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Processi sociali ed economici del capitalismo contemporaneo

Introduzione - Il mercato

Il mercato cambia la propria natura tra il '700 e l'800 (nascita dell'economia di mercato moderna - il mercato ha a che fare con questioni tecniche, religiose, politiche, economiche, culturali - il modo in cui esse si relazionano tra di loro struttura la forma del capitalismo), quando il lavoro diviene merce pagata tramite un salario.

Il mercato si costituisce come istituzione e costruzione storico-sociale che necessita di regole e condizioni giuridiche, nonché come “luogo” di incontro tra domanda e offerta. Grazie al denaro, forma di misura di ciò che viene scambiato, si compie un’operazione di astrazione/generalizzazione che rende possibile uno scambio slegato dalla rete storico-sociale. Il mercato, naturalmente, non rappresenta un’istituzione naturale ma, piuttosto, un’istituzione costruita, ossia creata sulla base di condizioni religiose e culturali nonché soggetta a trasformazioni nel corso del tempo (il mercato moderno sgancia la transazione economica dal luogo fisico).

All’interno del mercato, i soggetti hanno la possibilità di entrare in relazione tra di loro, acquistando/offrendo beni, servizi, lavoro, e così via.

L'uomo ex-centrico - Potente e in potenza

La vita umana è sbilanciata, è in grado di trascendersi (tramite sogni, desideri, ecc.), è in perenne movimento, aperta all'oltre, a nuove possibilità. Lo dice bene Jaspers: "l'uomo, pur essendo consegnato al suo esserci, vuole andare al di là di se stesso. Non si appaga di rimanere chiuso in sé, in pace.. Egli non si riconoscerebbe più autenticamente se volesse essere uomo soltanto come si trova”.

In quanto aperto, l'uomo è dunque un essere vivente che continuamente ad-viene. La vita umana non è mai unicamente determinata dal dato biologico o storico. Benché vincolata e limitata, la sua forma più caratteristica è quella di essere "possibilità".

Tale facoltà ci distingue dagli altri animali che rimangono prigionieri della pura immediatezza del dato di fatto. Lo scrivono Heidegger (“L’animale non può mai percepire qualcosa come cosa. Per questo rimane chiuso nel cerchio nel suo ambiente e non può mai aprirsi ad un mondo”) e anche Scheler ("Paragonato all'animale che dice sempre sì alla realtà effettiva - anche quando l'aborrisce e la fugge - l'uomo è colui che sa dire di no, l'asceta della vita, eterno protestare contro quanto è soltanto realtà”).

È questa "l'eccentricità" che ci contraddistingue: "se la vita dell'animale è centrata, la vita dell'uomo, che pure non può infrangere la centralità, è contemporaneamente fuori dal centro, è eccentrica. Eccentricità è la forma, caratteristica dell'uomo, della sua disposizione frontale nei confronti dell’ambiente".

Per la verità, la questione può essere vista anche da un punto di vista opposto: la nostra trascendenza non dice forse anche dell'umana impossibilità di una presa certa e definitiva sulla realtà? La possibilità di aprire sempre una via nuova, non indica forse anche che c'è sempre qualcosa che ci sfugge in quello che facciamo, nella situazione nella quale ci troviamo? Un al di là, appunto.

Così, la nostra esperienza ci insegna che, mentre l'uomo prende distanza dalla realtà, altrettanto la realtà prende distanza dall'uomo: per quanto ci affanniamo ad agguantarlo, ciò che ci circonda si ostina a sfuggirci, facendo crollare certezze ma, nel contempo, aprendo nuove opportunità. Così, ogni giorno scopriamo il vuoto nelle e delle cose con cui ci rapportiamo, perché "ogni cosa e ogni essere che arriviamo a conoscere aspira, in realtà, oltre ciò che effettivamente è". Ecco perché ha ragione chi dice che l'uomo è l'essere che "subisce" la propria trascendenza: non è forse proprio essere assoggettati a tale condizione che ci rende “soggetti"?

L'apertura che tanto amiamo comporta dunque anche una distanza incolmabile, dolorosa e creativa insieme. Un vuoto, angosciante e insieme promettente. Senza il quale non ci sarebbe nulla di cui poter disporre. Non ci sarebbe libertà né, di conseguenza, l'uomo. Così non si sbaglia a dire che l'essere umano costituisce se stesso e il proprio "mondo" - cioè quella porzione di realtà a cui attribuiamo valore, senso, affezione - attraverso una ferita.

L’eccentricità, inoltre, non è solamente individuale, ma anche sociale (la vita sociale rappresenta l’istituzionalizzazione di tale eccentricità - es. innovazione tecnologica, ossia creazione di nuove possibilità).

L'azione e i suoi paradossi

L’uomo tratta il “vuoto promettente” che lo circonda grazie all’incontro tra l’eccentricità e il potere, ossia la capacità di agire e di diventare. È infatti mediante l'azione che l'essere umano getta un ponte tra la realtà circostante così come si dà e ciò verso cui egli tende.

Possiamo constatarlo con meraviglia e angoscia: mai come in quest'epoca che stiamo vivendo l'eccentricità umana è stata capace di tradursi in potenza. Basta guardarsi attorno per riconoscere come, grazie al successo della democrazia, alle conquiste della tecnica, all'affermazione del mercato, gli ultimi due secoli hanno radicalmente cambiato non solo le condizioni di vita, ma anche la faccia della terra. Il processo ha assunto dimensioni tali da spingere a parlare di una nuova era nello sviluppo terrestre: quella dell’Antropocene (nuova era geologica caratterizzata dalla capacità dell’uomo di incidere nella biosfera, apportandovi dei cambiamenti), iniziata con la rivoluzione industriale e caratterizzata proprio dalla capacità umana di modificare l'ambiente e la vita stessa.

Un processo sempre più spedito che coinvolge ormai l'intero pianeta, ponendo questioni radicali che riguardano la sopravvivenza dell'ecosistema terrestre e della stessa vita umana. Nonostante l'aumento senza precedenti della nostra potenza, diversi segnali dicono che qualcosa ancora ci sfugge. È il paradosso della "società del rischio” (U. Beck), dove ciò che più ci minaccia è prodotto dalla nostra stessa azione.

Da una parte, l'azione comporta sempre la possibilità di una novità, di un passo in avanti non già contenuto nelle sue premesse. Di azione, infatti, si può parlare solo quando si ha un inizio, una novità, una nascita. Dall'altra parte, nel momento in cui si pone, l'azione non può sfuggire al suo destino relazionale. E dunque al proprio limite, alla propria forma. La realtà circostante per taluni aspetti, accompagna e sostiene l'azione; per altri, vi si oppone. È dentro questa tensione vitale, anziché nel sogno di cancellare ogni resistenza, che si gioca la libertà dell'azione umana.

Una tensione che rivela il doppio legame tra l'individuo e il contesto sociale: per un verso, l'azione è la massima espressione dell'intimo umano; per l'altro, nel momento in cui si realizza, essa è già consegnata all'altro da sé, all'organizzazione sociale, che mentre la rende possibile, la modifica. Infatti la nostra potenza non è mai qualcosa che appartiene solo alla nostra persona, ma poggia su un insieme di condizioni - e specificatamente su un’organizzazione sociale - senza la quale non sarebbe possibile. È questo doppio legame ciò su cui è necessario concentrarsi: è infatti il modo in cui esso si struttura che ci offre la chiave per una diagnosi non superficiale della potenza nella vita sociale.

È in questa prospettiva che si arrivano a capire i paradossi che la potenza è destinata a generare. Pensiamo al mondo nel quale viviamo:

  • Via via che crescono le nostre possibilità di azione, aumentano anche le richieste che l'organizzazione sociale pone a ciascuno, con il pericolo che la nostra libertà si riduca a mera attività ripetitiva e controllata. Il dominio di un sistema impersonale che detta le sue regole rischia di diventare un destino al quale non sappiamo più sottrarci;
  • La potenza che abbiamo imparato a produrre ristruttura il tempo e lo spazio della nostra vita, personale e collettiva. Tutto è sempre più grande e accelerato, al punto da creare un ambiente che si rivela inospitale alla stessa vita umana;
  • Nella misura in cui la potenza vive del suo rilancio - che le deriva dall'essere vocata all’apertura - diventa difficile affezionarsi, attribuire un senso, costruire un mondo. Ma in questo modo diventa difficile, se non impossibile, riuscire a onorare quell'essere in potenza che noi siamo. Ritrovandoci paradossalmente prigionieri di una libertà ingovernabile, e proprio per questo alla fine vuota;
  • Pur rendendoci conto che l'apertura incondizionata rischia di travolgerci, non sappiamo più come intervenire per regolarla; divenuta un fine in sé, la moltiplicazione dei mezzi rischia di portarci al disastro.

La potenza è un tema molto difficile - cominciamo con il distinguere i quattro assi attorno ai quali la potenza ruota:

  • Potenza come crescita - asse interno/esterno: si può avere una crescita interna della/attraverso la persona, che è sempre in potenza, o una crescita esterna come aumento delle possibilità di azione e/o immaginazione da parte del soggetto - la potenza può riguardare la crescita del soggetto oppure manifestarsi come insieme di possibilità che si producono esternamente a lui, che ha poi la possibilità di usarle. Partendo da questa distinzione, si può riconoscere una potenza che si da direttamente all'interno del soggetto, il quale attraverso l'esperienza che si trova a fare, apprende e si trasforma diventando ciò che è in potenza. Diverso è, invece, l'aumento di ciò che possiamo fare semplicemente riproducendo azioni predisposte da altri/altro e che possiamo effettuare con il minimo sforzo. La potenza "interna" passa dall'esperienza, compreso ovviamente l'apprendimento, che comporta il pieno coinvolgimento della persona: non solo la sua dimensione razionale, ma anche quella corporea e affettiva. Riguardando l'integralità della persona e della situazione, essa è concreta e astratta, particolare e non universale;
  • Potenza come realizzazione - asse mezzi/fini: si può considerare una potenza strumentale (centralità dei mezzi) o una finalistica (tesa verso un bene o pienezza). Chiediamoci: c’è un limite o un senso all'apertura? Oppure essa è per definizione illimitata o addirittura insensata? Il che significa chiedersi se l'apertura della potenza dipende da un qualche ordine che l'uomo è in grado di rintracciare e poi perseguire oppure se rimane indifferente a se stessa, mera accumulazione di mezzi. Il termine che viene immediatamente richiamato come mediatore tra potere e potenza è la forza: dalla forza fisica di una persona all’energia sprigionata da fenomeni naturali. Nella sfera sociale e politica, potente è colui che dispone dei mezzi che gli consentono di dominare gli altri; rispetto alla natura, è potente chi riesce a soggiogarla. La forza può poi sconfinare nella violenza; il violento è colui che rifiuta di riconoscere i propri limiti rispetto alla realtà circostante e per questo giudica il mondo a partire dalla sua sola volontà. In qualche modo, la violenza esprime la pretesa a cui è esposto qualsiasi potere di avere una presa assoluta sulla realtà. Fino a negarla. La Arendt osserva che la sostanza stessa dell'azione violenta è governata dalla logica mezzi-fini: la violenza si giustifica sempre per il fine che vuole raggiungere. Anche se poi il rapporto si rovescia, con il fine sopraffatto dai mezzi necessari per raggiungerlo. Una “liaison dangereuse” che nella storia si è rilevata estremamente pericolosa: spesso le peggiori violenze sono state perpetrate in vista di un qualche fine fatto passare per buono. È la logica mezzi/fini in sé, a prescindere da quali mezzi e quali fini, a essere intrinsecamente insidiosa per la Arendt: una volta che la si adotta, infatti, ogni fine diventa subito mezzo per un altro fine (logica puramente strumentale). Oltre alla forza e alla violenza, la potenza può far leva sulla conoscenza e sull'innovazione. Il sapere è da sempre una risorsa che dà un vantaggio per l'azione e la relazione. Tanto più dal momento in cui la conoscenza viene esplicitamente concepita come un mezzo per l'azione, la via che permette di far crescere la propria potenza. Tema che, come vedremo, è diventato centrale con la modernità e che costituisce la pietra basilare su cui si costruisce la società tecnica nella quale noi oggi viviamo;
  • Potenza come apertura - asse attuale/virtuale: si può distinguere tra una potenza attuale o una futura (come minaccia o promessa). Come abbiamo visto, la potenza è apertura, disponibilità per. Perché aperta è l'azione e, ancor prima, la condizione umana. E tutti i tentativi di bloccarla sono destinati al fallimento. Ciò significa che, quando si parla di potenza, non si ha mai a che fare con una statica, quanto piuttosto con una dinamica. In questo senso, si può dire che la potenza non è in sé stessa e immediatamente potere, che invece è ciò che si dà come attuale. Essa svela piuttosto il punto limite a cui il potere aspira. La sua "gloria". In questo senso, si può dire che la potenza sta sullo sfondo di ogni potere. O meglio che non esiste potere che non faccia riferimento a una certa idea di potenza. La quale si trasforma in potere laddove la possibilità viene effettivamente esercitata, traducendo ciò che è possibile in un fatto. La potenza ha dunque una dimensione attuale - in qualche modo si da qui e ora nella forma del potere - e una virtuale, nel senso che rinvia a un “altrove”, la piena realizzazione di sé. Una tensione destinata a deflagrare distruttivamente quando si pretende di colmare lo scarto, di far coincidere il potere con la piena attualizzazione della potenza che invece, proprio in quanto tale, rimane sempre irriducibile alla realtà. Si potrebbe dire che, mentre il potere ha a che fare con il tempo presente, la potenza ha sempre a che fare con il futuro, dato che essa ha a che fare con il superamento dello stato attuale delle cose. In questo senso si può capire che il massimo grado della potenza viene raggiunto quando essa è capace di chiudere il futuro;
  • Potenza come organizzazione - asse individuale-collettivo: c'è una potenza riferibile all'azione del singolo e una all'organizzazione sociale. La potenza origina dal singolo individuo (deriva dalla libertà umana e dalla sua capacità di agire e di essere). La persona è in potenza, è un divenire che si inscrive nella linea dello spazio-tempo. Per quanto fondamentale e in certa misura ineliminabile, non è però sufficiente fermarsi alla sola dimensione personale. La potenza, infatti, è anche un attributo dei gruppi umani e delle loro istituzioni. Anzi, se guardiamo le cose da questo punto di vista, vediamo che il nesso potenza-potere è una delle chiavi fondamentali che legano insieme individuo e società. La potenza, così come il potere, è sempre un fatto sociale che investe l'organizzazione della società nel suo insieme. Un ingrediente fondamentale dell'ordine sociale che dice la direzione verso cui una particolare società - nelle sue forme concrete - si muove per ampliare la capacità di azione propria e dei suoi membri. In effetti, nel corso del tempo, la forza ha cominciato a essere organizzata, come nel caso di un esercito schierato in battaglia. L'essere umano ha così intuito che, molto più della forza fisica, conta la sua capacità di organizzazione. L'uomo ha imparato a impadronirsi della potenza, mettendola al servizio dei propri obiettivi. Così, via via che l'organizzazione sociale si è fatta più sofisticata, la potenza è diventata l'attributo di entità collettive: la chiesa, lo stato, l'impresa. Fino ad arrivare, specie negli ultimi decenni, a una potenza che fa riferimento ad apparati o a sistemi complessi (quali il mercato o la comunità scientifica).

Un groviglio etimologico

Che la questione sia complicata lo testimonia il groviglio terminologico che ritroviamo nelle diverse lingue per designare il plesso di significati che ruotano attorno all'idea di potenza. L'inglese, per esempio, non distingue tra potere e potenza: le due dimensioni rimangono racchiuse nell'unico termine “power”. Le altre lingue (italiana, tedesca e francese), invece, distinguono maggiormente i due termini.

Aristotele, già a suo tempo, faceva riferimento a due termini:

  • “Dynamis” (dal verbo “dynamai”) che significa “io sono capace”;
  • “Energheia” che significa “ciò che rende attuale l’atto, possibilità di esistenza”.

La parola aristotelica “dynamis” riconosce all’azione l’essere sempre in potenza; in quanto esseri umani, possiamo potere e così divenire. Ed è proprio l'idea di poter potere, la possibilità di potere, ciò che il termine dynamis aggiunge alla stessa idea di poter.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Stevencuk94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Processi sociali ed economici del capitalismo contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Magatti Mauro.
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