La letteratura italiana contemporanea
Problemi e testi della letteratura del decadentismo
Quell’insieme di atteggiamenti e modalità stilistiche viene definito "novecentesco", ma sensibilità e stile trovano spazio già negli ultimi due decenni dell’800. Una serie di pittori contribuisce a modificare negli ultimi decenni del secolo il panorama letterario: la crisi delle certezze e delle leggi scientifiche, ciò che prima sembrava un sapere acquisito viene ora messo in discussione, cosicché il sapere diviene una ricerca che si evolve continuamente. Da qui la relatività; tutto è messo in discussione.
Un ulteriore cambiamento avviene nel sistema della percezione. Già con Kant si sottolinea il soggettivismo e quindi la nostra capacità di vedere la realtà; il concetto di spazio e tempo viene rivisto e commisurato alla coscienza di chi percepisce. Tali cambiamenti influenzano scrittori e poetiche, poiché rendevano impossibile pensare all’esistenza di una verità unica. La realtà, quindi, viene considerata secondo diversi livelli, dimensioni, letture e punti di vista.
Allo scienziato si sostituisce il poeta, il quale d’istinto, per un intuito irrazionale, riesce a leggere nel groviglio misterioso ed insondabile della realtà, trovandovi un senso. Ovviamente, egli non potrà spiegare quanto il suo spirito ha intuito con un discorso aperto e razionale: il linguaggio della natura è oscuramente simbolico, misterioso, che il poeta deve interpretare e svelare. Alla figura del vate si sostituisce quella del veggente, che comunica con coloro i quali non possono comprendere l’arte attraverso la propria sensibilità.
L’angoscia dell’individuo che soffre dell’incapacità di adeguarsi alle esigenze della vita pratica, si sente diverso, tende a rinchiudersi nella solitudine della propria coscienza, in un isolamento che si carica spesso del segno della decadenza fisica e della malattia. Un grande spunto sono state le città, considerate emblema di problemi sociali e alienazioni, essendo viste come luogo di perdizione di tutti i valori.
L'Italia tra il 1900 e la prima guerra mondiale
Il primo quindicennio del ‘900 in Italia è un periodo ricco di fermento, di dibattito politico-culturale che, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, è segnato dai contatti con la cultura straniera. È con lo scambio interculturale che la cultura occidentale entra in rapporto con quella orientale, anche in ragione del colonialismo delle grandi potenze. Motivi orientali si riscontrano nelle decorazioni dello stile liberty. Una nuova apertura si ha, inoltre, verso l’arte primitiva e africana, che influenzeranno le avanguardie successive, poiché sottolineano la libertà d’espressione (Picasso, Modigliani).
In questo primo quindicennio sono evidenti i frutti del decollo industriale che in Italia si era avuto a fine ‘800: si sviluppa la siderurgia, l’industria tessile, chimica ed automobilistica; le strutture sono generalmente ubicate nell’Italia settentrionale, determinando da una parte lo sviluppo delle città nelle quali si concentra la maggior parte della popolazione, con la conseguente società di massa, dall’altra accentuano le differenze tra nord e sud. Ci si imbarca in una politica imperialista, in un’apertura verso le nuove risorse e mercati, si parla dunque di politica colonialista. Tali idee nazionaliste avranno un forte impatto su varie correnti artistiche, come il futurismo, e di pensiero.
La situazione politica cambia con Giovanni Giolitti, il quale ribalta la tradizionale politica reazionaria dei governi precedenti. Ricorre ad una politica di compromesso e mediazione tra le varie forze: questo, pur funzionando, viene mal visto dagli intellettuali e scrittori, perché vengono meno le ideologie dello "stato forte", vedendo in Giolitti il simbolo della "mediocrità borghese". La società di questo periodo si muove in direzione anti-giolittiana, di disagio intellettuale, di inquietudine da età di transizione. Dal punto di vista culturale si guarda con preoccupazione alle nuove scienze e si ricorre all’estetismo, rifacendosi con il bello.
Il Positivismo subisce una sorta di declino, continuando comunque ad andare avanti (come dimostra il futurismo con il tema della macchina): da una parte c’è forte attrazione per le nuove scoperte scientifiche, dall’altra quasi ci si difende da esse. Di lì a poco, la nuova scienza psicologica avrebbe fornito agli scrittori decadenti strumenti d’indagine più suggestivi e approfonditi. Freud con la scoperta scientifica dell’inconscio incorporerà filosofia e scienza. Nato da una frattura tra l’artista e la società, che con il progressivo affermarsi della civiltà di massa era destinato ad accentuarsi, il decadentismo si esprimeva nell’enfatizzazione della diversità, dell’angoscia, della solitudine, nel privilegiare la malattia rispetto alla salute. Protagonisti del panorama letterario sono in particolare D’annunzio e Pascoli.
Gabriele D'annunzio
D’annunzio visse una vita particolarmente ricca e varia. La sua influenza si esercitò, oltre che nel campo letterario, sul costume e su tutta la società italiana, cercando di proporsi come uomo-immagine, interpretando il gusto di un pubblico che chiede il testo da leggere, e l’immagine di un mito col quale identificarsi. Si dà un posto sui rotocalchi cercando di far parlare di sé; con l’attrice Eleonora Duse è presente in tutte le cronache del tempo, si lascia fotografare seminudo pur di catturare un pubblico. Questo atteggiamento dimostra la tendenza di mercato sempre crescente anche in letteratura.
D’annunzio si presenta in nome di un estetismo sotto forma di superuomo, in grado di proporsi come modello per il mondo, grazie alla capacità di vivere la sua vita come se fosse un’opera d’arte (trasferendo, dunque, il vissuto nell’opera). La bellezza per D’annunzio è un misto tra nuovo e classicità. Legge, così, i simbolisti, incorporandoli con elementi classici. I due miti che servono a localizzare D’annunzio sono quelli della bellezza e del superuomo. Il mito della bellezza si lega a quello dell’eccezionalità, dell’essere fuori dal comune. Tale caratteristica si ripercuote nei personaggi, sia maschili che femminili.
Le donne dannunziane sono fatali, agghindate con abiti alla moda, con atteggiamento teatrale. Gli uomini sono particolari, o fuori dalla normalità. Tutto il repertorio degli oggetti si rifà al lusso e all’antiquariato, gli oggetti sono piccoli simboli da porre accanto ai personaggi e ne acquistano significato. Il linguaggio tende al sublime e consolida un livello di bellezza proposta come inarrivabile. È molto attento alla sonorità, così come alla retorica, alla costruzione della struttura: tutto è armonia.
Il mito del superuomo si esprime nell’opera “Il Fuoco”. Si rifà a Nietzsche, travisandone il significato. Il superuomo del filosofo, infatti, ha una profondità filosofica che D’annunzio non ha. Egli dipinge il superuomo come un personaggio incarnato solo dal poeta, il quale ha ricevuto il compito di portare il senso della bellezza, il fuoco dell’arte, usando il superuomo e la sua figura a scopi politici e personali. Il Fuoco è un disegno del superuomo e di ciò che egli può fare nella società, riuscendo a mettersi a capo delle folle e trascinarle verso eventi straordinari.
All’interno del romanzo, il protagonista si reca a Venezia e porta sulle spalle il cadavere di Wagner. Quest’ultimo è, infatti, l’incarnazione dell’estetica. È un grande esponente del simbolismo. Portare il cadavere di Wagner fino alla tomba significa stabilire una continuità tra D’annunzio e quest’ultimo. Serve, inoltre, per affermare che D’annunzio si sente l’unico in grado di superarlo. Stelio Effrena, poeta e simbolo della poesia stessa, occupa il centro e il romanzo gli orbita intorno. Stelio ama Foscarina, ma è stanco di lei, e Foscarina, la quale impersona Eleonora Duse, ormai in là con gli anni, si sacrifica lasciando il suo posto alla nuova amante. In questo primo livello di lettura riscontriamo tanti elementi autobiografici.
L’autore ci presenta sé stesso e la sua vita; presenta la bellezza della “superfemmina”. Foscarina si immola perché il superuomo sia libero di agire e di affermare la propria volontà. Egli restituisce il fuoco, la prima scintilla della civiltà, alla società. Il fuoco come civiltà che ricomincia e che crea nuove prospettive per l’uomo. Stelio va a Venezia perché questa è la città della decadenza e della morte, del sole che declina, ma che grazie a Stelio tornerà alla luce, poiché egli riporta il fuoco dell’arte. Per D’annunzio è tutto dalla parte dei poeti-vati che “annunciano il verbo”. D’annunzio cerca di dare una risposta alla crisi dei valori dell’epoca: è il mito.
Il ciclo delle Laudi intitolate alle Pleiadi, in un progetto mai completato in 7 volumi, si caratterizzano per l’ideologia del linguaggio poetico. L’Alcyone, il terzo volume delle Laudi, sintetizza il rapporto con la natura; un rapporto d’immedesimazione in cui D’annunzio ritorna in un certo senso fanciullo. Qui il superuomo si prende temporaneamente una pausa, ma non viene eliminato completamente. D’annunzio rimane sempre uguale a sé stesso, non bastano le pause e lo sguardo rivolto dentro, la scrittura frammentata e autoanalitica; chi scrive è il poeta, la sua statura è quella gigantesca del superuomo, la sua parola è ancora il “verbo”.
Giovanni Pascoli
D’annunzio è il poeta dell’aristocrazia, Pascoli della piccola borghesia, a cui offre il suo mondo fatto di cose semplici, quotidiane, contrapposte agli oggetti di lusso dannunziani. D’annunzio è il poeta dei grandi giardini, Pascoli dei giardinieri e degli agricoltori, delle piccole realtà; le piccole cose quotidiane che suggeriscono un certo mistero. Il sublime pascoliano parte dal basso. A cavallo tra ‘800 e ‘900, Pascoli si candida “poeta della nuova era”, nonostante venga mantenuta una forte continuità nei confronti della tradizione letteraria passata.
Questa letteratura si rivolge ad un pubblico vasto: grazie alla facoltà di far emergere il “fanciullino”, gestire e tradurre le sue scoperte, Pascoli entra in contatto con la presenza infantile in ognuno di noi, spostando il potenziale pubblico dall’élite al popolo. Il fanciullino è come una piccola anima che, finché siamo stati piccoli, ha parlato a noi all’unisono. Crescendo, il fanciullino non viene più ascoltato. È questo il compito principale della poesia: dar voce al fanciullino che tutti hanno, ma che non sanno ascoltare. Il fanciullino sembra guardare il mondo per la prima volta, stupito in un rapporto spontaneo con le cose, innocente come se fosse il primo uomo e riscoprisse la visione originaria della realtà.
Oltre alla scoperta delle cose, il fanciullino le nomina per la prima volta, parlando un linguaggio specifico, pre-verbale, pre-grammaticale, ci si affida solo alla sonorità della natura. Non usa, dunque, il nostro linguaggio convenzionale, le cose e le parole ritrovano la loro identità perduta. L’esattezza vuole che siano riportati direttamente i distinti gorgheggi, inserendo elementi sonori puri che, per quanto giustificati dalla rappresentazione della realtà, a volte sono quasi impronunciabili, avviando le associazioni della memoria dal sonoro al visivo. Dal linguaggio arriviamo all’analisi del fanciullino che è dentro ognuno di noi; Pascoli potrebbe precorrere la psicoanalisi e lo studio del nostro inconscio, affacciandosi in un mondo sconosciuto che sarà largamente studiato in seguito.
Pascoli pone comunque una linea di separazione posta a salvaguardare il “nido”. Il limite della siepe porta un doppio messaggio protettivo all’interno, respingente all’esterno da muro invalicabile contro le minacce esterne. L’ideologia del nido si accompagna ad un vero e proprio sgomento di fronte alla realtà, nella quale viveva una fuga dalla storia. Il rifiuto della città contemporanea Pascoli lo concretizza nel malinconico idoleggiare la campagna. Il fanciullino del ‘900 non reca sempre un bene alla società; è anche un fanciullo pestifero, che nomina cose mai state nominate prima, parla di sesso, di tabù, di cose represse all’interno di ogni persona. Il fanciullino del Pascoli, invece, rimane represso, irrigidito, legato alla dimensione del sublime come da tradizione.
Luigi Pirandello
L’opera di Pirandello, che interessa la narrativa e il teatro, è considerata rivoluzionaria. Con il “Fu Mattia Pascal” attacca valori, convenzioni, istituzioni, e assieme a Svevo va considerato come la più lucida coscienza di quella crisi che nel decadentismo trova a sua espressione letteraria. Questo libro segna una piccola svolta, è una letteratura di consumo, che rispondendo alle questioni di mercato cerca di soddisfare un pubblico medio.
L’importanza del linguaggio, il cambiamento repentino da un registro serio ad uno comico, giochi di parole, l’impostazione quasi maccheronica, ci portano ad una visione non più statica della realtà. Essa ora è, infatti, interpretabile anche in modi opposti. Pirandello permette di cogliere, attraverso la riflessione, la complessità del reale, mettendone in luce la molteplicità, andando oltre l’apparenza. Sottolinea come l’uomo non stia più al centro dell’universo, entrando così nell’ottica del relativismo.
Viene dato spazio a cose che sembrano marginali, da qui l’elogio alla pazzia, intesa come fuga dalla realtà. Anselmo, personaggio del libro, usa una metafora per sottolineare la perdita dei valori fondamentali: la vita era fatta da un lanternone, ogni uomo si portava il proprio lanternino per illuminare la strada, prendendo un po’ di fuoco dal lanternone (che è l’insieme dei valori del mondo) che adesso rischia di spegnersi o si è spento; gli uomini brancolano nel buio della vita. È appunto la crisi d’identità dei valori e la perdita dei punti di riferimento. Adesso non ci si può più fidare di una realtà precisa, non esiste una sola verità, non vi è più un senso preciso attribuito alla vita.
È Anselmo ancora che ci parla di un “cielo strappato”: si mette in scena in un teatrino di marionette la tragedia di Oreste. È la morte della tragedia: il personaggio (la marionetta) non è più giostrato o guidato da determinati valori. Il personaggio moderno è quello che si rende conto che il mondo non si muove in un microcosmo perfetto. La marionetta esce fuori da sé stessa e si guarda recitare; esce dalla scena e guarda la realtà come fosse una finzione. Si ricava che l’eroe inetto, perplesso, dubita, esce fuori dal romanzo che non solo racconta, ma si guarda raccontare.
Il romanzo adesso ha un’impostazione teatrale, il protagonista recita, parla al pubblico come in una sorta di monologo. Si ha così l’impressione che il narratore stesso sia l’attore che recita il monologo, diventando meno serio, ironizzando e quasi interagendo con la propria narrazione in una mescolanza dei piani. Questa comicità fa in modo che il lettore non si immedesimi con il personaggio, che non assimili più come oro colato tutto ciò che si dice nel romanzo: la letteratura non è più una grande rivelatrice di verità. La caduta della tragedia incoraggia la comicità, l’uso degli equivoci, le descrizioni grottesche.
Da sottolineare la figura dell’inetto, quasi inadatto alla vita che non riesce a padroneggiare, tenendosene anzi a distanza. Questo ci spiega anche il perché quando torna a casa non ridiventa Mattia Pascal (egli, infatti, credeva nella possibilità di costruirsi un’altra identità e approfitta del caso, una vincita al gioco e la notizia che un morto suicida è stato scambiato per lui, ma ovviamente fallisce, in una società in cui non si può vivere al di fuori delle finzioni imposte). Ma il “Fu Mattia Pascal”. Importante è la dimensione del doppio (Mattia Pascal / Adriano Meis) che si serve per comprendere lo sdoppiamento dell’individuo, sottolineando la perdita d’identità del mondo moderno.
Nella “teoria dell’umorismo” si concretizza la poetica pirandelliana tutta volta a cogliere le contraddizioni della realtà. È la riflessione che porta Pirandello a questa teoria, nella quale l’autore opera una...
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