Cap. 1 introduzione: acquisizione della storia
Conoscere con precisione quali esperienze hanno avuto un impatto significativo, e il modo in cui hanno prodotto i loro effetti è oggetto di indagini sistematiche da parte delle scienze sociali. Il nostro gruppo di ricerca ha studiato gli effetti dell’esperienza infantile, con un particolare interesse per la sua relazione con la depressione clinica in età adulta. Intervistando alcune donne sulla loro infanzia è stato possibile identificare una serie di esperienze che aumentano le probabilità di sviluppare una depressione in età adulta. Come ci si aspettava, i tipi di esperienze che svolgono un ruolo significativo in questo processo sono quelli che implicano negligenza nelle cure e abuso.
Per la maggioranza dei bambini la qualità delle cure offerte dai genitori, anche se non perfetta, è adeguata al loro benessere fisico e mentale. Essere oggetto di abuso o di grave negligenza nelle cure è ovviamente difficile e doloroso per il bambino nel momento in cui accade. Ma il danno a lungo termine provocato da queste esperienze può essere disastroso, poiché ostacola lo sviluppo psicologico e sociale. In certe condizioni, gli individui raggiungono l’età adulta con un danno troppo grave per riuscire a fronteggiare le richieste della vita quotidiana e per allevare la successiva generazione di bambini.
Esaminiamo quindi le circostanze associate a tali esperienze negative per cominciare a individuare alcune cause del maltrattamento infantile. In questo senso esploriamo in che modo condizioni di forte tensione (come nel caso di matrimoni problematici, famiglie ricostruite, povertà e disturbo psichiatrico di un genitore) possono influire sull’atteggiamento del genitore nei confronti del bambino. Abbiamo documentato anche le esperienze che nel corso della vita di una donna possono costituire fattori di rischio o di protezione rispetto alla probabilità di sviluppare una depressione.
Abbiamo adottato questo approccio non solo perché pensavamo che costituisse la forma più completa di misurazione delle esperienze di cura, ma anche perché favoriva la comprensione teorica. Gli episodi di depressione sono associati a crisi esistenziali che implicano tipicamente perdite, umiliazioni, rifiuti o crescenti coinvolgimenti in situazioni punitive. Le crisi tipiche riguardano un marito che va via di casa per vivere con un’altra donna, un figlio adolescente che ha problemi con la polizia, o una famiglia che vive in un appartamento troppo affollato perché non riesce a ottenere un nuovo alloggio.
La vulnerabilità adulta deriva esclusivamente dall’infanzia e dalle esperienze negative vissute in questa fase. L’espressione “sicurezza guadagnata” descrive come queste donne imparino a superare gli svantaggi dei primi anni di vita, poiché dotate di uno stato della mente di tipo sicuro, dotato cioè di capacità di riflessione sulla propria storia personale e sui propri vissuti, e caratterizzato dalla valorizzazione dei legami e dei bisogni di attaccamento nonostante gravi esperienze negative vissute con le figure genitoriali durante l’infanzia.
Per capire la relazione tra esperienza infantile e depressione adulta non bisogna soltanto tenere conto di stati psicologici negativi, come bassa autostima, vulnerabilità e scarsa capacità di rapporto con gli altri, ma anche dell’interazione di questi fattori con le avversità reali presenti nel mondo esterno. Le donne possono ricordare eventi significativi dell’infanzia e sono felici di raccontarli, perché per lo meno hanno un’opportunità di vedere ascoltate e credute le loro storie.
Vi sono alcuni presupposti sulla capacità delle persone di ricordare gli eventi dell’infanzia. In primo luogo, le esperienze infantili più significative hanno minori probabilità di essere dimenticate rispetto agli eventi più banali e abituali. In secondo luogo, è più facile richiamare alla memoria i ricordi precoci ponendo le domande in una sequenza cronologica, nella quale i ricordi precedenti fanno emergere i successivi. In terzo luogo, concedendo alla donna un tempo sufficiente per elaborare le risposte, è possibile ricostruire un racconto fedele degli avvenimenti dell’infanzia.
Relativamente alle modalità di ricordo, bisogna considerare che per determinati argomenti è possibile che non fossero applicabili tutti questi principi. In anni recenti ha ricevuto grande attenzione il dibattito sui ricordi costruiti o ‘sindrome del falso ricordo’. Alcuni psicoterapeuti usano la suggestione per aiutare i loro pazienti a ‘ricordare’ abusi sessuali che non sono mai realmente accaduti. Tutto ciò richiama l’ipotesi avanzata da Freud all’inizio del secolo, secondo la quale gli abusi sessuali che le sue pazienti affermavano di aver subito durante l’infanzia erano in realtà fantasie.
Un ostacolo più comune nel raccogliere storie relative all’infanzia non è l’invenzione o l’esagerazione, bensì il contrario. Accadeva di frequente che le donne volessero ‘normalizzare’ o minimizzare la gravità delle loro esperienze negative. Desideravano descrivere i genitori e gli altri in una luce più positiva di quanto avrebbe fatto qualunque estraneo. Molte cercavano di giustificare i genitori o le figure di accudimento per i loro comportamenti negligenti e abusivi.
Abbiamo scoperto che il problema era dato dal rischio che l’abuso venisse taciuto, più che inventato. Esperienze di negligenza e abuso sono più comuni nella società di quanto generalmente si pensa, e le nostre analisi ci avrebbero fornito una stima della loro incidenza. Per i nostri scopi di comparazione avevamo bisogno di donne senza l’esperienza di maltrattamento infantile o di depressione. Eravamo interessati anche a donne che, nonostante esperienze infantili negative, non erano diventate depresse. Questo gruppo di donne poteva fornire informazioni sulle esperienze che proteggono le donne dalla depressione.
Esiste un’alta percentuale di disturbo psichiatrico, di depressione in particolare, che non è mai stato trattato da psichiatri o da medici di base. Queste donne sarebbero state ‘perdute’ per la nostra ricerca se ci fossimo focalizzate esclusivamente su quelle che avevano richiesto un trattamento. Identificare le esperienze come nocive o innocue, svantaggiose o positivamente benefiche, è spesso una questione di grado. All’inizio non era neppure chiaro quanto dovesse essere grave un’esperienza infantile per provocare in futuro danni psicologici o di altro tipo.
Molti genitori, in momenti di forte irritazione, danno un solo schiaffo al bambino o fanno commenti offensivi o critici. Altri possono picchiare continuamente il figlio sino al limite della sopportazione, o dirgli quotidianamente che non lo amano o non lo hanno voluto. La maggior parte delle persone giudicherebbe il primo caso come un aspetto normale, anche se indesiderabile, delle relazioni tra genitore e figlio, e sarebbe d’accordo sui probabili effetti negativi della seconda situazione. Tuttavia, tra questi estremi resta un’area oscura poco conosciuta.
Le esperienze che secondo noi costituivano abuso implicavano tipicamente la mancata risposta ai bisogni infantili di sicurezza, appartenenza e valorizzazione. La negligenza e l’aggressione fisica minacciano la sicurezza, mentre l’umiliazione e lo sfruttamento minano il senso di appartenenza e di valore. L’antipatia, il rifiuto e l'abuso fisico erano comuni all’interno di contesti familiari caratterizzati da negligenza. È presente l’abuso sessuale, e solo in seguito siamo arrivati a concettualizzare la violenza psicologica come ulteriore categoria dell’atteggiamento genitoriale di sfruttamento e dominio.
Uno degli obiettivi chiave della ricerca era esplorare i collegamenti tra avversità infantile, bassa autostima, scarsa capacità di fronteggiare le situazioni e incapacità di stabilire relazioni intime. È noto che questi ultimi fattori sono connessi alla depressione, e noi eravamo interessati a determinare se le loro origini potessero essere fatte risalire ai primi anni di vita.
Cap. 2 la negligenza: mai veramente disponibile
Abbiamo valutato anzitutto la negligenza materiale da parte dei genitori; poi il ‘rovesciamento di ruolo’, ovvero quando il genitore abdica alle proprie responsabilità di cura e pretende che sia la bambina ad assumere responsabilità genitoriali e, a volte, a prendersi cura del genitore stesso. In terzo luogo, abbiamo considerato la negligenza emotiva in termini di ‘antipatia’ e rifiuto da parte dei genitori. Queste tre esperienze erano generalmente presenti contemporaneamente negli stessi ambienti familiari.
In particolare, la negligenza materiale si è dimostrata base fondamentale per le altre forme di mancanza di cure e abuso. Infatti, nei casi di negligenza materiale era frequente incontrare anche descrizioni che riflettevano la condizione servile della bambina in casa e varie manifestazioni di rifiuto da parte dei genitori. Questa triade di esperienze definiva l’ambiente familiare negligente o trascurante. A volte i genitori sono disattenti nei confronti dei figli, si aspettano che contribuiscano alle faccende domestiche e di tanto in tanto ne criticano il comportamento.
L’effetto delle esperienze di negligenza viene esaminato in termini di danno al senso di sé della bambina, alle relazioni con gli altri e alla sua capacità di fronteggiare eventi avversi, oltre che nel suo rapporto con la depressione nella vita adulta. L’autostima nell’infanzia è stata valutata, abbiamo cercato di verificare se il comportamento negligente da parte dei genitori riducesse la capacità della bambina di socializzare, di sviluppare un senso del proprio valore e di considerarsi un soggetto attivo nel mondo.
Abbiamo considerato molto probabile che la distorsione di uno qualunque di questi processi fondamentali accrescesse il rischio di un disturbo nella vita adulta. Tutti i bambini hanno bisogno di alcune forme di cura fondamentali per sopravvivere: senza cibo, senza riparo e protezione è improbabile che giungano all’età adulta. Estremi di negligenza possono portare all’abbandono di neonati tra cumuli di immondizie o alla morte di bambini per fame o per mancanza di assistenza medica. Fortunatamente, questi casi sono abbastanza rari nella nostra società. Più frequenti sono i casi di diffusa negligenza, espressa da un’assenza di cure e di interesse.
Si tratta di un tipo occulto di abuso, che spesso passa inosservato o non considerato dal mondo esterno. L’assenza di cure spesso non si manifesta attraverso segni fisici, atti violenti da parte dei genitori o esperienze pericolose alle quali i bambini sono esposti. I bambini trascurati generalmente sopravvivono fino all’età adulta, ma con diverse fragilità psicologiche che riguardano in particolare il senso di identità, la valutazione del proprio valore personale e la sicurezza di sé. I bambini trascurati imparano ad adattarsi alla mancanza di contatto fisico, e arrivano ad aspettarsi che la madre non li toccherà, raramente parlerà con loro e li ignorerà per lunghi periodi di tempo.
Questi bambini possono adattarsi a tale mancanza di cure diventando tetri, chiusi in se stessi e persino ostili, a mano a mano che imparano che il mondo è un luogo freddo, solitario e non amichevole. I primi studi sulla negligenza sono emersi nell’ambito delle indagini sulla perdita e sulla deprivazione materna. Nei casi estremi i bambini, dopo aver perso la madre, venivano abbandonati in contesti istituzionali poco accoglienti o affidati alle cure casuali di adulti scarsamente interessati. La mancanza di contatto umano porta i bambini a un fallimento dello sviluppo. Questi bambini diventano disattenti e apatici, anche se vengono adeguatamente nutriti e vestiti.
Oltre a implicare distanza e disinteresse da parte delle figure genitoriali, la negligenza implica anche l’assenza di una figura protettiva che difenda il bambino dai pericoli esterni. Attraverso l’esperienza di negligenza i bambini sono spesso lasciati in preda ad altri pericoli. Quando non sono sorvegliati, i bambini possono rimanere feriti o per un incidente o per le azioni di aggressori adulti e perfino di compagni. La negligenza può dunque diventare un catalizzatore di altre forme di trauma e svantaggio. Oltre a questi pericoli concreti che derivano dall’indifferenza dei genitori, sono dilaganti anche gli effetti psicologici negativi.
I genitori, in particolare la madre, sono il primo punto di riferimento dei bambini verso il mondo. Attraverso questo contatto i bambini imparano a identificare se stessi come individui, imparano a entrare in relazione con il mondo esterno; cominciano cioè a esplorare e ad apprendere proprio dalla sicurezza di quel primo rapporto. Quando questo rapporto è caratterizzato da negligenza, disinteresse e avversione, i bambini possono soltanto concludere che il mondo è ostile e insicuro e che loro non sono degni di ricevere amore.
La negligenza spesso implica il rifiuto, attraverso la mancanza di un reale riconoscimento. Le definizioni di negligenza sono formulate necessariamente in negativo: il contrario delle cure richieste per una crescita sana. La negligenza implica la mancanza di un atto positivo o di cura. È un peccato di omissione piuttosto che di perpetrazione. Per valutare la negligenza dei genitori abbiamo in primo luogo considerato ciò di cui un bambino idealmente ha bisogno per una crescita sana e per il benessere psicologico. Le cure materiali sono fondamentali: essere adeguatamente nutrito e vestito, essere mantenuto pulito, ricevere riparo e calore e cure mediche quando è malato, sono tutti elementi essenziali per la sopravvivenza.
Inoltre, la cura emotiva è fondamentale per il funzionamento psicologico. Un bambino ha bisogno di sentirsi protetto e sicuro nelle mani di un adulto sollecito e osservante, di essere incoraggiato al contatto sociale con gli amici per imparare come interagire con gli altri e acquisire sostegno; ha anche bisogno di apprendere capacità pratiche e di avere un’educazione di base per comunicare in modo adeguato e affrontare le sfide della vita. Quando questi elementi sono presenti, il bambino acquisisce un senso di identità sociale, di valore personale e di capacità di fronteggiare l’ambiente.
Abbiamo stabilito che l’assenza di tali condizioni fosse indicativa di negligenza. Per valutare il comportamento genitoriale negligente abbiamo considerato rilevante il disinteresse per le cure materiali, per le amicizie, per il lavoro scolastico e per le malattie o i disagi del bambino. Questa valutazione riguardava la mancanza di cure da parte di entrambi i genitori. Tuttavia, nella pratica il comportamento della madre era particolarmente rilevante, dato che una madre amorevole spesso protegge la bambina da un padre disinteressato. Il caso contrario si rivela piuttosto raro, con i padri generalmente meno coinvolti nell’ambiente familiare e nella cura dei figli.
La negligenza è una conseguenza comune di perdita: tra le donne che avevano perso la madre in età infantile il comportamento delle matrigne o di altri sostituti materni fu particolarmente cruciale per comprendere le origini della negligenza. Nonostante il dolore provato dalla bambina al momento della morte o della separazione dalla madre, il danno a lungo termine era collegato piuttosto alla successiva negligenza da parte della figura genitoriale sostitutiva.
In particolare, dopo la perdita della madre, l’esperienza di negligenza aveva una frequenza maggiore quando la responsabilità di occuparsi della bambina era stata assunta da una matrigna, ciò è dovuto alla presenza di fratellastri o di fratelli adottivi all’interno di famiglie allargate, dove i figli avuti dal padre nel primo matrimonio vivevano in genere in una condizione di inferiorità e avevano minore accesso alle risorse. Queste famiglie si trovavano spesso in condizioni finanziarie difficili, che sono fonte di tensioni nel secondo matrimonio e che creano contrasti e problemi tra i coniugi.
Sono molte le ragioni per cui i genitori mostrano indifferenza per i figli. Abbiamo osservato che spesso accadeva quando le famiglie si trovano in condizioni di forte tensione per circostanze come perdita della madre, difficoltà finanziarie, dimensioni allargate della famiglia e disturbo psichiatrico di un genitore. Non si trattava di un maltrattamento particolarmente malevolo: le bambine venivano ignorate, più che picchiate o sfruttate, e la loro presenza era semplicemente non accolta o non riconosciuta.
Le donne che avevano avuto genitori negligenti riferivano forti sentimenti di inferiorità durante l’infanzia, con una frequenza più che doppia rispetto a quelle che avevano ricevuto cure appropriate. In mancanza di qualcuno che favorisse il contatto sociale, e avendo raramente la possibilità di invitare altre persone a casa loro, non sorprende che le bambine trascurate riferissero sentimenti di solitudine in misura significativamente maggiore.
L’isolamento delle bambine a volte era dovuto a sentimenti di vergogna per la loro famiglia. La negligenza di cui erano oggetto era chiaramente visibile a chiunque osservasse i loro abiti in disordine, la loro casa e l’irregolarità dei loro pasti. La negligenza subita nell’infanzia era associata a un raddoppiamento della depressione in età adulta. Il racconto dell’infanzia potrebbe essere distorto dalle difficoltà mnestiche e dall’esagerazione dell’esperienza negativa passata, per questo vanno raccolte informazioni fattuali e vanno fatte domande sufficientemente dettagliate, allo scopo di verificare l’attendibilità dei racconti.
La negligenza nelle cure subita nell’infanzia è un’esperienza distruttiva che inibisce la capacità di sviluppo fisico e psicologico della bambina. I normali compiti genitoriali di nutrire, lavare e vestire la bambina sono assenti o svolti in modo inadeguato.
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