Introduzione
Nel nostro cinema gli anni duemila sono immobili, anche se pure da noi c'è stata una diminuzione degli incassi, senza intaccare lo spettacolo, settore di consumo importante. Gli incassi degli ultimi tempi, anche grazie al 3D, fanno ben sperare. I dieci anni che vanno dal 2001 (G8, attentato alle Torri) al 2010 (crisi economica) hanno caratteristiche principali. In Italia solo Berlusconi ha assorbito ogni discorso e questo è la causa del declino della cultura e della civiltà italiane. L'Italia si è ridotta ad un dualismo: due produttori, due soggetti delle tv pubblica, due schieramenti. Il soffocamento proviene da questo equilibrio. Viviamo in una commedia all'italiana con melodramma. Il G8 ha riportato forme nuove di violenza politica. Il cinema italiano di questa situazione è vittima e concausa, negli anni duemila ha sofferto la stessa immobilità che il paese ha espresso. Questo volume ne elenca le caratteristiche in dieci idee come attività intellettuale. Ogni capitolo ruota attorno ad un tema e alla sua trattazione, con dieci film da vedere e dieci letture.
Cap. 1: Un cinema senza popolo. Identità
I film degli anni duemila esprimono l'identità della nostra nazione, in continua evoluzione. Il cinema italiano viene rappresentato da forme di caricatura sociale. Quello che il pubblico crede provincialismo risiede nella semplificazione delle figure messe in scena, che siano archetipi (il ricco, il criminale, il buono) oppure professioni. C'è la tendenza a farne una rappresentazione stereotipata della figura sociale, una caricatura, anche davanti a film drammatici. I personaggi sono architetti, liberi professionisti, qualcuno diventa povero e a soffrire sono i protagonisti creativi come i romanzieri. Raramente compaiono impiegati, commessi, baristi. Si oscilla tra precario, partita iva e immigrato irregolare. Impieghi curiosi e professioni stravaganti non mancano. Però agli autori sta a cuore il lavoro precario. Molti sostengono che non esiste più un popolo italiano e quindi un pubblico cinematografico identitario. In Italia si presenta una frantumazione di esperienze, che i media e le istituzioni si impegnano a negare, per perdere ogni speranza di modernizzazione. La colpa del nostro cinema è quella di non aver raccontato il paese reale e le sue crisi di identità. Il decennio infatti inizia e finisce con i trentenni insicuri in fuga dalle responsabilità. Film come Romanzo Criminale, La meglio gioventù, Mio fratello è figlio unico mostrano il viaggio dell'Italia dalla società contadina alla modernità. Altri hanno provato a raccontare le utopie politiche. Ma alla fine non si trovano più le forme per raccontare. Questi film esprimono un'Italia di ieri. Un attore come Scamarcio può fare più ruoli e non solo per la sua ecletticità, ma di uniformità dell'immaginario, tutto è intercambiabile. Il cinema italiano di oggi ha una crisi simile a quella che coinvolge le aggregazioni civili e politiche in Italia. I giovani diventano protagonisti di un cinema che finge di raccontarli ma in realtà ne fa caricature sociali. Una generazione di adolescenti ha cominciato a ruotare nelle pellicole cercando di controbilanciare la rappresentazione zuccherosa e comica con parti più "maledette". La difficoltà del cinema italiano è di trovare nella produzione popolare novità e forme di irriverenza. È stato il cinema d'autore a svolgere questo compito, mettendo in discussione lo stato delle cose con cui conviviamo. I due titoli più rappresentativi degli anni duemila sono Gomorra (Garrone, 2008) e Vincere (Bellocchio, 2009), perché parlano di noi e del nostro presente. Gomorra guarda il mondo della criminalità organizzata come se analizzasse un termitaio, lasciando accumulare ignominia, mescolando ultra realismo e astrazione. Vincere rappresenta la seduta psichiatrica della nostra nazione, con il carisma del leader e il culto del corpo. Bellocchio divide Mussolini giovane da quello ufficiale e presenta il figlio illegittimo, sosia del padre, sua parodia e ricalco, poi internato con la madre. Questi film hanno scavato a fondo nella psiche collettiva italiana. In entrambi i film ci sono scelte stilistiche: la prima parte piena di spezzature allude all'arte futurista e ottiene col montaggio effetti di straniamento e fastidio; la seconda parte ci sono le caratteristiche del melodramma al femminile. Garrone e Bellocchio hanno intuito al meglio le scomode verità sull'identità nazionale.
Cap. 2: Cinema, politica, giustizia
Il bipolarismo ha riconfigurato in peggio l'immaginario nazionale. Trasformata in un sondaggio perenne sulla figura di Berlusconi, la vita politica del paese ha cominciato ad avvelenarsi. Gli anni duemila hanno espresso litigiosità e incomunicabilità. La crisi della sinistra ha contribuito. I casi politici di questi anni hanno dimostrato l'incapacità della classe dirigente, oltre che esposto al ridicolo la fragilità delle forme partitiche italiane. Una cosa si è radicata: l'appartenenza ad un blocco di opinione. E non si tratta più di blocchi sociali. Di questa frattura tra due Italie il cinema si è accorto, non si può credere che i risultati del cinema siano indipendenti dal contesto produttivo in cui sono maturati. In questi anni il cinema italiano ha esibito due atteggiamenti. Il primo riguarda l'antiberlusconismo della gran parte degli autori nazionali. Il secondo ha a che fare con il ruolo “normalizzatore” della forma film. Hanno chiesto all'antiberlusconi Nanni Moretti un film militante e lui ha sfornato Il Caimano. Quel che importa del film è il gesto dell'autore, che gonfia il proprio ego fino a schiacciare l'avversario: con questo film Moretti è giunto a coronare trent'anni di carriera. Mano a mano che ci si allontana dal clima elettorale, il film appare come il regolamento di conti finale tra il regista autarchico e il politico che si è fatto da sé. Sostituendosi al Cavaliere nell'ultima sequenza, Moretti ha divorato l'immagine del nemico. Moretti giunge alla consacrazione del suo autoritratto lungo tre decenni e sceglie per l'addio alla sua figura il nemico trentennale, colui che ha cambiato la sostanza civile della nazione. Sono altri i film a sfondo politico (Barbarossa di Martinelli oppure La febbre di D'Alatri). Vanno ricordate anche i film sulla recente corruzione (A casa nostra di Comencini). Oppure le opere tras-storiche già citate che narrano il percorso di destra e sinistra fino ad ora (Mio fratello è figlio unico di Luchetti). In tutti lo sguardo nei confronti dell'Italia che cambia è articolato con evidenza. Tra i più motivati nell'intraprendere la strada delle sale di prima visione ci sono i fratelli Guzzanti, che giocano sulla satira; ma il rischio di questa produzione è di parlare ad un solo tipo di pubblico convinto in partenza e servano come oggetti discorsivi di rassicurazione del politico e sociale. La satira dovrebbe avere altri scopi. Il cinema che rappresenta la politica dunque sperimenta diverse strade: c'è il documentario, il mockumentary della Guzzanti, la parodia del fratello, poi il proseguimento del cinema indiziario, che assume le forme di un puzzle postmoderno dove tocca allo spettatore infilare le tessere giuste; poi c'è il cinema anti-berlusconiano indipendente e infine il cinema di impegno civile. Questo cinema vanta un legame con il cinema di denuncia consono alla cultura cinematografica italiana perché sensibile al richiamo realista, il malavitoso e il tutore della legge ne sono il perno. Il cinema compie una semplificazione drammaturgica del concetto di giustizia (di rado si trova un giudice doppiogiochista). I cento passi di Giordana apre il secolo avvertendo della necessità di una romanticizzazione della storia di mafia, di un ragazzo fatto eroe senza insistere sulla appartenenza ideologica. Poche volte il cinema si mescola al mafioso, escluso Gomorra e Il dolce e l'amaro, dove il punto di vista è all'interno della cosca mafiosa. Quindi il cinema edificante, democristiano rimane sempre al centro della scena producendo un effetto straniante e funge come contenitore di indignazione sociale. Nessuno chiede ai film italiani di risolvere i problemi nazionali e trascinare le masse ad un'autocoscienza collettiva. Curioso notare come le “vecchie glorie” del cinema militante siano ancora in campo e se ne utilizzino i linguaggi vecchio stile. Difficile fare ordine nel cinema socialmente orientato. Politica, stato, criminalità e giustizia ne costituiscono i punti cardinali.
Cap. 3: Cinema, televisione, produzione
Critica principale al nostro cinema è la sua stretta relazione con la televisione. Raramente i nostri cineasti vengono percepiti come innovatori di forme visive e narrative (Sorrentino e Garrone), eppure di registi capaci ne abbiamo. Negli anni '80 il nostro cinema era imbarazzante, sia a narrazione che a tecnica. Solo dagli anni '90 siamo migliorati grazie a nuovi registi. Anche le fiction sono migliorate. I prodotti di Rai1 sono biografici e per anziani, si seguono i canoni narrativi dello sceneggiato dell'epoca del monopolio. Mediaset ha linguaggi più iconici e si è avvicinata alla dimensione qualitativa del cinema. Anche le serie nostrane hanno diverse esigenze. Nel caso di poliziesco si ci basa su modelli statunitensi con ricorso alla steadycam, al ritmo impresso del montaggio e alla narrazione serrata; fiction per famiglie hanno una messa in scena controllata per avere un consumo generale. Sarebbe possibile un'altra fiction italiana ma bisogna fare i conti con il pubblico: sono pochi quelli disposti a guardare prodotti nazionali. Si potrebbe creare un nuovo pubblico imitando il drama statunitense ma è rischioso. A testare ci pensa Sky, con serialità brevi e formati e lunghezze atipiche per il nostro paese. Il passaggio di queste fiction da satellite a palinsesti dovrebbe consentire di fare i primi passi verso lo svecchiamento del panorama audiovisivo. Purtroppo il duopolio paralizza tutto. Il cinema italiano e la tv si sono avvicinati così tanto da diventare indistinguibili, ma non solo per noi. Differenza: negli USA la tv degli ultimi anni ha osato parecchio sul piano estetico, narrativo e morale. Nel nostro caso nessuno sfida nessuno, si tengono le stesse formule di messa in scena e di racconto. Il caso La meglio gioventù: film di Giordana, fermo per mesi a causa di tensioni politiche, alla fine 01 lo distribuisce nelle sale in due parti (era di sei ore). Solo a quel punto è finito in tv come melodramma famigliare. Chiaro esempio di ottima televisione drammatica. Nozioni che ci interessano: stile, produzione e stili di produzione. Per lo stile la vicinanza tra tv e cinema non soddisfa. Stili di produzione sono le linee editoriali, che esistono prima del prodotto. Il problema nazionale è che lo stile di produzione muta in continuazione e strategie a lungo termine se ne vedono poche. Alcune soddisfano il gusto del pubblico. Non i cinepanettoni quanto le pellicole posizionate durante l'anno, film studiati a tavolino con più attori famosi possibili e discorsi sociali del momento (Manuale d'amore, film a episodi come gli anni '60-'70). De Laurentiis e Veronesi riducono al minimo gli spettacoli autoriali, danno il primato alla sceneggiatura, fanno investimenti per il marketing, prende un pubblico post-natalizio, cerca attori appetibili al grande pubblico e ruota attorno ai grandi nodi dell'italianità.
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