a far fronte.
Quali sono questi fattori precoci e tardivi?
Potrebbero essere nell’individuo stesso, potrebbe essere un diverso
genotipo.
Potrebbe essere un fattore protettivo presente nell’ambiente.
Come agiscono questi fattori protettivi?
Ci sono dei periodi critici? Ovvero, i fattori protettivi devono essere per
forza presenti nelle fasi precoci oppure ce ne possono essere di altri
che sono a lavoro anche successivamente? Oppure, lo stesso fattore
protettivo è ugualmente protettivo se messo in campo precocemente o
tardivamente?
L’individuo resiliente non è semplicemente un individuo che non mostra
quelle risposte negative all’ambiente che invece osservo nei soggetti
vulnerabili ma è un individuo che mette in atto dei meccanismi adattivi
che consentono di far fronte.
La maggior parte degli studi sulla psicobiologia si è concentrata sul
problema dello stress e quindi le risposte neuroendocrine, perciò
l’individuo resiliente è caratterizzato in termini di come il suo sistema
dello stress risponde agli stressor. Vedremo che anche altri sistemi
cominciano ad essere studiati, non solo quello dello stress ma anche
quello delle emozioni, l’insieme di quei circuiti che ci consentono di
sperimentare e controllare le emozioni e vedremo che anche questo è un
sistema che ormai è abbastanza compreso, al punto da poterne studiare
l’interazione con eventi avversi e cercare di caratterizzare in termini di
modifica di questi sistemi di resilienza verso l’individuo vulnerabile.
In questo caso ci serviremo molto dei modelli animali. È possibile
costruire un modello di stress sociale nell’animale che può essere, in
qualche modo paragonato a un qualcosa che l’individuo umano può
esperire.
Il protocollo si chiama “Protocollo dello Stress Sociale Cronico” sviluppato
dal roditore. Ci sono due topolini, uno appartiene a una linea di topolini
docili (TD) e l’altro a una linea di topolini aggressivi (TA); normalmente
non si incontrerebbero mai perché il topolino docile non andrebbe vicino a
quello aggressivo.
Esperimento: il TD viene messo nella gabbia insieme al TA e non può
uscire, vi resta per 10 minuti, nel corso dei quali il TD viene bulleggiato
dal TA. Successivamente viene spostato in una gabbia vicina da cui però
può continuare a vedere e sentire l’odore del TA. Ciò viene ripetuto ogni
giorno per 10 giorni. Alla fine dei 10 giorni si misura cosa è successo nel
comportamento dell’animale; notando che, la maggior parte degli animali
sottoposti a questo protocollo si rifiuta non solo di interagire mai più con
l’aggressore ma non interagirà più neanche con i suoi conspecifici. Quindi
messo in un’arena in cui gli altri topolini esplorano, lui si mette in angolo
da solo e misurando altri parametri si può vedere che ha sviluppato una
situazione di ritiro sociale.
Però c’è un 30% di animali che nonostante si sia stato sottoposto allo
stesso protocollo non ha cambiato il suo comportamento, dunque, posto
di fronte all’aggressore chiuso nella sua gabbia, lo va ad annusare
continuando ad agire con i suoi conspecifici e non mostrando nessuna
modifica del suo comportamento.
Si tratta di un protocollo Ecologico che ha una valenza rispetto a quello
che può accadere rispetto ad un soggetto umano e che mette in evidenza
l’esistenza di individui vulnerabili ed individui invece resilienti.
I meccanismi alla base della resilienza sono complessi, non esiste un solo
fattore di resilienza, possono essere genetici, epigenetici e ambientali.
L’ambiente interagisce con il genotipo del soggetto, determina modifiche
epigenetiche modificando quindi il fenotipo del soggetto; questi tre
elementi interagiscono tra di loro attraverso meccanismi di plasticità che
se sono adattivi, favoriscono la resilienza se invece sono maladattivi
favoriscono la vulnerabilità.
Se un individuo, esposto in una situazione di stressor non mostra le
modifiche di plasticità maladattive che caratterizzano i soggetti
vulnerabili, parliamo di resilienza passiva, in questo caso, non ha subito
l’effetto negativo; se invece mostra fenomeni di plasticità adattiva allora
parliamo di resilienza attiva, in questo caso il soggetto si è modificato per
far fronte. Entrambi contribuiscono al concetto globale di resilienza di un
soggetto.
PLASTICITA’ NEURALE
Il nostro comportamento è modificabile dall’esperienza e questo fa parte
dell’adattabilità, quest’ultima è cruciale per la sopravvivenza. La
flessibilità del comportamento è una chiave di lettura del successo di una
specie, più una specie possiede pochi comportamenti specie-specifici e
tutti scarsamente modificabili, meno probabile è che cambiamenti
climatici o dell’ambiente la facciano sopravvivere. Più la specie è
adattabile più è probabile che abbia avuto successo nel corso
dell’evoluzione.
Siamo in grado di modificare il nostro comportamento, spesso anche
molto rapidamente, e siamo in grado di farlo perché il nostro cervello è in
grado di cambiare.
La modificabilità del cervello è alla base dei fenomeni della memoria e
delle differenze interindividuali. Le capacità degli individui umani sono
diverse non solo perché sono geneticamente diversi ma perché il loro
cervello è diverso e non solo per motivi genetici. Le capacità di memoria,
decisione, intuizione, motorie, artistiche, sono diverse da un individuo ad
un altro.
Svolgere attività diverse significa attivare aree cerebrali diverse.
Se il nostro comportamento dipende dall’attivazione dei circuiti nervosi
allora vuol dire che come sono fatti i circuiti nervosi determina il nostro
comportamento. Il nostro comportamento riflette l’organizzazione e il
lavoro dei nostri circuiti nervosi.
Quella che noi chiamiamo realtà non è altro che un’assoluta costruzione
personale. La realtà che percepiamo e in base alla quale agiamo, dipende
da come funzionano i nostri circuiti nervosi, da come si sono formati
durante lo sviluppo e da come si modificano in risposta all’esperienza,
cosa che avviene durante tutto l’arco della vita.
Quindi esperienze diverse formano circuiti neurali diversi, dotano ognuno
di noi di un cervello diverso e con questo la realtà ci appare diversa da
come appare ad altre persone. L’esperienza può modificare il cervello
perché questo è plastico, non è resiliente, si modifica in risposta alle
esperienze e noi chiamiamo neuroplasticità la capacità dei circuiti
cerebrali di modificarsi in risposta all’esperienza. Questa capacità è
fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo e della specie perché ci
serve per apprendere, per avere un comportamento flessibile, per avere
uno sviluppo cerebrale tout – court e per provare a riparare i danni che il
cervello può subire nel corso della vita. Quando diciamo che i circuiti
nervosi si modificano, questi lo fanno sia dal punto di vista funzionale che
da quello strutturale.
Ci sono tante plasticità, alcune sono rapidissime, non sono fatte per
durare, si instaurano nell’arco di millesimi di secondo e durano pochi
millesimi di secondo, è una plasticità a molto breve termine (p.e. alcuni
fenomeni di adattamento sensoriale), si tratta di un adattamento che non
è fatto per durare perché si modella costantemente sull’ambiente. Ci sono
poi quei fenomeni di plasticità che invece sono alla base di cambiamenti
transitori ma sono più duraturi (p.e. memoria di lavoro) posso mantenere
un’informazione per qualche minuto, che poi non serve più. Ci sono poi
quei fenomeni di plasticità che sono fatti per durare nel tempo, sono quelli
che mi permettono di modificare in maniera duratura un comportamento
o una funzione e di apprendere in maniera duratura nuove informazioni e
nuove capacità.
In cosa si traduce l’esperienza?
Essa si traduce in termini di attività elettrica, a seconda del tipo di attività
elettrica può avvenire o meno un cambiamento, ovvero un fenomeno di
plasticità. Esistono due tipi di plasticità neurale:
1. Plasticità SINAPTICA è il tipo più diffuso e come dice il suo
nome quello che cambia è l’efficienza e l’efficacia di
connessioni sinaptiche, che possono essere già esistenti e
possono diventare più o meno efficaci; se ne possono creare
di nuovi o se ne possono eliminare.
Questo tipo di plasticità è la forma più diffusa di plasticità
neurale.
2. NEUROGENESI generazione di nuove cellule nervose. La
neurogenesi la troviamo solo in due strutture: nell’ippocampo
e il bulbo olfattivo.
Dunque plasticità neurale è un termine generale, vuol dire che i circuiti
nervosi si modificano in risposta all’esperienza, ovvero in risposta
all’attività elettrica e a quello che poi si traduce. Nella maggior parte dei
casi la plasticità neurale si declina in plasticità sinaptica, ma ci sono due
esempi in cui oltre alla plasticità sinaptica, la struttura in questione
mostra anche, in risposta all’esperienza, neurogenesi.
Non tutti i tipi di attività elettrica sono ugualmente capaci di attivare un
cambiamento plastico (p.e. muro mattoni/cattedrale St. Denis), ci sono
delle regole che determinano se un certo cambio di attività elettrica nel
circuito, dunque una certa esperienza, determinerà un cambiamento
plastico dell’efficacia sinaptica e se lo determina se sarà un
potenziamento e quindi la sinapsi diventa più efficace, oppure una
riduzione dell’efficacia sinaptica.
Ci sono molte regole, la più nota è la regola della coincidenza dell’attività
pre/post sinaptica detta anche Regola di Hebb se in un circuito
l’elemento presinaptico o perché di per sé è molto attivo, e quindi riesce
ad attivare fortemente il suo bersaglio postsinaptico, oppure perché è
attivo mentre sono attivi altri neuroni presinaptici e tutti insieme riescono
ad attivare il bersaglio postsinaptico, questo porta ad un potenziamento
dell’efficacia sinaptica. Se invece il neurone postsinaptico fallisce
ripetutamente questo porta ad una riduzione dell’efficacia sinaptica, ciò
vuol dire che è necessaria una relazione temporale fra l’attività pre e post
sinaptica. Ma entro quanto devono essere contemporaneamente attivi
l’elemento presinaptico e quello postsinaptico? Questo dipende da circuiti
diversi ma nella maggior parte dei circuiti vale regola Spike-timing
dependent plasticity: se tutto sta andando correttamente io devo
aspettarmi che prima si attivi il neurone presinaptico e poi quello
postsinaptico, infatti se il neurone presinaptico precede l’attività del
neurone postsinaptico di 10/2
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