Psicobiologia 26/10/2016
Cosa s'intende per resilienza?
Il termine resilienza proviene dall'ingegneria, dove resilienza stava a significare la capacità di un metallo di resistere alle forze che gli vengono applicate. Il contrario di resilienza nella metallurgia è la fragilità: un materiale è resiliente se nel momento in cui viene sottoposto a sollecitazioni resiste, magari modificandosi, ma resiste; è fragile se invece si rompe.
Traslato in ambito psicologico, la persona resiliente è una persona resistente, ma non inteso come una persona che rimane immodificata, ma nel senso che può anche modificarsi ma la modifica gli consente di far fronte, di resistere alla sollecitazione senza rompersi, senza andare nell'opposto e quindi nella fragilità. Molto spesso però l'opposto di resiliente viene considerato vulnerabile più che fragile.
Quindi la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva, con successo, ad eventi negativi, che possono essere di entità differente, eventualmente cambiando, riorganizzando il proprio modo di pensare, agire e dunque la propria resistenza e quindi superare. Nel concetto di resilienza c'è dunque un forte concetto di cambiamento.
Secondo Trabucchi, resilienza verrebbe dal verbo latino "resalio", risalgo, la sua definizione dà l'idea del resistere ad un evento negativo modificandosi e riprendendo in mano la situazione nonostante le difficoltà. (Riferimento alla chiglia della barca) analogia per spiegare che molte volte quello che discuteremo essere un elemento di resilienza non è visibile, è invisibile e va cercato nel genoma del soggetto, in modifiche a carico di circuiti cerebrali specifici.
Definizione di resilienza secondo Erwin Nestler
Una definizione di resilienza è stata data anche da uno psichiatra biologico che si chiama Erwin Nestler, il quale ha contribuito in maniera cospicua al campo dello studio sulla resilienza e la sua definizione è la seguente: "Resilienza si riferisce alle capacità di un individuo di evitare le conseguenze negative di una forte sollecitazione, conseguenze negative a livello sociale, psicologico e biologico e che, altrimenti, comprometterebbero in maniera forte il loro benessere fisico e psicologico." Quindi viene sottolineato che le conseguenze di una sollecitazione di uno stressor possono essere anche fisiche.
Studio di Werner sulla resilienza
Un esempio in campo psicologico in cui è comparso ufficialmente il termine resilienza, è un lavoro del 1993, l'autore è Werner. Si tratta di uno studio condotto in maniera longitudinale in una popolazione di bambini delle Hawaii. Il titolo del lavoro è "Resilienza e recupero nei confronti dei fattori di rischio", questo studio è iniziato nel 1955 su una coorte di 700 neonati caratterizzati dal fatto che l'ambiente sociale in cui questi bambini andavano a crescere presentava degli elementi di criticità e quindi circa 1/3 di questi neonati viveva in una situazione di rischio ambientale, povertà, emarginazione, ambiente degradato, tali da far presupporre che avrebbero potuto sviluppare una serie di disturbi e di disagi a livello psicologico; a livello di coorte questo è stato verificato, dunque la coorte globale (700 bambini) se confrontata con una coorte di pari età vissuta in un contesto differente, mostrava una maggior prevalenza di individui con disturbi e disagi di vario tipo.
Tuttavia un cospicuo 30% di questa coorte non mostrava alcun tipo di disturbo, una volta giunta all'età di giovane adulto, nonostante fossero vissuti in un ambiente a rischio che correlava con il fatto che i rimanenti 2/3 (70%) mostrava in effetti una presenza di disturbi. Questo 30% invece mostrava una capacità di integrarsi molto bene nella società, avevano relazioni stabili, una famiglia, dei figli e un lavoro che riuscivano a mantenere e mostravano un'interazione sociale nella norma.
Quindi la domanda che si fece Werner si concentrò su cosa differenziava questo 30% di bambini, da lui definiti "resilienti" nei confronti dell'ambiente negativo, rispetto a coloro che invece a questo ambiente avevano ceduto, sviluppando una serie di disturbi a livello psicologico. C'erano dei fattori di protezione che avevano lavorato, ma quali erano?
E la domanda di Werner era importante perché comprendere che cosa aveva reso resilienti i ragazzi che non avevano ceduto all'ambiente negativo avrebbe potuto favorire lo sviluppo di interventi che, in condizioni analoghe, avrebbero mirato a potenziare questi fattori di resilienza, se suscettibili di intervento.
Questo ha spostato la riflessione scientifica nel campo dallo studio e dall'analisi dei motivi che sono sorgente di disagio (per esempio l'ambiente degradato) agli studi sui fattori positivi; quindi dallo studio degli effetti della mancanza e della vulnerabilità, si è passati a studiare l'esistenza di fattori protettivi che potessero invece promuovere la resilienza o il recupero.
È proprio questo spostamento filosofico di paradigma che nella psicobiologia ha caratterizzato il passaggio dai primi studi centrati sulla deprivazione, agli studi successivi centrati sull'arricchimento.
Lo studio di Werner prosegue ancora e nel 2004 c'è stata una rivalutazione dei risultati del primo studio del 1993, in cui Werner ha fatto delle riflessioni. L'ultimo rapporto da questo studio longitudinale ha mostrato due cose interessanti:
- Gli effetti di questi sconosciuti fattori protettivi o gli effetti negativi di esperienze precoci continuano ad evolversi. Per esempio ragazzi che intorno ai 18/20 anni erano nei 2/3 che avevano sviluppato disturbi, successivamente hanno recuperato.
- Quindi non ci sono solo fattori protettivi precoci ma ci sono anche dei fattori protettivi che possono essere tardivi. Anche la presenza di multipli fattori di rischio può lo stesso essere controbilanciata da fattori protettivi, tant'è vero che questi soggetti una volta adulti, raggiungono una più che soddisfacente integrazione sociale.
Sostanzialmente, dunque, la maggior parte dei ragazzi ad alto rischio potenziale e che aveva sviluppato problemi, successivamente ha risolto tali problemi. Quindi a quell'1/3 iniziale che non aveva mai sviluppato problemi va aggiunto almeno un 60% dei rimanente 2/3 che pur avendoli sviluppati in età adolescenziale riesce poi a superarli successivamente. Questo crea un numero totale che supera la metà della coorte originaria. Nonostante l'ambiente fosse un classico ambiente a rischio, più della metà dei soggetti non sviluppa mai gli attesi deficit o se li sviluppa riesce a far fronte.
Quali sono questi fattori precoci e tardivi?
Potrebbero essere nell'individuo stesso, potrebbe essere un diverso genotipo. Potrebbe essere un fattore protettivo presente nell'ambiente.
- Come agiscono questi fattori protettivi?
- Ci sono dei periodi critici? Ovvero, i fattori protettivi devono essere per forza presenti nelle fasi precoci oppure ce ne possono essere di altri che sono a lavoro anche successivamente? Oppure, lo stesso fattore protettivo è ugualmente protettivo se messo in campo precocemente o tardivamente?
L'individuo resiliente non è semplicemente un individuo che non mostra quelle risposte negative all'ambiente che invece osservo nei soggetti vulnerabili ma è un individuo che mette in atto dei meccanismi adattivi che consentono di far fronte.
La maggior parte degli studi sulla psicobiologia si è concentrata sul problema dello stress e quindi le risposte neuroendocrine, perciò l'individuo resiliente è caratterizzato in termini di come il suo sistema dello stress risponde agli stressor. Vedremo che anche altri sistemi cominciano ad essere studiati, non solo quello dello stress ma anche quello delle emozioni, l'insieme di quei circuiti che ci consentono di sperimentare e controllare le emozioni e vedremo che anche questo è un sistema che ormai è abbastanza compreso, al punto da poterne studiare l'interazione con eventi avversi e cercare di caratterizzare in termini di modifica di questi sistemi di resilienza verso l'individuo vulnerabile.
In questo caso ci serviremo molto dei modelli animali. È possibile costruire un modello di stress sociale nell'animale che può essere, in qualche modo paragonato a un qualcosa che l'individuo umano può esperire.
Il protocollo si chiama "Protocollo dello Stress Sociale Cronico" sviluppato dal roditore. Ci sono due topolini, uno appartiene a una linea di topolini docili (TD) e l'altro a una linea di topolini aggressivi (TA); normalmente non si incontrerebbero mai perché il topolino docile non andrebbe vicino a quello aggressivo.
Esperimento: il TD viene messo nella gabbia insieme al TA e non può uscire, vi resta per 10 minuti, nel corso dei quali il TD viene bulleggiato dal TA. Successivamente viene spostato in una gabbia vicina da cui però può continuare a vedere e sentire l'odore del TA. Ciò viene ripetuto ogni giorno per 10 giorni. Alla fine dei 10 giorni si misura cosa è successo nel comportamento dell'animale; notando che, la maggior parte degli animali sottoposti a questo protocollo si rifiuta non solo di interagire mai più con l'aggressore ma non interagirà più neanche con i suoi conspecifici. Quindi, messo in un'arena in cui gli altri topolini esplorano, lui si mette in angolo da solo e misurando altri parametri si può vedere che ha sviluppato una situazione di ritiro sociale.
Però c'è un 30% di animali che nonostante sia stato sottoposto allo stesso protocollo non ha cambiato il suo comportamento, dunque, posto di fronte all'aggressore chiuso nella sua gabbia, lo va ad annusare continuando ad agire con i suoi conspecifici e non mostrando nessuna modifica del suo comportamento.
Si tratta di un protocollo ecologico che ha una valenza rispetto a quello che può accadere rispetto ad un soggetto umano e che mette in evidenza l'esistenza di individui vulnerabili ed individui invece resilienti.
Meccanismi alla base della resilienza
I meccanismi alla base della resilienza sono complessi, non esiste un solo fattore di resilienza, possono essere genetici, epigenetici e ambientali. L'ambiente interagisce con il genotipo del soggetto, determina modifiche epigenetiche modificando quindi il fenotipo del soggetto; questi tre elementi interagiscono tra di loro attraverso meccanismi di plasticità che se sono adattivi, favoriscono la resilienza se invece sono maladattivi favoriscono la vulnerabilità.
Se un individuo, esposto in una situazione di stressor non mostra le modifiche di plasticità maladattive che caratterizzano i soggetti vulnerabili, parliamo di resilienza passiva, in questo caso, non ha subito l'effetto negativo; se invece mostra fenomeni di plasticità adattiva allora parliamo di resilienza attiva, in questo caso il soggetto si è modificato per far fronte. Entrambi contribuiscono al concetto globale di resilienza di un soggetto.
Plasticità neurale
Il nostro comportamento è modificabile dall'esperienza e questo fa parte dell'adattabilità, quest'ultima è cruciale per la sopravvivenza. La flessibilità del comportamento è una chiave di lettura del successo di una specie, più una specie possiede pochi comportamenti specie-specifici e tutti scarsamente modificabili, meno probabile è che cambiamenti climatici o dell'ambiente la facciano sopravvivere. Più la specie è adattabile più è probabile che abbia avuto successo nel corso dell'evoluzione.
Siamo in grado di modificare il nostro comportamento, spesso anche molto rapidamente, e siamo in grado di farlo perché il nostro cervello è in grado di cambiare. La modificabilità del cervello è alla base dei fenomeni della memoria e delle differenze interindividuali. Le capacità degli individui umani sono diverse non solo perché sono geneticamente diversi ma perché il loro cervello è diverso e non solo per motivi genetici. Le capacità di memoria, decisione, intuizione, motorie, artistiche, sono diverse da un individuo ad un altro.
Svolgere attività diverse significa attivare aree cerebrali diverse.
Se il nostro comportamento dipende dall'attivazione dei circuiti nervosi allora vuol dire che come sono fatti i circuiti nervosi determina il nostro comportamento. Il nostro comportamento riflette l'organizzazione e il lavoro dei nostri circuiti nervosi.
Quella che noi chiamiamo realtà non è altro che un'assoluta costruzione personale. La realtà che percepiamo e in base alla quale agiamo, dipende da come funzionano i nostri circuiti nervosi, da come si sono formati durante lo sviluppo e da come si modificano in risposta all'esperienza, cosa che avviene durante tutto l'arco della vita.
Quindi esperienze diverse formano circuiti neurali diversi, dotano ognuno di noi di un cervello diverso e con questo la realtà ci appare diversa da come appare ad altre persone. L'esperienza può modificare il cervello perché questo è plastico, non è resiliente, si modifica in risposta alle esperienze e noi chiamiamo neuroplasticità la capacità dei circuiti cerebrali di modificarsi in risposta all'esperienza. Questa capacità è fondamentale per la sopravvivenza dell'individuo e della specie perché ci serve per apprendere, per avere un comportamento flessibile, per avere uno sviluppo cerebrale tout-court e per provare a riparare i danni che il cervello può subire nel corso della vita.
Quando diciamo che i circuiti nervosi si modificano, questi lo fanno sia dal punto di vista funzionale che da quello strutturale.
Ci sono tante plasticità, alcune sono rapidissime, non sono fatte per durare, si instaurano nell'arco di millesimi di secondo e durano pochi millesimi di secondo, è una plasticità a molto breve termine (p.e. alcuni fenomeni di adattamento sensoriale), si tratta di un adattamento che non è fatto per durare perché si modella costantemente sull'ambiente. Ci sono poi quei fenomeni di plasticità che invece sono alla base di cambiamenti transitori ma sono più duraturi (p.e. memoria di lavoro) posso mantenere un'informazione per qualche minuto, che poi non serve più. Ci sono poi quei fenomeni di plasticità che sono fatti per durare nel tempo, sono quelli che mi permettono di modificare in maniera duratura un comportamento o una funzione e di apprendere in maniera duratura nuove informazioni e nuove capacità.
In cosa si traduce l'esperienza? Essa si traduce in termini di attività elettrica, a seconda del tipo di attività elettrica può avvenire o meno un cambiamento, ovvero un fenomeno di plasticità. Esistono due tipi di plasticità neurale:
- Plasticità sinaptica: è il tipo più diffuso e come dice il suo nome quello che cambia è l'efficienza e l'efficacia di connessioni sinaptiche, che possono essere già esistenti e possono diventare più o meno efficaci; se ne possono creare di nuovi o se ne possono eliminare. Questo tipo di plasticità è la forma più diffusa di plasticità neurale.
- Neurogenesi: generazione di nuove cellule nervose. La neurogenesi la troviamo solo in due strutture: nell'ippocampo e il bulbo olfattivo.
Dunque plasticità neurale è un termine generale, vuol dire che i circuiti nervosi si modificano in risposta all'esperienza, ovvero in risposta all'attività elettrica e a quello che poi si traduce. Nella maggior parte dei casi la plasticità neurale si declina in plasticità sinaptica, ma ci sono due esempi in cui oltre alla plasticità sinaptica, la struttura in questione mostra anche, in risposta all'esperienza, neurogenesi.
Non tutti i tipi di attività elettrica sono ugualmente capaci di attivare un cambiamento plastico, ci sono delle regole che determinano se un certo cambio di attività elettrica nel circuito, dunque una certa esperienza, determinerà un cambiamento plastico dell'efficacia sinaptica e se lo determina se sarà un potenziamento e quindi la sinapsi diventa più efficace, oppure una riduzione dell'efficacia sinaptica.
Ci sono molte regole, la più nota è la regola della coincidenza dell'attività pre/post sinaptica detta anche Regola di Hebb: se in un circuito l'elemento presinaptico o perché di per sé è molto attivo, e quindi riesce ad attivare fortemente il suo bersaglio postsinaptico, oppure perché è attivo mentre sono attivi altri neuroni presinaptici e tutti insieme riescono ad attivare il bersaglio postsinaptico, questo porta ad un potenziamento dell'efficacia sinaptica. Se invece il neurone postsinaptico fallisce ripetutamente questo porta ad una riduzione dell'efficacia sinaptica, ciò vuol dire che è necessaria una relazione temporale fra l'attività pre e post sinaptica.
Ma entro quanto devono essere contemporaneamente attivi l'elemento presinaptico e quello postsinaptico? Questo dipende da circuiti diversi ma nella maggior parte dei circuiti vale regola Spike-timing dependent plasticity: se tutto sta andando correttamente io devo aspettarmi che prima si attivi il neurone presinaptico e poi quello postsinaptico, infatti se il neurone presinaptico precede l'attività del neurone postsinaptico...
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