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Capitolo I: La politica estera dell'Unità (1861-1870)

Il riconoscimento internazionale

Già all’indomani del 17 marzo 1861, giorno della proclamazione del Regno con il conferimento del titolo di re d’Italia a Vittorio Emanuele II, il nuovo Stato si trovò impegnato ad ottenere quel riconoscimento richiesto dal diritto internazionale, necessario per la creazione dei rapporti politici e commerciali con gli altri stati. Se da alcuni il Risorgimento italiano era stato seguito con favore e simpatia, ad altri questo rapido successo ispirava diffidenza. Tra gli stati simpatizzanti c’era l’Inghilterra:

  • Favorevole al nuovo stato in previsione del ruolo che esso avrebbe potuto svolgere nel contenere l’influenza francese nel Mediterraneo (rapida via di comunicazione con le terre dell’impero in India e nel Sud-Est asiatico).
  • La Francia: che nell’ultima fase del Risorgimento era stata la grande alleata, dopo qualche esitazione comunicò il suo riconoscimento, pur riconfermando l’intenzione di mantenere le proprie truppe a Roma.
  • Altri Stati: Svizzera, Stati Uniti, Impero ottomano, Argentina e Messico.

Nemici del nuovo Stato erano, invece, l’Austria e il papa. La perdita di una delle più ricche province dell’impero per l’una e di due terzi del territorio per l’altro erano ragioni sufficienti a radicare un’ostilità che aumenterà con le due principali rivendicazioni del Regno d’Italia a loro carico, e cioè Roma e Venezia.

Cavour e l'eredità cavouriana

Sui meriti della politica cavouriana è stato detto tutto. Di Cavour come di Garibaldi è impossibile parlare male. La fama del conte riceve un’ulteriore consolidamento dalla considerazione che egli si conquistò all’estero presso i governi e dalla considerazione postuma di grande statista che ne fece la storiografia europea e inglese in particolare. Dalla sua morte alla stipula della Triplice Alleanza la politica estera italiana ruoterà attorno a due temi fondamentali: quello dei rapporti con la Francia e quello del conflitto con il papato. La genialità di Cavour era stata quella di aver fatto la grande politica a livello europeo in nome di un piccolo paese che non disponeva né di un esercito né di una diplomazia a livello delle altre nazioni, ma che era situato in una posizione strategica di grande importanza, posto al centro del Mediterraneo in una posizione favorevole alla mediazione dei rapporti tra il mondo orientale e quello occidentale.

Ma della grande potenza l’Italia aveva solo la popolazione che cresceva rapidamente. Per quasi tutto il primo decennio di vita la situazione finanziaria del nuovo Stato restò sull’orlo della bancarotta e nel maggio del 1866 il governo fu costretto ad introdurre il corso forzoso con l’abolizione della convertibilità in oro dei biglietti di banca. Al peso costituito dai debiti dei vecchi Stati italiani assunti dal Regno al momento dell’Unità, si aggiungevano le spese della guerra del cosiddetto brigantaggio.

In conclusione, al momento del suo ingresso nella comunità internazionale, il paese era in sensibile ritardo rispetto a quelli dell’Europa occidentale e centrale. Anche se il divario non era incolmabile, il recupero avrebbe richiesto un lungo periodo. La classe dirigente che assunse la guida del paese, dopo la morte di Cavour, era pienamente cosciente dei compiti e delle difficoltà che l’attendevano, ma sui programmi di ricostruzione e di crescita andavano a pesare il problema della sicurezza e quello dei confini. Così si alterneranno due tipi di politica differenti: una politica di conservazione dei confini acquisiti e una di espansione degli stessi; ciò si rifletterà su di una politica estera che alternerà fasi di remissività a rivendicazioni intempestive e difficili da conseguire. L’Italia potrà contare su una diplomazia di qualità decisamente superiore alle dimensioni e alle risorse del paese (mancava infatti il supporto di una forza armata competitiva).

Roma o Venezia?

Nel primo decennio di vita del nuovo Stato, Roma e Venezia rappresenteranno gli obiettivi fondamentali per il completamento dell’unità del paese. Bisogna considerare che la posizione italiana in questi anni è indebolita, oltre che dalla scomparsa di Cavour, dalla guerra contro il brigantaggio e dalle continue proteste sociali nel Sud. Subito dopo la costituzione del primo governo del Regno, Cavour avanzò delle proposte (discorsi alla Camera del 25 e 27 marzo del 1861). Dopo aver riconfermato l’esigenza di Roma capitale, chiedeva alla Chiesa di abbandonare il potere temporale in cambio di garanzie al papa di esercitare sue funzioni e piena libertà alla Chiesa di svolgere il suo magistero nel quadro di “una libera Chiesa in un libero Stato”. Seguiva l’impegno a corrispondere al papa una cospicua rendita annua. L’offerta di Cavour trovò eco presso il governo francese, il quale avanzò una proposta alternativa che manteneva al papa il territorio della regione laziale e chiedeva all’Italia l’impegno a “non attaccare e a impedire con l’uso della forza ogni attacco proveniente dall’esterno”.

Le due posizioni erano lontane. Cavour proponeva la rinunzia del papa al potere temporale, Napoleone III voleva conservarglielo; tuttavia il governo italiano accettò di negoziare. Successivamente alla morte di Cavour si inserisce nel quadro del Regno la pericolosa iniziativa di Vittorio Emanuele III, il quale puntava sull’acquisizione di Venezia con il ricorso a un nuovo conflitto contro l’Austria. Approfittando di un movimento liberale in Grecia contro il re Ottone e in Ungheria contro l’Austria, il re stava pensando ad un’operazione in tre atti:

  • Il primo prevedeva un intervento a sostegno dei liberali greci per sostituire re Ottone con un Savoia che avrebbe dichiarato guerra all’impero ottomano con la Serbia.
  • In un secondo tempo una spedizione garibaldina in Dalmazia avrebbe incoraggiato un’ipotetica rivoluzione ungherese.
  • A conclusione era previsto l’intervento dell’esercito italiano contro l’Austria con la partecipazione della Francia.

Ma Napoleone III, al quale venne presentato il piano, lo respinse categoricamente. Intanto Garibaldi, nominato presidente dell’Associazione emancipatrice italiana, iniziava ad organizzare una serie di comitati fautori di un’azione per Roma capitale. Alla fine di agosto partiva dalla Sicilia con 2.000 volontari, sbarcava in Calabria ma veniva fermato ad Aspromonte da reparti dell’esercito comandati dal colonnello Pallavicini. Nello scontro lo stesso Garibaldi, ferito ad un piede, venne arrestato.

Queste vicende si intrecciavano con quelle non meno turbolente a livello parlamentare. Alla fine di febbraio il governo Ricasoli si era dimesso per le crescenti difficoltà tra il re e il suo primo ministro che, ostile al piano reale della guerra contro l’Austria per Venezia, sosteneva piuttosto le agitazioni democratiche per Roma capitale, suscitando le reazioni della Francia (protettrice del papa). Lo sostituì Urbano Rattazzi, che godeva da sempre della fiducia di Vittorio Emanuele II ed era gradito alla Francia. In un primo tempo Rattazzi sembrò voler sostenere l’avventura balcanica voluta dal re; ma poi cambiò indirizzo e insieme a Vittorio Emanuele II sembrò sostenere la nuova impresa garibaldina per Roma. Tuttavia, di fronte alle continue minacce di Napoleone III di usare la forza per impedire la spedizione garibaldina, il governo si vide costretto a sconfessare il tentativo di Roma capitale.

Una politica estera ambigua

Un grande pericolo per il nuovo regno era quello emerso dalla confusione dei poteri in materia di politica estera tra il re e il suo stesso governo. La prassi del Presidente del Consiglio di assumere anche il portafoglio degli Esteri, inaugurata da Cavour e continuata anche da Ricasoli e Rattazzi, portava necessariamente problemi; anche rispetto ad un sovrano il quale credeva che la politica estera fosse di sua esclusiva competenza. Infatti, non va dimenticato che l’art. 5 dello Statuto albertino attribuiva al sovrano piena libertà di azione nel campo della politica estera. Ne nascevano malintesi. Bisognerà attendere molti anni per far modo che la situazione cambi. Al sovrano resterà il potere decisionale nelle questioni più rilevanti di politica internazionale, mentre la conduzione della politica estera diventerà compito del presidente del Consiglio e di un ministro degli Esteri, sottoposti ad un controllo parlamentare.

La convenzione di Settembre

Una svolta importante nel conflitto per Roma capitale fu la Convenzione di settembre: accordo firmato a Parigi tra Italia e Francia il 15 settembre 1864 per normalizzare i rapporti tra il Regno d'Italia e lo Stato della Chiesa. Prevedeva che: la Francia ritirasse le sue truppe da Roma nell'arco di due anni per dar tempo allo Stato Pontificio di organizzare un proprio esercito che il governo italiano si impegnava a riconoscere. Una clausola segreta prevedeva inoltre il trasferimento della capitale da Torino (troppo decentrata rispetto al baricentro economico del paese) a Firenze, come atto simbolico di rinuncia a Roma capitale. La clausola del trasferimento, in realtà, era solo una soluzione che accantonava temporaneamente la questione di “Roma capitale”, come apparve chiaro successivamente con la Breccia di Porta Pia (quando nel 1870 l’esercito italiano, comandato dal generale Cadorna, occupò la città. L’evento sancì la fine del potere temporale della Chiesa e l’unificazione dell’Italia).

L’alleanza con i prussiani e la terza guerra d’indipendenza

L'ultimo conflitto combattuto per l'unificazione italiana scaturì da una svolta nella politica internazionale. Il Regno d'Italia, da poco formatosi, si alleò con la Prussia allo scopo di trarre vantaggio dalla competizione austro-prussiana per la supremazia in Germania, dove parimenti era in atto un processo di unificazione nazionale. Fu il cancelliere prussiano Bismarck a offrire al governo italiano un'alleanza militare: Prussia e Regno di Sardegna sottoscrissero quindi un patto segreto (8 aprile 1866), con il quale l'Italia si impegnava a entrare in guerra contro l'Austria non appena la Prussia avesse aperto le ostilità: il vantaggio sarebbe consistito nell'acquisizione del Veneto, di Venezia e della provincia di Mantova. In quanto al Trentino, Bismarck sarebbe stato disposto a sostenere la richiesta se il nostro esercito lo avesse conquistato durante il conflitto.

La guerra iniziò il 20 giugno 1866. Le operazioni militari furono condotte dai generali La Marmora ed Enrico Cialdini. Nonostante l'inferiorità numerica (70.000 uomini contro 200.000) l'esercito austriaco riuscì a sorprendere alcune divisioni italiane nei pressi di Custoza. Il 20 luglio nei pressi dell'isola dalmata di Lissa la flotta italiana, al comando dell'ammiraglio Persano, subì una clamorosa sconfitta da parte degli austriaci che si concluse con l'affondamento della cannoniera Palestro e della nave ammiraglia Re d'Italia. All'esito negativo della guerra fu posto rimedio grazie alla vittoria dei prussiani, che sbaragliarono gli austriaci nella battaglia di Sadowa, a cui seguì la pace di Praga (23 agosto). L'armistizio tra Austria e Italia fu seguito dalla pace di Vienna (3 ottobre) che prevedeva la cessione del Veneto all’imperatore Napoleone III che l’avrebbe trasferito all’Italia: l'imperatore francese in tal modo ripristinava il suo ruolo di garante del regno italiano. Il Trentino, però, restava all’Austria.

Capitolo II: L'Italia nella grande alleanza (1871-1900)

"Indipendenti sempre, isolati mai"

Dopo la caduta del Secondo Impero, era venuto meno non solo il "protettorato francese", ma anche quel punto di riferimento che la Francia aveva continuato ad offrire al giovane Stato. Ben presto i governi iniziarono a manifestare i primi interessi coloniali in Africa. Ma era soprattutto verso la Tunisia, in cui viveva una numerosa comunità italiana, che si puntavano le attenzioni del governo, il quale già nel 1869 aveva ottenuto il via libera alla creazione di un’amministrazione coloniale in terra d’Africa. Sarà solo dopo il 1870 che la politica europea si avviava verso la stabilità. La nascita della potenza tedesca non offriva alla Santa Sede grandi margini di movimento. La Germania di Bismarck non era disponibile a sostenere le rivendicazioni papali; anzi il cancelliere arriverà a chiedere al governo italiano una modifica della legge sulle guarentigie, che, pur rifiutata dal Vaticano continuerà a regolare i rapporti tra l’Italia e la Santa Sede fino ai Patti lateranensi del 1929.

Anche l’Austria, ormai legata al carro tedesco, non costituiva più una sicura alleata della Chiesa. Nei confronti dell’Austria il problema era quello dei confini che un movimento irredentista continuava a rivendicare. Una nota del governo di Vienna chiariva che l’Austria non avrebbe mai accettato di cedere all’Italia “popolazioni che le sono linguisticamente vicine” per via del rischio di “provocare un movimento centrifugo delle nazionalità poste ai confini dell’impero”. Ne andava dell’unità dell’impero austriaco. Nella primavera del 1877 la Russia dichiarava guerra alla Turchia aprendo una nuova crisi balcanica. L’Italia proclamava la sua neutralità, ma gli elementi più radicali della sinistra, guidati da Crispi, si mobilitarono nella speranza che la crisi offrisse all’Italia nuove possibilità di guadagni austriaci nei Balcani. Pochi mesi dopo l’inizio delle ostilità russo-turche la Turchia era costretta alla pace di Santo Stefano che lasciava la Russia arbitra dei Balcani.

Nel 1878 si tenne la Conferenza di Berlino che mirava a mantenere gli equilibri esistenti nel Mediterraneo e nei Balcani, ridimensionava le conquiste russe, mentre tutte le maggiori potenze ottenevano qualche vantaggio: l’Inghilterra l’occupazione di Cipro, all’Austria veniva concessa la Bosnia Erzegovina in “temporanea amministrazione”, la Francia riceveva il gradimento europeo per l’eventuale occupazione della Tunisia che i francesi, già in Algeria dal 1830, ambivano annettersi. Alla conferenza di Berlino l’Italia era rappresentata dal Ministro degli Esteri del primo governo Carioli, il conte Luigi Corti, nobile di tendenze moderate. In realtà il Congresso si traduceva come una vera e propria sconfitta diplomatica perché l’Austria aveva rafforzato il suo controllo nei Balcani. Numerose critiche portarono ad un’aperta contestazione del governo Cairoli, quando nel 1881 la Francia mandava un corpo di spedizione a Tunisi, costringendo il paese ad accettare il protettorato francese (Trattato del Bardo). Alle accese proteste si aggiungeva il malumore della classe imprenditoriale che in Tunisia aveva fatto significativi investimenti. Così, il governo fu costretto alle dimissioni.

Le ragioni della Triplice

L’occupazione francese della Tunisia diede una forte incentivazione al processo che porterà ad un’alleanza italo-tedesca. Fortemente sostenuta dal Ministro degli Esteri Mancini, la prospettiva di un accordo con la Germania era vista con cautela da Visconti Venosta, che non voleva inimicarsi la Francia. Ma l’alleanza con la Germania troverà un convinto sostenitore in Francesco Crispi. Braccio politico dell’impresa garibaldina dei Mille, Crispi fu uno dei principali esponenti della sinistra e quando essa andò al potere diventò primo ministro e poi presidente del Consiglio per tre volte. Dimostrerà una accanita ostilità verso la Francia, vista come il principale ostacolo delle ambizioni italiane e grande ammirazione nei confronti di Bismarck al quale, nel 1877 propose un’alleanza tra Italia e Germania in funzione anti-francese e anti-austriaca. La risposta del cancelliere austriaco, in virtù dell’alleanza stipulata nel 1873 tra Germania, Russia e Austria, fu negativa. La Germania intendeva rimanere in buoni rapporti con l’Austria e pertanto se l’Italia ambiva ad una alleanza con la Germania avrebbe dovuto fare altrettanto. Pur accrescendo la sicurezza del paese l’Italia avrebbe rinunciato alle proprie ambizioni: l’ampliamento delle frontiere orientali e un ruolo nell’area balcanica.

Il trattato della Triplice alleanza (1882) stipulato tra Germania, Austria-Ungheria e Italia era un patto difensivo che assicurava l’Italia nei confronti di un’aggressione francese e impegnava la stessa all’intervento in caso di un attacco della Francia non provocato contro la Germania, ma anche di un’eventuale aggressione francese e russa all’Austria. I contraenti si garantivano la reciproca neutralità nel caso in cui una delle tre potenze fosse costretta ad entrare in guerra contro un’altra potenza e all’obbligo di non concludere paci separate nel caso di una comune partecipazione a un conflitto. Dietro richiesta dell’Italia veniva escluso che l’alleanza potesse essere diretta contro l’Inghilterra, a conferma dei tradizionali vincoli di amicizia con quel paese, ma anche per la minaccia che la flotta britannica avrebbe potuto rappresentare per le città costiere italiane in caso di conflitto.

Crispi e la politica di potenza

L’idea di un’aggressione francese continuava ad ossessionare Crispi. Sarà piuttosto per l’adesione italiana alla Triplice che i rapporti con Parigi si guasteranno fino alla guerra commerciale scoppiata alla fine degli anni '80 che penalizzerà gravemente l’esportazione de

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Izzo Alberto.
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