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:

COMPLICANZE O PATOLOGIE ASSOCIATE

1) Lesioni nervose periferiche.

2) Lesioni vascolari (arteria otturatoria, femorale)

3) Lussazione anca.

4) Fratture associate della testa/collo del femore

:

COMPLICANZE TARDIVE

1) Calcificazioni dei tessuti molli periarticolari dovute a stasi vascolari. Si previene con mobilizzazione e

terapia medica di supporto (eparina riduce la densità del sangue).

2) Atrofia di Sudek demineralizzazione da assenza da carico algodistrofia da immobilizzazione

 

prevenuta con carico ma dato che non si può si fa la mobilizzazione attiva.

3) PAO (para-osteo-artropatie).

LUSSAZIONI D’ANCA

Le più frequenti sono le lussazioni posteriori, più rare sono quelle anteriori (2%), associate solitamente a

fratture dell’acetabolo, rarissime le centrali. I soggetti più colpiti sono giovani vittime di traumi indiretti ad

alta energia, i displasici e i protesizzati.

: dolore mostruoso; atteggiamento dell’arto: accorciato, sul piano frontale si

SINTOMATOLOGIA CLINICA

mostra extraruotato, abdotto e flesso, da una visione posteriore flesso, addotto, intraruotato.

Si fa subito una riduzione con il pz sdraiato per terra e poi una trazione trans-scheletrica e gesso (si fa anche

se il paziente è in narcosi).

: l’inizio della mobilizzazione dipende dalla stabilità dopo l’intervento e si effettua in

TRATTAMENTO

posizioni antilussanti (in una lussazione posteriore parto con arto abdotto, in una lussazione anteriore con

arto addotto); poi effettuo rinforzo muscolare dei distretti che “contengono” (mediogluteo e rotatori) e faccio

adottare posture antilussanti (da continuare anche a casa per 45gg.). Il carico viene concesso, se sono buoni i

pelvitrocanterici, già dalla VI giornata con carico protetto ma completo. Il tutto viene supportato da una

terapia medica per controllare il dolore.

: si possono verificare danni vascolari o nervosi. In quest’ultimo caso va bene il

PATOLOGIE CONCOMITANTI

trattamento in acqua (idrokinesiterapia) abbinato a esercizi propriocettivi per recuperare la sensibilità

(trasferimento di carico,….)

FRATTURE DELLA PELVI (del bacino senza l’acetabolo)

Si verificano in seguito a traumi diretti ad altissima energia in soggetti giovani con politrauma con lesioni

associate splancniche, fratture in altri distretti, patologie toraciche (versamenti pneumoemotoracici),

traumatismi cranio-encefalici che provocano perdita di conoscenza, lesioni rachidee (mieliche o amieliche),

lesioni nervose periferiche. Sono solitamente traumi della strada ad alto rischio i morte per complicanze

cardio-polmonari e cerebrali.

La patogenesi (forza compressiva) è anteroposteriore, meno laterale e tangenziale (da taglio). La sede più

frequente è quella iliaca (una o più branche). Contemporaneamente si ha una diastasi sacroiliaca e della

sinfisi pubica. Le fratture possono essere composte o scomposte, associate a lesioni delle spine (sup. o inf.).

Il trattamento incruento si preferisce quando le fratture sono giudicate discretamente stabili, la trazione in

quelle scomposte. Nel trattamento cruento ci sono apparati di fissazione esterna (i fissatori esterni) che

“pontano” la frattura. Appena possibile il pz va messo seduto a 40° di flessione d’anca, si fa KT respiratoria

anche in presenza di drenaggi toracici, innestati per problemi di polmone rientrante e non più a contatto con

la pleura. Il carico viene dato dopo 90gg., in modo progressivo con l’aiuto di lettini di statica nel caso in cui

ci sia un fissatore molto ingombrante. Il controllo della stabilità e della riparazione tissutale avviene

attraverso RX.

FRATTURE DELLA DIAFISI FEMORALE (Boero)

T :

RATTAMENTO CHIRURGICO

- chiodo endomidollare (no carico immediato)

- fissatore esterno che causa meno infezioni e può essere assiale (no carico immediato) o a gabbia

(Ilizarov, carico immediato ma più traumatico).

- placche e viti (sempre meno usate).

T - :

RATTAMENTO POST CHIRURGICO

- controllo postura a letto

- es. vascolari

- es isometrico quadricipiti e glutei

- mobilizzazione attiva assistita di anca e ginocchio

- terapie fisiche per edema

- passaggio in posizione seduta

- rinforzo dei muscoli del cingolo pelvico e quadricipite

- passaggio all’ortostatismo

C :

ARICO

- chiodo endomidollare libero se stabile (se il chiodo è bloccato), parziale (25 kg) per 6 settimane

se il chiodo è piccolo o frattura comminuta (chiodo non bloccato).

- fissatore esterno libero su Ilizarov, da stabilire per quelli assiali.

- placche no carico per 6-8 settimane.

FRATTURE DELL’EPIFISI DISTALE DEL FEMORE (Boero)

T :

RATTAMENTO CHIRURGICO

- lama placca e viti

- fissatore esterno (soprattutto Ilizarov)

T - :

RATTAMENTO RIABILITATIVO POST OPERATORIO

- controllo posturale

- terapia fisica per edema e dolore

- es. vascolari

- mobilizzazione della rotula

- chinesi attiva assistita al ginocchio

- contrazione isometrica del quadricipite

- mobilizzazione passiva su kinetec

- rinforzo dei muscoli del cingolo pelvico

- adattamento all’ortostatismo (rialzo controlaterale)

C :

ARICO

- lama placca e viti (no per 3 mesi)

- fissatore esterno libero

Se il paziente non riesce a fletter il ginocchio per almeno 90°, si ricorrerà ad uno sblocco articolare in

narcosi.

FRATTURE DELLA ROTULA (Boero)

Se stabili e composte trattamento incruento

Per fratture comminute, intrarticolari con diastasi e lesione apparato estensore trattamento cruento

T cerchiaggio, fissazione con fili di Kishner, emipatellectomia

RATTAMENTO CRUENTO

T gesso femoro-pedidio per 20gg

RATTAMENTO INCRUENTO

T - avvio alla deambulazione con gesso e carico protetto da

RATTAMENTO RIABILITATIVO POST INCRUENTO

due stampelle; contrazione isometrica quadricipite anche con elettrostimolazione.

T - emipatellectomia: immobilizzazione per 6-8 settimane;

RATTAMENTO RIABILITATIVO POST OPERATORIO

cerchiaggio: circa 10 gg inizio cauta mobilizzazione, se interessate superfici articolari ROM 0-90°

GONARTROSI

Patologia degenerativa non infiammatoria dell’articolazione che si manifesta con la comparsa di osteofiti,

danni ossei, capsulari e legamentosi. Può insorgere più facilmente su un ginocchio varo o valgo: nel

ginocchio varo c’è un maggiore sovraccarico sul compartimento mediale, nel gin. valgo sul compartimento

laterale; tuttavia il gin. valgo è anche spesso associato a sindromi femoro-rotulee.

Nella gonartrosi il trattamento chirurgico è l’ultima alternativa: le protesi monocompartimentali (vedi sotto)

o totali (sostituite le componenti tibiale e femorale denervata la rotula che in rari casi può anche essere

sostituita) sono spesso precedute, specialmente nei giovani, da osteotomie, che fanno guadagnare qualche

anno. ( ): o si diminuisce lo stress o si aumenta la resistenza dei tessuti.

TRATTAMENTO INCRUENTO RIABILITATIVO

Per ridurre lo stress occorre ridurre i carichi complessivi riducendo il rom di Flex/Est., “risparmiando”

l’articolazione dolente (no scale, ma cammino in piano e cyclette). Si sconsiglia l’intervento prima dei 60-65

aa. ( ): sono di due tipi:

TRATTAMENTO ORTOPEDICO OSTEOTOMIE

- valgizzanti : su un gin. varo sottrazione ossea a livello tibiale, riavvicinamento dei capi ossei e

fissazione con una cambra metallica;

- varizzanti : su un gin. valgo addizione a livello femorale di un cuneo d’osso prelevato dall’ala iliaca.

Si effettuano in artrosi di grado lieve, quando la deviazione dall’asse anatomico è <15° e e il gin. ha tenuta

legamentosa e movimenti conservati ma dolenti.

In alternativa all’osteotomia si effettua l’impianto di una protesi monocompartimentale (1 piatto tibiale e 1

condilo); nella PTG vvengono sostituite sia la componente tibiale che quella femorale, la rotula viene

denervata e solo in rari casi la si sostituisce.

PATOLOGIE DEI TESSUTI MOLLI DELL’ANCA

Periartrite d’anca: infiammazione dei tessuti molli periarticolari. Ha una causa disfunzionale per alterazione

della funzione dell’anca durante la deambulazione, lo sport, che si manifesta con mioentesite inserzionale

(del muscolo a livello dell’inserzione trocanterica). Può manifestarsi in giovani sportivi scorrettamente

allenati, nell’anziano per poliomielite, in esiti di protesizzazione, correlata a problemi del rachide,…

: dolore localizzato, maggiore al carico, nei passaggi posturali, nei trasferimenti di carico o in

SINTOMI

decubito laterale. Clinicamente si riscontrano:

- dolore alla presso-palpazione peritrocanterica;

- dolore alla mobilizzazione passiva dell’anca specialmente in RI-AD;

- tumefazione;

- dolore in reclutamento attivo in RE-AB;

- sensazione di sballottamento per irritazione della borsa (borsite), solo a volte;

: se si individua la causa, riposo funzionale (negli sportivi 1 mese, non 10gg.!!!);

TRATTAMENTO

- terapia medica per os o a tipo locale (cerotti);

- terapia strumentale: ultrasuoni per ridurre la flogosi locale, con o senza diadinamica per ridurre le

contratture, e laser (no derivato dell’infrarosso ma laser CO2 defocalizzato);

- mesoterapia (cocktail di miorilassanti, anestetico locale e FANS);

- terapia infiltrativa con steroidi.

: propriocettiva, stretching ok ma non subito perché cronicizza l’infiammazione, K

RIEDUCAZIONE

segmentaria, lavoro in acqua; nel più giovane può essere utile la meccanoterapia (tapis roulant, cyclette,

piegamenti sulle ginocchia, pliometria).

La periartrite può diventare calcifica e si verifica così una limitazione funzionale articolare; nel corso della

formazione della calcificazione sono utili gli US, la litotripsia (distruzione tessuto calcificato), la

Roentgenterapia (raggi X flash di RT buona azione di litolisi). Questo tipo di POA hanno

 

predisposizione genetica; se non c’è più niente da fare si interviene chirurgicamente.

N.B.: le POA sono particolarmente presenti nell’anca, ma si trovano anche nella spalla, nei mielolesi, nei

politraumi. Si fa quindi mobilizzazione passiva e si fanno alternare frequentemente le posture.

TENDINOPATIE

Sono frequenti nei soggetti giovani; le tendinopatie si dividono in 3 tipi: pubalgia, tendinopatia degli

adduttori e del retto femorale, quest’ultima frequente nell’anziano a livello dell’inserzione prossimale

(quando devono salire in macchina). Si manifesta dolore al reclutamento selettivo dei mm.

La pubalgia appare come un dolore elettivo sulla sinfisi perché non è infiammato solo il muscolo; c’è dolore

alla pressione sovrapubica.

: riposo funzionale assoluto di 1 mese o anche di più, proporzionalmente allo stadio della

TRATTAMENTO

patologia;

- terapia medica per os;

- terapia infiltrativa e mesoterapia (US);

- ridotta l’infiammazione, KT passiva per riprogrammare la mobilità e togliere compensi; KT attiva ; KT

attiva in acqua;

- in seguito esercizi globali propriocettivi prima di riprendere l’attività.

LESIONI MENISCALI

Nel ginocchio non esiste una congruità articolare tra i condili e i piatti tibiali, il che conferisce poca stabilità

all’intera articolazione. La stabilità passiva è data dalla capsula e dai legamenti, quella attiva dai muscoli

periarticolari. I menischi sono delle fibrocartilagini parzialmente vascolarizzate, a forma di C aperta

(mediali) e a C chiusa (laterali), connessi al muro meniscale lateralmente e liberi internamente; tra i due

menischi ci sono dei legamenti.

Funzioni:

1- aumentare la congruenza articolare;

2- lubrificare indirettamente l’articolazione (perché le cartilagini subcondrali sono lambite dai menischi che

spandono la sinovia di cui sono ricchi);

3- nutrire la cartilagine con “effetto spugna” (assorbe col carico e rilascia senza carico);

4- limitare e condurre la F/E mentre si flette il ginocchio si muovono indietro e frenano la discesa del

condilo;

5- condurre le microrotazioni della tibia (RE in Est e RI in Fless);

6- migliorare la stabilità articolare controllando le entità delle rotazioni;

7- ammortizzare gli stress;

8- trasmettere i carichi.

I menischi sono formati da fogli di cartilagine posti orizzontalmente uno sopra l’altro: nell’anziano la lesione

è orizzontale, di tipo degenerativo.

La patologia è rara nei giovani con meno di 15 aa., frequente tra i 20 e i 50 anni di età, rara in età avanzata

(patologia degenerativa). E’ importante l’epoca del trauma, le modalità sono di solito di tipo distorsivo (nelle

lievi distorsioni è coinvolta la parte mediale, in quelle + importanti la laterale). Tipica lesione meniscale è la

lesione “del minatore”: piedi nel fango che affondano, da piegati ci si alza e si pizzica perché mancano le

rotazioni tibiali. Nei movimenti di valgo-extra si ledono LCA e MM.

: dolore che migliora con il tempo, gonfiore proporzionale all’infiammazione, cedimento

CLINICA

dell’articolazione in quanto c’è una inibizione monosinaptica del Q poiché ci sarebbe tanto dolore, non

perché manchi la stabilità; blocco vero in flessione (45°-60°). Il versamento può non esserci nelle lesioni

degenerative. : pliche sinoviali (ipertrofia di una delle pliche della sinovia della capsula);

DIAGNOSTICA DIFFERENZIALE

ipertrofia del corpo di Hoffa (tessuto adiposo sottorotuleo); corpo mobile intraarticolare, condropatia

degenerativa, osteocondrosi dissecante. La diagnosi è clinica, la radiografia non serve ma esclude altre

patologie. Si fanno TC e RNM (può dare dei falsi positivi). Poi si fa l’artroscopia di tipo diagnostico.

: 85% traumatiche, 15% degenerative; spesso le lesioni sono distorsioni, distrazioni menisco-

PATOGENESI

legamentose (LCM e LCA). La lesione meniscale da trauma diretto è rara, a meno che si cada sulle

ginocchia col piede plantiflesso (perché la rotula sale e lo spazio meniscale si espone, può essere pizzicato

nel ritorno indietro dalla flessione). Se si cade col piede dorsiflesso si rompe la rotula. Le lesioni si hanno per

traumi in iperflessione, iperestensione o dando un calcio a vuoto.

: corno anteriore, corno posteriore o del corpo meniscale; longitudinali, trasversali,

TIPI DI LESIONI

orizzontali, longitudinali del corpo o complesse. La lesione a manico di secchio è quella che più

frequentemente forma i blocchi articolari.

: si sutura il menisco se la lesione è in una parte vascolarizzata: si regolarizza, cioè si toglie la

TRATTAMENTO

parte lesa, o si asporta totalmente (evitata per la degenerazione in artrosi del compartimento articolare) o si

pulisce (toeletta meniscale).

Sia che la lesione sia trattata chirurgicamente o meno si deve fare:

1- In acuzie: trattamento dell’edema con crioterapia (azoto liquido, ghiaccio), elettromagnetoterapia, terapia

medica (FANS, fibrolitici, analgesici), terapia del dolore con elettroterapia (diadinamica, TENS); riposo

funzionale e immobilità (bendaggio tipo Jones) il meno possibile per non andare incontro a rigidità.

2- Fase postacuta: mobilizzazione passiva evitando iperflessione e iperestensione + esercizi attivi in CCC,

wall slide, idrochinesi, stimolazioni elettriche di Kotz o BFB se c’è ipotrofia.

3- Esercizi propriocettivi in carico: sia tradizionale (tracciati, tavolette) che computerizzata (BFB).

Meccanoterapia (step, squat in CCC), es. pliometrici, test isocinetico per recupero della forza massimale.

FRATTURE DEL PIATTO TIBIALE

Possono essere localizzate nel condilo esterno o interno, a livello delle spine o bicondiliche. Le più frequenti

sono del condilo esterno. Sono conseguenza, negli adulti, di traumi sportivi, della strada; possono essere

composte o scomposte (distacco del condilo), più frequentemente c’è un affondamento del piatto (osso

spongioso) per l’impatto del condilo femorale.

: dolore alla mobilizzazione ma in misura maggiore al carico, tumefazione, dolore

SINTOMATOLOGIA CLINICA

alla palpazione, deformità in varo o valgo, eventuali instabilità per lesioni LCL o LCM.

: solo radiografica. Una volta si faceva la stratigrafia, h la TAC in 3D.

DIAGNOSI : se la linea di frattura è composta, si tratta incruentemente con un gesso femoro-pedidio per

TRATTAMENTO

40-60gg. Se si interviene (frattura con affondamento o scomposta), si riduce e si sintetizza con vite, cambra e

se c’è affondamento si effettua un riempimento con osso spongioso (dall’ala iliaca o con osso di banca).

Dopo l’intervento immobilizzazione per 40gg. e comunque NON carico per 3 mesi.

La riabilitazione è uguale sia per trattamenti chirurgici che incruenti:

1- esercizi vascolari distali;

2- esercizi CCC 0°-90° per 3 settimane (0°-45° 1^sett., 0°-60° 2^sett., 0°-90° 3^sett.);

3- esercizi isometrici Q + stretching IC;

4- Kotz sui distretti ipotrofici;

5- Rinforzo con BFB.

Durante i 40gg. di immobilizzazione si formano retrazioni al bicipite femorale e al semitendinoso 

massoterapia (massaggio trasversale, connettivale), BFB su estensione e flessione attivando gli estensori e

non i flessori, pompage.

Appena possibile mettere il pz. in piedi con carico sfiorato perché rimanga il più possibile la propriocezione

di caviglia e piede. La rieducazione al passo viene fatta dopo 10-18gg.

Appena il ginocchio è “pulito” mobilizzazione passiva della rotula (insegnare al pz. come farla) e dell’intero

arto. Dopo 3-4 settimane, ancora da seduto, si possono iniziare esercizi propriocettivi su tavolette. Poi lavoro

in acqua.

Se ci sono lesioni capsulo-legamentose associate, la perdita di propriocezione aumenta e quindi è necessario

lavorare su tracciati. Poi si procede con Kotz, pliometria e isocinetica dal 4^-5^ mese.

I giovani perdono 5cm di circometria (40-50cm la norma).

FRATTURE DIAFISARIE DI TIBIA E PERONE

Si verificano in seguito a trauma diretto (rare) o indiretto (sport o strada); tipiche del bambino di 8-10 aa. che

scia. Sono solitamente monofocali, raramente bifocali (2 sedi di frattura), spesso esposte. Sono fratture

tronche, esposte, oblique.

: radiografica.

DIAGNOSI

: dolori, impossibilità di carico, deformazione del profilo della gamba, tumefazione. L’esposizione

SINTOMI

può essere puntiforme.

: nel bambino è conservativo: alla riduzione della frattura si asscocia l’immobilizzazione con

TRATTAMENTO

gesso che viene controllato e sostituito se il bimbo cresce; si può dare un tacco di carico nel gesso alle 4

settimane per farlo caricare e facilitare le ricrescita ossea.

Nell’adulto le fratture composte si trattano con uno stivaletto gessato con a volte il tacco di carico; il gesso

va tenuto da 20-40 a 60gg.

Gli interventi chirurgici possono essere: sintesi endomidollari (che si sfioccano in 4 chiodini che bloccano le

rotazioni), placche e viti, fissatori esterni (obbligatori nelle esposte); le fratture isolate di perone son trattate

in gesso con un gesso di carico alla 4^ settimana; raramente c’è necessità di intervento rieducativo.

Con il fissatore esterno, al terzo distale (caviglia), ci può essere una riduzione della mobilità, formazione di

edemi e si interviene con la magneto, esercizi vascolari al piede e alla TT; appena possibile ortostatismo e

carico sfiorato. Con Ilizarov carico consentito.

Con l’immobilizzazione in gesso si tratta l’edema residuo con esercizi vascolari, bagni alternati, magneto,

mobilizzazione attiva assistita, controllo della deambulazione.

: lesioni dell’arteria tibiale anteriore e posteriore, lesione SPE o SPI, pseudoartrosi

COMPLICANZE GENERALI

(spesso), algodistrofie dopo rimozione del gesso.

FRATTURE TERZO DISTALI (MALLEOLARI)

Provocate da traumi sportivi (sci, trauma da scarpone) o della strada. Possono essere della componente

metaepifisaria, epifisaria e malleolare (N.B.: il terzo malleolo è la tuberosità calcaneare). Spesso sono

bimalleolari, raramente solo del 3^ malleolo e mediamente frequenti le trimalleolari.

L’intervento è conservativo (in stivaletto gessato da gin. a MTF) nelle fratture composte e nei distacchi

parcellari; si proscrive il carico per 20-40gg., poi si può fare un bendaggio funzionale con benda mono o

biadesiva su se stessa.

Il trattamento è cruento nelle fratture scomposte o pluriframmentarie; si sintetizza con viti o chiodi di Rush

(a ombrello) prima di mettere una doccia gessata o un tutore rigido.

:

TRATTAMENTO INCRUENTO

Nella riabilitazione in fase acuta:

- esercizi vascolari delle parti libere;

- mobilizzazione dei segmenti liberi;

- magneto anche sul gesso;

- posture drenanti in scarico.

Nella fase post-acuta (dopo gesso) si può avere:

- edemi o ematomi in sede retromalleolare o verso il dorso del piede se sono lesi i legamenti (deltoideo e

peroneo-astragalico);

- limitazioni articolari in flessione dorsale TT e dolore alla flessione plantare;

- dolore nei movimenti di inversione (adduzione) e eversione (abduzione), raramente in pronosupinaz.;

- lesioni nervose periferiche associate con in aggiunta lesioni aprassiche da schiacciamento del capitello

peroneale.

Quindi si deve fare:

- terapia medica (fibrolisi, venostatici, vasoprotettori);

- mobilizzazione passiva drenante TT + avampiede;

- pompage calcagno + stretching passivo del tricipite surale;

- esercizi vascolari in bagni alternati anche in assenza di carico;

- magneto;

- linfodrenaggio;

- lavori con tavolette di F/E e prono-sup. + trasferimenti di carico;

- passaggio a stampelle con carico sfiorato e parziale (non c’è gin. flesso ma recurvato perché non flettono

dorsalmente);

- deambulazione in acqua e sulla sabbia.

: si differenzia perché c’è la cicatrice che di solito risulta “brutta” per la scarsa

TRATTAMENTO CRUENTO

presenza sottostante di cute in loco. Spesso sono cicatrici sofferenti, ipercromiche, adese, con punti di

iperalgesia. Si trattano con iperidratazione, poi laser elio-neon, massaggio di scollamento, anche mediante

vacuum. Tutto il resto del trattamento è uguale al trattamento incruento.

DISTORSIONI DI CAVIGLIA

In seguito a traumi accidentali (salita-discesa dalle scale, montagna), sono frequenti a carico del

compartimento laterale, meno a carico del compartimento mediale.

Si distinguono in semplici e complesse (quando c’è anche una lesione di uno o più legamenti). Nelle

distorsioni del compartimento laterale di solito si lede il peroneo-astragalico anteriore e medio, raramente il

posteriore; la lesione del deltoideo è molto meno frequente.

In fase acuta il piede diventa edematoso, si ha un considerevole stravaso ematico, c’è dolore, impotenza

funzionale e impossibilità di carico. Si tiene l’arto in scarico con ghiaccio per 24h; dopo la fase di acuzie, si

fa una contenzione in bendaggio funzionale ad immobilizzazione parziale (sì F/E, no inversione); dopo 48h

si dà il carico.

Nel caso di lesioni legamentose, ci può anche essere un distacco parcellare o diastasi della pinza tibio-

peroneale distale: in questo caso non si esegue alcun bendaggio ma si prescrive un gesso a stivaletto con

tacco di carico dopo 10-12gg. Fondamentale è l’elettromagnetoterapia anche con il gesso o i bendaggi. Alla

rimozione della contenzione, esercizi attivi in tutte le direzioni (F/E, inv-evers, circonduzione), esercizi

vascolari passivi in bagni alternati da seduti e in piedi (esercizi di Burgher Hallen scaletta vascolare); in

seguito rieducazione alla deambulazione con stampelle (si può mettere, dopo la rimozione del gesso, una

cavigliera) e lavoro propriocettivo (limitata flessione dorsale, inversione, fless. plantare). Se sono rotti i

legamenti ci saranno i fenomeni dei “cassetti” (anteriore o laterale).

La prima complicanza è la contrattura dei peronieri che vicariano subito la perdita propriocettiva del

compartimento laterale. C’è dolore elettivo retromalleolare esterno e nella parte anteriore del malleolo

esterno; occorre far fare stretching (no inversione!), pompage o massaggio sulla porzione antero-laterale

della gamba e controllo propriocettivo del carico bipodale perché tendono a caricare sulla parte interna.

STIRAMENTO E STRAPPO

Lo strappo di fibre è proporzionale al grado di tensione eccentrica a cui è sottoposta la fibra. La rottura del

muscolo è una lesione dei fasci muscolari superficiali e profondi. In questo caso, l’unica cosa da fare è

immobilizzare completamente per 20gg a lunghezza di risposo, + ecografia per vedere l’entità della lesione e

se c’è l’ematoma che, se presente, va evacuato se non si riassorbe (drenaggio) per evitare coagulo. Mettere

subito del ghiaccio per 20’-30’ due volte al giorno per 10-20 gg. La parte muscolare che non si è strappata va

incontro a contrattura. Si attua quindi una terapia medica decontratturante per os (bocca), si può fare TENS,

poi si comincia a muovere il muscolo a tutte le lunghezze passivamente, poi si concede il carico (se AI) o il

movimento libero (se AS). In fase post-acuta utile è il massaggio.

N.B.: il tessuto muscolare cicatrizza in 21gg.

CONTRATTURA E CRAMPO

È l’incapacità del muscolo di rilassarsi a seguito di una contrazione, ovvero di tornare alla lunghezza di

riposo. Avviene come protezione di un’articolazione o di un gruppo di articolazioni (es. trapezio dopo colpo

di frusta), o come compenso ad una lesione; si verifica una riduzione di vascolarizzazione e successiva

eventuale fibrotizzazione delle fibre. Non necessariamente retrae.

S : dolore anche allo sfioramento superficiale e alla palpazione (come nel crampo), ma non al

INTOMI

movimento delle articolazioni, come invece avviene per il crampo. In acuzie, la contrattura, se viene

massaggiata, è dolente (mai massaggiare in questa fase!!!), il crampo si riduce completamente con lo

stretching. In fase subacuta si eseguono sedute di TENS, termoterapia esogena, massoterapia.

[La “vecchietta” è un trauma contusivo e si mette il Lasonil + ghiaccio]

N.B.: il crampo è dovuto a una mancanza di magnesio o accumulo di calcio nel sarcolemma o di acido

lattico. ARTO SUPERIORE

FRATTURE DI CLAVICOLA

Possono essere del terzo medio dell’estremità mediale o laterale; spesso sono pluriframmentarie con uno o

due focolai di frattura e spesso il terzo frammento, il segmento centrale, risulta scomposto.

Guarisce bene e rapidamente, raramente si ricorre a intervento chirurgico. Di solito avvengono in seguito a

cadute dall’alto ad arto esteso.

:

TRATTAMENTO

incruento: immobilizzazione per 20-25gg. effettuata bilateralmente con bendaggio a 8; alla rimozione non si

fa rieducazione, quando è il caso vanno insegnati esercizi di mobilizzazione attiva distale e controllata

l’eventuale compressione ascellare (con edemi) post bendaggio. Rilassamento dei mm. del collo e esercizi

attivi delle scapolo-omerali.

Cruento: due scelte di intervento: chiodi di Rush endomidollari o riduzione del terzo frammento + sintesi

con placche. In quest’ultimo caso si tiene il braccio al collo per 2 settimane; al 3^gg. mobilizzazione distale,

esercizi vascolari attivi, massoterapia, TENS (per diminuire contratture trapezio e gran dorsle). Poi

mobilizzazione passiva della scapolo-omerale e esercizi attivi di fissazione della scapola [si detendono i mm.

romboidi, il trapezio inf., l’elevatore, il denteto, il gran dorsale e poi si deve recuperare lo schema di lavoro

con esercizi isometrici e isotonici], tutto in clinostatismo (da sdraiati sul lettino). In 2^settimana si passa a

lavorare da seduti e con il braccio libero e il gomito flesso si fanno esercizi attivi della scapolo toracica,

esercizi tipo Codman (pendolari) per ripristinare la diastasi di 2cm tra glena e testa omerale e lubrificare

l’articolazione: occhio alla posizione della scapola! [angoli di declinazione della glena: in avanti: 30°,

indietro: 130°, in alto 10°]. A gomito flesso si riduce il peso dell’arto. In seguito si eseguono esercizi di

propriocettiva in pendolamento con percorsi e poi in CCSA (su piano inclinato), wall slide; alla 3^settimana

esercizi isotonici in gravità. Infine esercizi con elastici, per evitare l’impingement, degli abbassatori lunghi

(gran dorsale, gran pettorale, gran rotondo) che si oppongono alla forza aspirante del deltoide sulla testa

omerale.

N.B.: la clavicola è un osso piatto.

FRATTURE DELLA SCAPOLA

Si trovano in un contesto politraumatico e vengono spesso trascurate, raramente sono isolate. Sono fratture

dell’ala (lamina), da trauma diretto, del collo (punto di fusione di spina e lamina, vicino alla glena) e della

tuberosità da trauma indiretto; rare sono le fratture della coracoide e della spina.

Il trattamento cruento è rarissimo, si fa solo in caso di grossa scomposizione; di solito si prescrive immobilità

per 30-40gg., se possibile, altrimenti movimenti in range contenuti (al di sotto dei 60°); si fa A volte si usano

i bendaggi Desault, come nelle fratture di trochite e acromion (braccio addotto sullo sterno e avambraccio

lievemente supinato per sostenere e contenere il gomito flesso: chiude l’arto in posizione di riposo). Rara è

l’immobilizzazione con arto abdotto a 40-50°, braccio lievemente anteposto, gomito a 90°, mano sostenuta,

pollice in opposizione.

Dopo 3 settimane si inizia, previa TENS, la mobilizzazione di spalla.

SPALLA INSTABILE

La stabilizzazione della testa omerale nella glena è garantita da elementi attivi e passivi; gli elementi passivi

sono il cercine, la capsula (anche se è la più lassa), i legamenti gleno-omerali superiore, medio e inferiore e il

legamento coraco-omerale; gli elementi attivi sono: il deltoide, la cuffia dei rotatori (grande e piccolo

rotondo, coracobrachiale, sottospinato e sovraspinato), il capo lungo del bicipite (che è coinvolto nella

nascita dell’impingement), il capo breve del bicipite (stabilizzatore anteriore). La stabilizzazione posteriore e

inferiore è data dal trapezio, dall’elevatore della scapola, dal dentato anteriore, dai romboidi e dal

sottoclaveare. Il bicipite, il tricipite, il grande pettorale e il grande dorsale, tutti mm. poliarticolari,

stabilizzano la spalla in tutte le direzioni. Il sottoscapolare si comporta come stabilizzatore anteriore attivo,

ma anche passivo perché è presente subito davanti alla capsula ed è come se fosse un “muro” fisico. Il capo

lungo del bicipite abbassa mentre il capo breve è uno stabilizzatore anteriore.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in fisioterapia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rosalba_campanile di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienze interdisciplinari e riabilitazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Magistroni Enrica.

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