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Problemi e testi della letteratura del Novecento - Appunti

Appunti di Problemi e testi della letteratura del novecento del prof. Carlino che riassumono il periodo che va dal Decadentismo alla Neoavanguardia del '63.
Gli appunti di letteratura italiana contemporanea di Carlino aiutano nella comprensione dei movimenti letterari che hanno interessato la letteratura contemporanea, con un esame approfondito dei maggiori esponenti... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana contemporanea docente Prof. M. Carlino

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ESTRATTO DOCUMENTO

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Non è un saggio, né un programma: è un genere letterario misto. Marinetti mette insieme alcuni

elementi diversi, un racconto vero e proprio, una parte centrale in cui vi sono i punti essenziali,

infine un altro racconto di chiusura. Vi è la storia metaforica di una morte e di una rinascita: muore

la vecchia tradizione culturale e ne nasce un’altra. Abbiamo la lotta contro il museo: devono essere

eliminati dallo scenario dell’arte, tutte le arti passate devono essere distrutte. Saranno contro

legandola ad un’idea passata di romanticheria. Questa lotta contro la tradizione avviene sia

Venezia,

attraverso idee racchiuse in una serie di temi che vengono proposti, sia attraverso diversi

atteggiamenti: l’arte deve essere caratterizzata da un forte atteggiamento di contrapposizione e

Se l’arte del passato è stata statismo, i futuristi vogliono “cantare

disprezzo aggressivo ed attivo. il

coraggio, l’audacia e la ribellione”. L’atteggiamento aggressivo, dal punto estetico, porta a forme

ed esalta l’attivismo dell’arte, la rottura di ogni armonia, nel massimo del disordine.

disarmoniche lotta, di velocità. L’idea che la vita coincida con

Tutta la realtà è fatta di dinamismo e di incessante

una perenne lotta, Marinetti la preleva da diverse fonti filosofiche. La guerra è vista come elemento

che sempre si ripete, come lotta eterna. Egli si pone in chiave antigiolittiana e si avvicina al

che spera ancora di trasformare l’Italia in una gigante potenza. Forte è anche il

nazionalismo,

disprezzo per la donna, l’ideale umano è l’uomo che ha subito una metamorfosi meccanica

rinunciando all’eros, è tutto proteso verso la produttività. Viene esaltato il lavoro umano come

mitizzazione della modernità.

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Il manifesto tecnico appare come premessa di una antologia di poeti futuristi. Nasce dall’esigenza di

chiarire e ribadire le caratteristiche futuriste: vuole specificare cosa s’intenda per scrittura futurista.

I pre-futuristi hanno seguito il verso libero, un verso ordinato secondo le personali esigenze; ora

Marinetti vuole dettare le regole elencando i punti della scrittura futurista. L’arco temporale che va

dal 1909 al 1912 è importante per comprendere gli elementi e le caratteristiche che lo compongono:

focale sarà la guerra libica, in cui Marinetti partecipa come corrispondente dal fronte. Anche questo

un’apertura narrativa e una seconda in cui vengono enumerati

manifesto prevede i punti modali. Per

quanto riguarda la velocità, non bisogna solo rappresentarla, ma bisogna anche scrivere in modo

veloce, la scrittura deve essere dinamica. Il presupposto e la garanzia che questa velocità sia tale,

che sostituisce la logica e l’intelligenza.

passa attraverso un sistema di percezione ed intuizione

L’intuizione come percezione immediata, dinamica e veloce. Vengono accantonate la logica,

l’intelligenza e di conseguenza la sintassi tradizionale basata dal concatenamento logico degli

elementi. Distruggere quindi la sintassi, disponendo i sostantivi a caso, privilegiare sostantivi e

verbi, abolire gli aggettivi e gli avverbi, usare i verbi solo all’infinito; accostare e raddoppiare i

sostantivi, sopprimere il “come”, il “così” ed il “quale”, ovvero le similitudini, privilegiando

l’analogia, la più azzardata e imprevedibile possibile, introdurre sistematicamente l’onomatopea,

abolire la punteggiatura introducendo segni matematici. Inserire nella letteratura il rumore, il peso,

l’odore, distruggere l’Io e quindi tutta la psicologia. In sintesi, “parole o

in libertà”,

paroliberismo, immaginazione senza fili. A Marinetti manca la coscienza della marginalità

dell’arte e della letteratura, che è invece realtà della modernità, sembra quasi preso

monotematicamente dalla guerra, fornendo una rappresentazione poco critica della realtà. Dopo

questo manifesto, molti cominceranno a sentirsi a disagio per questo continui inneggiare alla guerra

e all’interventismo, sentendo stretta l’impostazione del paroliberismo. Nel 1915 nasce la rivista

“L’acerba”, che distaccandosi da Marinetti, si dichiarerà neutrale alla guerra.

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Tavole a metà tra scrittura letteraria e grafico-pittorica, promosso dal manifesto tecnico futurista,

che proponeva rapporti e passaggi dal piano verbale a quello visivo, non è più una sequenza

ordinata di righe, ma una sorta di quadro con l’annessione nel suo interno di più linguaggi

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(onomatopea, sonorità, parole, grafica). La Tavola Parolibera non rimane circoscritta nel periodo

futurista, si sviluppa all’interno delle altre avanguardie successive, anche pittoriche, arrivando fino

ai giorni nostri, mettendosi in linea con altre forme di comunicazione. Marinetti utilizza questo

schema secondo due sistemi: il primo per propagandare il futurismo in un lancio pubblicitario del

movimento, il secondo sui miti della sua forza e della velocità, ogni pagina si presenta infatti come

di tavole pittoriche, dinamiche, sintetiche, all’insegna di una

un susseguirsi percezione simultanea,

Nella tavola di Marinetti, al centro della composizione “Schianto”, che vede

immediata.

moltiplicare le “i” e rinvia all’ortografia deforme per arrivare alla sonorità onomatopeica. È una

costruita sull’uso dei caratteri diversi

tavola con la presenza di segni matematici e geometrici, le

lettere si dispongono secondo un andamento di scia, tutti elementi che fanno riferimento ai caratteri

tipici del manifesto futurista. Altro elemento evidente si riferisce ala logica della composizione, in

una sensazione di velocità e di schianto, di un dinamismo forte come può essere l’esplosione di una

bomba. Marinetti si riferisce spesso alla guerra e alla sua aggressività in contrapposizione con il

nemico passato. Per rendere quest’idea di dinamismo, usa la simultaneità che esprime l’attimo in

cui di evidenzia la violenza e l’esplosività per renderne l’idea. Govoni non è così spregiudicato

come Marinetti, lontano dalla velocità, dalla guerra, in una dimensione surreale, in cui il linguaggio

verbale e visivo entrano in un rapporto più complesso e più significativo. Govoni dispone i suoi

elementi in una sorta di lentezza, pigrizia che richiama il crepuscolarismo, in uno spazio vuoto tra

un’immagine e l’altra; crea un senso di calma nella costruzione, tra le varie immagini non c’è

sintesi dinamica come in Marinetti, ma disomogeneità e discontinuità. Un mondo di sogno lontano

una forma di tradizione

e avvezzo dal presente. C’è della forma e del disegno quasi infantile,

aggiunge a tutte le immagini una definizione, una didascalia, schema che esula dalle innovazioni

tecniche proposte da Marinetti. Quest’ultimo rende le immagini uno strumento di cui si serve per

esprimere le sue ideologie, di persuasione, per convalidare le sue idee. Il futurismo apre nuove

strade, dimensioni che saranno utilizzate in diversi modi, in un percorso libero, uscendo dagli

schemi rigidi imposti.

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Lucini è il teorico, oltre che l’attuatore, del verso libero, come una riapertura della poesia in prosa

L’importanza di Lucini è da un punto di vista culturale: è un anello di

rispetto al romanzo.

congiunzione tra una tradizione aperta all’innovazione (scapigliatura lombarda) e scrittura del

primo ‘900. ‘900 in Lombardia) si lega l’idea

Alla linea lombarda (da Manzoni fino al di una

scrittura plurilinguista, che adopera cioè più linguaggi insieme costruendo un testo più composito

e linguisticamente più multiforme di quello tradizionale. Lucini è il punto di

conciliazione tra il modello petrarchesco, ovvero monolinguistico, che tende

al lirico e al sublime, e quello dantesco, ovvero evita il sublime ed è

plurilinguistico, visto l’uso del volgare che accorpa più elementi.

Rappresenta, tuttavia, “colui un simbolismo italiano,

che teorizza”

simbolismo molto più a contatto con la realtà: deve cioè sintetizzare il

prodotto di varie correnti, per cui storicità, speranza di carattere politico,

idee rivoluzionarie, tutto ciò va sintetizzato in un’’”Utopia di opera

nuova”. È molto attento a mettere in scena personaggi ellenistici

contemporanei, maschere che rappresentano valori e idee. È un simbolismo

caratterizzato da una finalità morale: autoformazione dell’uomo attraverso

cultura e la presta al cambiamento. È un’opera

la quale costruisce la propria

che vuole provocare un radicale cambiamento, deve formare un Io cosciente, che sia in grado di

capire quali sono i falsi valori e gli ostacoli. Esso è tale solo se si vive in una società liberata. A

Lucini non è estranea la coscienza che il poeta ha perso la sua aureola, sa bene che il messaggio

della letteratura raggiunge pochi ascoltatori, ma sa anche che la sua opera, per poter creare un Io di

tale portata, deve rivolgersi ad un lettore diverso, che fa parte della società sfruttata, emarginata,

vinta dalla storia (contadini, operai). Ma questi destinatari non sono raggiungibili: sono anni di

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analfabetismo, di problemi di diffusione, ma Lucini non rinuncia al tentativo di cambiamento, nelle

sue poesie, dunque, comparirà il conquistatore delle terre coloniali, la monarchia, il letterato dei

suoi tempi, e forti saranno le sue critiche contro questi personaggi. Da un lato l’ironia, il sarcasmo,

dall’altro lo straniamento, nella consapevolezza che la letteratura è marginale e non può compiere il

suo ruolo. Nel 1909, nell’ambito della grande stagione futurista, viene pubblicata l’opera “Le

che avrebbe dovuto intitolarsi “canzoni dove viene presentata la borghesia e

revolverate”, amare”,

È una poesia di parte, che vuole fare in modo che l’unico

viene colpita, a colpi di revolverate.

lettore che può leggere le sue opere, ovvero il borghese, prenda coscienza della realtà del potere. Le

revolverate apparsero nelle edizioni di “Poesia”, con una premessa di Marinetti. L’alleanza con il

futurismo, sia pure momentanea, è dettata dalla comune adozione del verso libero, ma è anche di

reciproca convenienza: lo scrittore lombardo supera le sue difficoltà di pubblicazione trovando un

editore che stampa e diffonde la sua opera, Marinetti, un nome che dà prestigio al movimento

d’avanguardia appena inaugurato. Il e dall’articolo di

distacco è confermato dalla Diffida

sconfessione su “La quando l’ideologia futurista avrà ormai rivelato il vero volto. Le

voce”,

è un discorso “rivoluzionario”,

revolverate che scuote istituzioni, ideologie, usi letterari, anche

del primo ‘900. Ad una scena da teatro simbolista, sostituisce uno spazio urbano

futuristi,

tentacolare, colmo di tensioni e di conflitti. L’Io sale alla ribalta e in tono autoironico, il verso libero

stavolta grida, esasperando la propria doppiezza di innovazione e tradizione, con una frantumazione

ritmica. Le Revolverate sono premeditate, scegliendo consapevolmente il “per chi” e il “contro chi”.

La poesia di vendicazione è mirata contro le carogne sociali, i rappresentanti di una borghesia al

potere superba e buona a nulla. A tutti i traditi dalla storia, vecchi, giovani e bambini stritolati dalla

morsa della società borghese. Ad essi Lucini indirizza canti d’angoscia e di speranza, ma sa bene

Il “per chi” delle

che il suo messaggio non può raggiungerli perché non hanno facoltà d’ascolto.

revolverate si sdoppia, il vero destinatario deve ancora arrivare in un futuro indefinito.

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Nel 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, il periodo eroico del futurismo inizia a declinare. Da un

lato c’è il fastidio di alcuni artisti che avvertono nelle costrizioni imposte una sorta di gabbia di

regole, alcuni iniziano a vedere nel futurismo una scuola fin troppo organizzata che sacrifica la

libertà, dall’altro lato c’è un certo irrigidimento dei futuristi sul tema della guerra imminente e che

essi esaltano. Tutti si muovono sul tema dell’interventismo, ma il futurismo di questa guerra si fa

esaltare in un ruolo di propaganda, servilismo politico che molti letterati non amano. Nel 1913

nasce a Firenze “L’acerba”, rivista condotta da Papini e Soffici, che ospiterà molti manifesti

futuristi, ma che finirà per dissociarsi dai futuristi di Marinetti, crisi che sfocerà nel secondo

dopoguerra. Negli stessi anni de L’acerba, a Firenze c’è un’altra rivista significativa che ha un

grande potere d’attrazione, “La guidata nel 1912 da Papini e

voce”, Prezzolini. Ha una doppia fase:

dal 1908 fino al 1914 è diretta da Prezzolini, ha un taglio culturale con un raggio di interessi molto

ampio. Dal 1914 al 1916 subentra De Robertis e La voce assume un carattere unicamente letterario,

che ospita scrittori e autori italiani del tempo. Nasce con un programma preciso, in una spinta

antigiolittiana, che rimproverava a Giolitti di aver seguito una politica di compromesso, una politica

di basso profilo che rinuncia agli ideali, ai grandi principi liberali; Prezzolini in questo senso lancia

un appello per tornare a mettere in moto una cultura che intervenga sulla società, dare nuova linfa

alla politica, per costruire e rinnovare valori a cui la politica possa fare riferimento. Sulla Voce,

perciò, vengono ospitate idee e riflessioni sulla società del tempo, emergono temi sulla storia, dei

problemi sociali, delle grandi istituzioni e strutture di uno stato moderno. Forte spazio sarà occupato

dalla saggistica filosofica; la voce raccoglierà le testimonianze di molti scrittori, molti dei quali

riflettono sulla possibilità che la letteratura assuma la finalità di contribuire ad una crescita culturale

dell’Italia. Alcuni cercano di rendere la loro letteratura più direttamente attinente alla società, dentro

la concretezza dei problemi reali. All’interno de La Voce, viene dibattuto il tema dell’idealismo

filosofico, attraverso la posizione di Benedetto Croce, il quale enunciava la sua estetica, basata

di poesia pura, intuizione lirica di un sentimento: L’estetica dei Distinti,

sull’idea la poesia legata

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ad una purezza e un aspetto lirico, non deve uscire da questi parametri, non deve avere intenzioni

morali ma essere fine a se stessa, idea che si scontrava con le altre ideologie di Boine, critico e

entra infatti in polemica con Croce, stanco dell’estetica

paladino di una letteratura diversa. Boine

crociata, facile e ristretta, incita ad un’estetica di un’opera grande che entri

dei creatori,

direttamente nella vita. Vuole potersi esprimere per intero, senza che la scrittura lo tiri fuori dalla

realtà nella quale è immerso, il linguaggio deve essere libero, deve poter manifestare la varietà di se

stesso anche se la scrittura risulta frammentaria. Si vuole esprimere nella sua interezza, ma non può

farlo, la realtà è un incessante divenire, può riuscirci solo con “frammenti di vita”. Il vocianesimo

non diviene un movimento definito, ma una tendenza, una condizione di alcuni poeti e letterati. I

della poesia vociana sono i temi dell’autobiografismo,

caratteri essenziali del moralismo, del

e dell’espressionismo.

frammentismo

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Può essere considerato il maggiore esponente della rivista “La Voce”. Di origini lombarde, nasce e

si forma a Milano. Rebora ha una formazione filosofica di sistematica ricerca di una visione

dell’idea nella storia mondo che vive sia la logica manifestazione dell’idea

secondo la quale il

vicino alle ideologie futuriste, che lo spirito diventi corpo nella città, nella modernità. Il movimento

e la trasformazione danno atto allo spirito di divenire, grazie al vortice della vita. Dalla città alla

natura come luogo ideale per la contemplazione filosofica, dove la dimensione ideale delle cose

che porta all’estraneità come ripiegamento, come

prende forma. Un mondo, quello della campagna,

fuga: così la città appare alienante, una vita vorticosa, in una

cessazione della spiritualità, in cui l’uomo è svuotato. Rebora oscilla

tra la città e la campagna, vista sia come polo negativo che positivo,

tra diverse posizioni, in una continua ricerca che non trova una sintesi

Attraversa l’idealismo, senza trovare risposte alle sue

efficace.

domande, in un’altalena di stati d’animo. La sua formazione è anche

musicale, la musica gli fornisce, infatti, un ulteriore strumento, dando

voce alle dissonanze tra i veri momenti dell’Io. È un poeta che

sostanzia la sua poesia di conoscenza e ricerche filosofiche, in una

particolare tensione che chiama il lettore ad interrogarsi su alcune

questioni del mondo. Non si limita alla pura letteratura, assumendo

una posizione diversa, non ha compiti politici, ma è una poesia

impura, una scelta morale che segue caratteri e modi, mettendo in

primo piano il soggetto e i suoi momenti diversi, con connotazioni

autobiografiche: un viaggio di conoscenza e ricerca. È una poesia

scomposta di bagliori e stati d’animo, frammentaria, che si esprime attraverso flashback e ricordi,

esprime volta per volta la diversità degli stati d’animo che l’Io ha messo in luce. Nel 1913 pubblicò

le edizioni della “Voce” i “Frammenti l’opera più famosa, alla ricerca della sua

per Lirici”, Forte è l’elemento

identità, che diventa coincidente con il suo viaggio infinito.

dell’Espressionismo, in un linguaggio vario, che volontariamente fa riferimento a Dante ed alle sue

espressioni sonore e visive, arcaico, fortemente espressivo, testimone delle difficoltà che l’Io

sistematicamente vive. L’urto, il contrasto, il plurilinguismo e l’espressionismo sono gli elementi

focali per la rappresentazione del movimento e della ricerca perenne del soggetto. Una poesia che

non si accontenta, ma è aperta ed animata, giocata con flash improvvisi del viaggio dell’Io. Rebora

vive fra gli opposti, nel turbine della vita e della città, in una posizione importante ed indicativa. 14

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Grande poeta del ‘900, la sua esperienza è ricca e significativa. Il suo primo libro “Canti Orfici”,

stampato nel 1914, ha una storia precedente sofferta, perduta da Papini e Soffici (redattori

dell’Acerba), intitolata “Il e ricostruisce il testo sulla base

più lungo giorno”, della sua memoria e

dei suoi appunti. “Canti orfici” ha dei tratti riferibili alla “Voce”; anche per Campana si può parlare

di influssi espressionistici nella logica del frammentismo, logica delle contraddizioni, complessità

del vivere che caratterizza la sua poetica. La poesia di Campana è

particolarmente ricca e capace di suggestioni. Al poeta si lega una

leggenda: fu vittima di follia e recluso fino alla morte, storia di disagi,

di poeta maledetto. Alcuni critici hanno legato la sua poesia con il suo

vissuto travagliato. Campana aveva una sua idea di poesia, un suo

progetto, una poesia musicale, colorita ed europea.

- Musicale: una poesia che abbia la capacità attrattiva e

l’armonia della musica, una costruzione musicale che i futuristi

non cercavano.

- Colorita: pittura e poesia devono procedere insieme; la poesia

ha bisogno di colori e di un impianto pittorico, appaiono così

molti riferimenti all’arte.

- Europea: legge e studia da autodidatta la letteratura

contemporanea e del passato (Dante, simbolisti francesi, Rimbaud ecc.), letture curiose, da

tipico autodidatta, con una propensione per la riflessione filosofica.

Secondo questi tre elementi ci troviamo di fronte ad una poesia totale, che inserisce elementi

(pittura, filosofia e musica) in un’idea di fusione delle arti. La poesia non deve essere solo

diversi

bellezza, ma deve anche contribuire ad un cambiamento: deve essere una poesia in movimento, che

di redenzione. Per questo “Il

dà un senso alla vita, contribuendo a cambiarla, strumento quindi più

doveva essere un giorno che dà senso alla vita, doveva partire da una notte (la vita)

lungo giorno”

e, attraverso un itinerario di salvezza, arrivare al più chiaro giorno di Genova (Genova città della

luce). Ovviamente è un progetto utopico: troviamo in Dante questo viaggio che porta alla salvezza,

afferma che “Dio

ma è giustificato dalla certezza della fede religiosa del suo tempo. Nietzsche è

elemento chiave di tutta la modernità,

morto”, mettendo in dubbio la verità della fede e di tutti i

valori. Non c’è più una certezza che può giustificare. Si sono spenti i “lanternoni” e non ci sono più

possibilità di redenzione. Campana riprende e rielabora Nietzsche, guarda al suo “Superuomo”,

l’uomo che riesce a trovare questa strada nuova, suggerendo al poeta questa uscita mistica di

“eterno ritorno”. Il superuomo di Nietzsche si è liberato dal troppo umano, da tutte quelle

caratteristiche del mondo terreno, e con l’eterno ritorno può rivedere ciò che era stata la sua vita

precedente e si purifica: è una visione ciclica del tempo contrapposta a quella rettilinea di tipo

cristiano, tutto va e torna indietro, tutto muore e torna rifiorire, è insomma ricurvo, è il sentiero

dell’eternità. Ma questo progetto è destinato a fallimenti, ostacoli, nel giro dell’eterno

interruzioni:

ritorno vorticoso, l’immagine muore immediatamente, perde la sua suggestione, la definizione

ed i contorni, lo spazio viene rimescolato. Per Campana, tra le arti figurative quella che conta di più

prova in “Canti Orfici” di una poesia colorita che spesso insegue tracce di

è la pittura, dando

suggestioni visive. Nelle storie mostra di possedere una sensibile psicologia dei colori. In questa

interazione tra poesia e pittura, egli diventa pittore di ogni poesia: a ciò si lega la particolare teoria

dell’immagine che rivà all’origine e riprende ad essere in senso letterale ciò che è stata. I colori

dominanti della sua poesia sono il bianco ed il viola: non sono ornamenti, ma servono per costruire

filosofia dell’immagine, persa

il sistema di immagini. I colori sono funzionali alla nel giro

dell’eterno ritorno. La “Notte” è un ricordo che si manifesta in cui gli elementi sono isolati e non

fanno storia. La sua particolare struttura è costruita per continui ritorni di suoni, immagini e figure.

La poesia di mescola con la prosa, un tipo di prosa lirica, giocata nelle atmosfere chiuse e notturne:

la porta, come varco, apertura verso nuove dimensioni; specchi, prolungamenti delle immagini,

realtà percepita attraverso un processo di assimilazione che il personaggio mette in pratica.

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Immagini evanescenti, sagome rappresentate attraverso un dettaglio; i frammenti di una sequenza

onirica. C’è una particolare attenzione per i particolari, con una prospettiva irregolare, ma di una

visione di scorcio, indicando una certa dinamicità delle immagini, non è mai una visione centrale.

Come la pianura che viene vista in una prospettiva di scorcio, non frontale, attraverso la quale non

visioni spesso in contrasto l’una con

si vede la fine. È tutto tramato sui colori, su queste parziali

l’altra, in una dinamica di ombre, presenze che man mano si frammentano. Genova doveva essere il

luogo del più chiaro giorno, dove il percorso doveva arrivare al suo compimento. Genova contiene

forti, inquietanti di notte. La luce si trasforma subito nel buio. L’immagine

nel suo giorno immagini

si scompone e perde il suo spessore: diventa sequenza di suoni e di luci, insistente ritmo di colori.

da una scena all’altra. È

Campana non segue un criterio unitario: si passa dal giorno al crepuscolo,

una città ideale e insieme reale, del presente. Il porto è uno spazio di quiete e insieme di

inquietudine. Qui si perde la “visione di grazia”, e questo è attestato dallo svanire delle immagini.

notevole: abbiamo un’alternanza sistematica tra immagini

Campana ha una forza espressionistica

quiete e desolate ed immagini dove la forza dura riprende la sua consistenza. Condivide l’ansia

espressionistica dei vociani. Le immagini si aprono e si rompono, comportando una conduzione

diversa della poesia: si aprono verso un territorio astratto, dove perdono la propria identità.

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Giuseppe Ungaretti fu l’unico della sua generazione a percorrere per intero l’arco di una parabola

primo ‘900 in grado di raccogliere e rielaborare lo

storica. Fu il poeta più rivoluzionario del

sperimentalismo di un’intera generazione. La sua raccolta d’esordio,

“Porto fu pubblicata nel 1916, in un’autoedizione,

sepolto”, nucleo

essenziale di tutta la sua poesia, documentando un percorso che

da una dimensione d’avanguardia verso il rientro nella

parte

tradizione. La prima guerra mondiale segna uno spartiacque nella

letteratura del ‘900: i primi anni sono di sperimentazione, ricerca e

avanguardia, dopo un ripiegamento verso la tradizione che richiama

l’esame di coscienza dell’intellettuale. Negli anni della guerra e del

dopoguerra, si avvia un processo di ritorno all’’ordine, di ripristino

letteraria alla quale si era rinunciato con i poeti del primo ‘900. Ungaretti nasce ad

di una cultura

d’Egitto,

Alessandria nazione in cui si formò e frequentò ambienti anarchici italiani, poi ebbe un

breve periodo fiorentino; fece il suo apprendistato a Parigi, in un percorso simile a quello di

nell’età delle nuove esperienze

Marinetti. Parigi era la città della luce, della stagione simbolista

entra nell’ambito della poesia di Ungaretti, influenzandolo

artistiche: lo stesso Apollinaire

Entra a contatto con i futuristi, pubblicando per l’Acerba, da cui trae lo

notevolmente. stile

nominale, le parole hanno una spiccata personalità: il poeta le isola e le libera, e, come già avviene

in Marinetti, prestano molta attenzione alle analogie di natura simbolista. Ungaretti costruisce i suoi

testi sull’analogia e la sonorità delle parole, aspre, rese, non molto distanti dalle onomatopee di

Marinetti. Altra presenza forte è l’ammirazione per Palazzeschi. Ungaretti decide di andare sul

fronte di guerra, e questa esperienza lo segnerà profondamente, portandolo alla necessità di sentire

se stesso in mezzo agli altri, e comporterà il desiderio di identità e di radice comune.

L’espressionismo ungarettiano è volto a rendere in modo essenziale una condizione umana,

sulla sofferenza e sull’estrema precarietà della vita umana al fronte.

simbolicamente, Come Rebora,

sull’espressività, riuscendo a dare il senso concreto di un’esperienza

anche Ungaretti gioca

radicalmente vissuta. Il titolo originario della sua prima raccolta, Allegria di Naufragi e contenente

anche Porto Sepolto, sarà modificato in “L’allegria”: fa riferimento alla capacità di catturare

l’allegria in un attimo, pur entro una situazione di morte. Al fondo de L’allegria va rintracciata una

volontà di vivere nonostante tutto, che si esprime in modi autobiografici, diaristici e frammentari.

un’illusione per farti coraggio>>.

<<Ungaretti, uomo di pena, ti basta La salvezza non sta nel

gesto individuale, nello staccarsi dalla massa, ma nel rifugio fornito da una condizione comune, una

fratellanza che nasce dalla fragilità, eppure capace di rivolta contro l’alienazione della guerra.

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Questa salvezza, tuttavia, viene a volte sentita anche come rischioso annullamento di sé: la rinuncia

all’identità, viene avvertita come sacrificio dell’Io. Essere soldato significa trovare una patria, un

nido delle radici: è una condizione che esclude ogni compiacimento estetizzante di superomismo,

riflette la situazione storica degli artisti e degli intellettuali. La purezza lirica e l’innocenza della

parola si pongono come risultato di uno scavo esistenziale: la parola viene isolata in un verso che

talora ha la sua stessa lunghezza, e che spesso è addirittura separato dagli altri versi attraverso lo

spazio bianco tipografico, ben più efficace della punteggiatura, in questo caso del tutto assente

(probabilmente per via dell’influenza del futurismo), così da sprigionare la sua carica simbolica e la

sua forza espressiva. Dopo gli anni ’20, completa il suo percorso verso la tradizione, restituendo alla

parola i suo silenzi e a rileggere e riusare la poetica della tradizione, tornando a forme più

canoniche. G L

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Alla metà e alla fine degli anni ’30 si forma un piccolo aggregato di poeti, gli “ermetici”, che

riprendono gli elementi chiave di Ungaretti: la poesia assume un ruolo metafisico, orientandosi al di

È una poetica dell’essenza, costruita sulla parola pura,

là delle condizioni storiche in cui è immersa.

con un’essenzialità profetica. È comunque sbagliato considerare Ungaretti come poeta ermetico,

anche se questo movimento lo prende come guida.

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Poeta distante sia da Ungaretti che dagli ermetici, Montale si forma in Liguria, tra atmosfere e

paesaggi dalla cultura vociana. La Liguria è per lui un paesaggio, una terra dell’anima, e gli “Ossi

di seppia” sono intrisi nel motivo marino di questo paesaggio. L’ambiente torinese, invece,

significa per lui un rapporto con i crepuscolari e in particolare con

Gozzano, di cui diventa il primo studioso. Torino è anche una città nella

cui severità fervono riflessioni di apertura culturale e posizioni

contrastanti rispetto a quelle dell’ideologia fascista (è recente il delitto

Matteotti e la trasformazione di regime. Torino ospita le idee di Gobetti

e di Gramsci, che rappresentano una linea alternativa al fascismo. Da

questo fervore di riflessioni, Montale ricava il rafforzamento della

poesia come impegno morale e la definizione di fascismo come realtà

che opprime e chiude l’individuo. La sua non è, tuttavia, una poesia

politica, ma si carica di questa inquietudine nei confronti del regime

vigente. Nel 1925 firma il manifesto degli intellettuali antifascisti. Tutti questi elementi portarono

ad una visione amara della realtà. Da un lato la sua sensibilità pittorica, dall’altro una competenza

musicale (studiava canto), lo portano a timbri e toni musicali nella poetica degli Ossi di seppia, una

trama di sonorità aspra che implicano questo interesse. La sua presenza nella cultura italiana entra

attraverso la rivista “Solaria”, attenta a ciò che accadeva al di fuori della cultura letteraria fascista.

Gli “Ossi sono costruiti intorno all’esperienza del male di vivere, all’idea di una

di seppia” poesia

che non offre risposte pur facendosi domande: non una poesia che afferma, ma che si presenta in

negativo, indicando la dimensione di impotenza. Ritorna, dunque, la figura dell’inetto crepuscolare

di Svevo, in una testimonianza della personalità al negativo, dentro un mondo raccolto in una

Gioca sul piano delle clownerie, dell’autoironia di una

dimensione invalicabile di alienazione.

cultura primonovecentesca. Il male di vivere è sullo sfondo, come condizione esistenziale e storica,

tratto da D’annunzio: è come qualcosa di

condizione di impossibilità. Ossi di seppia è un titolo

inaridito e corroso, ha come terra il mare, con cui intrattiene un dialogo ed un confronto continuo.

Qui recupera la forma del racconto, ma ha una costruzione più complessa, in una forma quasi

tradizionale, che si presta a testimoniare il male di vivere che in qualche sprazzo fa intravedere n

momento breve di luce. Anche questa, come in Gozzano, è una poesia di oggetti, ma questi non

sono del tempo, ma simbolici. La vicenda, divisa in sezioni che sembrano veri e proprio capitoli di

17

romanzo, si sviluppa con un inizio ed una fine, intorno al tema dell’identità. L’inizio è costituito da

una premessa che vuole riassumere il senso del libro. La disposizione delle poesie successive non

segue l’ordine cronologico della composizione, ma quello di un’ideale ricerca privata e storico-

sociale. “Riviere”, che è cronologicamente una delle prime poesie, è posta alla fine, ad indicare una

realizzabile in futuro. Nel 1939 pubblica “Le che la critica ha voluto

possibilità ancora Occasioni”,

ricondurre ad un clima vicino all’ermetismo del tempo: si nota una tendenza ad un linguaggio e ad

un testo concisi come un frammento, che rappresenta un’illuminazione. Montale, in ogni caso,

continua a seguire il suo percorso: nelle Occasioni propone una scrittura poetica riflessiva, tutt’altro

che costruita sul frammento. È una poesia che non ha stabilità di certezze. Qui dichiara la sua

poetica, la sua è una poesia di oggetti con una capacità simbolica. Trascorso un decennio dalla

seconda guerra mondiale, Montale pubblica la raccolta “La evoca la tempesta,

Bufera”: la guerra,

in un percorso ancora più complesso. Due sono le figure di riferimento: due donne che esprimono

contrapposte. Una è l’angelo custode, anima

dimensioni razionale che il poeta non riesce a

prendere; l’altra è più carnale, terrestre e sensuale ed indica una dimensione sentimentale e

quotidiana. Nelle ultime tre raccolte abbiamo una poesia irata, che sconta la desolazione della vita e

dell’uomo. È sopraggiunta la vecchiaia, la perdita della moglie e la consapevolezza della sorte della

poesia. È un’esperienza ancora più radicale della crisi: l’universo si presenta in frantumi, si avverte

satura. Il tema è da un lato quello dell’inettitudine, dall’altro quello della

come un senso di perdita

caduta dei valori, con la conferma del male di vivere. Non si sono pause di pienezza.

C P

E

S A R E A V E

S E

Ungaretti premedita e sviluppa le premesse del simbolismo e del futurismo, ricavandone la parola

para e le sue analogie. Montale a sua volta eredita elementi del

crepuscolarismo, in una tendenza a considerare la poesia come ormai

Di mezzo c’è il gruppo degli ermetici legati ad un’esperienza di

marginale.

innovazione, con una posizione religiosa ben determinata. A questo panorama

si inserisce un’altra fondamentale esperienza, quella di Cesare Pavese. La sua

prima raccolta s’intitola “Lavorare pubblicata, sulla rivista

stanca”, Solaria,

negli anni delle prime pubblicazioni degli ermetici. Pavese si forma a Torino,

città con una tradizione culturale lontana dal dannunzianesimo ma a stretto

contatto con il crepuscolarismo: il poeta si forma con un gruppo di intellettuali

che seguono il docente Attilio Monti, antifascista molto aperto. Pavese apre la frontiera alla cultura

anglo-americana, conosce e frequenta Melville, Whitman, la narrativa e la poesia americana,

contribuendo a costruire questo piccolo mito in cui compare il personaggio di Robinson Crusoe, il

quale addomestica e conquista il proprio mondo. È un mito che seduce, di una terra nuova in cui si

cerca la fortuna. Tutto questo penetra anche nella letteratura, determinando il ritorno al mito epico.

Pavese rifiuta sia il verso libero che i metri tradizionali, creando un suo verso, creando una sorta di

cantilenante, con un ritmo e un’intonazione regolare.

andamento Questo verso più lungo, si fissa

nella misura di tredici o sedici sillabe, in cui il desiderio di narrare, proprio soprattutto delle prime

perfettamente adeguato. Nella raccolta “lavorare stanca”, Pavese

poesie, trovava uno strumento

polemizza con quella poesia ermetica. Caratterizzata da un linguaggio allusivo, essenziale. Ad essa

contrappone una sua idea di poesia-racconto, che si fonda a fatti veri della quotidianità, e di cui la

prima realizzazione fu “I un poemetto tra lo psicologico e il cronistico,

mari del sud”, svolto su

una trama naturalistica. Dal punto di vista formale, abbiamo un ritmo costante, un estendersi del

testo per costruire sequenze, il tutto in un linguaggio vicino al parlato e alla sgrammaticatura. Tutto

avviene in uno spazio e in un tempo riconoscibili: il tempo è quello della camminata, lo spazio il

colle, Torino e i mari del sud. Due sono i personaggi: il cugino, visto e descritto come un gigante

vestito di bianco, e l’Io narrante. Abbiamo due narrazioni con due punti di vista diversi, in una

sequenza di fatti di un rapporto inscindibile tra la terra lontana e la terra delle radici, uno scambio

continuo tra luogo di formazione e luogo delle origini. La presentazione del cugino è mitica, di un

bambino che racconta del gigante come figura eroica. 18

R

I T

O

R N O A L R O

M A N Z

O

Siamo in un’epoca, gli anni ’30, in cui il romanzo si afferma particolarmente, e Pavese ne è la

prova. Al di là di alcuni casi, con il romanzo di crisi ed il romanzo di Palazzeschi, questo genere

molto spazio nel primo ‘900: in quel periodo, infatti, la letteratura si distaccava

letterario non trova

dal romanzo e cercava altre forme, entrando in una concezione di mercato, influenzata dal tentativo

Troviamo storie semplici, avventurose, in cui s’intensifica il

di catturare a sé un possibile pubblico.

fenomeno della paraletteratura, in una produzione in serie. Il regime fascista, inoltre, ha bisogno

di consenso, passando attraverso questi romanzi, caratterizzati da una forma facile di

comunicazione culturale che colpisce le masse. È una produzione media, che punta sulla capacità di

penetrazione del romanzo. Il romanzo di qualità, tuttavia, sopravvive: si sveglia per documentare

succedendo e che sta creando disagio. Ha qui un ruolo rilevante la rivista “Solaria”,

quello che sta

che permette un’apertura europea. il romanzo dell’800,

Ora non è più proponibile questa realtà non

dell’Io che li rappresenta,

ha una sola dimensione: essa è fatta di tanti livelli, creati dalla percezione

e la sua interpretazione non può essere univoca. È il romanzo della crisi dell’ideologia borghese,

degli ideali, in una linea che parte dal romanzo chiave del 1929, “Gli di Moravia.

indifferenti”,

A M

L

B E

R T O O

R A V I

A

Moravia pubblica nel 1929 il suo primo romanzo, “Gli destinato a destare

Alberto indifferenti”,

disabituato al romanzo, ed un’autorità che

scalpore per la novità che offriva, ad un pubblico

pensava di aver risolto i problemi del paese impedendo di

parlarne. La borghesia italiana di quegli anni stava vivendo un

certo malessere: durante il fascismo essa aveva favorito

Mussolini, ma quello che accadde col regime significò la rinuncia

L’opera di Moravia

dei propri ideali. sarà testimone di questa crisi

d’identità. Moravia non fa studi regolari, legge molto il romanzo

ottocentesco ed è particolarmente affascinato da Pirandello, che

ha da poco rappresentato “Sei personaggi in cerca d’autore”. Il

romanzo, dal punto di vista stilistico, non presentava nulla di

riprendeva il realismo dell’800, inserendo una tecnica narrativa deliberatamente ispirata a

inedito:

quella teatrale, con l’azione portata tutta in interni e l’adozione dell’unità di tempo e di luogo.

Negli “Indifferenti”, il tutto si svolge secondo una sequenza ordinata, in un’unica storia senza

diramazione, un’unità di azione. Forte è l’attenzione per le luci: il personaggio è presentato come se

salisse sul palco, descrivendo con particolarità i costumi e gli arredi. Il sesso ed il denaro appaiono,

per questi eroi della medio-alta borghesia, come autentici moventi del vivere, ai quali subordinano

ogni ideale ed ispirano ogni comportamento. Ed è questa la loro “indifferenza”, l’incapacità di

interessarsi al mondo reale e di comunicare con esso. C’è un personaggio, Leo, un uomo che ha

fatto fortuna economicamente, con operazioni fatte a dispetto di qualunque regola morale. Questa

si esercita anche nei rapporti sentimentali: è l’amante di un po’

spregiudicatezza Mariagrazia,

avanti con l’età e madre di Carla e Michele. Questa rappresenta la borghesia in decadenza. Leo,

stufo di Mariagrazia, indirizza le sue attenzioni alla figlia Carla, attraverso un nuovo rapporto di

convenienza a cui la stessa Mariagrazia non si oppone, dato che potrebbe sfociare in un matrimonio

vantaggioso per entrambi. Mariagrazia avrebbe la possibilità, con i soldi di Leo, di ritornare ad una

vita facoltosa, mentre Leo rafforzerebbe la sua immagine, legandosi ad una famiglia borghese

importante. Infine, c’è Michele, un intellettuale che appartiene alla categoria degli inetti: la dignità

morale della sua famiglia è stata insidiata, come gli stessi ideali morali, dalla borghesia. Lui, che sa

tutto questo, non riesce ad agire, a ristabilire l’ordine morale uccidendo Leo. Sogna di farlo, si

procura anche una pistola, ma quando spara si accorge di non averla caricata. Non si è compiuta la

tragedia: è l’impassibilità tipica dell’inetto. Non è possibile, infatti, perché implicherebbe

l’affermazione dei valori epici in un contesto in cui i valori sono decaduti, non c’è più spazio per la

tragedia. Questo spiega anche il titolo, che contiene un doppio significato: essi rendono

19

testimonianza di un rapporto d’indifferenza rispetto ai valori che cadono. Tutti sono schiavi di

questo meccanismo del denaro, accettano il disfacimento, il degrado; ma sono indifferenti anche nel

senso che non c’è differenza tra i personaggi, sono tendenzialmente uguali e condizionati dalla

regola che li aliena e da luogo alla perdita d’identità. Moravia non ama la bella pagina, il bello stile;

è contenutista, scrive con secchezza ed essenzialità.

A S

L

B E

R T O A V I

N I O

Alberto Savinio è uno pseudonimo, il suo vero nome è Andrea de Chirico, fratello del pittore

Giorgio. La sua è una formazione particolare: nasce in Grecia, studia a Monaco e frequenta Parigi.

Tanto a Monaco quanto a Parigi, come dilettante farà studi musicali, letterari e

pittorici. La Grecia rappresenta il repertorio della classicità che è andato

esaurendosi, ed è utilizzabile solo tramite lo straniamento dell’ironia: sarà un

e allo stesso tempo correggerà tutto con la leggerezza dell’ironia.

classico Nelle

sue opere troviamo molti miti, ma sono come rovesciati, perché presentati in un

contesto che non gli appartiene. Realizzerà delle opere teatrali in cui si avvierà

smitizzazione: da un lato c’è la formazione greca che dà vita a questo

una sorta di

capovolgimento, dall’altro il percorso di formazione avvenuto in Francia, luogo di innovazione e

sperimentazione. A Parigi va, dunque, per curiosità verso questo fermento, ma anche per la fama

del fratello Giorgio. I contatti col fratello ed il surrealismo saranno molto importanti: il surrealismo

significa un’apertura verso il sogno, verso una realtà parallela, con il tentativo di dare forma

all’informe e coscienza all’incoscienza. Significa anche infanzia, nella quale l’uomo guarda in un

modo diverso. Inserisce tutti questi elementi in un contesto mitico, sintetizzato dalla leggerezza

dell’ironia. È teorico dell’intelligenza e della lucidità dell’arte che evita l’eccessivo dramma e il

modo disincantato di narrare. Nel 1937 nasce il racconto “Tragedia dell’infanzia”: l’infanzia,

secondo Savinio, è una condizione di pienezza e totalità, che poi abbiamo perduto. Da qui il mito

dell’”ermafrodito”, che nella leggenda classica è un essere totale, che accoppia in sé il maschile ed

il femminile, fusione di elementi contrastanti che si caratterizza per la sua felicità e pienezza: è

l’equivalente di un bambino, per il quale non esiste una realtà che non sia piacere. Nel “Simposio”,

divide l’ermafrodito: al bambino di Savinio accade la stessa cosa; l’adulto scinde in

Zeus invidioso,

due la sua totalità e l’aliena rendendolo imperfetto. Il bambino vede nel mondo degli adulti ostacoli

e realtà che lo scindono: molto forte è la dimensione dell’eros, che i grandi trascurano. Tutto il

racconto è filtrato attraverso gli occhi del bambino, un mondo in cui tutto è deformato ed eccessivo,

come se fosse fatto da mostri incomprensibili. Si mettono in evidenza i rapporti familiari, immersi

e fantasia, rappresentazioni, sogni, deliri che appartengono ad un’altra

in spazi di immaginazione

prospettiva. Non è una vista infantile, bensì deformata, che non gli appartiene. Tutto questo si

mostra anche nella sua arte e nella sua musica, che pone molta attenzione per le metamorfosi.

Questa deformazione è comunque controllata dentro uno schema compositivo regolato

dall’intelligenza. Savinio non ha avuto seguaci immediati, la cultura italiana tra le due guerre è

diverse realtà e perversioni. Nel ‘900

caratterizzata dal perbenismo che mal si conciliava con queste

italiano, tuttavia, è una figura importante, che costituisce la linea tra il fantastico ed il surreale. Il

suo è uno stile ironicamente classico, che ci porta dentro una sorta di sotterraneo della realtà.

T L

O

M M A S O A N D

O

L

F I

Tommaso Landolfi nel 1946 scrive “Le due zitelle”, due personaggi legati ad una sorta di

autocensure, due signorine tutte “casa e chiesa” che credono di dover osservare regole che non

possono essere trasgredite. In casa hanno una scimmia chiamata Tombo, ereditata da un fratello,

tenuta in una gabbia: la curano e le vogliono bene. Accade che in un convento vicino, nell’altare

della chiesa, compaiono degli elementi di dissacrazione, come se qualcuno vi avesse giocato. Le

suore, sospettando della scimmia, avvertono le due sorelle. Queste iniziano a sorvegliare la

scimmia, e notano che questa, durante la notte, apre la gabbia e si reca in chiesa, dice messa,

mangia le ostie e sporca tutto. Le sorelle, quindi, chiamano due preti, uno conservatore e uno

20

progressista. Il primo afferma che bisogna uccidere Tombo, il quale non può confessarsi, mentre il

secondo dice che il peccato non esiste. Quest’ultimo viene cacciato dalle zitelle e dall’altro prete,

scandalizzati, e Tombo viene ucciso. Il dialogo tra i due preti si ritrova nei romanzi di Dostoevskij,

e rivela come Landolfi ami una scrittura mista in cui compaiono questioni

religiose, filosofiche, trasgressione e scandalo. Le due sorelle amano Tombo,

che dovrebbe tradurre i loro stessi desideri, ma rimangono bloccate nelle

convenzioni: non sono in grado di confessare questi desideri. L’autore ci mette

di fronte ad una storia che rappresenta la voglia di trasgredire. Landolfi è uno

scrittore europeo che conosce i punti nodali della letteratura occidentale,

utilizzando una densità del linguaggio in un rapporto di amore e terrore per le

parole, di impossibilità con la logica della realtà quotidiana: è una condizione

dell’inetto. Ecco spiegata, dunque, la rappresentazione di un animale, tipica del narratore inetto,

perché è impossibile comprenderne la psicologia. È un romanzo di impotenza che si proietta verso

altre realtà, fatte di sogni, tabù e desideri: è un racconto fatto di grandi citazioni letterarie, che non

guarda alla realtà quotidiana, ma quella che rappresenta i nostri sogni. Debutta con una serie di

racconti, “Il testo scritto come in una lingua inventata,

dialogo dei massimi sistemi”, storie di

fantasmi, di deliri, di timore, racconti strani, contenuti dal rigore dello scrittore. Nel 1939 “La

protagonista un personaggio inetto, che torna

pietra lunare”, nel paese originario per trascorrere le

vacanze estive; i giorni successivi all’arrivo li dedica all’incontro coi parenti, che rappresentano la

tipica realtà di provincia. Da uno dei suoi parenti gli capita di incontrare Guru, giovane con il corpo

di donna e le gambe e i piedi da capra. Intorno a lui circolano delle leggende, secondo le quali

discenderebbe da una famiglia di briganti che si è macchiata dei peggiori delitti. Egli, sempre più

attratto, cerca di avvicinarsi a Guru. Una notte di luna piena decide di seguirla e viaggiano in un

mondo tra sogno e realtà, in questo spazio notturno in cui incontrano fantasmi e briganti, mondi

fantastici di metamorfosi. È un rapporto con la realtà parallela, finché lui la mattina si sveglia ed è

come se tutto il paese si fosse svegliato da un lungo sonno. Fugge, decide di tornare in città a

continuare i suoi studi. L’autore ci mette di fronte al fatto che la realtà è costituita di vari livelli, la

letteratura è finzione, ma contiene anche delle verità.

C E G

A R L

O M I

L

I O A D D

A

Gadda è lombardo e rivendica questa sua identità: guarderà a Manzoni, alla Scapigliatura, alla

lingua milanese di Porta, al plurilinguismo. Le sue opere hanno una lunga gestazione e attestano un

lavoro infinito ed ininterrotto. È uno scrittore animato da questa voglia di ricerca,

per cui le sue opere hanno la loro genesi negli anni ’30, ma sono realmente

pubblicate molto dopo. Gadda ha una sorta di groviglio esistenziale legato a

problemi familiari: un rapporto con la madre molto complesso, che è alla base

dell’inquietudine che la sua opera esprime. L’esperienza della I guerra mondiale,

nella quale perse un fratello e peggiorerà il rapporto con la madre, apre la direzione

della sua opera. Gadda è borghese, e ha sempre creduto negli ideali di questa classe,

ma l’ammirazione case a causa ella guerra, che sperimenta l’impotenza di una classe dirigente.

Ufficiali, comandanti del tutto inadeguati al proprio ruolo: i soldati sono inviati in campo senza un

equipaggiamento. L’esito disastroso della guerra aveva perciò dimostrato l’insipienza della

reale

classe dirigente, determinando la critica di Gadda, che attaccherà con ironia e satira. La realtà si

conciliabili. L’insofferenza

presenta come caos, come groviglio di cose e di elementi difficilmente

verso il fascismo determina la caduta della borghesia. È un ingegnere, anche se vive con disagio

questa condizione: essere ingegnere significa avere a disposizione un linguaggio scientifico e

tecnico da inserire nella letteratura, senza mai rinunciare alla razionalizzazione del mondo,

riportandolo ad un ordine possibile. Si definisce come uno scrittore realista, un piccolo Zola di

Lombardia: oscilla continuamente tra ordine cercato ed ordine che esplode. Gadda ebbe anche una

passione per la filosofia: presenze filosofiche, infatti, sono costanti nelle sue opere, attraverso un

viaggio di conoscenza infinito, diramato con una dialettica di apertura e chiusura, come l’immagine

21

di una scacchiera in cui ogni elemento ed ogni mossa è concatenata, non è fine a se stessa.

Qualunque azione può determinare infiniti effetti: sceglie un linguaggio complesso, aperto a mille

forme di espressione, in una scrittura mista tra aulico e prosaico e plurilinguismo. Il suo romanzo è

fatto da infinite diramazioni, per la necessità di divagazione: è plurilinguistico, è fatto di furore e

rabbia per un disagio esistenziale storico. È autoironico, con una tensione conoscitiva; è un romanzo

aperto, vale a dire che l’opera è destinata a non avere mai una fine. Esempio emblematico è “Quer

del 1957:

Pasticciaccio brutto de via Merulana”, il linguaggio si cala nella profondità degli strati

sociali della piccola borghesia sino al proletariato. Il giallo è un artificio per avviare le indagini in

una società che ama definirsi civile, e scoprire tutte le contraddizioni e le miserie. Permette al

lettore di assumere un ruolo attivo, facendolo entrare nel romanzo sotto forma di investigatore. Con

il Pasticciaccio, si avventura nella Roma degli anni del fascismo, descrivendo ville deturpate da

insediamenti privi di gusto. Gadda aveva una fissazione per la sua villa in Brianza, causa della

e riversa nell’opera questa fissazione.

voragine nella quale era caduto il patrimonio di famiglia,

Partendo dalla descrizione del paesaggio, si sofferma sulle ville, descrivendone i vari stili, secondo

la sua tendenza di conoscenza tecnica. La presentazione del personaggio è quella di testimone ed

attore di una crudeltà particolare, sottolineandone la solitudine dolorosa. È la storia di un assassinio

L’ambiente di Roma viene

e delle conseguenti indagini svolte da uno scettico, Ciccio Ingravallo.

rappresentato con il dialetto di un mondo popolare e borghese. Il colpevole non viene mai trovato,

non si può trovare per ragioni anche filosofiche: la matassa non ha un unico filo, e non può quindi

essere sbrogliata. Nel 1963 pubblica “La storia di frammenti, segmenti

cognizione del dolore”,

piuttosto che azioni: è uno strano paese, in America latina, un montaggio tra elementi di paesaggio e

lingua spagnola e brianzola. Si racconta di un disagio, di un male di vivere, di un inetto ingegnere

che non propone utopie, ma che se contrappone al mondo e alla madre protettiva, che avverte come

ostacolo sul suo cammino. In un capitolo è descritta la morte della madre, forse uccisa proprio dal

figlio. È un racconto di sentimenti, impressioni e conflitti interiori di un personaggio in lotta contro

tutti che sperimenta il dolore. La narrazione, in terza persona, non è oggettiva, non è superiore al

personaggio, ma anzi tende a confondersi con esso.

R , ( N )

O M A N Z

I D

I F O

R M A Z

I

O

N E T

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T O E

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S M O

Quando si parla di romanzo di formazione, si fa riferimento ad un modello che appartiene alla

tradizione della letteratura. Il romanzo è stato spesso, sin dalle origini, il racconto di un percorso di

formazione. Le fiabe sono delle brevi storie di formazione: il bambino matura la sua condizione

adulta attraverso questo percorso, che implica ostacoli ed obiettivi. Si lega la fiaba ad una ricerca

d’identità del soggetto e lo si rende in grado di entrare nel mondo degli adulti. Negli anni ’30 si

avverte forte l’esigenza di ristabilire la propria identità. Sono anni in cui il fascismo ha raggiunto il

massimo della politica del consenso, e ha comunque perso la sua iniziale spinta propulsiva; una

serie di fenomeni al di fuori dell’Italia portano gli intellettuali a rinarrare la propria formazione,

spinta ancor più sollecitata nell’immediato dopoguerra. Possiamo parlare di epoca di neorealismo,

in cui avviene la ricerca e la conquista di una nuova identità. Prendendo in esame le opere del

neorealismo, ci troviamo di fronte sì a racconti di formazione, ma anche racconti un po’

semplificati, univoci, schematizzati. Il limite del neorealismo è proprio questa schematizzazione, sia

contenutistica che formale. Ma esistono anche romanzi che portano alla problematicità della vita,

quelli tra storia e mito: qui la letteratura svolge una funzione politica.

E V

L

I

O I

T T O

R I

N I

Siciliano d’origine, Elio Vittorini agisce a Firenze, attivo su “Solaria”, aperto alla letteratura

merito di aver composto un’antologia, “Americana”, che comprendeva una vasta

americana, ha il

documentazione degli scrittori americani dalle origini fino ai contemporanei, che accompagnava

con ampie note storico-mitiche. Le note erano tese alla creazione e a dare le ragioni della leggenda

americana, che partiva dai furori del primo ‘800 e giungeva, attraverso un difficile cammino, sino

22

Ciò che più affascina Vittorini è il modello dell’uomo

alla sintesi in Hemingway. nuovo, e mentre

nell’Europa del dopoguerra si riprendevano i temi di una cultura decadente,

l’America si esprimeva in una nuova narrativa e un nuovo linguaggio, inventando

Come pavese, si interessa alla letteratura d’oltralpe,

il cinematografo.

differenziandosi da lui per la sua formazione: mentre Pavese, infatti, si forma in

un clima antifascista, Vittorini veniva considerato come un “fascista di sinistra”,

ovvero un fascismo movimentista che avrebbe potuto attuare una rivoluzione a

riscatto delle classi disagiate. Questa convinzione affievolisce con il tempo, e

coincide con gli anni ’30, nei quali Vittorini chiude i rapporti con il fascismo. È il

momento in cui matura la consapevolezza di una svolta, raccontata in un

romanzo, di formazione: “Conversazione in cui si nota una condizione di disperazione

in Sicilia”,

sulle sorti dell’uomo. La stesura di questo romanzo assume, dunque, una anche il senso di una

riaffermazione umana, personale e generale, il tentativo di riscoprire la dignità dell’uomo,

ripercorrendo un viaggio che perde sempre più i suoi contorni realistici ed assume un valore

simbolico, attraverso un itinerario di immersione nelle radici più profonde della società. Il romanzo

perde subito quell’andamento di cronaca che aveva inizialmente, e la Sicilia diventa emblema di

tutto il mondo offeso, così come il siciliano diviene simbolo di tutti i non-uomini. Il buio dei

villaggi siciliani, invece, rappresenta la condizione del genere umano perduto. Vittorini adopera

l’impianto narrativo naturalistico, creando personaggi fortemente simbolici ai quali assegna non un

nome, ma un’etichetta, per individuarne la funzione. È la storia di un viaggio in cui Silvestro,

partendo da Milano, sollecitato da una lettera del padre, torna in Sicilia. È un itinerario che lo

conduce tra storia e mito: la Sicilia è paese reale, ma anche quello dell’anima che ogni personaggio

porta dentro. Abbiamo una Sicilia reale, quella dei paesi più interni, più poveri e malati, e una

Sicilia mitica, dove troviamo fantasmi di personaggi, simboli. Il romanzo è fatto di memorie, di

voci che si inseguono, secondo la convinzione che un viaggio per ritrovare se stessi si conduca in

orizzontale, in un paesaggio reale, e in verticale, nella profondità dell’anima. Abbiamo note

ritmi musicali che si inseguono. Non ci sono regole tradizionali dell’intreccio,

fiabesche e lirismo,

sono tutte sequenze coordinate in un romanzo di conversazione. È un viaggio che punta sulla

riscoperta dell’Io: il tempo è determinante, perché riporta il passato nel presente e viceversa.

I C

T

A L

O A L

V I

N O pubblica la sua prima opera “Il nel 1947. E’ un

Calvino nasce a Cuba, sentiero dei nidi di ragno”

racconto di un percorso di maturazione, che porta ad una condizione adulta.

Compie la scelta della leggerezza stilistica, senza particolari costruzioni,

con un ritmo dinamico, veloce, che non si perde dietro digressioni, ma

significa anche uno stile che ha l’impronta acerba della fiaba. Egli sceglie,

infatti, un bambino come protagonista, che corre in un mondo più grande di

Un mondo di lotte politiche che l’Italia in quel momento stava vivendo.

lui.

È orfano, ha rapporti conflittuali con la sorella. Pin, il protagonista, non

descrive tutti i personaggi come se fossero eroi: manterrà, tuttavia, un certo

distacco. Il movimento partigiano non è qui ideologico: è un atteggiamento

fatto di sentimenti, di istinti, e Calvino acquisisce il punto di vista di Pin pur

narrando in terza persona. Non è una resistenza sacralizzata, ma vista dagli

occhi di un bambino, ed è il bambino stesso che compie questo viaggio di

formazione. Alla fine del percorso, con il cugino si muoverà verso una realtà tutta da ricostruire,

fino alla maturità, entrando così nel mondo degli adulti. Questo cugino ha cercato di conquistare

l’amore della sorella di Pin, la quale è una prostituta. Pin entra ora nel mondo degli adulti, con

maggiore consapevolezza: il suo vero percorso è appena cominciato. È un “non-eroe”, la realtà che

si presenta non è schematizzata, ma complessa. L’autore è cosciente di questa complessità, ma la

prospettiva univoca di una cultura umanista, l’idea di essere una cosa distinta dalla scienza, qui non

ha luogo. Calvino ha una spiccata curiosità per la cultura scientifica: è uno dei primi a parlare della

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Problemi e testi della letteratura del novecento del prof. Carlino che riassumono il periodo che va dal Decadentismo alla Neoavanguardia del '63.
Gli appunti di letteratura italiana contemporanea di Carlino aiutano nella comprensione dei movimenti letterari che hanno interessato la letteratura contemporanea, con un esame approfondito dei maggiori esponenti tra cui:
Gabriele D'Annunzio,
Giovanni Pascoli,
Pirandello e Svevo,
Aldo Palazzeschi,
Filippo Marinetti,
Clemente Rebora,
Dino Campana,
Giuseppe Ungaretti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Carlino Marcello.

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