Politiche e relazioni internazionali nel mondo contemporaneo
L'equilibrio di potenza
Quello di equilibrio di potenza (o "balance of power") è una situazione di ricerca e mantenimento di un bilanciamento dei rapporti di forza in seno al piano internazionale. Come concetto precede di millenni la nascita delle relazioni internazionali come disciplina scientifica (trovando riferimento persino nell’Iliade di Omero). Nel corso del tempo, gli sono stati attribuiti diversi possibili significati, tra cui quello predominante che lo definisce come "l'eguale distribuzione del potere", ossia una situazione in cui una pluralità di stati ha un simile o lo stesso livello di potere – qualunque sia il modo per descrivere e misurare tale potere. Concretamente, l'espressione "eguale distribuzione" non indica che tutti gli stati considerati sono ugualmente potenti, bensì che nessuno di essi (da solo o attraverso alleanze) è in grado di dominare sugli altri.
Questa condizione, oltre che a simili livelli di potere e risorse controllati dai vari stati, necessita che, qualora uno degli stati di un sistema diventasse più potente rispetto alla media, rischiando di poter potenzialmente acquisire una posizione di predominanza sugli altri, questi ultimi, pur essendo tra loro rivali, decidano di contrastarlo unitariamente per ristabilire l'equilibrio iniziale, dando vita a un'alleanza di contro-bilanciamento che andrà a sciogliersi una volta conseguito l'obiettivo prefissato (si tratta di un'alleanza non per qualcosa, ma contro qualcuno).
Classico esempio di questa strategia è l'alleanza fra Regno Unito, Stati Uniti e Unione Sovietica contro la Germania nazista, un'alleanza che, una volta terminata la guerra, si dissolse, lasciando spazio alla Guerra Fredda. L'equilibrio di potenza sarebbe uno dei più importanti meccanismi tramite i quali il sistema internazionale rimane plurale e anarchico, ossia un contesto in cui sono presenti molteplici attori statali formalmente pari ordinati, poiché le spinte che potrebbero portare ad accentrare il potere e trasformare il sistema da anarchico in gerarchico sono arrestate ricorrendo ad alleanze di contro-bilanciamento.
D'altra parte, esso sarebbe un meccanismo benefico perché favorirebbe la stabilità del sistema internazionale, che sarebbe riportato all'equilibrio, prevenendo lo scoppio di conflitti molto vasti in base alla logica razionale secondo cui non si attacca un rivale con un potere simile al proprio (visto che esso avrebbe buone probabilità di vincere). I teorici dell'equilibrio di potenza affermano che il contro-bilanciamento è la scelta più razionale e conveniente per uno stato, poiché, per quanto impegnativa e dolorosa, nel lungo periodo gli permetterebbe di mantenere intatta la propria autonomia rispetto agli stati rivali.
Esso sarebbe, inoltre, un meccanismo antico, immanente nelle relazioni internazionali, che sarebbero da vedersi come un sostanziale susseguirsi di sistemi di equilibrio di potenza (classico esempio è quello dell'Europa moderna). Tali posizioni, però, non sono condivise dalla totalità degli studiosi, che fanno riferimento a un'altra strategia, chiamata "bandwagoning" (in italiano "salire sul carro del vincitore").
Quest'ultima prevede che, quando uno stato acquisisce una forza superiore a quella media degli stati che compongono un sistema, la scelta più razionale per questi sarebbe quella di allearsi con questa nuova potenza, per ottenere la sua protezione e una posizione di favore. Questa scelta, dettata da vari fattori (come l'affinità del regime politico o la percezione che l'attore più potente sia meno pericoloso per i propri interessi), ha, effettivamente, degli esempi storici a cui rifarsi, quali la decisione dell'Europa occidentale di allinearsi agli USA durante la Guerra Fredda e le implicazioni relative alla teoria del domino (l'idea che la caduta del Vietnam alla pressione comunista avrebbe dato via a una reazione a catena che avrebbe portato i comunisti al potere in tutto il Sud Est asiatico e l'Estremo Oriente).
Se la teoria del domino è un esempio pratico del fenomeno del bandwagoning, gli effetti della caduta di Saigon (capitale del Vietnam del Sud) e della sconfitta americana sono invece riconducibili alla strategia dell'equilibrio di potenza. Infatti, la Cina, che pur aveva sostenuto i Vietcong e il Vietnam del Nord contro le ingerenze statunitensi nell'area, si ritrovò a essere preoccupata dal successo indiretto che aveva ottenuto l'Unione Sovietica, la quale avrebbe potuto diventare la potenza egemone sul sud-est asiatico.
Perciò, il governo cinese ha cominciato una politica volta ad avvicinare il paese agli Stati Uniti capitalisti, che, peraltro, nemmeno ne riconoscevano l'esistenza. Questo fenomeno è chiamato dai teorici dell'equilibrio di potenza "flessibilità degli allineamenti" e consiste proprio nell'osservare che il meccanismo dell'alleanza di contro-bilanciamento funziona indipendentemente dall'allineamento ideologico degli attori coinvolti, nell'ottica realista secondo cui le relazioni di potere e la tutela dei propri interessi prevalgono, nell'arena internazionale, sulle questioni ideologico-morali. Altro esempio di ciò è l'alleanza tra UK e USA capitalisti da un lato e URSS comunista dall'altro contro la minaccia comune dell'Asse.
La conclusione di quell'esperienza, che ha visto la formazione di una nuova contrapposizione internazionale fra gli ex-alleati vincitori della Seconda Guerra Mondiale, mette in rilievo la natura delle alleanze di contro-bilanciamento, che non poggiano su convergenze a lungo termine di interessi comuni o sulla realizzazione di progetti costruttivi, bensì sono alleanze provvisorie strette contro qualcuno, risultando spesso anche innaturali e, tipicamente, cessando di esistere una volta sconfitto il nemico comune.
Teoria del balance of power
La teoria del balance of power è chiaramente d’ispirazione realista, in primo luogo perché conferma l’idea che le logiche della politica internazionale non mutano con il passare del tempo (restando improntate alla pluralità degli attori e all’anarchia internazionale), in aggiunta esprime una visione stato-centrica, guardando agli stati come gli unici attori rilevanti nella politica internazionale, infine fa riferimento ai temi della sicurezza, della gestione della conflittualità e della competizione piuttosto che alla dimensione valoriale e alla cooperazione internazionale.
Tra il realismo classico di Morgenthau e il realismo strutturale/neorealismo di Waltz, però, si riscontrano delle differenze d’interpretazione. In effetti, il realismo classico sostiene un’interpretazione volontaristica, in base alla quale l’equilibrio di potenza poggia sul fatto che i leader, essendo razionali ed egoisti, realizzano che tale strategia è quella più razionale e conveniente per i rispettivi stati, soprattutto per il mantenimento di una piena indipendenza nel medio-lungo periodo.
Il realismo strutturale, invece, dà un’interpretazione spontaneistica, secondo cui, coerentemente con la visione sistemica della politica internazionale di cui tale scuola si fa portatrice, il sistema delle relazioni internazionali presenta delle dinamiche interne che, anche a prescindere dalle volontà dei singoli leader, producono e riproducono le condizioni che favoriscono l’equilibrio di potenza (similarmente al mercato, che, per esempio, è intrinsecamente soggetto alla legge della domanda e dell’offerta al di là dell’operato e dei desideri dei suoi attori).
Quindi, l’equilibro di potenza sarebbe una proprietà del sistema internazionale, il quale sarebbe, quindi, un sistema omeostatico, che tende cioè a tornare sempre alla sua originaria situazione di equilibrio. Da segnalare che per i neorealisti le caratteristiche fondamentali del sistema internazionale, che lo distinguono completamente dai sistemi interni degli stati, sono l’anarchia internazionale, la mancanza di differenziazione funzionale (tutti gli stati devono svolgere un medesimo set di funzioni perché nessuno lo farà al loro posto – per esempio l’auto-tutela) e l’eterogeneità del livello di potenza (essendo tutti gli stati sovrani e con pari funzioni, a distinguerli è il loro livello di potere, in qualunque modo esso sia misurato).
Un’altra distinzione nel modo in cui il realismo classico e quello strutturale concepiscono il meccanismo dell’equilibrio di potenza riguarda l’ambito in cui esso viene applicato. Da un lato, gli studiosi classici affermano che esso è tipico dei sistemi multipolari, proprio perché, in un contesto contraddistinto da una pluralità di attori rivali di simile potere, l’aumento della potenza di uno di essi porta al consolidamento di tutti gli altri in un’alleanza di contro-bilanciamento, la quale, per definizione, necessita la collaborazione di almeno due stati che decidono di collaborare per contrastare una minaccia comune (quello che si definisce "external balancing").
D’altro canto, i neorealisti, e in particolare Kenneth Waltz, sostengono invece che quello dell’equilibrio di potenza sia un meccanismo tipico dei sistemi bipolari. Questa posizione, che risente delle influenze della Guerra Fredda, sottolinea che, nei sistemi multipolari, vista la presenza di più possibili alternative a una potenza in ascesa, sussiste il rischio che nessuno degli altri attori del sistema si assuma la responsabilità di dare il via alle operazioni di contro-bilanciamento, ricorrendo a quella strategia definita del "buck passing", che consiste proprio nel lasciare ad altri stati il compito di assumersi la responsabilità di mettere in pratica un certo comportamento, così da non subirne in prima persona le conseguenze negative ma raccogliendone comunque i frutti benefici (per esempio: la Conferenza di Monaco del 1938).
Al contrario, in un sistema con solo due poli non c’è un attore ulteriore a cui passare la "patata bollente", perciò l’ascesa di una potenza deve essere contrastata necessariamente dall’altra potenza presente. (Il multipolarismo garantisce flessibilità degli allineamenti, ma rigidità delle strategie. Al contrario, il bipolarismo garantisce rigidità degli allineamenti, ma flessibilità delle strategie.)
Waltz, inoltre, mette in luce un altro meccanismo problematico tipico dei sistemi multipolari, ossia il "chain-ganging", vale a dire il fatto che le alleanze rigide (cioè da cui è costoso uscire, economicamente e politicamente) pongono il rischio di togliere autonomia decisionale agli stati membri, costringendoli a prendere decisioni che, di loro esclusiva volontà, non avrebbero preso in quanto eccessivamente sconvenienti (il tipico esempio storico è come l’instabilità nei Balcani, culminata nell’attentato di Sarajevo, ha portato allo scoppio della Prima Guerra Mondiale).
In generale, le alleanze pongono in essere quello che Glenn Snyder chiama il "dilemma della sicurezza delle alleanze": queste ultime, al netto dei molti benefici che possono portare agli stati membri, possono agire nei loro confronti come delle "tenaglie", i cui due bracci sono costituiti dal buck passing e dal chain-ganging, ossia dai rischi opposti di essere abbandonati a se stessi dai propri alleati perché nessuno vuole accollarsi i costi di un intervento in supporto di uno stato alleato o di essere costretti a impiegare ingenti risorse per delle problematiche che non interessano direttamente lo stato in questione ma di cui è costretto a occuparsi dai vincoli posti dall’appartenenza a un’alleanza.
Limiti dell'equilibrio di potenza
Il meccanismo dell’equilibrio di potenza non è in grado di dare spiegazione a tutti gli eventi della storia delle relazioni internazionali, motivo per cui vari suoi teorici hanno cercato di rielaborare questo modello in modo da migliorarne le qualità esplicative. Tra questi, Stephen Walt ha dato vita, negli anni ’80, alla logica dell’equilibrio di minaccia, in base alla quale la scelta degli stati di mettere in moto il meccanismo di bilanciamento è da ricondurre non al semplice aumento della potenza di un altro stato, bensì a quattro criteri.
Il primo riguarda, appunto, la minacciosità che viene percepita nell’operato dello stato che si sta rafforzando, per cui tale rafforzamento è da vedere come un pericolo potenziale per gli altri attori del sistema internazionale. Il secondo è da ricondurre a quello che Robert Jervis ha chiamato "equilibrio difesa-offesa", ossia all’idea che, a seconda delle epoche storiche, prevale l’uso di armi tendenzialmente a scopo offensivo (per esempio durante la Seconda Guerra Mondiale o al giorno d’oggi) o difensivo (come nel Medioevo o nella Prima Guerra Mondiale), un’idea che, in questo caso, si declina nel senso che, quando le tecnologie belliche sono maggiormente propense all’offesa, il livello di minaccia è maggiore rispetto al caso contrario.
Il terzo si rifà alla distinzione fra le potenze continentali (come Russia e Germania) e quelle marittime (tipicamente lo UK), ossia tra le potenze il cui sviluppo avviene via terra o via mare, con le prime che sono ritenute più minacciose poiché la loro influenza è tendenzialmente espansa attraverso la conquista di territori, invece che con il traffico sui mari (che in gran parte non sono soggetti alla sovranità degli stati). Infine, la minacciosità è rapportata a quelle che sono le intenzioni attribuite a uno stato che sta aumentando la propria forza (variabile troppo generica).
Il focus su concetti soggettivi e difficilmente misurabili (intenzionalità, minaccia), però, sebbene favorisca la descrizione e spiegazione degli eventi in un momento successivo al loro avvenimento, si ripercuote al livello della capacità predittiva propria di questo modello, visto che non si ha a che fare, come è invece il caso dell’equilibrio di potenza classico, con una grandezza indicizzabile (il potere – militare soprattutto ma anche, al di là dell’ottica realista, economico) e con un meccanismo che tendenzialmente si ripete con costanza.
Capacità esplicativa e contesto contemporaneo
Sempre nell’ottica di aumentare la capacità esplicativa della teoria dell’equilibrio di potenza, le potenze possono essere distinte in conservatrici e revisioniste. Questa distinzione, che esiste nella letteratura politica da secoli, separa le potenze che intendono preservare le logiche dell’ordine internazionale vigente, seppur acquisendo maggiore potenza al suo interno, da quelle che vogliono rivedere e modificare a proprio vantaggio lo status quo delle relazioni internazionali, ricorrendo, se necessario, anche alla forza (classico esempio è la Germania durante la prima metà del Novecento, mentre la classificazione della Cina attuale è oggetto di dibattito). Vari studiosi ritengono che la strategia del bilanciamento tipica dell’equilibrio di potenza sia più frequentemente utilizzata contro le potenze revisioniste che contro quelle conservatrici.
Un’altra distinzione è quella tra i sistemi internazionali omogenei ed eterogenei, elaborata dallo studioso realista (anche se con alcune posizioni originali) Raymond Aron. I primi sono sistemi internazionali in cui le potenze, per quanto rivali, hanno visioni politico-ideologiche compatibili tra di loro (di solito di stampo conservatrice), mentre i secondi vedono la presenza di almeno una potenza con visioni socio-politiche completamente diverse dalle altre. Quest’ultima situazione rende la situazione internazionale più instabile e prona alla guerra, poiché il terreno di scontro è incentrato su questioni ideologiche, che rendono le differenti parti molto meno inclini al compromesso (esempi di tali sistemi sono quello della Guerra Fredda, quello dell’Europa degli anni ’20 e ’30 e quello dell’Europa durante l’età napoleonica).
Parecchi studiosi hanno sostenuto che il meccanismo dell’equilibrio di potenza, a cui era fatto sovente ricorso in passato, non è più adatto all’attuale politica internazionale, in primis come conseguenza della massificazione della politica. In effetti, in un’ottica liberale (secondo la quale le dinamiche interne agli stati ne condizionano l’operato nell’arena internazionale), l’ottenimento, da parte delle masse popolari, della possibilità di controllare e indirizzare efficacemente l’operato dei leader politici ha ostacolato la possibilità di stringere alleanze eterogenee e flessibili dal punto di vista ideologico.
Infatti, i governi dei paesi democratici, per evitare crisi di consenso che ne causino la sconfitta elettorale, tendono ad allinearsi ad altre democrazie, stringendo alleanze durevoli che, più che all’equilibrio di potenza, sono classificabili come esempi di bandwagoning compiuto per affinità ideologica (come è accaduto tra USA ed Europa occidentale nel secondo dopoguerra). Altro fattore contemporaneo che ostacola il ricorso al bilanciamento è l’innovazione tecnologica, che ha reso difficile prevedere e quantificare l’effettiva potenza dei vari stati, non soltanto perché è difficile tenere conto del loro potenziale in relazione alla guerra cibernetica, ma anche perché la stessa evoluzione delle tecnologie è veloce e imprevedibile.
Infine, è lo stesso rapporto dei governi e dei popoli con la guerra a essere mutato radicalmente dopo le due guerre mondiali: questo perché esse hanno dimostrato la natura di guerre totali che contraddistingue i conflitti odierni, che hanno un impatto ancora più devastante su popolazioni e territori delle già tremende guerre più “antiche”.
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