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Riassunto esame Fattori di Rischio e Protezione nello Sviluppo, prof. Schimmenti, libro consigliato Tra Rischio e Protezione, Di Blasio

Riassunto per l'esame di Fattori di Rischio e Protezione nello Sviluppo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Tra Rischio e Protezione: la Valutazione delle Competenze Parentali, Di Blasio consigliato dal docente Schimmenti.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: la cornice teorica di riferimento: il modello process-oriented, i fattori di rischio e fattori protettivi, il cocnetto... Vedi di più

Esame di Fattori di rischio e protezione nello sviluppo docente Prof. A. Schimmenti

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3. Percorsi di intervento

Nell’aiuto e nel sostegno alla famiglia e al bambino, in situazioni in cui vi è una prevalenza di

fattori protettivi, la propensione a voler rielaborare le esperienze negative, magari accettando un

intervento specialistico, è un importante fattore protettivo e un passo indispensabile, che

prevedibilmente consente di riattivare risorse individuali che restituiscano autostima, desiderio di

migliorarsi, unitamente all’abbandono delle aspettative e all’illusione di ottenere un risarcimento

nell’ambito dei rapporti con la famiglia d’origine. È opportuno valutare, di volta in volta, lo

specifico effetto dei fattori protettivi in relazione a quelli di rischio, per coglierne la dinamica e la

processualità. La presenza di un consistente numero di fattori protettivi che compensi e contrasti

quelli di rischio, configura una situazione nella quale, con molta probabilità, vengono innescati

meccanismi di resilienza che consentono agli operatori d’intervenire nella prospettiva del sostegno e

dell’aiuto e, spesso, con il consenso della famiglia stessa, La competenza e l’operatività sviluppate

in questi anni dai Servizi territoriali non mancano di strumenti idonei a intervenire in casi come

questi in cui gli utenti sono disponibili a chiarire quali siano le proprie esigenze e a strutturare una

relazione caratterizzata da una sostanziale spontaneità e volontarietà della richiesta. Una seconda

categoria di situazioni, indubbiamente ampia, è quella caratterizzata dalla compresenza di fattori

rischio e di fattori protettivi. Si tratta di famiglie nelle quali gli elementi di rischio non sono

compensati a sufficienza dai fattori protettivi, che non riescono a modulare o ridurre l’effetto dei

fattori di amplificazione del rischio. Se l’individuazione di situazioni familiari a rischio di questo

tipo avviene precocemente, quando il bambino é molto piccolo o addirittura non é ancora nato, si

sono rivelati utili gli interventi di prevenzione dell'abuso fisico e della trascuratezza, rivolti a madri

o giovani coppie, che prevedono supporti a domicilio, contatti con pediatri, attivazione di centri

drop-in, training genitoriale e libero accesso ai servizi medici. Nelle situazioni definite ad alto

rischio e tipicamente caratterizzate dalla condizione di monoparentalità, dalla giovanissima età della

madre, da svantaggio sociale, l’efficacia degli interventi si traduce in una riduzione, rispetto al

gruppo di controllo, delle ospedalizzazioni, degli incidenti domestici, dell’esposizione ad eventuali

maltrattamenti e trascuratezza. L’efficacia è connessa sia alla continuità dell’intervento, soprattutto

se avviato durante la gravidanza e ultimato quando il bambino raggiunge circa due anni, sia alla

capacità degli operatori di stabilire una relazione positiva con la famiglia. Le situazioni familiari

nelle quali sono mescolati assieme fattori di rischio e protettivi sono certamente le più delicate da

valutare, in quanto coinvolgono gli operatori in una dinamica oscillatoria tra fiducia e diffidenza, a

seconda della fase esistenziale della famiglia e della prospettiva da cui i suoi componenti presentano

i problemi. Va sottolineata l’importanza, in questi casi, di mantenere un forte ancoraggio alla

dimensione temporale-processuale, anche per evitare forme eccessive di coinvolgimento e

implicazioni emotive. La dimensione temporale, intesa come periodo che intercorre tra il primo

contatto con la famiglia e la conclusione programmata per una prima valutazione, rende evidenti,

qui più che in altre situazioni, la direzione dell’evoluzione dei cambiamenti auspicati. Si tratta

quindi, a nostro avviso, di puntare decisamente, in una fase iniziale, sui fattori protettivi e sul

sostegno alla resilienza non disgiunti dall’esplicitazione circa eventuali preoccupazioni per i minori,

impegnandosi a trasmettere agli stessi utenti questo enorme sforzo di fiducia e di aspettative molto

elevate nei loro confronti, motivato dalla convinzione che il benessere futuro dei loro figli o la

riduzione del malessere e del danno siano possibili se coniugati con un pari impegno da parte loro.

Valorizzare i fattori protettivi e fornire supporti per innescare le risorse presenti non significa, in

questa tipologia di situazioni, negare l’effettiva presenza di elementi negativi. Questi ultimi vanno

ben definiti e altrettanto chiaramente spiegati alla famiglia fin da subito, richiedono una

negoziazione contrattuale iniziale chiara e un monitoraggio attento in itinere. Infine, una terza

categoria di situazioni è caratterizzata da assenza o ridotta presenza di fattori protettivi che non

riescono a compensare quelli di rischio distali o prossimali. Situazioni nelle quali vi sono anche

segni di violenza e di danno che richiedono interventi di tutela e protezione esplicita ed immediata

del bambino non disgiunti dall’opportunità offerta alla famiglia di essere aiutata a comprendere le

cause del disagio. L’attenzione degli operatori si orienta qui alla valutazione dei segnali di danno, di

benessere o malessere psicologico del bambino, alle differenze nel modo in cui ciascun genitore

prospetta la situazione e alla modalità di parenting. Per individuare con precisione gli elementi su

cui far leva nella progettazione dell’intervento. È molto probabile che in situazioni siffatte i diversi

tentativi che i servizi compiono per sollecitare risorse e cambiamenti positivi si scontrano con

resistenze e nodi problematici particolarmente ardui da superare. Gli elementi raccolti sulla famiglia

e sulla relazione col servizio diventano preziosi per costruire un progetto basato su una rete

integrata di connessioni tra servizi ed enti istituzionalmente deputati alla tutela giuridica dei minori.

L’incisività dell’intervento dipende in questa fase più che nelle altre, non solo dalle competenze

specialistiche messe in gioco, ma anche dall’assetto organizzativo, dai processi di lavoro e dalle

connessioni che si riescono ad attivare. Non é quindi né sufficiente né adeguato un intervento di

semplice protezione fisica, pur imprescindibile, se non si accompagna all’approfondimento

specialistico delle dinamiche personali e delle reazioni emotive sulla natura e sulle caratteristiche

dei legami familiari. In caso contrario si rischia di lasciare incertezze, dubbi o confusioni nelle

percezioni o nei sentimenti che il bambino nutre verso i propri genitori, mantenendo inalterata la

carica emotiva di ambivalenza, colpevolizzazione, rabbia, autodenigrazione che si accompagna alla

dinamica della trascuratezza, della violenza e dell’abuso. L’intervento ha ovviamente anche lo

scopo di verificare la suscettibilità della famiglia o dei genitori al cambiamento affinché il bambino

stesso possa se possibile, ristabilire relazioni soddisfacenti con la propria famiglia d’origine o con

uno dei genitori. Alcuni bambini maltrattati hanno livelli più elevati di funzionamento rispetto ad

altri. Due principali domini, in questi casi, hanno un alto potenziale protettivo: da un lato la

percezione interna di controllo e dall’altra la propensione alla socializzazione. L’intervento di

protezione del bambino, attuato attraverso un lavoro psicologico sulla sua famiglia che miri a

evidenziare le ragioni delle dinamiche maltrattanti, contribuisce a rendere intellegibili per il

bambino eventi altrimenti ineluttabili, a rafforzarlo psicologicamente, a restituirgli la percezione di

poter controllare se stesso e le proprie azioni consentendogli di disancorarsi da un assetto mentale e

comportamentale di vittima impotente. In questa prospettiva l’azione congiunta dei Servizi, orienta

a predisporre un collocamento protettivo eterofamiliare della piccola vittima diventa indispensabile

non solo in chiave di salvaguardia dell’incolumità fisica ma anche nella prospettiva di prevenzione

terziaria vale a dire di riduzione del danno psicologico e di potenziamento delle risorse di resilienza

dei bambini stessi.

CAP. 3 VIOLENZA ALL’INFANZIA E CAPACITA’ GENITORIALI

Premessa

Se si fa riferimento a una prospettiva dinamica che tiene conto dei cambiamenti che si verificano

nel ciclo di vita delle famiglie, risulta interessante chiedersi cosa accada quando questi nuclei,

attraversati pesantemente da dinamiche maltrattanti e abusanti, vengano posti di fronte alla

necessità che i genitori cambino per poter riallacciare i rapporti col proprio bambino. Alcuni

riescono a trarre giovamento dagli interventi psicologici e sociali che vengono loro offerti, altri

mantengono inalterate le dinamiche distruttive che li attraversano e finiscono, nei fatti, per rifiutare

il bambino. Si tratta dunque di meglio comprendere la natura dei fattori che contribuiscono a

sostenere un processo evolutivo e di cambiamento positivo che permette di ripristinare le relazioni

tra genitori e figli e i fattori che ostacolano o non promuovono tale processo. Generalmente la

distinzione in tipologie di violenza é solo un’astrazione e la segnalazione di uno specifico tipo di

violenza spesso é in realtà accompagnata da una compresenza di maltrattamenti diversi: é cioè

probabile che in certi nuclei familiari maltrattanti vi siano anche trascuratezza e maltrattamento

psicologico e che in certe famiglie trascuranti i bambini siano anche vittime di violenza psicologica.

Le storie e le dinamiche familiari ci fanno inoltre intravedere una progressione, un aggravamento e

un moltiplicarsi dei maltrattamenti e degli abusi nel tempo, suggerendoci una sorta di processualità

che inizia con difficoltà coniugali, conflitti e violenza domestica che via via inducono cronicità e

aggravamento della crisi che si estende ai figli.

1. Uno “sguardo” alle famiglie maltrattanti: fattori di rischio comuni a tutte le forme di violenza

Appare interessante assumere una prospettiva che individui molteplici fattori di rischio legati a tutte

le tipologie di violenza all’infanzia raggruppandole in caratteristiche individuali, familiari e

ambientali. In particolare, tra le prime si sottolineano esperienze di violenza subite durante

l’infanzia, elevati livelli di stress personale, depressione materna, scarsa istruzione, basso quoziente

intellettivo; per quanto riguarda le caratteristiche familiari si evidenziano invece la povertà, un

elevato numero di figli, la presenza di un solo genitore e di un partner violento. Per quanto riguarda

infine l’ambiente, si sottolineano l’isolamento e lo scarso sostegno sociale. La gravidanza in

soggetti molto giovani può rappresentare un fattore di rischio comune a tutte le tipologie di violenza

per diversi motivi. I conflitti e la violenza domestica rappresentano altri fattori di rischio

significativamente connessi a tutte le diverse forme di violenza all’infanzia.

1.1 Fattori di rischio nei casi di maltrattamento fisico

Un esempio interessante d’analisi dei fattori di rischio legati al maltrattamento fisico è

rappresentato dal lavoro di Black e colleghi che, per questa tipologia di violenza, hanno elaborato

una sorta di modello eziologico che individua variabili “distali” e “prossimali”. Tra le variabili

distali dei perpetratori, gli autori inseriscono l’essere stati maltrattati da bambini o adolescenti e

l’aver ricevuto uno scarso supporto sociale e familiare durante l’infanzia. Indicano, inoltre, alcune

caratteristiche del nucleo familiare in cui avviene e potrebbe avvenire la violenza, come la giovane

età dei genitori e della madre in particolare; problemi di alcolismo (specialmente del padre) e il fatto

di vivere in una comunità povera. Accanto a tali fattori intervengono variabili "prossimali" che

aumentano la probabilità da parte dei genitori, e sempre da parte della madre in particolare, di

mettere in atto comportamenti maltrattanti nei confronti dei figli: disforia (infelicità, stress emotivo,

ansia, solitudine e isolamento, depressione, senso d’inadeguatezza...), stress familiari e scarse

capacità di coping. Infine, i fattori di rischio "prossimali" includono anche l’alta reattività della

madre, l’impulsività e l’adozione di strategie educative dure e punitive (castigo, isolamento,

aggressioni verbali...). Interessante appare l’osservazione degli autori riguardo infine le

caratteristiche delle vittime: quali i problemi di comportamento dei bambini (in particolare, la messa

in atto di comportamenti violenti e aggressivi) e la presenza di deficit attentivi che predispongono i

genitori ad attuare azioni maltrattanti.

1.2 Fattori di rischio nei casi di trascuratezza

La trascuratezza è la tipologia di violenza più soggetta a recidiva, sulla quale sarebbe opportuno

concentrate una maggiore attenzione. Nonostante sia difficile poter confrontare tra loro i vari fattori

di rischio individuati da autori differenti, i dati a disposizione concordano nel ritenere che il

comportamento e le caratteristiche psicologiche dei genitori siano le variabili più significative, in

relazione alla trascuratezza, accanto alle limitate risorse, socio-economiche. In particolare, occorre

evidenziare una combinazione di fattori individuali e sociali tra cui spiccano variabili psicologiche

genitoriali come bassa stima di sé e impulsività, accanto a uno scarso supporto sociale, scarse

interazioni tra le madri e i propri bambini e caratteristiche personali dei bambini stessi che spesso

presentano problemi comportamentali. Occorre inoltre sottolineare che le condizioni di rischio

assegnate a tale tipologia di violenza sono molteplici e in alcuni casi simili a quelle del

maltrattamento fisico; fattori di rischio importanti sono rappresentati, inoltre, da alcune variabili

demografiche e socioeconomiche quali la monoparentalità, il vivere in case popolari (rispetto a

singole abitazioni familiari), il non poter usufruire di una buona assicurazione medica, la condizione

di disoccupazione del capofamiglia nuclei in cui la fonte principale di reddito proviene dai sussidi

economici erogati dai servizi. Esistono tuttavia differenti forme di trascuratezza, più o meno

evidenti, che si diversificano in termini di durata e continuità: è possibile individuare una

trascuratezza fisica, emozionale, medico-sanitaria ed educativa. La trascuratezza fisica é certamente

quella più riconoscibile e si identifica con gli atti che implicano omissioni nel provvedere ai bisogni

di base dei bambini, inclusi quelli abitativi, alimentari o nell’abbigliamento sia con gli insuccessi

nel predisporre condizioni di protezione necessarie a evitare che possano determinarsi eventuali

incidenti o danni. La trascuratezza emozionale é certamente quella più difficile da documentare, e

caratterizza l’intero contesto di vita del bambino che non riceve cure adeguate e non é in grado di

comprendere la disattenzione o la non disponibilità di cui é oggetto. La trascuratezza medico-

sanitaria si concretizza nella mancanza di quegli standard minimi richiesti per salvaguardare le

condizioni di salute fisica e mentale e concerne il rifiuto o l’omissione nelle cure mediche e

psicologiche. Infine la trascuratezza educativa implica non solo inadempienza o abbandono della

scuola, ma anche il rifiuto dei genitori a coinvolgersi nelle iniziative e nei programmi indicati dagli

insegnanti. Significativi per la trascuratezza vi sono inoltre fattori di rischio quali: il basso reddito

familiare; la condizione di monogenitorialità; la presenza di violenza domestica; la giovane età della

madre alla nascita del primo figlio; precedenti esperienze d’abuso fisico e/o trascuratezza subite dai

genitori nell’infanzia; il basso livello di scolarità dei genitori; complicazioni perinatali alla nascita

come prematurità o scarso peso del bambino; abuso di sostanze e problemi di salute mentale dei

genitori; elevati livelli di depressione e stress.

1.3 Fattori di rischio nei casi di maltrattamento psicologico

Cercando d’estrapolare dalle ricerche i fattori di rischio dell’abuso psicologico, com’é accaduto

anche per le altre tipologie di violenza, vengono categorizzate: 1) variabili socio-demografiche; 2)

caratteristiche del bambino; 3) caratteristiche genitoriali; 4) caratteristiche delle relazioni familiari.

Il rischio d’abuso psicologico aumenta con l’aumentare dell’età del bambino; le famiglie a basso

reddito risultano quelle più esposte a tale forma di violenza; i bambini che appartengono a etnie

differenti da quella dominante sono più a rischio degli altri. La struttura familiare, la regione

geografica e il genere del bambino non sono emersi invece come fattori di rischio altamente

significativi. I principali fattori di rischio legati all’abuso psicologico sono l’aggressività espressa

dai bambini (intesa come "lotte", interazioni fisiche violente con altri bambini), la delinquenza

infantile (come il vandalismo) e problemi relazionali (come difficoltà a instaurare amicizie).

Dall’analisi delle caratteristiche genitoriali, invece, le variabili su cui occorre concentrare,

l’attenzione sono l’adattamento, la storia familiare e le interazioni genitore-bambino, mettendo in

luce come in particolare la messa in atto di comportamenti aggressivi e violenti, la presenza di

nevrosi, l’aver vissuto durante la propria infanzia con padri poco accudenti e l’essere stati

quotidianamente sgridati da bambini, siano i principali fattori di rischio concernenti i genitori.

Rispetto, infine, alle caratteristiche delle relazioni coniugali emerge una grande varietà di situazioni.

In genere però le madri maltrattanti hanno evidenziato relazioni coniugali caratterizzate dalla scarsa

affettività e maggiore conflittualità all’interno della coppia, espressa sia a livello verbale sia fisico.

1.4 Fattori di rischio nei casi di abuso sessuale

L’identificazione dei fattori di rischio in quest’ambito si concentra sulle caratteristiche dei minori

vittime, sulle caratteristiche delle famiglie a cui appartiene il bambino vittima e, in modo rilevante,

anche sulle caratteristiche dei possibili abusanti sessuali. I fattori di rischio inerenti ai perpetratori

dell’abuso sessuale infantile e, in particolare, alcuni aspetti tra cui scarsa istruzione e povertà e

caratteristiche psicologiche come la presenza di problemi emotivi e sessuali, incapacità di reggere lo

stress, rigidità, solitudine e infelicità. In relazione alle dinamiche tipiche dei perpetratori appare

interessante il concerto di "protostoria" del soggetto abusante, che ha nel suo pregresso di sviluppo

una situazione originaria di gravi e continuative carenze accuditive che hanno prodotto vissuti di

abbandono e sentimenti di mancanza nel campo delle cure e dell’affetto; ciò esita in un bisogno

persistente più o meno consapevole di ricevere ciò che è mancato. Ipotizziamo altresì, in alternativa

o in concorso causale, che il soggetto abusante possa avere sperimentato in passato situazioni

traumatiche che l’hanno fatto sentire impotente e in balia di qualcuno che esercitava su di lui grande

potere e induceva una sofferenza da cui era impossibile evadere. Per quanto riguarda l’età delle

vittime, occorre estrema prudenza, nel senso che esistono posizioni differenti e non sono possibili

generalizzazioni. Per quanto riguarda altre caratteristiche demografiche, soggetti a elevato rischio di

vittimizzazione sessuale sono le femmine, di razza nera, che vivono in comunità pericolose, con

bassi livelli d’intelligenza e problemi di comportamento, accanto a un’elevata percentuale di ri-

vittimizzazione, mettendo comunque in luce come non sia assolutamente semplice cercare di

determinare se tutte queste caratteristiche siano la causa o l’effetto delle vittimizzazioni stesse. I

genitori con una storia di vittimizzazione sessuale durante la propria infanzia presentano un rischio

dieci volte superiore rispetto alla popolazione “normale" di esercitare vittimizzazione sessuale sui

propri figli. A quest’aspetto della storia passata si associano poi altre condizioni proprie delle

relazioni familiari attuali, caratterizzate da relazioni insoddisfacenti sia a livello coniugale sia con il

nucleo d’origine, scarsa efficacia nell’esercizio del ruolo di genitori, orientato non tanto sulle

punizioni corporali, come nei casi di maltrattamento fisico, quanto sull’incuria, in analogia a ciò che

avviene nei modelli trascuranti. L’isolamento sociale e il rimanere orfani di madre sono altamente

correlati alla vittimizzazione sessuale prima dei dodici anni; l’abuso fisico e la presenza di una

malattia mentale della madre sono fattori associati agli abusi sessuali subiti dopo i dodici anni.

2. Le famiglie abusanti: capacità genitoriale e funzionamento familiare

La struttura delle famiglie abusanti si presenta complessa, instabile, irregolare e segnata da continui

e improvvisi cambiamenti. Tali nuclei, infatti, risultano caratterizzati da matrimoni precoci, divorzi,

monoparentalità e frequenti trasferimenti da una località all’altra. Si tratta di mutamenti che

esauriscono le risorse, complicano la vita del nucleo stesso e rendono difficile definire e dare una

forma stabile alla famiglia. Le relazioni intrafamiliari risultano, inoltre, caotiche, instabili e non

equilibrate; assume una particolare importanza la relazione coniugale, sovente caratterizzata da

problematiche irrisolte, silenzi, disaccordi, conflitti e violenza. Anche i rapporti con le figure al di

fuori della famiglia (ad es. nonni, parenti, amici e colleghi) sono, a loro volta, scarsi o spesso

caratterizzati da indifferenza o astio. Queste famiglie non sentono di avere le risorse per potersi

prendere cura degli altri e per accettarli per quello che sono, in altre parole, non si sentono unite né

spinte da sentimenti positivi verso gli altri. I genitori fisicamente maltrattanti sono caratterizzati da

specifiche difficoltà, distorsioni e biases cognitivi che li predispongono a relazionarsi coi figli in

modo violento. La soddisfazione/insoddisfazione genitoriale è un importante variabile nella

comprensione della dinamica violenta: i genitori che, nella propria infanzia, sono stati vittima di

un’educazione eccessivamente rigida, di rifiuto e trascuratezza, svilupperanno profondi sentimenti

di delusione, insoddisfazione e ingiustizia.

Le famiglie trascuranti sembrano vivere relazioni interpersonali molto attenuate che producono nei

bambini la percezione di avere genitori psicologicamente non disponibili. I genitori trascuranti,

infatti, tendono a essere psicologicamente distanti, non responsivi, indifferenti nei confronti dei figli

di cui assumono un controllo solo saltuario e occasionale attraverso critiche e urla. Le famiglie

trascuranti sono caratterizzate da strutture disorganizzate, prive di confini precisi tra i membri, ruoli

non chiari e assenza di regole educative. Tali famiglie, inoltre, sono apparse carenti sul piano delle

abilità di problem solving e di negoziazione, elementi che favoriscono l’emergere di relazioni

altamente conflittuali. Infine, si riscontra nei genitori trascuranti una serie di difficoltà

nell’identificare ed esprimere i propri sentimenti e pensieri, scarse capacità empatiche e la presenza

di un tono emotivo depresso. Le famiglie sessualmente abusanti risultano caratterizzate da una

mancata definizione di ruoli, povertà nella comunicazione, scarsa capacità di risoluzione dei

conflitti, isolamento sociale e pregresse perdite o esperienze abbandoniche. Esistono alcuni giochi

familiari strettamente legati all’insorgere del maltrattamento e della trascuratezza. Più precisamente,

richiamiamo due differenti categorie di situazioni: alla prima appartengono quei nuclei con bambini

ancora piccoli e in cui i genitori maltrattanti e, ancor più, quelli trascuranti, sono incapaci di

accudire ai propri figli, alla seconda appartengono le situazioni in cui il maltrattamento e/o la

trascuratezza si esprimono sui figli più grandi e vedono l’attiva partecipazione del maltrattato al

mantenimento del gioco patogeno. Nel primo caso, la dinamica tipica che emerge vede la presenza

di giovani genitori legati alle proprie famiglie d’origine e/o al partner da vincoli conflittuali e

ambivalenti non risolti sino al punto che il maltrattamento o la trascuratezza dei figli assumono un

preciso significato relazionale d’appello teso a ottenere la mobilitazione dei propri congiunti. In tali

casi di incapacità genitoriale come messaggio, il genitore trascurante non risulta incapace per una

limitazione intellettiva o di esperienza, ma perché il suo mondo interiore è totalmente dominato da

relazioni affettive insoddisfacenti che gli impediscono di investire le proprie energie emotive nel

rapporto con il figlio. In generale, quando una madre esibisce la propria incapacità, sperando che il

genitore si occupi dei suoi figli, conta d’ottenere una sorta di risarcimento per non essere stata

adeguatamente accudita nell’infanzia. Tale strategia non può che essere fallimentare: qualora,

infatti, la nonna si rifiutasse di accudire il nipote, la madre sarebbe sempre più frustrata e

trasferirebbe il proprio rancore sul figlio, per non essere riuscito a procurarle l’affetto del proprio

genitore, o il figlio potrebbe venire percepito come un peso intollerabile. Nel caso in cui, invece, la

nonna accettasse, la madre si accorgerebbe subito che quel risarcimento per interposta persona non

la soddisfa affatto, dal momento che il rapporto tra i nonni e il bambino tende a escluderla,

facendola sentire ancora più defraudata dell’amore tanto della prima che del secondo. La seconda

categoria di situazioni, presentata, riguarda il capro espiatorio, cioè quelle situazioni in cui il

maltrattamento e/o la trascuratezza si esprimono sui figli più grandi, che diventano parte attiva del

gioco patogeno. Succede che, all’interno di una relazione di coppia compromessa da conflitti, i figli

più grandi iniziano a essere coinvolti e a schierarsi dalla parte di uno dei genitori. I bambini, a cui

sfugge la complessità e la circolarità della relazione di coppia, tendono, infatti, a esprimere

un’alleanza preferenziale per quel genitore che mostra nei loro confronti maggior interesse e

attenzione, e che presumono esser debole e vittima del partner. Questa propensione del bambino

viene ben accolta dal genitore stesso che, senza accorgersene, incoraggia questa inversione di ruoli

anche in virtù di esperienze analoghe che, nell’infanzia, l’avevano visto nel ruolo di consolatore del

proprio genitore. In realtà, nei contesti familiari in cui si sviluppano violenza e maltrattamento

cronico, quasi mai la relazione tra i figli e il genitore non direttamente maltrattante è autenticamente

protettiva; frequentemente è compensatoria o strumentale. Il bambino non può tuttavia accorgersene

e, intervenendo in difesa del genitore più "debole", può cosi diventare oggetto di maltrattamento

fisico. Relativamente al funzionamento delle famiglie psicologicamente maltrattanti, ne vengono

individuati quattro diversi tipi. Nella prima tipologia, il bambino vittima assume il ruolo di “capro

espiatorio”. In queste situazioni, la vittima viene esclusa dai momenti di intimità e coesione

familiare e l’unità e la tranquillità della coppia genitoriale vengono preservate alle spese del figlio

capro espiatorio.

Una seconda tipologia vede la dinamica familiare strutturarsi intorno a una figura paterna

dominante, intimidatoria e intollerante. I figli subiscono minacce, denigrazioni, intimidazioni,

vengono insultati duramente e spesso sono esposti a episodi di violenza domestica. La terza

tipologia vede la dinamica familiare strutturarsi intorno a una figura materna autoritaria e rigida in

cui i figli risultano vittime di eccessiva durezza educativa, denigrazione, controllo e soprattutto

manipolazioni. L’ultima tipologia vede i bambini alle prese con dei genitori incompetenti che

creano un ambiente caotico e insano. Essi diventano vittime di una violenza indiretta, che assume le

forme dell’inversione di ruolo, alienazione e anche rifiuto e trascuratezza dei bisogni psicologici di

base. Relativamente alle dinamiche familiari dei nuclei in cui si verifica un abuso sessuale le

posizioni di vittima e di autore del reato non devono essere considerate in una prospettiva circolare

che possa confondere il danno subito e la responsabilità di reato. In tutte queste situazioni, infatti, si

assiste al progressivo dissolversi dei confini generazionali con la conseguente attribuzione di un

ruolo e di un potere genitoriale alla figlia nella totale indifferenza dei suoi bisogni infantili. Per

meglio definire come debbano essere intesi i ruoli dei diversi protagonisti coinvolti nella dinamica

abusante occorre analizzare le quattro precondizioni necessarie affinché si compia l’abuso sessuale.

La prima precondizione vede il motore del passaggio all’atto situato nell’abusante, nell’esistenza in

lui di blocchi evolutivi, incongruenza emotiva e attivazione sessuale. È già stato sopra evidenziato

come l’abusante, a causa delle situazioni traumatiche e delle gravi carenze accuditive subite nella

sua infanzia, cerchi compenso nella ricerca di un partner debole con cui costruire un rapporto

fusionale, fino all’annientamento dello stesso. L’eccitazione sessualizzata nel rapporto é secondaria

nel significato se non nei tempi e costituisce la via di scarico sull’asse somatico della pulsione

dell’inglobamento dell’altro. Le altre precondizioni (seconda, terza e quarta) spiegano le circostanze

che facilitano il verificarsi dell’azione abusante attraverso il superamento di qualsiasi barriera.

L’abuso di alcol e droghe, la presenza di psicosi e di un controllo inadeguato degli impulsi

costituiscono aspetti salienti che predispongono al superamento delle inibizioni "interne" (seconda

precondizione). Per il superamento delle inibizioni "esterne" assumono particolare rilevanza alcuni

fattori tra cui, ad esempio, la presenza in famiglia di una madre assente o ammalata, non empatica o

non protettiva verso il figlio, dominata e dipendente, e l’isolamento sociale della famiglia (terza

precondizione). Infine, l’utilizzo della coercizione, la presenza di un bambino insicuro e deprivato,

scarse conoscenze sull’abuso sessuale da parte del bambino, e un rapporto di fiducia, affetto e

dipendenza da parte del bambino nei confronti dell’abusante sono tutte condizioni che permettono

di superare le resistenze del bambino (quarta precondizione). Il segreto rende impensabile per tutti i

protagonisti l’idea che vi possa essere un abuso, ed è proprio tale impensabilità che costituisce parte

integrante della dominanza psicologica del genitore perpetratore, che deforma progressivamente il

contesto di apprendimento della vittima rendendo "naturale", l’abuso e disinnescando i movimenti

reattivi che, in una personalità sana, l’avrebbero contrastato. Se la durata del maltrattamento non è

stata superiore a un anno, se esso non é stato cosi grave da richiedere l’avvio di un iter penale e se

almeno uno dei due genitori non è stato violento e ha avuto, seppur in modo non soddisfacente o

continuativo un rapporto per alcuni aspetti buono col figlio, vi sono le condizioni perché possa

verificarsi un cambiamento positivo. Cambiamento positivo e recupero sicuramente difficili, ma

non impossibili, se gli operatori dei servizi socio-sanitari possiedono gli strumenti conoscitivi e

operativi per effettuare un’efficace valutazione della situazione, interrompendo precocemente la

dinamica violenta e favorendo l’attivazione delle risorse individuali e familiari presenti nelle

famiglie maltrattanti e abusanti.

CAP. 4 ASSISTERE ALLA VIOLENZA FAMILIARE: EFFETTI ED ESITI EVOLUTIVI

Premessa

I bambini che assistono a conflitti familiari caratterizzati da alti livelli d’aggressività espressa sono

da tempo considerati vere e proprie vittime di maltrattamento, sia perché in sé il comportamento

violento risulta traumatizzante, sia perché il genitore violento fallisce nel compito protettivo, non

preservando la prole dagli effetti dell’esposizione alla propria violenza. Non é infrequente, infatti,

che i conflitti tra i genitori sfocino in espliciti atti di violenza, talora molto gravi, la cui direzione

quasi uniformemente vede un marito violento maltrattare una moglie non in grado d’opporsi alle

violenze. Le conseguenze di questi fenomeni sono spesso durature e pervasive e vanno a toccare i

figli non soltanto in modo diretto, ma soprattutto in modo indiretto e sottile, tramite la messa in

scacco delle capacità di parenting delle madri vittime di violenza e la concomitante deformazione

dei rapporti familiari. Gli stessi padri che maltrattano le proprie compagne nonostante possano

dimostrare interesse per i figli e il loro benessere, non sono comunque figure genitoriali adeguate e

responsabili, perché espongono i bambini alla violenza domestica, anche se talvolta in modo

involontario. Vengono differenziati i padri maltrattanti da quelli non maltrattanti soprattutto per

quanto riguarda i seguenti aspetti della relazione con i figli:

- Uso dell’autorità: generalmente i padri maltrattanti si aspettano obbedienza immediata e

indiscussa, faticano ad accettare le critiche da parte dei figli e da parte degli altri familiari.

- Disimpegno: i padri che maltrattano le proprie compagne generalmente risultano meno

coinvolti nel processo di crescita dei figli, tendono a vedere i figli come "proprietà".

- Delegittimazione della madre: l’atto di maltrattare fisicamente e verbalmente la compagna,

oltre a gravi ripercussioni, implica un’inevitabile delegittimazione della madre come figura

autorevole con la conseguenza che, col tempo, i figli finiscono per imitare il padre.

- Autoreferenzialità: i padri maltrattanti tendono a considerare se stessi come il centro della

famiglia e faticano a modificare le proprie abitudini per accogliere i bisogni dei figli.

- Differenza tra comportamento privato e pubblico: nelle situazioni sociali il padre

maltrattante è in grado di comportarsi in modo molto attento e affettuoso nei confronti dei figli.

I bambini che vivono in contesti violenti non solo provano paura per l’incolumità propria e delle

loro mamme, ma risentono del doloroso senso d’impotenza e d’incapacità per non poter fermare gli

scoppi d’aggressività di cui sono spettatori. Questo sentimento d’impotenza, a sua volta, può

generare un senso di colpa acuto per non essere stati in grado di contrastare la violenza o addirittura

per aver, indirettamente, causato le liti tra madre e padre.

1. La violenza assistita: un fattore di rischio per...

Crescere in una famiglia nella quale é abituale assistere a scene di aggressione violenta fisica tra i

partner ha una serie di conseguenze sia a breve sia a medio-lungo termine che si manifestano a

livello sia del funzionamento cognitivo ed emotivo del bambino stesso sia del funzionamento

familiare e delle figure di cura. La compresenza d’episodi di violenza assistita e di maltrattamenti

diretti nei confronti della prole é ampiamente dimostrata. La violenza domestica, oltre a indebolire

le competenze parentali, è un potente fattore che genera nelle famiglie comportamenti violenti verso

la prole. Si tratta ora d’analizzare quali siano le reazioni dei figli e le conseguenze psicologiche. Gli

atti di violenza perpetrati da un genitore nei confronti dell’altro (padre contro madre ma anche

madre contro padre) sono strettamente correlati a misure di maladattamento: presenza di disturbi

psicologici e/o psichiatrici, dipendenza da sostanze, tentativi di suicidio, comportamento deviante o

criminale. In particolare, i bambini esposti ad alti livelli di violenza familiare mostrano una

frequenza di questi comportamenti maladattivi più alta rispetto ai soggetti non esposti a violenza,

infatti, l’esposizione alla violenza domestica predice un peggiore adattamento in età adulta, e in

particolare maggiori livelli d’ansia, problemi della condotta e dipendenza dall’alcol. Oltre a questi

problemi di maladattamento a lungo termine, l’assistere a episodi di violenza assistita può favorire

lo sviluppo di sintomi post traumatici da stress.

I sintomi conseguenti all’aver assistito a un’aggressione familiare nei confronti del caregiver sono:

il ricordo intrusivo e incontrollabile dell’evento, il gioco ripetitivo e stereotipato, la reattività

psicologica, i problemi del sonno, l’insorgere di fobie specifiche al trauma, la presenza di

distorsioni di memoria, le reazioni di ritiro o di regressione, le difficoltà scolastiche, l’irritabilità e

l’insorgenza di risposte emotive amplificate. L’assistere a scene di violenza (ivi inclusa la violenza

nel vicinato o nell’ambiente di vita e non solo quella domestica) è in grado di predire in modo

significativo successivi problemi di aggressività, depressione e ansietà nei bambini. Circa gli effetti

dell’esposizione alla violenza domestica in relazione al genere dei figli, viene riconosciuta una

marcata differenza di genere nelle risposte ad accesi conflitti intrafamiliari, nel senso che le

femmine tendono a esperire livelli più alti di ansia e stress. In particolare, le femmine mostrano

condotte che si estendono da una più generica ostilità, fino a episodi di aperta aggressione verso i

membri della famiglia (fratelli più piccoli o genitori), mentre i maschi tendono ad attuare

comportamenti violenti diretti “all’esterno” ossia al di fuori della cerchia familiare, verso i pari o

adulti sconosciuti. Le competenze linguistiche e verbali non vengono danneggiate allo stesso

modo. È stata, infatti, rilevata una seria compromissione delle capacità verbali nei bambini vittime

di violenza assistita rispetto ai bambini di controllo, mentre non sono apparse compromesse le

abilità esecutive e spaziali. La violenza domestica agisce determinando un ritardo linguistico che si

aggrava in presenza di una madre depressa, la quale a causa della sua malattia è incapace di

stimolare verbalmente il bambino e di creare un ambiente familiare ricco di interazioni e di

comunicazioni. Questo equivale a sostenere che gli effetti nefasti della violenza domestica non si

esauriscono con l’interruzione della violenza stessa. All’interno delle medesime famiglie, i figli

vengono esposti a livelli diversi di violenza familiare, e anche l’elaborazione di questi episodi da

parte dei bambini risulta differente. In particolare, mentre i fratelli più grandi sono più esposti agli

episodi di violenza poiché ne subiscono l’effetto negativo per più tempo, sono i più piccoli a sentirsi

maggiormente minacciati dal conflitto familiare. Ciò accade sia per la propensione dei genitori a

“proteggere” i figli più piccoli dalle liti violente, ma anche perché i figli maggiori -esposti per più

tempo alla violenza- ne risultano in qualche modo "anestetizzati" e, peggio, sono invischiati in

relazioni disfunzionali da non percepirle più come pericolose e minacciose, come accade invece nel

caso dei fratelli più giovani. Per quanto riguarda l’effetto della violenza assistita sul legame

d'attaccamento madre-bambino, bisogna sottolineare che all’aumentare della gravità della violenza

subita dalla madre, aumenta anche la possibilità che i figli instaurassero un legame di tipo

disorganizzato. Inoltre, mentre le madri con bambini con attaccamento sicuro dichiarano di non

avere subito alcuna violenza da parte del partner. La violenza assistita, com’é intuibile, non

esaurisce i suoi effetti nella sfera individuale o familiare, ma si riverbera in ambiti sociali che

possono coinvolgere altre persone (amici, compagni di scuola). I bambini testimoni di atti di

violenza domestica più spesso sono anche vittime di soprusi e atti di bullismo da parte dei pari. Si

può dunque ipotizzare che nelle famiglie, caratterizzate da instabilità affettiva e conflitti, siano

presenti maggiori difficoltà nella gestione delle relazioni e delle comunicazioni genitore-figli che si

traducono in una ridotta capacità dei bambini a sviluppare competenze sociali adeguate. La qualità

del rapporto genitore-bambino sarebbe, infatti, il "prototipo" delle relazioni interpersonali

successive e quando é distorta, a causa di un ambiente familiare violento, il bambino é più esposto a

episodi di violenza o di vittimizzazione da parte dei pari, in contesti scolastici o di aggregazione. Le

varie forme di violenza subita nell’infanzia sono associate a un incremento del rischio di reiterare

forme di violenza verso i compagni o di subire aggressioni da parte dei coetanei. I principali fattori

di rischio per lo sviluppo di condotte criminali sono da ricondurre alla situazione di povertà e

all’ambiente familiare caratterizzato da violenza tra i coniugi e da episodi d’abuso sessuale o

maltrattamento, mentre fattori sociali quali la difficoltà d’accesso ai servizi, l’abitare in quartieri

poveri e ad alto tasso di criminalità e di spaccio di sostanze sembrano costituire condizioni

facilitanti e non specificamente di rischio, per la messa in atto di comportamenti delinquenziali

negli adolescenti.

Gli effetti della violenza assistita si esprimono in termini sia di trasmissione intergenerazionale del

comportamento violento osservato in casa, che viene ripetuto dalle ex-vittime ormai adulte nei

confronti dei partner, sia di comportamenti devianti che si manifestano in altri contesti quali quello

scolastico, del gruppo dei pari o del contesto sociale allargato. Per spiegare il motivo per cui i

bambini vittime di violenza assistita mettono in atto a loro volta comportamenti violenti, una volta

diventati adolescenti e adulti, si ricorre al concetto di “trasmissione intergenerazionale della

violenza". Secondo la teoria dell’apprendimento sociale di Bandura, l’osservare la messa in atto di

un dato comportamento in modo sistematico porta a incorporarlo nel proprio repertorio

comportamentale. Seguendo questa prospettiva, i bambini che assistono a scene di violenza

familiare apprendono che il comportamento violento non solo é possibile ma anche vantaggioso. In

una prima fase la violenza sconvolge la routine familiare e agisce da elemento fortemente

destabilizzante al quale il bambino reagisce manifestando reazioni emotive (tristezza, paura) e/o

comportamentale (fuga da casa, isolamento, intervento attivo nel conflitto genitoriale). In una

seconda fase queste reazioni disadattive divengono per il bambino ricorrenti e tendono quindi a

stabilizzarsi in pattern comportamentali abituali: il bambino tenta di conservare un certo equilibrio o

almeno di ridurre il conflitto familiare ponendosi come elemento di stabilizzazione temporaneo per

la famiglia (ad esempio, un bambino che mette in atto comportamenti aggressivi in modo da

catturare temporaneamente l’attenzione dei genitori). Queste azioni, nonostante possano avere

successo nel tamponare la fase acuta della violenza familiare, hanno evidenti conseguenze

disadattive per i figli. Il bambino si trova cosi a dover fare i conti non soltanto con l'effetto

distruttivo dell’evento violento che spezza l’equilibrio familiare, ma soprattutto con la necessità

d’adattarsi in fretta a una situazione di “disequilibrio cronico" e di instabilità nelle relazioni

familiari, oltre a dover fare i conti con gli effetti collaterali della violenza. L’evento stressante

rappresentato dall’assistere alla violenza sulla madre mette quindi il figlio nella condizione di

doversi rapportare sia a una figura genitoriale divenuta improvvisamente pericolosa e imprevedibile

sia a condizioni di vita che cambiano in modo imprevedibile: la madre può non essere più in grado

di ricoprire il ruolo genitoriale con la stessa efficacia, si possono verificare cambiamenti

d’abitazione e di tenore di vita e cosi via.

2. Fattori che amplificano o riducono il rischio

Tra i fattori familiari che aumentano le probabilità di mettere in atto comportamenti violenti, quelli

più rilevanti sono: lo status socio-economico svantaggiato, la separazione coniugale, la presenza di

significativi stress extrafamiliari, la presenza di problemi d’adattamento nei genitori, la presenza di

violenza nei confronti della partner, questi sono fattori predisponenti per l’insorgere di successivi

maltrattamenti verso i figli, sia da parte dei perpetratori della violenza domestica (spesso i mariti)

sia da parte delle vittime, le cui capacità genitoriali vengono messe in scacco dalla situazione

difficile nella quale si vengono a trovare. Altre variabili esaminate sono: il livello di violenza

presente nella coppia, la presenza di sintomi depressivi, la soddisfazione circa la qualità del legame

di coppia e, soprattutto, la presenza e la percezione dell’impatto di eventi stressanti significativi

nella vita quotidiana. Particolare cura é stata posta nella definizione degli eventi stressanti, che sono

stati definiti su due assi, quello concernente l’ambito di vita (interpersonale vs. lavorativo) e quello

relativo alla natura dell’evento stressante (perdita vs. minaccia). Esempi di stressors lavorativi sono

il rischio di perdere il lavoro o il cambiamento delle mansioni; gli stressors interpersonali includono

ad esempio il cambiare abitazione o la morte di una persona cara. Per quanto riguarda la natura

dello stressor, quelli di perdita includono ad esempio la morte di un amico/a o l’uscita di un figlio

da casa, mentre quelli di minaccia riguardano eventi quali una malattia grave o problemi con i

superiori sul posto di lavoro. L’effettiva frequenza degli stressors e anche la percezione della loro

gravità sono in grado di predire l’insorgere di un comportamento violento nella coppia: le famiglie

che hanno subito un maggior numero di eventi stressanti, o che hanno percepito come molto

stressanti alcuni di questi eventi, hanno, cosi, una maggior probabilità di manifestare episodi di

violenza domestica.

La seconda conclusione riguarda il differente peso degli eventi stressanti come predittori del

comportamento violento in relazione al sesso: mentre per i mariti sono soprattutto gli stress

lavorativi e quelli di perdita a incoraggiare la violenza, per le mogli l’impatto dei diversi tipi di

stressor nel facilitare un’aggressione nei confronti del partner è apparso pressoché uguale.

3. Fattori protettivi

Analizzando i fattori protettivi che possono mitigare l’impatto della violenza subita dai bambini, é

possibile operare una distinzione tra i fattori che si riferiscono all’individuo e dunque alle capacità,

potenzialità e strategie che mette in atto di fronte a eventi stressanti traumatici, fattori riconducibili

al nucleo familiare in cui il bambino vive e infine fattori che appartengono all’ambiente di vita

extrafamiliare. In relazione al "primo gruppo", che racchiude i fattori individuali che proteggono

dall’impatto negativo esercitato dall’assistere alla violenza familiare, esso è correlato alle strategie

di coping messe in atto dai bambini come risposta alla violenza: strategie di tipo attivo e supportivo

sono un fattore che protegge da sintomi depressivi e contrasta il calo del livello di autostima e

l’insorgenza di problemi di salute fisica e psichica, al contrario il ricorso a strategie del tipo

evitamento appare un fattore di amplificazione dei problemi di internalizzazione ed

esternalizzazione. Il processo di recupero per i bambini vittime di violenza assistita che da soli non

riescono ad attivare le strategie di coping adeguate passa per un potenziamento della rete di

supporto e delle capacità di ridefinizione emotivo-cognitiva del trauma. Tra i fattori che

amplificano o riducono il rischio, non vanno dimenticate variabili demografiche come genere ed

età. Le femmine sembrano "meno protette" dei coetanei maschi dagli effetti della violenza assistita

e sono più vulnerabili dato che sviluppano più facilmente sintomatologie ansiose, depressive.

Indipendentemente dal genere, invece, l’età può essere un fattore protettivo: i ragazzi più grandi

esposti a forme di violenza assistita mostrano, infatti, un minor numero di disturbi psicologici

rispetto ai più piccoli. Per questi ragazzi più grandi, si potrebbe pensare a una sorta di

"assuefazione" alla violenza assistita oppure, più favorevolmente, all’apprendimento di strategie che

li proteggono e consentono loro un buon adattamento allo stress cronico a cui sono sottoposti.

4. L’intervento nei casi di violenza assistita

Viene riconosciuta l’importanza d’interventi che includano la famiglia e il bambino, valutandone gli

effetti sia a breve che a lungo termine. I programmi tradizionali puntano su un miglioramento nella

risoluzione dei conflitti, su un’aumentata capacità d’apprendimento nella modulazione dell’ira e

dell’impulsività e sull’individuazione di comportamenti target socialmente accettati, grazie

all’utilizzo tecniche cognitivo-comportamentali che sembrano però ottenere effetti positivi solo a

breve termine. Un ruolo centrale è rivestito sia dal grado di coesione familiare sia dalla connessione

tra il livello del conflitto tra coniugi e l’incremento o decremento del livello di violenza. L’obiettivo

primario degli interventi consiste nel proporre supporti e aiuti che permettano di limitare

l’organizzazione disfunzionale della famiglia favorendo la coesione e negoziando i conflitti con

modalità funzionali per i coniugi e per i figli. I progetti di sostegno più efficaci prevedono sia

colloqui individuali sia indagini psicosociali utili a comprendere le caratteristiche del suo ambiente.

Hanno efficacia notevole anche i gruppi di mutuo aiuto, in cui oltre agli adulti vengono coinvolti

bambini che hanno subito violenza o ne sono stati testimoni. Tali programmi si sono proposti di

definire chiaramente il tipo di violenza e il grado di responsabilità dell’adulto; consentire

l’espressione delle emozioni di paura e di rabbia, favorire la comunicazione, sollecitare le capacità

di problem solving e di coping, incrementare l’autostima, predisporre piani di sicurezza, individuare

i punti di riferimento e di supporto a cui chiedere aiuto in caso di emergenza e infine innalzare il

livello di sicurezza percepita. Per quanto riguarda gli interventi dedicati ai contesti di vita

frequentati dal bambino, sono apparsi efficaci i percorsi educativi di apprendimento all’interno di

contesti "protetti" quali la scuola, la quale può divenire una risorsa che consente a bambini e

adolescenti di seguire percorsi di sensibilizzazione e di riconoscimento delle varie forme di

violenza, al fine di far emergere situazioni di disagio latenti e mai denunciate.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Fattori di Rischio e Protezione nello Sviluppo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Tra Rischio e Protezione: la Valutazione delle Competenze Parentali, Di Blasio consigliato dal docente Schimmenti.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: la cornice teorica di riferimento: il modello process-oriented, i fattori di rischio e fattori protettivi, il cocnetto di risorsa.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Psicologia clinica
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher caranzame di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fattori di rischio e protezione nello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Kore Enna - Unikore o del prof Schimmenti Adriano.

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