Cap.1 Fattori di rischio e fattori protettivi nella valutazione delle competenze parentali: la cornice teorica di riferimento
La cornice teorica di riferimento: il modello process-oriented
Il protocollo sui fattori di rischio e sui fattori protettivi è elaborato per offrire uno strumento operativo nella valutazione dei bambini che vivono relazioni familiari caratterizzate da difficoltà e da disagio. Si ispira nelle sue linee generali sia ad altri lavori sul rischio psicosociale, sulla violenza e sull’abuso all’infanzia sia all’approccio process-oriented, utilizzato nella psicopatologia dello sviluppo per descrivere la complessa articolazione di elementi che entrano in gioco nei percorsi evolutivi e nei processi sottesi alle dinamiche dell’adattamento e del maladattamento.
Il processo di intervento nelle situazioni di bambini a rischio prevede diverse fasi nelle quali l’attenzione ai fattori di rischio e di protezione non viene sufficientemente evidenziata. Tale modello prevede una prima fase di rilevazione volta a raccogliere gli elementi salienti sull’intera situazione familiare e una seconda di valutazione del danno subito dal bambino. Se viene rilevato un danno, sono possibili due percorsi: il primo caratterizzato da danno lieve e da richiesta spontanea della famiglia, che rendono possibile l’intervento di aiuto con la collaborazione della famiglia stessa, e il secondo connotato da danno grave del bambino e da incapacità del genitore di chiedere e accettare il sostegno, che rendono necessaria una segnalazione, un’indagine, azioni volte alla protezione e alla tutela anche giuridica e una valutazione di recuperabilità della famiglia.
Il danno per il bambino deriva inevitabilmente dal fallimento parentale, da omissioni o da azioni intenzionali o non intenzionali connesse alle pratiche di accudimento. Per questa ragione riteniamo importante concentrarci sugli adulti, su quei genitori di bambini a rischio che vivono anch’essi complesse situazioni di disagio caratterizzate da equilibri familiari precari e instabili e per questo particolarmente sensibili al tipo di intervento che i Servizi decidono di attuare: interventi che hanno buone probabilità d’innescare sviluppi positivi se pertinenti e appropriati, ma che al contrario favoriscono la chiusura e la cronicizzazione, se inappropriati e inopportuni.
L’attenzione quindi ai fattori di rischio e ai fattori protettivi ci appare particolarmente utile poiché permette di comprendere più approfonditamente come l’esito di adattamento o di maladattamento delle competenze genitoriali sia, in realtà, un percorso costellato da eventi accidentali, da incontri e legami significativi, da condizioni esistenziali e anche da prerequisiti che acquistano il loro significato alla luce della dinamica processuale e delle interconnessioni che vengono a determinarsi tra i diversi elementi. Lo schema grafico del modello process-oriented consente un’immediata percezione dei diversi fattori in gioco.
La parte sinistra mette in luce l’importanza dei fattori biologici, genetici e psicologici, gli elementi della storia o delle condizioni attuali di tipo sociale e ambientale, familiare e individuale che influenzano o possono influenzare il modo in cui i singoli individui svolgono il ruolo di genitori. La parte centrale denominata funzionamento dei genitori, riguarda i processi e le risposte dell’individuo che, in un certo tempo “t”, possono mediare la relazione tra le influenze sociali e ambientali passate e attuali, da un lato, e gli esiti connessi all’adattamento o al maladattamento, dall’altro. Nella parte destra del modello vengono, infine, indicate due ampie dimensioni che sono l’esito del processo evolutivo: la dimensione dell’adattamento, da noi reinterpretata come competenza parentale capace d’integrare le molteplici influenze personali e relazionali con le esigenze del bambino, e quella del maladattamento, che indica una difficoltà nella modulazione dell’esercizio della genitorialità.
La competenza genitoriale, inoltre, non è un dato acquisto né definibile a priori, ma un work in progress, un percorso i cui parametri vengono via via a delinearsi nel tempo come risultato di approssimazioni e aggiustamenti in itinere definiti dai figli stessi, dalle relazioni e dagli eventi. Quando sussiste un rischio potenziale o reale per un minore che, si suppone, sia determinato proprio dalla relazione negativa con i genitori, s’impongono misure di tutela e di salvaguardia della salute che devono scaturire da una valutazione, se possibile, rapida ma anche attenta e approfondita di tutti i diversi fattori positivi e negativi che caratterizzano l’esercizio della genitorialità.
Possiamo individuare due tipi di funzionamento parentale: uno più fortemente lesivo delle esigenze di cura e d’accudimento e caratterizzato dall’assenza di fattori protettivi e dalla presenza di fattori di rischio e di fattori di stress, e l’altro attraversato da criticità e disequilibri che creano disagi nei figli e contrassegnato dalla coesistenza di fattori di rischio e di fattori protettivi.
Fattori di rischio e fattori protettivi
Negli individui e nelle famiglie esistono una dinamicità e una stretta interrelazione tra eventi positivi e negativi, non riducibili alla semplice individuazione descrittiva degli uni e degli altri. Sono, infatti, i meccanismi e i processi attraverso cui si sviluppano gli eventi relazionali a definirne il significato, la direzione e la coloritura affettiva. Viene individuato “un profilo di rischio”, desumibile dalla presenza di indicatori cumulativi derivanti da diversi domini di tipo biologico e/o psicosociale.
La psicopatologia di un genitore viene, in questo caso, studiata sia in connessione a elementi quali i fattori biologici, l’ambiente sociale, le relazioni affettive primarie, il rapporto coniugale e con gli altri figli sia nelle connessioni con lo spettro di effetti che potrebbe generare sui figli. Per capire i casi, tutt’altro che rari, di persone capaci d’affrontare le avversità, di superarle e a volte persino di uscirne rafforzati è stato introdotto il concetto di resilienza, con cui s’intende una capacità d’adattamento, di flessibilità, di resistenza allo stress, all’ansia e alle avversità.
La resilienza rappresenta la manifestazione di un adattamento positivo, nonostante condizioni esistenziali avverse, è un fenomeno che viene inferito dalla coesistenza di una duplice condizione: la presenza di elevate condizioni avverse e un adattamento relativamente buono, nonostante condizioni negative. Nelle ricerche sui bambini, questo concetto indica che i compiti di sviluppo tipici delle diverse età o delle diverse situazioni sono caratterizzati da pattern d’adattamento interni ed esterni positivi, pur in un contesto dominato da fattori di rischio e avversità, a volte gravi.
Le diverse caratteristiche dei soggetti resilienti possono confluire in due principali aree di competenze: quella relativa alla stima di sé, che si riferisce a una valutazione cognitiva e a sentimenti autoriferiti sostanzialmente positivi, e quella relativa alla progettualità e pianificazione futura, intesa come disposizione a perseguire scopi e obiettivi a lungo termine.
Per comprendere che cosa renda gli individui capaci di un buon adattamento anche nelle condizioni più negative oppure per favorire l’innesco di un processo di resilienza, e quindi per far emergere elementi indistinguibili, occorre innanzitutto recuperare l’intrinseca fluidità processuale che caratterizza i fenomeni umani. Non a caso si parla di “resilience as a process”, per sottolineare la dimensione dinamica della resilienza, che è il risultato del modo in cui fattori protettivi si amalgamano e assumono forme dotate di significato in relazione alla specificità della fase di sviluppo, della storia, degli eventi e del contesto, diventando così parte di un processo compensatorio che serve a promuovere l’adattamento.
Il concetto di “risorsa” è inteso in senso generale per indicare gli aspetti concreti e materiali di cui dispongono gli individui. Esso si riferisce alle caratteristiche obiettive dell’ambiente sociale e territoriale, a quelle abitative ed economiche della famiglia, alla rete di connessioni parentali e amicali ma anche alle risorse intese come dotazione individuale, in termini di competenze cognitive e salute psicofisica dei genitori e del bambino stesso. I “fattori protettivi” sono più intimamente connessi alle relazioni, alla qualità dell’ambiente e delle persone con cui s’interagisce o da cui provengono le cure. I “processi protettivi” indicano il modo in cui i fattori protettivi agiscono in condizioni di rischio.
Le condizioni di rischio implicano, com’è noto, l’esposizione a esperienze avverse di tipo cronico o acuto, che possono lentamente smorzare, distruggere e annientare fisicamente e psicologicamente oppure irrompere improvvisamente nella vita delle persone, in forma d’avvenimenti traumatici. Il rischio è il prodotto delle probabilità e delle conseguenze (dimensioni e gravità) del verificarsi di un certo evento avverso (vale a dire di un pericolo). Le condizioni di rischio, quindi, per quanto negative, non coincidono in senso stretto con le conseguenze che potrebbero generare o con fatti oggettivi: sebbene potenzialmente predittivi di esiti negativi, sono piuttosto elementi dotati di un’intrinseca processualità e attivamente connessi ai processi che caratterizzano la storia e l’evoluzione del sistema costituito dalle persone ed all’ambiente.
Per spiegare l’intreccio di questi elementi, dobbiamo introdurre le distinzioni tra fattori distali e prossimali che vanno a comporre una trama di transazioni e relazioni che evolve e si modifica nel tempo e chiarire il concetto di vulnerabilità. I primi, vale a dire i fattori distali, sono cosi denominati perché esercitano un’influenza indiretta e rappresentano l’humus su cui vengono a innestarsi altri elementi più vicini e prossimi all’esperienza di cui sono intessute le relazioni. Sebbene l’esistenza dei fattori distali faccia presupporre un potenziale pericolo per l’equilibrio del sistema familiare e generi un legittimo allarme, essi tuttavia da soli non sono sufficienti a generare danni o conseguenze. Determinano piuttosto una sorta di sensibilizzazione, nel senso che introducono elementi di fragilità e debolezza che rendono le famiglie e gli individui più vulnerabili e impoveriscono le loro capacità di far fronte agli ostacoli e alle difficoltà.
Sono elementi che depauperano psicologicamente e materialmente, impediscono agli individui di sentirsi padroni della propria esistenza e delle proprie risorse, di comprendere e controllare adeguatamente le esperienze negative e per questo ne riducono la resistenza rendendoli particolarmente fragili e meno capaci di affrontare i disagi e gli imprevisti della vita di tutti i giorni. I secondi, cioè i fattori prossimali, possono essere di rischio o protettivi e vengono cosi chiamati perché sono contigui e prossimi da un punto di vista relazionale, coincidono con le esperienze del quotidiano e si riferiscono a caratteristiche individuali e ambientali oppure a eventi che esercitano un’influenza diretta nelle relazioni, sono percepibili soggettivamente e investono lo spazio di vita, le emozioni e i comportamenti quotidiani.
Possono avere una valenza negativa e per questo contribuiscono a potenziare il rischio, nel senso che ne amplificano l’effetto, oppure una valenza positiva che contribuisce a ridurre la portata dei fattori di rischio. Nel primo caso, vale a dire quando hanno una valenza negativa, parliamo di fattori prossimali di amplificazione del rischio, nel secondo caso di fattori prossimali protettivi e di riduzione del rischio, intesi nella specifica accezione di elementi che entrano in gioco riducendo l’effetto dei fattori di rischio.
Per analizzare le condizioni che possono generare la violenza verso i bambini, viene concentrata l’attenzione esclusivamente sul rischio, individuando quattro ampie classi di variabili e precisamente:
- Variabili demografiche (ad es., disagiate condizioni socio-economiche).
- Variabili relative alle relazioni familiari (ad es., conflitti tra i genitori e scarso supporto sociale).
- Variabili sulle caratteristiche dei genitori (ad es., disturbi di personalità, abuso di sostanze stupefacenti, storie di vittimizzazioni subite durante l’infanzia).
- Variabili sulle caratteristiche delle vittime (ad es., presenza di handicap, sintomi psichiatrici).
Il fallimento parentale ha maggiori probabilità di manifestarsi se i genitori, e in particolare la madre, sono stati vittime di maltrattamenti nell’infanzia o durante l’adolescenza, se mancano di adeguati supporti sociali e familiari, se sono molto giovani e vivono in condizioni di povertà.
Fattori che, a loro volta, devono associarsi ad altre condizioni di rischio quali disforia, stress familiari, scarse capacità di coping, impulsività, adozione di strategie educative dure e punitive e infine problemi di aggressività o deficit attentivi dei bambini. I fattori di rischio distali coincidono con elementi del contesto di vita, con concezioni, valori o esperienze personali pregresse che esercitano un’influenza sulle competenze parentali e che spesso rappresentano il terreno su cui si radicano incomprensioni, distorsioni percettive, pratiche educative rigide oppure incompetenza nelle cure e nelle violenze familiari.
Tutti i fattori distali agiscono come elementi facilitanti nel complesso intreccio con altre variabili che abbiamo definito fattori prossimali, che possono modificare, in negativo o in positivo, traiettorie potenzialmente critiche. Gli elementi di rischio prossimali, classicamente noti e descritti dalla letteratura come potenziali minacce per lo sviluppo, attengono alla sfera dell’individuo, della famiglia e del sociale e si declinano ad esempio in chiave di gravidanze e maternità non desiderate, relazioni attuali difficili con le famiglie d’origine, conflitti di coppia, violenza domestica, temperamento difficile del bambino ecc.
Tra i fattori individuali ne abbiamo inseriti alcuni meno usuali, importanti però nella prognostica e nell’efficacia del trattamento di famiglie maltrattanti e trascuranti, quali: la sindrome da risarcimento, la debole o assente capacità d’assunzione di responsabilità, la distorsione delle emozioni e delle capacità empatiche. Esistono diversi processi d’amplificazione del rischio oppure quelli protettivi che preservano dal rischio. Tra i primi vengono inclusi la povertà o anche la giovane età della madre.
In modo inverso opera invece il processo di riduzione del rischio, innescato dai fattori protettivi che contribuiscono ad annullare, contenere o mitigare l’effetto dei fattori di rischio distali o prossimali. I fattori protettivi di riduzione del rischio meritano particolare attenzione: in primo luogo è importante imparare a individuarli e, in secondo luogo, a comprenderne lo specifico effetto sui fattori di rischio distali o prossimali. Un esempio ben noto di funzione protettiva è quella svolta da un membro della famiglia d’origine presente e supportivo, poniamo una nonna, impegnata a sostenere emotivamente e concretamente i figli, giovane mamma in difficoltà a causa sia di dissapori col marito sia per l’impegno emotivo ed economico richiesto dal neonato.
In questo caso, il processo protettivo viene innescato e diviene evidente se la giovane mamma, utilizzando il supporto della propria madre, riesce a mitigare i contrasti col coniuge e a interrompere una potenziale escalation conflittuale nella quale lo stesso bambino finirebbe per essere coinvolto. L’elaborazione emotiva implica un processo più ampio che consiste:
- Nel vivere l’esperienza emotiva a livello consapevole non solo sul piano fisiologico.
- Nel vivere l’esperienza emotiva nel momento in cui si manifesta.
- Nel tollerarne la presenza per un tempo sufficiente a riconoscerla.
- Nell’attribuirle una denominazione verbale.
- Nell’esprimerla all’esterno.
- Nell’usare un linguaggio che sia realmente collegato con l’emozione e non solo attraverso il pianto che potrebbe anche essere solo un modo rapido per eliminare l’emozione all’esterno.
Come si può notare, si tratta di un’elaborazione che scaturisce dall’interno, fa leva sulla capacità individuale di riflettere, di percepire la propria identità come continua nel tempo e, progressivamente, di connettere ricordi del passato con emozioni, percezioni e azioni agite nel presente e per queste ragioni assume il significato di processo protettivo di riduzione del rischio.
L’elaborazione di esperienze personali viene senza dubbio facilitata dalle capacità cognitive: capacità che non coincidono in senso stretto col livello intellettivo, ma con quell’adattamento intelligente all’ambiente che consente di modificarsi e di modificarlo, di mantenere livelli di autostima e autonomia personale adeguati e che rappresentano una guida per orientare sentimenti empatici e attivare processi di elaborazione e di riflessione personale. In sostanza, buone competenze cognitive unite all’opportunità di elaborare avvenimenti ed esperienze a lungo celate anche a se stessi facilitano il cambiamento a livello profondo e duraturo e non solo sul piano concreto e temporaneo.
Percorsi di intervento
Nell’aiuto e nel sostegno alla famiglia e al bambino, in situazioni in cui vi è una prevalenza di fattori protettivi, la propensione a voler rielaborare le esperienze negative, magari accettando un intervento specialistico, è un importante fattore protettivo e un passo indispensabile, che prevedibilmente consente di riattivare risorse individuali che restituiscano autostima, desiderio di migliorarsi, unitamente all’abbandono delle aspettative e all’illusione di ottenere un risarcimento nell’ambito dei rapporti.
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