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I problemi, in Kenya, sono iniziati con la colonizzazione inglese. I primi europei giunsero alla

fine del XIX secolo, per accaparrarsi quanto più continente fosse possibile. Le terre vennero

tolte ai legittimi proprietari, i quali furono costretti a trasferirsi e ad abbandonare le loro

proprietà. Le zone migliori, come gli altipiani, erano particolarmente apprezzate dai coloni,

perché il terreno era fertile, senza malattie debilitanti come la malaria, e il clima era perfetto.

Perfetto per sostituire le piantagioni locali con le più monetizzabili coltivazioni di frumento,

mais, caffè e tè, destinate alle esportazioni.

Questa fu una delle cause principali della diffusione in Kenya di malattie associate alla

malnutrizione, un fenomeno di cui Wangari non ricorda di aver mai sofferto, grazie alla

coltura di legumi, radici, miglio, mais e molte varietà di frutti, cibi nutrienti che la terra

rigogliosa degli altipiani offriva in abbondanza.

In seguito al disboscamento a fini commerciali, la legna da ardere e per cucinare cominciò a

scarseggiare, motivo per cui la popolazione dovette abbandonare l’alimentazione locale, ed

adottarne una meno salutare e nutriente, perdendone in robustezza e forza fisica.

«Non solo l’industria zootecnica era minacciata dal degrado ambientale, ma (…) tutto il Paese

ne avrebbe pagato le conseguenze. Il legame fra i problemi dell’ambiente e le loro cause

(disboscamento, distruzione della vegetazione, agricoltura non sostenibile e perdita del

terreno) era ovvio» (Maathai 2006).

Tra le conseguenze del disboscamento, oltre alla carenza alimentare, si è assistito al graduale

impoverimento del terreno. La coltivazione intensiva basata sulle monocolture e l’abuso di

fertilizzanti chimici, ha prosciugato il suolo della sua fertilità, che non può più riprodursi per

la mancanza della copertura forestale, favorendo tra l’altro la desertificazione. La mancanza

di radici degli alberi, utili alla stabilità e alla compattezza del terreno, provoca erosioni e

frane.

Per le società non industriali, le attività lavorative legate alla terra sono di fondamentale

importanza per la sussistenza, e i frutti che la terra offre sono principalmente (se non

integralmente) diretti all’autoconsumo. La proprietà di un appezzamenti di terreno, inoltre, è

una rappresentazione dello status sociale e della rispettabilità di un clan o di una famiglia.

Nella società samoana (…) la terra è ancora vista come la fonte primaria di sostentamento

economico e di potere politico (ai titoli più importanti corrispondono i maggiori appezzamenti

di terra). (Duranti, 1992) [3].

In Etiopia i terreni furono confiscati ai legittimi proprietari alcuni decenni fa, durante il

regime comunista (questo ci fa pensare a quanto accadde nel Kenya di Wangari ai tempi del

colonialismo). Finita la dittatura, lo sceicco arabo Mohamed Al Amoudi, grazie ad un accordo

2

di privatizzazione con il governo etiope, rilevò i terreni che invece avrebbero dovuto essere

restituiti ai vecchi proprietari del posto (Internazionale 2009).

Uno dei più grandi investitori che partecipano alla “corsa alla terra” è l’Arabia Saudita. I

funzionari del governo e del settore agroindustriale saudita cercano terre, soprattutto in paesi

come Mali, Senegal, Sudan ed Etiopia per creare piantagioni, promettendo di aumentare la

produttività del terreno tanto da soddisfare sia le esportazioni, sia i bisogni alimentari del

continente africano. A tali promesse, i governi locali sono più che disponibili a svendere la

terra a prezzi irrisori, magari in cambio del finanziamento di infrastrutture locali.

Il terreno di investimenti maggiormente coinvolto in questo “furto globale della terra” è

certamente l’Africa.

Al disastro ecologico che avanza, occorre trovare una soluzione, o meglio più soluzioni che

prevedano una forte cooperazione a livello locale. Iniziative che necessariamente devono

essere appoggiate e devono coinvolgere gli abitanti delle località interessate, perché un

intervento è adeguato e funzionale solo se rispettoso della cultura, degli usi e costumi locali.

«Né le agenzie per lo sviluppo né le ONG (organizzazioni non governative) riusciranno nel

loro intento se cercano di imporre i loro obiettivi senza tener conto di pratiche, costumi,

regole, leggi, credenze e valori dei popoli interessati» (Kottak 2008).

Occorre, pertanto, intraprendere campagne di sensibilizzazione pubblica sulla necessità di

ripiantare alberi. Fra le varie soluzioni, infatti, vi è quella di puntare a città più verdi.

«A mio modo di vedere, lo spirito harambee avrebbe spinto i kenioti a piantare alberi per

[4]

proteggere il paese dalla desertificazione. Così facendo, avremmo anche salvaguardato il

sostentamento di milioni di piccoli contadini.» (Maathai 2006). Fu allora che nacque il Green

Belt Movement, dall’idea di rinverdire le aree , richiamando di nuovo uccelli e piccoli animali

e rigenerando la vitalità del suolo. Il movimento e le crescenti iniziative, però, richiedevano

persone e istituzioni che fossero disponibili a sponsorizzarli. Infatti il Green Belt Movement,

oltre a un modo per risanare l’ambiente, mirava a offrire un’occupazione remunerata agli

abitanti locali, soprattutto donne , che avendo abbandonato le loro terre ai tempi del

[5]

colonialismo, si ritrovavano senza lavoro. Si trattava di contadine, che non avendo ricevuto

un’istruzione necessitavano di consigli, per cui le guardie forestali spiegavano loro come

gestire i vivai. «Consigliai loro di considerare le piantine in un altro modo. “Non penso che

abbiate bisogno di un diploma per piantare un albero” dissi. “Usate il vostro intuito

femminile. Queste piantine sono molto simili ai semi con i quali avete a che fare tutti i giorni,

di fagioli, di mais e di miglio. Metteteli nella terra. Se sono buoni, germineranno. Se non lo

sono, non lo faranno. Semplice.”» (Maathai 2006). 3

Un’ulteriore testimonianza di quanto sia importante aumentare le aree boschive arriva dal

Burkina Faso. Yacouba Sawadogo è un contadino a cui si riconosce di aver contribuito

largamente allo sviluppo di un’agricoltura basata sulla piantagione di alberi. La sua famiglia

possedeva una grande fattoria nel Sahel occidentale, che tra il 1972 e il 1984 attraversò un

periodo di siccità che decimò la produzione alimentare di tutto il Sahel e vaste distese di

savana si desertificarono. Sawadogo decise di riprendere una tecnica tradizionale che i

contadini avevano usato per secoli che prevedeva di scavare dei pozzi poco profondi -zai- per

raccogliere le acque piovane e farle confluire nelle radici dei raccolti. Prese anch’egli a

scavare zai più grandi, per raccogliere più acqua, e vi sparse dentro del concime durante la

stagione secca. A causa dei semi contenuti nel concime, tra le file di miglio e sorgo,

iniziarono a nascere alberi, che facevano aumentare i raccolti donando fertilità al terreno.

Le tecniche adottate da Sawadogo e dai contadini del Sahel potrebbero aiutare milioni di

agricoltori ad affrontare il riscaldamento globale a cui andiamo incontro, che porterà

maggiore siccità, infestazioni più frequenti e violente inondazioni.

«Gli alberi proteggono le colture dal caldo e aiutano il terreno a conservare l’umidità. Le

foglie che cadono formano una specie di strato protettivo che aumenta la fertilità del terreno e

produce foraggio per il bestiame.» (Internazionale 2009)

Il legno, inoltre, è ancora la principale fonte di energia nell’Africa rurale.

«La crescita del settore agricolo di un paese è la causa principale della riduzione della

povertà. Sovvenzionando alcuni agricoltori, i governi creano la competizione necessaria per

impedire il monopolio sulle sementi che fa lievitare i prezzi a dismisura. La lotta alla fame

non deve concentrarsi sugli aiuti stranieri, ma sulla ricerca.» (Internazionale 2009).

Dopo quattro anni di carestia, il Malawi ha deciso di reagire, ignorando i consigli degli esperti

agricoli favorevoli alla privatizzazione (sistema adottato dalla maggior parte dei paesi in via

di sviluppo) e investendo 60 milioni di dollari di sussidi di stato nell’agricoltura. Il governo

locale ha dato fiducia agli agricoltori, ed ha finanziato programmi di formazione per insegnare

ai contadini nuovi metodi di irrigazione e nuove forme di gestione. Oggi il Malawi è un

grande esportatore di cereali.

La riforestazione che sta rinverdendo il Sahel e le tecniche locali che permettono al Malawi di

aumentare la produzione agricola non sono dovute solo allo scambio di informazioni tra gli

agricoltori e all’assistenza di piccole ONG. Anche le scelte politiche dei governi hanno avuto

(e continueranno ad avere) un ruolo importante.

Nel 2000, grazie alle centinaia di migliaia di donne e uomini coinvolti nel Green Belt

Movement, si contarono più di trenta milioni di alberi piantati solo in Kenya. 4


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AUTORE

Moses

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti relativi alla tutela ambientale in Africa con trattazione dei seguenti argomenti: la tutela ambientale, la situazione del Kenya diventato un Paese con aree di fame, deprivazione sociale e povertà, il Kenya descritto da Maathai, l'Arabia Saudita e la "corsa alla terra", le situazioni di disastro ecologico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, sociali e internazionali
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Zamponi Mario.

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