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italiano una modifica della legge sulle guarentigie, che, pur rifiutata dal Vaticano continuerà a

regolare i rapporti tra l’Italia e la Santa Sede fino ai Patti lateranensi del 1929.

Anche l’Austria, ormai legata al carro tedesco, non costituiva più una sicura alleata della Chiesa.

Nei confronti dell’Austria il problema era quello dei confini che un movimento irredentista

continuava a rivendicare. Una nota del governo di Vienna chiariva che l’Austria non avrebbe mai

accettato di cedere all’Italia “popolazioni che le sono linguisticamente vicine” per via del rischio di

“provocare un movimento centrifugo delle nazionalità poste ai confini dell’impero” . Ne andava

dell’unità dell’impero austriaco.

Nella primavera del 1877 la Russia dichiarava guerra alla Turchia aprendo una nuova crisi

balcanica. L’Italia proclamava la sua neutralità, ma gli elementi più radicali della sinistra, guidati da

Crispi, si mobilitarono nella speranza che la crisi offrisse all’Italia nuove possibilità di guadagni

austriaci nei Balcani. Pochi mesi dopo l’inizio delle ostilità russo-turche la Turchia era costretta alla

pace di Santo Stefano che lasciava la Russia arbitra dei Balcani.

Nel 1878 si tenne la Conferenza di Berlino che mirava a mantenere gli equilibri esistenti nel

Mediterraneo e nei Balcani, ridimensionava le conquiste russe, mentre tutte le maggiori potenze

ottenevano qualche vantaggio: l’Inghilterra l’occupazione di Cipro, all’Austria veniva concessa la

Bosnia Erzegovina in “temporanea amministrazione”,la Francia riceveva il gradimento europeo per

l’eventuale occupazione della Tunisia che i francesi, già in Algeria dal 1830, ambivano annettersi.

Alla conferenza di Berlino l’Italia era rappresentata dal Ministro degli Esteri del primo governo

Carioli, il conte Luigi Corti,nobile di tendenze moderate. perché l’Austria

In realtà il Congresso si traduceva come una vera e propria sconfitta diplomatica

Numerose critiche portarono ad un’aperta

aveva rafforzato il suo controllo nei Balcani.

contestazione del governo Cairoli, quando nel 1881 la Francia mandava un corpo di spedizione a

Tunisi, costringendo il paese ad accettare il protettorato francese (Trattato del Bardo). Alle accese

proteste si aggiungeva il malumore della classe imprenditoriale che in Tunisia aveva fatto

significativi investimenti. Così,il governo fu costretto alle dimissioni.

L’occupazione

2. Le ragioni della Triplice. francese della Tunisia diede una forte incentivazione al

processo che porterà ad un’alleanza italo-tedesca. Fortemente sostenuta dal Ministro degli Esteri

Mancini, la prospettiva di un accordo con la Germania era vista con cautela da Visconti Venosta,

che non voleva inimicarsi la Francia. Ma l’alleanza con la Germania troverà un convinto sostenitore

in Francesco Crispi.

Braccio politico dell’impresa garibaldina dei Mille, Crispi fu uno dei principali esponenti della

sinistra e quando essa andò al potere diventò primo ministro e poi presidente del Consiglio per tre

volte. Dimostrerà una accanita ostilità verso la Francia, vista come il principale ostacolo delle

ambizioni italiane e grande ammirazione nei confronti di Bismarck al quale, nel 1877 propose

un’alleanza tra Italia e Germania in funzione anti-francese e anti-austriaca.

in virtù dell’alleanza stipulata nel

La risposta del cancelliere austriaco, 1873 tra Germania, Russia

fu negativa. La Germania intendeva rimanere in buoni rapporti con l’Austria e pertanto

e Austria,

se l’Italia ambiva ad una alleanza con la Germania avrebbe dovuto fare altrettanto.

Pur accrescendo la sicurezza del paese l’Italia avrebbe rinunciato alle proprie ambizioni:

l’ampliamento delle frontiere orientali e un ruolo nell’area balcanica.

Il trattato della Triplice alleanza (1882) stipulato tra Germania, Austria-Ungheria e Italia era un

patto difensivo che assicurava l’Italia nei confronti di un’aggressione francese e impegnava la stessa

all’intervento in caso di un attacco della Francia non provocato contro la Germania, ma anche di un

all’Austria.

eventuale aggressione francese e russa I contraenti si garantivano la reciproca neutralità

nel caso in cui una delle tre potenze fosse costretta ad entrare in guerra contro un’altra potenza e a

all’obbligo di non concludere paci separate nel caso di una comune partecipazione a un conflitto.

Dietro richiesta dell’Italia veniva escluso che l’alleanza potesse essere diretta contro l’Inghilterra, a

conferma dei tradizionali vincoli di amicizia con quel paese, ma anche per la minaccia che la flotta

britannica avrebbe potuto rappresentare per le città costiere italiane in caso di conflitto. 4

L’idea di un’aggressione francese continuava ad ossessionare

3. Crispi e la politica di potenza.

Sarà piuttosto per l’adesione italiana alla Triplice che i rapporti con Parigi si guasteranno

Crispi.

fino alla guerra commerciale scoppiata alla fine degli anni 80 che penalizzerà gravemente

l’esportazione dei prodotti agricoli del Meridione. Consiglio, fu l’incontro

Uno dei primi atti di Crispi, dopo il suo insediamento alla presidenza del

con Bismarck. Alcuni mesi prima era stata rinnovata la Triplice alleanza e il ministero degli Esteri,

aveva ottenuto un netto miglioramento del trattato a favore dell’Italia.

Carlo Felice di Robilant,

l’impegno di Vienna a prevedere compensi per l’Italia

Il più importante era nel caso di acquisizioni

territoriali da parte dell’Austria o della Germania.

Inoltre il nuovo trattato era stato suddiviso in due documenti, uno tra Italia e Austria sul tema dei

compensi e l’altro tra prevedeva l’intervento austro-tedesco a favore dell’Italia

Italia e Germania,

nel caso che essa fosse stata costretta ad entrare in guerra con la Francia se questa avesse tentato di

Era un ulteriore garanzia di sicurezza per l’Italia e

estendere il suo controllo su Tripoli e il Marocco.

rifletteva le preoccupazioni di Crispi di una minaccia francese nel Mediterraneo.

Inoltre il presidente del Consiglio italiano propose a Bismarck una convenzione militare tra Italia e

Germania che verrà firmata nel 1888: in caso di guerra della Germania con la Francia e la Russia

(che nel 1891 avrebbero stipulato un’alleanza), il governo italiano avrebbe attaccato la Francia sulla

comune frontiera alpina, e avrebbe mandato sul Reno delle truppe.

Inoltre, il 12 febbraio 1887, pochi giorni prima del rinnovo della Triplice, l’ambasciatore italiano a

Londra, Luigi Corti, e il ministro britannico Robert Salisbury avevano sottoscritto la cosiddetta

“intesa che vincolava i due paesi prevedendo l’appoggio italiano alla Gran

mediterranea”

Bretagna in Egitto e quello inglese all’Italia in Nord Africa e in particolare in Tripolitania-

Cirenaica, in caso d’invasione di una certa potenza. Successivamente anche l’Austria- Ungheria

aderiva all’ “intesa mediterranea”. Nasceva così la necessità di una preparazione militare: durante i

governi di Crispi le spese militari aumentarono fino a creare un serio problema di deficit di bilancio

che sarà poi uno dei motivi della crisi del suo secondo governo nel 1891.

4. L’avventura coloniale. Ormai il governo italiano non nascondeva l’intenzione di intraprendere

una politica di conquiste coloniali. Nel gennaio 1887 avveniva il primo drammatico episodio con il

massacro di Dogali(Eritrea).

Dopo Dogali, con l’avvento di Crispi al governo la politica africana, contestata dalla maggior parte

del paese, continua ad essere fortemente voluta da una minoranza di uomini. Ma la vicenda

coloniale fu viziata anche da un malinteso relativo al protettorato italiano sull’Abissinia che il

nostro governo credeva di aver imposto con il Trattato di Uccialli (1889), negoziato con Menelik,

dell’Etiopia.

re

Grazie ad aiuti francesi e russi (sono gli anni in cui i rapporti tra Parigi e Roma raggiungono il

massimo della tensione), Menelik riusciva a mettere in campo un grosso esercito. Il 1 marzo del

1896, nella battaglia di Adua, le forze italiane subivano una disastrosa sconfitta.

La sconfitta di Adua segnava l’eclissi dell’espansionismo coloniale, provocava la crisi del governo

Crispi e la fine della sua carriera.

5. La politica di raccoglimento. Dopo il primo rinnovo della Triplice nel 1887, un secondo nel

segnava una nuova modifica del trattato a favore dell’Italia: il riconoscimento tedesco di

1881

eventuali interessi italiani in Africa settentrionale dove la Germania avrebbe appoggiato l’Italia “in

vista di un interesse di equilibrio” . Era non solo un’estensione delle

ogni azione compiuta in

garanzie dell’alleanza ad un eventuale conflitto tra Francia e Italia in Africa settentrionale già

prevista nella Triplice dell’87, ma in prospettiva il via libera ad un’eventuale azione italiana in

Tripolitania. Un terzo, automatico, rinnovo della Triplice si ebbe nel 1896 ma ciò non fu di nessuna

utilità per l’Italia che venne sconfitta dall’Etiopia. 5

In questi anni la partecipazione alla Triplice dava all’Italia un grande beneficio: quello di potenza

associata ai “Grandi” e come tale partecipe delle azioni e dei vantaggi che essi garantivano.

a Creta nel 1897 l’Italia parteciperà all’azione militare dei principali

Durante la rivolta anti-turca

europei diretta a ristabilire l’ordine nell’isola e ad impedire che essa fosse annessa alla Grecia.

paesi

Nel 1900 a fianco di Russia, Francia, Inghilterra e Germania, l’Italia parteciperà all’occupazione di

alcune basi commerciali e strategiche in Cina.

spedizione internazionale varrà all’Italia l’assegnazione

La partecipazione delle truppe italiane alle

di una concessione nella città di Tien Tsin, che rimarrà sotto la sovranità italiana fino alla seconda

guerra mondiale.

Negli anni successivi alla sconfitta di Adua, sarà Emilio Visconti Venosta ad imprimere il

cosiddetto “colpo alla politica estera italiana muovendosi lungo due direttrici precise.

di timone”

Incontra a Monza il collega austriaco, Goluchowski, raggiungendo un’intesa sui Balcani e

sull’Oriente che prevede la creazione di uno stato indipendente albanese in caso di disgregazione

dell’impero ottomano. Poi avvia contatti segreti con l’ambasciatore francese a Roma, Camille

Barrère che portano ad uno scambio di note che sanciscono il reciproco “disinteresse” nel

l’Italia per il Marocco. Il che equivale ad un

Mediterraneo: la Francia per la Tripolitania-Cirenaica,

reciproco nulla osta ad intervenire, che rilancia i rapporti bilaterali dopo un lungo periodo di gelo.

In verità, la politica estera italiana dopo Crispi si limiterà a riprendere alcuni rapporti come quelli

con la Francia, soprattutto sul versante economico, ma anche con la Russia, per contenere il

dinamismo austriaco nei Balcani.

6. Il “giro di valzer” e la svolta di Vittorio Emanuele III. L’accordo tra Roma e Parigi del 1896

sulla Tunisia, che riconosceva il ruolo della numerosa colonia italiana e le attribuiva ampia

segna l’inizio di nuovi e più amichevoli rapporti tra i due paesi.

autonomia,

Il ministro degli Esteri del governo Zanardelli, il marchese ed industriale Giulio Prinetti nel 1902

negoziò un vero e proprio trattato di contro-assicurazione che prevedeva la neutralità italiana non

solo nel caso in cui la Francia fosse aggredita ma anche nel caso in cui fosse la Francia ad attaccare

per reagire ad una grave provocazione.

Ma non mancarono reazioni da parte della Germania. In pubblico il cancelliere tedesco

sdrammatizzò i fatti ricorrendo all’immagine diventata celebre di un occasionale “giro di valzer”

Ma i “giri

con un altro ballerino di cui, in un solido matrimonio, il marito non doveva essere geloso.

non si limitarono solo alla Francia. Prinetti negoziò un accordo con la Gran Bretagna

di valzer” che

l’Italia e la Russia stipulavano un accordo,

ripristinava le intese mediterranee del 1887. Nel 1909,

detto di Racconigi, che prevedeva il mantenimento dello status quo, nonché azioni comuni

nell’area balcanica, e per il futuro la partecipazione di ambedue i contraenti ad accordi che Russia e

Italia dovessero concludere con una terza potenza.

Appena qualche mese dopo l’Italia stipulava con l’Austria un trattato dello stesso tenore, per cui

“ciascuno dei governi si impegnava a non contrarre con una terza potenza un accordo concernente

le questioni balcaniche senza che l’altro governo vi partecipi”.

Così l’Italia manteneva un rapporto di alleanza con le potenze della Triplice, ma anche di amicizia e

di collaborazione con i nemici della stessa Triplice arrivando al limite del doppio gioco.

Nel 1903 i rapporti tra Italia e Austria continuavano a svolgersi a fasi alterne. Le tensioni

diventavano particolarmente acute in occasione degli incidenti scoppiati a Innsburck tra studenti

austriaci e trentini per una facoltà di diritto italiano nella locale università prima promessa e poi

per una collaborazione nell’area balcanica,

negata. Lo stesso anno Austria e Russia si accordarono

escludendo l’Italia. decisione del governo di Vienna di procedere all’annessione

Ma il fatto più grave fu, nel 1908,la

della Bosnia Erzegovina che il Trattato di Berlino del 1878 le aveva attribuito in temporanea

amministrazione. Poiché la versione della Triplice negoziata nel 1887 prevedeva compensi

territoriali per l’Italia se l’Austria avesse ampliato i proprio possessi nell’area balcanica, era il

momento di reclamare l’osservanza del patto. In realtà l’Italia non ottenne molto. 6

CAPITOLO III

L’ITALIA E LA PRIMA GUERRA MONDIALE

I primi anni del Novecento videro un’Italia in cammino verso gli

1. Il miracolo economico.

obiettivi mancati nel primo quarantennio di vita.

Nel 1896 iniziava la prima grande industrializzazione. La congiuntura internazionale era favorevole

e i capitali in cerca di investimento abbondanti. La loro disponibilità e i bassi costi della

manodopera nazionale furono la combinazione vincente dietro il miracolo economico, ma il

si mostrò anche nell’apertura verso l’innovazione e nella disponibilità ad

dinamismo nazionale

adottare nuove macchine e nuovi processi di produzione già sperimentati con successo all’estero.

Infatti capitali e tecnologie vennero in misura considerevole dalla Germania, dalla Francia e dal

Belgio.

Le fasi di grande sviluppo vengono abitualmente accompagnate da profonde trasformazioni nei

comportamenti della città. Ciò avviene anche negli anni del primo miracolo economico, che porta

alla ribalta un ceto sociale in ascesa: la classe media. Agli inizi del XX secolo essa gode di un

livello di vita modesto ma dignitoso, possiede soldi principi religiosi e patriottici, ama la Francia e

sente il fascino della sua cultura, ma guarda con ammirazione alla Germania.

In politica la classe media per qualche tempo si riconosce in Giovanni Giolitti e nella sua politica di

mediazione ma ben presto futurismo e una diffusa ostilità nei confronti del sistema democratico

le “idee emergenti” in quegli anni che si imposero sulla maggioranza

furono , trascinandola a

sostenere imprese avventurose. La prima fu la guerra di Libia, che vide la partecipazione di tutti i

ceti.

2. L’impresa di Libia. A partire dal 1896, anno della caduta di Crispi, la politica estera italiana

seguì una netta correzione di rotta. Il conseguente miglioramento dei rapporti con la Francia portò,

nel 1898, alla firma di un nuovo trattato di commercio che poneva fine alla “guerra doganale” e nel

1902 ad un accordo per la divisione delle sfere di influenza in Africa settentrionale: accordo con cui

l’Italia otteneva il riconoscimento dei suoi diritti di priorità sulla Libia, lasciando in cambio mano

libera alla Francia sul Marocco.

Ma quando apparve chiaro che la Francia si apprestava ad imporre il suo protettorato in Marocco, il

governo italiano ritenne giunto il momento di far valere gli accordi del 1902 e, nel settembre del

1911, inviò sulle coste libiche un contingente di 35.000 uomini scontrandosi però contro la reazione

dell’impero turco, che esercitava su quei territori una sovranità più che nominale.

La guerra fu più lunga e difficile del previsto e solo nel 1912 i turchi acconsentirono a firmare la

pace di Losanna, rinunciando alla sovranità politica sulla Libia e conservando per il sultano

un’autorità religiosa sulle popolazioni musulmane.

I costi della guerra furono molto pesanti : dal punto di vista economico la conquista della Libia si

rivelò un pessimo affare. (due navi francesi furono fermate da un’unità italiana

Al peggioramento dei rapporti con la Francia

di contrabbando d’armi a favore dei turchi)

perché indiziate corrispondeva un rafforzamento di

quelli con la Germania che durante tutta la vicenda libica aveva sostenuto le ragioni italiane. Fu

pertanto in un clima di riconfermata amicizia che si arrivò nel 1912 al rinnovo della Triplice, la cui

validità veniva prolungata per ben 14 anni, fino al 1926. Sarà lo scoppio della prima guerra

mondiale a modificare tutto.

3. Sarajevo dà fuoco alle polveri. Il 28 giugno 1914 uno studente bosniaco, Gavrilo Princep,

uccise l’erede al trono d’Austria e sua moglie a Sarajevo. L’attentatore faceva parte di

Ferdinando

un’associazione irredentista che aveva la sua base operativa in Serbia.

L’Austria compì la sua prima mossa inviando un durissimo ultimatum alla Serbia che, forte

russo respinse la clausola che prevedeva la partecipazione di funzionari austriaci alle

dell’appoggio 7

indagini sui mandanti dell’attentato. Così l’Austria dichiarò guerra alla Serbia e la Russia ordinò la

mobilitazione delle forze armate.

Il 31 luglio la Germania inviò un ultimatum alla Russia ma, non avendo ottenuto risposta le dichiarò

guerra. Il giorno stesso (1 agosto) la Francia, legata alla Russia da un trattato di alleanza militare,

mobilitò le proprie forze armate. Di conseguenza, la Germania dichiarò guerra anche alla Francia.

Fu dunque l’iniziativa tedesca a far precipitare la situazione. La Germania soffriva da tempo di un

complesso di accerchiamento, ritenendosi soffocata nelle sue ambizioni internazionali e poi la

strategia dei generali tedeschi si basava sulla rapidità e sulla sorpresa. Rapidità incarnata nel piano

Schieliffen che prevedeva in primo luogo un massiccio attacco contro la Francia, che avrebbe

dovuto esser messa fuori combattimento in poche settimane. Raggiunto questo obiettivo il grosso

delle forze sarebbe stato impiegato contro la Russia.

Per sconfiggere con rapidità la Francia era previsto che le truppe tedesche passassero attraverso il

Belgio (paese neutrale), arrivando direttamente a Parigi. La violazione della neutralità belga

determinò l’intervento inglese nel conflitto. La Gran Bretagna non poteva tollerare l’aggressione ad

un paese neutrale che si affacciava sulle coste della Manica. Così l’Inghilterra dichiarava guerra alla

Germania.

Il 2 agosto 1914 l’Italia dichiarava la e alla richiesta dell’ambasciatore tedesco

sua neutralità che

sollecitava al nostro governo l’adempimento degli obblighi previsti dalla Triplice alleanza, il

ministro degli Esteri, San Giuliano, rispondeva che il trattato non obbligava l’Italia all’intervento

poiché la Germania e l’Austria non erano state aggredite e l’alleanza aveva carattere difensivo.

Appariva chiaro che, ogni partecipazione italiana alla guerra era condizionata dalla concessione di

compensi che erano comunque previsti dall’articolo 7 della Triplice, come contropartita delle

acquisizioni austriache, anche in caso di neutralità.

In un primo tempo, questa decisione di neutralità aveva trovato concordi tutte le forze politiche. Ma

a poco a poco prese corpo l’idea di una guerra contro l’Austria (quindi al fianco della Triplice

che avrebbe consentito all’Italia di riunire a sé Trento e Trieste (le terre irredente).

Intesa) L’Italia entrò nel conflitto mondiale nel 1915 schierandosi a

4. La gestione della neutralità.

fianco dell’Intesa. Le trattative con l’Intesa che erano state aperte, sospese e poi riaperte

formalmente il 4 marzo del 1915 dopo l’invio di un lungo telegramma di istruzioni (rimasto famoso

nella storia della diplomazia italiana come il “telegrammone”) del Ministro degli Esteri Sidney

Sonnino all’ambasciatore Imperiali, e si concludevano il 26 aprile successivo con la firma del

Trattato di Londra.

Con questo patto segreto di alleanza militare, firmato il 26 aprile 1915 dal presidente del Consiglio

Antonio Salandra e dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino con i rappresentanti di Francia, Gran

Bretagna e Russia, si definivano le condizioni per l'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale.

All'Italia vennero garantiti, in caso di vittoria, il Trentino, Trieste e Gorizia, l'Istria fino al golfo del

Quarnaro (ma non il porto di Fiume), una parte della Dalmazia, la città di Valona in Albania. Per di

più veniva concesso un prestito immediato di cinquanta milioni di sterline che il governo italiano

aveva insistentemente richiesto.

Sul piano militare veniva garantita la collaborazione delle flotte francese e inglese per le operazioni

contro la flotta austriaca in Adriatico e un’offensiva della Russia contro le truppe asburgiche sul

orientale per evitare che l’Austria rivolgesse tutte le proprie forze contro l’Italia al momento

fronte

della sua entrata in guerra.

Fin qui l’azione della diplomazia, ma per valutare il comportamento del governo italiano bisogna

militari: l’esercito italiano

considerare la sostanziale mancanza di comunicazione tra i capi politici e

si scopriva impreparato non solo sotto il profilo degli armamenti, ma anche sotto quello della

logistica e della strategia. Cominciava a prendere corpo l’idea che l’Italia non avrebbe partecipato

alla guerra nel ruolo di grande potenza che i dirigenti interventisti le avevano assegnato. 8

L’Italia entrò nel conflitto mondiale nel 1915, schierandosi a fianco

5. Interventisti e neutralisti.

dell’Intesa. Fu una scelta sofferta e contrastata, sulla quale classe politica e opinione pubblica si

spaccarono in due fronti contrapposti.

Le forze favorevoli all’intervento, per quanto attive e rumorose, restavano una minoranza.; quasi

esclusivamente di estrazione borghese, con larga rappresentanza nell’ambiente universitario tra

e in quelli artistici e letterari (Gabriele D’Annunzio,

docenti e studenti, Salvemini, Gentile).

Favorevoli all’intervento erano anche i maggiori gruppi industriali (Fiat, Ansaldo, Ilva), i partiti

della sinistra democratica, liberali , i nazionalisti, repubblicani e radicali e cioè gli stessi partiti che

avevano contribuito negli anni precedenti al movimento irredentista.

Erano su posizioni neutraliste i socialisti e la grande maggioranza dei cattolici. Fedele alla sua

sostenne fino all’intervento la dichiarazione di

vocazione internazionalista, il Partito socialista

dell’ “Avanti!” si schierò a favore dell’intervento. Espulso

neutralità. Il direttore Benito Mussolini

Mussolini fondò un nuovo quotidiano, “Il popolo d’Italia”, che divenne la

dal partito socialista

tribuna dell’interventismo di sinistra.

principale

Decisamente ostile all’intervento era il mondo cattolico, in ciò sostenuto dal papa Benedetto XV

che condannò apertamente la guerra in un documento inviato ai governi dei paesi belligeranti che

“l’ inutile strage” e indicava alcuni principi per il raggiungimento di una pace

definiva il conflitto

equa.

L’ala più consistente dei liberali, quella che faceva capo a Giovanni Giolitti, era schierata su una

linea neutralista. Giolitti pur non essendo contrario ad un intervento nel conflitto, riteneva che la

guerra sarebbe stata lunga e logorante e non riteneva il paese preparato ad affrontarla; era inoltre

convinto che l’Italia avrebbe potuto ottenere dagli imperi centrali, come compenso della neutralità,

buona parte dei territori rivendicati.

Ma quando Giolitti venne a conoscenza del Patto di Londra chiese a Calandra di recedere dal

delle trattative con l’Austria.

trattato e di mantenere la neutralità, si pronunciò per la continuazione

Salandra rassegna le dimissioni ma il re Vittorio Emanuele III le respinge e Salandra ottenne

nuovamente pieni poteri dal Parlamento. La sera del 23 maggio venne dichiarata guerra

all’Austria,solo ad agosto(1916) venne dichiarata guerra anche alla Germania.

6. Versailles, l’isolamento dell’Italia. Un compito di eccezionale difficoltà era quello che

attendeva gli statisti impegnati nella conferenza della pace, i cui lavori si aprirono il 18 gennaio

1919 nella reggia di Versailles e si protrassero per oltre un anno e mezzo. Si doveva ridisegnare la

cartina politica del vecchio continente, ora sconvolta dal crollo di ben quattro imperi (tedesco,

austro-ungarico, russo e turco). Ma non fu facile aderire al programma indicato da Wilson il quale

prevedeva che le nuove frontiere avrebbero tenuto conto del principio di nazionalità.

Ciò creò alcuni problemi fin dalle prime discussioni tra i capi del governo delle principali potenze

l’americano l’inglese e l’italiano

vincitrici: Wilson, il francese Cleamenceau, Lloyd Gorge,

Orlando. dell’immagine l’Italia aveva raggiunto un traguardo storico, quello dello status di

Dal punto di vista

grande potenza, nonostante i grandi sacrifici sopportati dal paese e le drammatiche sconfitte , come

linee italiane sull’alto Isonzo

quella di Caporetto quando nel 1917 gli austro-tedeschi attaccarono le

e le sfondarono nei pressi del villaggio di Caporetto. Fu solo allora che il generale Cadorna verrà

sostituito da Armando Diaz, il quale dopo aver sconfitto gli austriaci nella battaglia di Vittorio

alle ostilità tra l’Austria-Ungheria e l’Intesa con l’armistizio

Veneto riuscirà a mettere fine di Villa

Giusti. alterava profondamente gli equilibri dell’area balcanica e

Inoltre la nascita dello Stato jugoslavo

apriva scenari del tutto nuovi. Nella conferenza interalleata, tenutasi ai primi di giugno nel 1918,

Sonnino si era opposto ad una dichiarazione a favore dell’indipendenza della Jugoslavia, restando

isolato nei confronti dei francesi, inglesi e americani.

Il trattato di pace con la Germania - il più importante tra quelli conclusi nella conferenza di

Versailles- fu firmato nel 1919. Dal punto di vista territoriale il trattato prevedeva, oltre alla 9

restituzione dell’Alsazia Lorena alla Francia, la liberazione della città di Danzica , e la perdita delle

colonie, spartite tra Francia, Gran Bretagna e Giappone.

Ancor più pesanti erano le clausole economiche. Indicata nel testo come la responsabile della

guerra, la Germania dovette impegnarsi a rifondere ai vincitori i danni subiti.

e il mito della “vittoria mutilata”.

7-8. Il fattore Wilson A Versailles gli italiani si trovarono

subito di fronte alla volontà di Wilson di far rispettare il nono dei suoi quattordici punti che

prevedeva che i confini italiani sarebbero stati fissati nel rispetto del clearly recognizable lines of

, cioè di “chiaramente riconoscibili elementi di nazionalità”. Ma il contrasto si accese su

nationality

tutta la questione del Trattato di Londra che gli americani respingevano sostenendo che non erano

stati informati (e non era vero) e che, essendo un trattato segreto, era in conflitto con il primo dei

punti, che prevedeva “accordi trasparenti raggiunti in modo trasparente”.

quattordici

Un altro elemento che peserà in modo determinante sui negoziati di pace sarà la questione di

Fiume.

La dissoluzione dell’Austria-Ungheria poneva una serie di problemi non previsti nel momento in

cui era stato stipulato il Patto di Londra: in esso si stabiliva, fra l’altro, che la –

Dalmazia abitata in

– all’Italia

prevalenza da slavi e ora rivendicata dal nuovo Stato Jugoslavo fosse annessa e che la

– – restasse all’impero austroungarico.

città di Fiume dove gli italiani erano in maggioranza

Sonnino, che puntava sull’esecuzione integrale

Ma su Fiume il governo era diviso. Mentre Sidney

degli accordi di Londra, era contrario ad includere Fiume tra le rivendicazioni italiane, Vittorio

Emanuele Orlando, che aveva avuto contatti informali con il presidente del Comitato Jugoslavo in

esilio, era un convinto sostenitore dell’italianità della città ed era incline a rinunciare a parte della

Dalmazia pur di ottenere Fiume.

La delegazione italiana alla conferenza di Versailles, capeggiata dal presidente del Consiglio

chiese l’annessione di Fiume. Tale richiesta incontrò

Orlando e dal ministro degli Esteri Sonnino,

l’opposizione alleati, in particolare di Wilson. Nell’aprile del 1919, per protestare contro

degli

l’atteggiamento del presidente americano, Orlando e Sonnino abbandonarono Versailles e fecero

invano ritorno in Italia, dove furono accolti da imponenti manifestazioni patriottiche. Ma un mese

dopo dovettero ritornare a Parigi senza aver ottenuto alcun risultato.

Questo insuccesso segnò la fine del governo di Orlando che fu sostituito da Francesco Nitti. Intanto

cresceva nell’opinione pubblica borghese un sentimento di ostilità verso gli ex alleati, accusati di

voler defraudare l’Italia dei frutti della vittoria, e verso la stessa classe dirigente, giudicata incapace

di tutelare gli interessi nazionali. un espressione coniata da Gabriele D’Annunzio,

Si parlò allora di vittoria mutilata: ormai assurto

al ruolo di vate nazionale, anche in virtù di alcune audaci e fortunate imprese compiute durante la

guerra. La manifestazione di questa protesta si ebbe nel 1919, quando alcuni reparti militari ribelli

il comando do Gabriele D’annunzio, occuparono la città di

assieme a gruppi di volontari, sotto

Fiume e ne proclamarono l’annessione all’Italia.

Una prima soluzione del problema di Fiume veniva raggiunta con il Trattato di Rapallo (1

novembre 1920) stipulato con una trattativa tra il governo italiano e quello jugoslavo che risolveva,

se non definitivamente, il contenzioso sulla destinazione della città e della regione adriatica.

In confini italiani previsti dal Trattato di Londra venivano allungati a vantaggio dell’Italia fino al

Monte Nevoso. La Dalmazia veniva invece assegnata alla Jugoslavia, a eccezione della città di

Zara. Fiume veniva dichiarata città libera. La difficile gestione della questione fiumana chiudeva il

capitolo dei negoziati di pace, ma gli accordi di Rapallo per Fiume verranno presto rimessi in

discussione e quattro anni dopo, nel quadro di un accordo generale tra Roma e Belgrado,

segneranno il definitivo passaggio di Fiume all’Italia con la periferia alla Jugoslavia.

Quasi contemporaneamente si risolveva anche il problema della nostra presenza in Albania. Un

trattato bilaterale, stipulato a Tirana, prevedeva il ritiro delle truppe italiane dal territorio albanese e

dalla stessa Valona, concessa all’Italia con il Trattato di Londra. 10

Con la prima guerra mondiale si chiudeva una fase della storia nazionale, quella che aveva

permesso il raggiungimento dei confino storici e aveva segnato la disfatta dell’Austria, l’avversario

di tutto un secolo.

CAPITOLO IV

LA POLITICA ESTERA DI MUSSOLINI (1922-1943)

1. Mussolini si presenta. Nel marzo del 1919 Benito Mussolini fondò a Milano i Fasci di

combattimento, che derivavano il nome da un antico simbolo romano, il fascio littorio. Il

movimento (che era nazionalista e antiliberale, ma avanzava anche rivendicazioni tipiche dei gruppi

socialisti, come la giornata lavorativa di otto ore) ottenne l'appoggio, anche finanziario, dei grandi

agrari e in seguito di importanti gruppi industriali.

Nel 1921, con la costituzione del Partito nazionale fascista, Mussolini pose l'accento sulla difesa

dello stato e sull'antiparlamentarismo, trovando seguaci in particolare tra i reduci di guerra, i gruppi

giovanili e i ceti medi. Presentatosi invano alle elezioni del 1919, fu eletto deputato nel 1921. Dopo

la marcia su Roma ossia una mobilitazione generale di tutte le forze fasciste con obiettivo la

conquista del potere centrale (28 ottobre 1922) ebbe da Vittorio Emanuele III l'incarico di formare il

nuovo governo. Il passaggio al vero e proprio regime fascista avvenne dopo che Mussolini

rivendicò alla Camera la responsabilità politica dell'assassinio del deputato socialista Giacomo

Matteotti (discorso del 3 gennaio 1925), cui fece seguito una serie di provvedimenti che

annullarono il precedente sistema liberaldemocratico.

Nel primo intervento parlamentare da capo di governo e Ministro degli Esteri ad interim, Mussolini

dedicava un’ampia parte del suo discorso alla politica estera. L’Italia rimaneva fedele alle alleanze

del tempo di guerra ma la sua permanenza nell’Intesa restava condizionata al riconoscimento di

uguali diritti per tutti i membri della coalizione.

D’altronde le circostanze non permettevano una politica estera diversa a causa delle emergenze

economiche e sociali del dopoguerra.

Il fascismo per il momento non trovava né condizioni né spazi per la realizzazione del suo obiettivo

quello di un’Italia grande potenza.

prioritario: Nell’agosto del

La prima uscita internazionale di Mussolini coincise con la crisi di Corfù. 1923 una

missione militare italiana, incaricata dai paesi dell’intesa di tracciare la linea di confine greco-

albanese, veniva attaccata da elementi nazionalisti locali. Due giorni dopo Mussolini inviava in

ultimatum alla Grecia in cui si chiedeva la condanna a morte dei colpevoli e una serie di

risarcimenti. Poiché il governo greco aderiva solo in parte alle richieste italiane, il duce mobilitava

una squadra navale che procedette all’occupazione di Corfù. Sarà l’intervento delle potenze

dell’Intesa (Francia e Inghilterra) a risolvere la questione decidendo per un’indennità di 50 milioni

di lire a favore dell’Italia, che a fine settembre ritirava le proprie truppe da Corfù.

2. La politica danubiano-balcanica. Nel primo ventennio del 900 saranno soprattutto le questioni

balcaniche dell’Europa ad occupare le cronache della politica estera italiana. Grazie allo stretto

legame con l’Ungheria che rivendicava territori jugoslavi e non solo, e con l’Austria, l’Italia mirava

sia all’indebolimento della Piccola Intesa (Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia) legata alla

Francia, sia all’isolamento della Jugoslavia.

Nei rapporti con la Jugoslavia giocava anche il conflittuale interesse per l’Albania, dove nel 1926 e

l’Italia confermava una specie di protettorato sul

1927 (con il primo e secondo Patto di Tirana)

“paese delle aquile” , garantito dal primo ministro albanese Zogalli che, nel 1928, col sostegno

italiano veniva proclamato re.

Ben presto cominciavano ad aumentare le preoccupazioni nei confronti della Germania che già

prima dell’avvento del nazismo aveva ripreso la sua tradizionale politica di penetrazione. Era

stato l’annessione dell’Austria,

prevedibile che uno dei primi obiettivi sarebbe anche a causa dei

legami di cultura, di lingua ed economici che c’erano tra i due paesi germanici. 11

Per l’Italia l’annessione tedesca dell’Austria significava trovarsi la Germania alla frontiera del

Brennero, e ciò avrebbe annullato il più grande guadagno conseguito con la prima guerra mondiale:

quello di uno Stato militarmente imponente ai propri confini. Il governo italiano doveva tutelare

l’indipendenza dell’Austria e per più di un decennio Vienna e i suoi governanti troveranno

nell’Italia di Mussolini più che un’alleanza un’amichevole sostegno, grazie anche all’amicizia

personale tra il cancelliere austriaco Dolfuss e lo stesso Mussolini e una sicura difesa, ma alla lunga

il compito di garantire l’indipendenza austriaca avrebbe richiesto una coalizione di forze che solo

un’intesa franco-italiana poteva garantire.

In Austria, nei paesi baltici, in Grecia e soprattutto in Ungheria e Romania (alleati di riferimento

dell’Italia) il fascismo susciterà forti simpatie. Movimenti e governi si ispireranno alle idee fasciste,

creando per l’Italia una posizione di prestigio, ma che paradossalmente faciliterà più tardi la

penetrazione della Germania nazista.

3. I rapporti italo-francesi e quelli con la Gran Bretagna. Nel 1923 la Francia e il Belgio,

traendo pretesto dal mancato pagamento di alcune riparazioni in natura, inviarono truppe nel bacino

Germania. L’obiettivo era di spegnere ogni

della Ruhr, la zona più ricca e industrializzata di tutta la

velleità tedesca di sottrarsi al pagamento delle riparazioni. Impossibilitato a reagire militarmente,

incoraggiò la resistenza passiva della popolazione: imprenditori e operai abbandonarono le

fabbriche rifiutando ogni collaborazione con gli occupanti. Per le già dissestate finanze tedesche

l’occupazione della Ruhr rappresentò il tracollo.

Ma nel momento più drammatico della crisi la classe dirigente trovò la forza di reagire. Nel 1923 si

formò un governo presieduto da Streaseman. Leader del Partito tedesco-popolare (considerato

portavoce della grande industria) era convinto che la rinascita della Germania sarebbe stata

possibile solo attraverso accordi con le potenze vincitrici. Così ordinò la fine della resistenza

passiva nella Ruhr e riallacciò i rapporti con la Francia.

Il risultato più importante dell’intesa franco-tedesca fu rappresentato dagli accordi di Locarno nel

1925, che consistevano nel riconoscimento da parte di Germania, Francia e Belgio delle frontiere

tracciate a Versailles e nell’impegno di Gran Bretagna e Italia di farsi garanti contro eventuali

violazioni.

Il nuovo clima di distensione trovò una conferma eloquente nel 1928, quando i rappresentanti di 15

Stati, tra cui Germania e Unione Sovietica, riuniti a Parigi su iniziativa di Briand e del segretario di

Stato americano Kellogg, firmavano un patto in cui si impegnavano a rinunciare alla guerra come

mezzo per risolvere le controversie (Patto Briand-Kellogg).

Intanto i rapporti tra Roma e Parigi, dopo una brevissima parentesi di riavvicinamento, in occasione

dell’occupazione francese della Ruhr, che aveva trovato l’Italia concorde, tornavano tesi e in

prospettiva addirittura conflittuali.

Per il momento il maggior motivo di contrasto tra Roma e Parigi era la questione degli antifascisti

italiani rifugiati in Francia e della protezione loro riservata dal governo francese. Ma ciò che

sembrava condurre ad un vero e proprio scontro tra i due paesi era la natura delle rivendicazioni

italiane. Sostanzialmente soddisfatte con i trattati di Versailles quelle sul versante orientale e

balcanico, restavano quelle sul versante occidentale e mediterraneo e cioè la Tunisia, la Corsica,

Nizza e Savoia, Gibuti: tutti possedimenti francesi.

a contenere l’influenza tedesca nell’area

Restava solo il comune interesse danubiano-balcanica che

per l’Italia significa soprattutto la garanzia dell’indipendenza austriaca. E in effetti, proprio nel

momento in cui la minaccia tedesca si profilava, si registrava un avvicinamento tra Roma e Parigi,

destinato a durare pochi mesi.

Diverso era il rapporto di Mussolini con la Gran Bretagna: era abbastanza curioso il rispetto che il

“duce del fascismo” ,espressione di un regime dittatoriale, aveva per la democrazia europea, un

rispetto che probabilmente era ispirato dalla solidità del sistema democratico britannico il quale pur

negli anni difficili del dopoguerra era riuscito a non perdere colpi. 12

Viceversa, al mondo anglosassone e a quello americano, Mussolini era apparso come il salvatore

dell’Italia dall’eversione comunista, e di questo gli veniva dato frequente riconoscimento. Il duce,

che lo definirà “il più

infatti, era riuscito a stringere forti amicizie con Chamberlain e Churchill,

grande legislatore vivente”.

Questo clima di simpatia favorirà la politica estera mussoliniana. La Gran Bretagna sostenne la

politica austriaca del duce e nel gennaio ’26 concesse una riduzione dei debiti di guerra.

4. La politica del “peso determinante”. Un tentativo di dare alla politica estera del fascismo una

strategia di lungo periodo e di offrire un’alternativa a quella mussoliniana veniva fatto da Dino

Grandi, uno dei più autorevoli gerarchi fascisti e futuro antagonista di Mussolini.

L’Italia non era ancora in grado di svolgere un ruolo di primissimo piano in Europa, ma la sua

partecipazione era divenuta indispensabile ai maggiori protagonisti. Quando si fosse rafforzata

“politica del peso determinante”)

militarmente sarebbe diventata determinante ( da ciò e qui

cioè la debolezza dell’apparato

Grandi toccava un punto cruciale della politica estera italiana,

militare e la mancanza di una capacità industriale e tecnologica a livello delle altre grandi potenze:

era necessario che l’Italia mantenesse il passo con le potenze di testa se voleva raggiungere il “peso

determinante”. Ma la politica del ministro degli Esteri aveva una premessa inaccettabile per

quella di un’attesa indefinita nel tempo.

Mussolini:

Così nel luglio del ‘ 32 il duce destituiva Grandi riassumendo la guida degli Esteri e lo inviava

ambasciatore a Londra, cercando di rimettere in carreggiata la politica estera in una visione più

marcatamente fascista. La situazione europea si stava muovendo e Mussolini vedeva arrivare il

momento in cui l’Italia avrebbe potuto raggiungere un suo ruolo.

È così che nel 1933, nella fertile mente di Mussolini nasceva il progetto che diventerà noto come

quello del “Patto a Quattro”. Il patto prevedeva un accordo tra le quattro maggiori potenze

europee- Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania - per il mantenimento della pace, la

collaborazione per la soluzione delle maggiori questioni politiche continentali, la revisione

concordata dei trattati. Il tutto nello spirito e nelle regole della Società delle Nazioni.

ratificato solo dall’Italia e dalla Gran Bretagna. A

Firmato a Roma il 15 luglio del 1933, veniva

ostacolare la ratifica tedesca e a rendere ormai inutile la sua partecipazione al patto interveniva la

decisione di Hitler di abbandonare la Società delle Nazioni. Intanto, il 25 luglio del 1934, i nazisti

governo di Vienna in nome dell’annessione

austriaci tentavano un golpe (colpo di stato) contro il

alla Germania. Il golpe falliva. Nel corso dell’assalto veniva ucciso il cancelliere Dolfuss , oltre che

alleato dell’Italia amico personale di Mussolini. (annessione dell’Austria da

Il tentato Anschluss

parte della Germania avvenuta dal 1938, che realizzava il progetto di Hitler di unificare sotto il III

Reich tutti i tedeschi europei), contribuiva a rendere necessario un riavvicinamento Parigi-Roma.

Roma, Mussolini e l’allora

Nel 1935, a ministro degli Esteri francese, Laval, firmarono una serie di

accordi per la cessione all’Italia di alcuni territori francesi confinanti con la Libia e l’Eritrea e per la

convocazione di una conferenza danubiano-balcanica in funzione anti-tedesca. Veniva inoltre

riconfermato l’impegno a difendere l’indipendenza austriaca.

A dare ulteriore consistenza al riavvicinamento italo-francese contribuiva un incontro tra i due capi

di Stato maggiore, Badoglio e Gamelin, per concordare le modalità di una collaborazione militare

nel caso di un intervento tedesco in Austria.

Un tentativo ulteriore per contenere il dinamismo della Germania hitleriana veniva fatto con la

Conferenza di Stresa nel 1935. Francia, Italia e Gran Bretagna, nello spirito del Trattato di Locarno

d’accordo “nell’opporsi

del 1925, si dichiaravano con tutti i mezzi possibili a qualsiasi ripudio

unilaterale dei trattati che potesse mettere in pericolo la pace”. Mussolini, che stava preparando

l’attacco all’Etiopia, chiese e ottenne che venisse aggiunta la precisazione “in Europa”.

5. La politica imperiale. Il clima politico internazionale sembrava favorevole alla realizzazione di

un’impresa che, nei calcoli di Mussolini, non avrebbe dovuto trovare ostacoli da parte elle grandi

potenze, e che, grazie alla prova di forza che si accingeva a dare, avrebbe accresciuto il credito 13

dell’Italia nel mondo. Anche a Stresa erano apparse chiare le nostre intenzioni aggressive nei

confronti dell’Africa, e l’accettazione da parte di francesi e inglesi della precisazione della richiesta

(quella relativa al mantenimento della pace “in Europa”) era apparsa allo stesso Mussolini come un

via libera all’azione italiana.

Ma nel frattempo a Londra era cambiato il governo: a quello laburista di McDonald presente a

Stresa, era subentrato quello conservatore di Eden, il quale difenderà il ruolo della Società delle

Nazioni nella convinzione che fosse l’ultimo baluardo al mantenimento della pace in Europa.

un’avanzata italiana nel Mar Rosso ma anche nel

I conservatori britannici temevano non solo un’opera di sobillazione anti-

mondo arabo, dove da tempo la propaganda fascista svolgeva

britannica.

A spingere Mussolini verso l’impresa etiopica furono motivi di politica interna e internazionale.

Con la guerra di Etiopia Mussolini intendeva dare sfogo alla vocazione imperiale fascista,

vendicando lo scacco subito dall’Italia nel 1896 con la sconfitta di Adua e mostrando che il suo

regime poteva riuscire là dove la classe dirigente liberale aveva fallito

Nonostante un’accanita resistenza etiopica, il 5 maggio del 1936, le truppe italiane comandate dal

maresciallo Badoglio, entrarono in Addis Abeba. Pochi giorni dopo Mussolini proclamò Vittorio

Emanuele III imperatore di Etiopia.

Qualche mese dopo (1936) la Spagna fu sconvolta da una sanguinosa guerra civile. Nel 1936 le

sinistre unite nel “Fronte popolare” si insediarono al governo; di una parte dell’esercito

la ribellione

sotto la guida di Francisco Franco dal Marocco spagnolo si allarga fino al territorio metropolitano.

Mussolini ed Hitler decidono di intervenire, inviando truppe ed aiuti economici. La guerra si

concludeva tre anni dopo. La vittoria dei franchisti fu anche la vittoria del fascismo di Mussolini,

altissimi per l’Italia.

ma il costo economico e quello politico furono

6. L’asse Roma-Berlino. Il riavvicinamento dell’Italia alla Germania, cominciato subito dopo la

guerra di Etiopia, venne sancito nel 1936 dalla firma di un patto di amicizia cui fu dato il nome di

guerra spagnola, l’Asse Roma-Berlino

Asse Roma-Berlino. Rafforzata dal comune impegno nella

non assunse tuttavia la forma di una vera alleanza militare.

In questa fase cominciano anche a cambiare i rapporti con Vienna. In un incontro con il cancelliere

armonizzare i rapporti tra l’Italia e l’Austria con l’amicizia

austriaco, Mussolini dichiara di voler

per la Germania e di non essere contrario all’Anschluss.

L’annessione dell’Austria alla Germania che avviene con un plebiscito nel 1938, è il primo

altissimo prezzo che l’Italia paga all’amicizia tedesca. In cambio Hitler garantisce il pieno

riconoscimento dei nostri confini e il Mediterraneo (mare nostrum) come area di esclusivo

interesse dell’Italia.

Ma nel frattempo nel tentativo di contenere la penetrazione tedesca nella zona danubiano-balcanica,

e in previsione della probabile annessione dell’Austria, l’Italia si è ravvicinata alla Jugoslavia: i due

paesi tradizionalmente in conflitto condividono le stesse preoccupazioni. Nel 1937 si arriva alla

firma del Patto di Belgrado: verte su questioni economiche e finanziare e impegna Italia e

Jugoslavia al mantenimento di buone relazioni diplomatiche e garantisce i confini esistenti e la

conservazione dello status quo in Adriatico.

La collaborazione sarà resa più solida dal rapporto personale tra Galeazzo Ciano (Ministro degli

Esteri e marito della figlia di Mussolini) e il primo ministro jugoslavo; avrà come conseguenza il

progressivo distacco della Jugoslavia dalla tradizionale amicizia francese, ma ormai con

l’intensificarsi dei rapporti italo-tedeschi l’Italia non agisce più nel quadro di una politica autonoma

e anche il riavvicinamento di Belgrado a Roma finirà alla lunga per contribuire al rafforzamento

dell’influenza tedesca nell’area balcanica.

7. Dall’ “Anschluss” a Monaco e a Praga. Agli inizi del 1935 i rapporti con la Francia a causa

e soprattutto dopo l’impegno

dell’Etiopia italiano in Spagna, si erano sempre più deteriorati. 14

Rimangono i rapporti con la Gran Bretagna. Il governo di Chamberlain considera ancora possibile il

dell’Italia. Nel 1936 l’Inghilterra

recupero con un gesto distensivo ritirerà la Home Fleet (flotta

britannica) dal Mediterraneo e Mussolini richiamerà in patria le divisioni inviate in Libia al confine

con l’Egitto. Gentlemen’s agreement

Alcuni mesi dopo, Italia e Inghilterra stipulano un (1937)

che impegna le due parti al mantenimento della status quo nel Mediterraneo e il nostro paese

all’abbandono della base creata nelle Baleari.

Ma poi, qualche mese dopo Mussolini decide di sospendere la distribuzione in Italia della stampa

britannica per le critiche sempre più frequenti contro la politica fascista.

Un’altra doccia fredda per i rapporti con Francia e Inghilterra è l’adesione italiana al Patto

Anticomintern nel 1937 (un accordo stipulato un anno prima da Germania e Giappone, che

impegnava i due paesi a lottare contro il comunismo internazionale e a consultarsi prima di ogni

accordo con l’Unione Sovietica).

Infatti, anche la decisione dell’Italia di uscire dalla Società delle Nazioni, costituiva una scelta

che allineava l’Italia al Giappone, già uscito nel 31, e alla Germania.

politica

L’anno 1938 sarà quello in cui si giocano definitivamente in quell’anno

le sorti della pace. Proprio

due discorsi: uno più bellicoso dell’altro. Il primo, il 30

Mussolini pronuncia marzo, al Senato, in

cui si presenta come inevitabile una guerra generalizzata, il secondo, qualche settimana dopo, in cui

attaccava violentemente la Gran Bretagna e la Francia.

L’attacco è sorprendente in quanto appena qualche giorno prima erano stati firmati a Roma gli

“accordi tra Italia e Gran Bretagna che formalizzavano il Gentlemen’s agreement.

di Pasqua”

Degli “accordi di Pasqua” faceva parte anche il riconoscimento della Gran Bretagna all’annessione

italiana dell’Etiopia. i tempi per un’alleanza

Mussolini sembrava orientato a stringere con la Germania: un passo

ulteriore verso le posizioni tedesche era costituito dall’adozione nel settembre di una serie di

provvedimenti antisemiti, le cosiddette leggi razziali, che escludevano i cittadini italiani di razza

ebraica dall’insegnamento e da una serie di altri uffici pubblici, prevedevano l’espulsione degli

ebrei che l’avevano

ebrei che non fossero cittadini italiani e la revoca della cittadinanza agli

ottenuta dopo il 1918. Ciò rappresentava un ulteriore allineamento del regime fascista alle posizioni

ideologiche e alle politiche del nazismo tedesco. un’ampia regione della

Poi in ottobre verrà Monaco. Dopo la rivendicazione dei Sudeti,

Cecoslovacchia (alleata della Francia) con un consistente nucleo di popolazione tedesca, Hitler

invia un ultimatum al governo ceco. Intanto il governo inglese sottolineava che ad un intervento

tedesco, sarebbe seguita una guerra generale.

Sulla questione cecoslovacca l’Italia aveva dichiarato la propria neutralità, ma solidarietà completa

L’incontro a quattro

al governo tedesco. tra il presidente del Consiglio francese (Daladier),

L’intero

Chamberlain, Hitler e Mussolini si svolgeva a Monaco (1938). territorio dei Sudeti veniva

annesso alla Germania. Ma nel marzo 1939 le divisioni naziste invasero la Cecoslovacchia che

diventò un protettorato tedesco; il patto di Monaco fu così vanificato.

Il “Patto d’acciaio”;Dalla non belligeranza all’armistizio.

8-9. La decisione di stipulare

un’alleanza militare tra Italia e Germania d’acciaio

era definitivamente maturata: il Patto veniva

firmato il 22 maggio 1939. Non si trattava di una tradizionale alleanza difensiva, come la Triplice,

comportava l’obbligo di partecipazione di una parte se l’altra si fosse trovata coinvolta

ma il trattato l’automatismo

in una guerra e, per quanto concerneva gli accordi militari, prevedeva

dell’intervento. In realtà il duce fu sempre costretto ad accettare passivamente le scelte di Hitler

Il patto d’acciaio legava definitivamente le sorti dell’Italia a

divenendo completamente dipendente.

Solo dopo la firma del patto Ciano seppe dell’accordo tedesco-sovietico

quelle dello Stato nazista. per l’attacco alla Polonia.

(Patto Molotov-Ribbentrop agosto 1939)

Il 1° settembre 1939 le truppe tedesche entrano in Polonia, subito Inghilterra e Francia dichiarano

guerra alla Germania. L’Italia entra in una fase di “non belligeranza”…solo nel giugno ’40 deciderà

di entrare in guerra. Comincia un’esperienza destinata a durare tre anni che procurerà alle forze 15

gravi perdite e brucianti umiliazioni. Si arriverà all’armistizio (’43) senza una intesa

armate italiane

precisa e con una situazione da cui difficilmente l’Italia verrà fuori.

CAPITOLO V

DALLA SCONFITTA ALLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA (1943-1948)

All’ indomani dell’ 8 settembre 1943 l’ Italia si presentava in

1. Il regno del sud e Stalin.

condizioni disastrose tali da far temere la disintegrazione dello stato e di ogni autorità.

Il paese era tagliato in 2: Nord e Centro occupati dall’esercito tedesco (ex alleato divenuto nemico)

e il Sud dagli eserciti alleati (per i quali tecnicamente l’Italia rimaneva un paese nemico).

Dopo il precipitoso abbandono di Roma, per sfuggire alla rappresaglia dei tedeschi, Vittorio

Emanuele III si era trasferito a Brindisi, abbandonata dai tedeschi e non ancora occupata dagli

dove iniziava l’avventura del regno del sud, mentre Mussolini

anglo-americani, costituiva nel Nord

il Partito fascista repubblicano. Si creavano così le condizioni per la futura guerra civile.

A Salò Mussolini assume personalmente il portafoglio degli esteri e comprende che il prezzo della

dell’ Alto Adige e

sua liberazione è la sottomissione a Hitler e la conseguente annessione tedesca

della Venezia Giulia sino alla sconfitta bellica totale.

A Brindisi, nel palazzotto svevo dove si installano la famiglia reale e i pochi ministri, generali e

diplomatici, manca di tutto. I collegamenti con le ambasciate all’estero e con il resto della penisola

sono inesistenti.

Si deve cominciare da capo per cercare di ripristinare un minimo di apparato statale.

Badoglio firma “l’armistizio lungo” nelle acque di Malta (29 sett. 1943) che spazza via le illusioni

di trattare il regno del Sud come un “quasi alleato”.

di una possibile volontà degli anglo-americani

L’accordo armistiziale costituisce un passo avanti per il governo Badoglio riconosciuto come unica

autorità politica esistente in Italia, e per la corona, chiamata a restaurare la Costituzione Albertina

del 1848 e a impegnarsi ad indire nuove elezioni per un’ assemblea costituente alla fine della

guerra.

Vittorio Emanuele III cerca di negoziare personalmente la dichiarazione di guerra alla Germania,

ma il tentativo è velleitario anche perché la stessa dichiarazione di guerra viene restituita al

mittente. Praticamente le manovre del governo di Brindisi per guadagnare lo status di alleato si

“cobelligeranza”: un’alleanza

infrangono. Gli anglo-ameriani escogitano così la che consente

all’Italia del re di combattere contro gli ex nemici, ma che non modifica il suo status di paese

nemico nei confronti delle Nazioni Unite.

Riconosciuto (anche se in forma non ufficiale) dagli alleati, il governo Badoglio non era invece

riconosciuto dai partiti antifascisti che nel frattempo si erano costituiti e avevano avanzato, nel

primo congresso dei Comitati di liberazione nazionale (CLN),tenutosi a Bari nel 1944, la richiesta

di sospensione del potere del re e la formazione di un governo provvisorio politicamente

rappresentativo. Tra gli esponenti antifascisti era particolarmente attivo il conte Sforza.

Una grossa novità per il Regno del Sud ( la cui capitale era stata trasferita a Salerno, liberata dagli

alleati) era rappresentata dalla conferenza dei ministri degli Esteri dei tre grandi

(Molotov,Germania;Eden,Inghilterra;Cordell Hull,USA) svoltasi a Mosca nel novembre 1943.

In questa sede si sottolineò la necessità di rendere il governo italiano più democratico con

l’inclusione di rappresentanti di quei settori del popolo italiano che si sono sempre opposti al

fascismo. La partenza verso il nostro paese di Andrei Vishinskij (uno dei principali collaboratori di

Stalin) designato come rappresentante sovietico della commissione consultiva europea costituita dai

tre “Grandi” indica l’importanza che il capo del Cremino attribuisce alla missione.

Arrivato a Napoli nel gennaio 1944, Vishinskij prende contatto con Prunas: i loro interessi sono in

qualche modo coincidenti. Il Regno del Sud vuole uscire dall’isolamento diplomatico in cui è tenuto

l’Unione

dagli anglo-americani; Sovietica vuole rientrare nel gioco italiano ma soprattutto vuole 16

facilitare il rientro in Italia di Palmiro Togliatti (già segretario del Pci che aveva passato a Mosca gli

anni della guerra) in modo da spingerlo a partecipare al governo Badoglio.

Prunas chiede e ottiene che Stalin proceda al riconoscimento del Regno del Sud attraverso lo

scambio di rappresentanti permanenti tra il governo sovietico e quello italiano. Stalin accoglie la

è legato al ritorno nell’ Italia liberata di Togliatti.

richiesta, ma ovviamente il suo scopo principale

Annunciata la ripresa dei rapporti diplomatici (14 marzo 1944) tra Italia e Unione Sovietica, si

concreta la cosiddetta “svolta di Salerno”, destinata a suggellare un intreccio tra politica interna ed

estera che sarebbe diventato più marcato durante la guerra fredda. Il partito comunista italiano

avrebbe accettato di collaborare col governo Badoglio se esso avesse contribuito alla liberazione del

paese contro il comune nemico nazi-fascista.

Stalin indicò al dirigente del Pci Togliatti la via “moderata”, che escludeva ogni iniziativa

rivoluzionaria e che permetteva la conquista del potere con una lunga marcia attraverso le

istituzioni. Uno degli scopi principali che Prunas si era prefisso e che non ottenne, almeno nella fase

iniziale, era la determinazione di una reazione a catena per cui Londra e Washington avrebbero

seguito Mosca sulla strada dello scambio degli ambasciatori. Al contrario riaffiorarono da parte di

Churchill e di Roosevelt le accuse di doppiogiochismo e veniva escluso qualunque allentamento

della morsa armistiziale. Ma dopo qualche settimana Londra e Washington dovevano prendere atto

dei rischi cui erano esposte dall’iniziativa sovietica e cominciarono a mitigare la loro intransigenza.

L’Italia

Inviarono 2 ambasciatori senza che ciò costituisse però una ripresa ufficiale dei rapporti.

avanzava la proposta di un governo di unità nazionale, senza attendere la liberazione di Roma.

Nasceva il governo dell’ Esarchia. Badoglio era costretto a costituire il suo governo con gli

esponenti dei partiti antifascisti che lo avevano attaccato.

Naturalmente l’apertura di Stalin verso il Regno del Sud

2. Tra cobelligeranza e riconoscimento.

era puramente strumentale. Dopo aver incassato il via libera al ritorno di Togliatti, Stalin evitava

prese di posizione che guastassero i rapporti con gli anglo-americani. Quindi a Londra e

Washington dovevano rivolgersi i politici italiani se volevano alleviare la situazione del paese. Di

all’indomani

questo se ne rese conto Ivanoe Bonomi nominato capo del governo dal Cln della

liberazione della capitale (4.06.44). Ma Bonomi si rese conto anche dei primi segni di declino della

primazia britannica nelle vicende italiane a vantaggio di una maggiore influenza americana.

Ancora una volta il premier britannico Churchill protestava contro la sostituzione di Badoglio. Ma

le sue lamentele con Roosevelt e con Stalin erano destinate a cadere nel vuoto. Bonomi poteva

costituire il suo gabinetto, avviava una politica che cercava di accrescere la partecipazione italiana

alle operazioni belliche per attenuare i controlli e alleviare le clausole armistiziali; cercava di

ottenere dagli alleati, soprattutto dagli Usa maggiori aiuti economici. Inoltre Bonomi congelava la

questione istituzionale con un decreto di legge che prevedeva la convocazione , alla fine delle

ostilità, di un’Assemblea costituente che avrebbe determinato la forma di governo del paese. Ma il

scelte dell’ amministrazione

cambiamento di clima era determinato principalmente dalle Roosevelt,

che dall’estate un atteggiamento più favorevole all’Italia.

del 1944 assumeva

Le ragioni del “ripensamento” di Roosevelt sono:

quali voleva assicurarsi l’appoggio

1)le elezioni presidenziali nelle degli elettori italo-americani,

paese d’origine.

insoddisfatti di come gli stati uniti trattavano il loro

2)Roosevelt non era più disposto ad assecondare i disegni di Churchill, che per il dopoguerra,

proponeva schemi di una politica imperiale poco in sintonia con gli ideali per cui gli Stati Uniti

erano entrati in guerra.

Il primo dissidio veniva alla luce nella conferenza di Hyde Park (26 sett. 1944) che concludeva

quella di Quebec in cui Roosevelt e Churchill avevano messo a punto i piani di guerra contro il

come governare l’Europa.

Giappone e sul futuro della Germania e le decisioni su

Roosevelt aveva una linea più comprensiva e disponibile nei confronti del nostro paese.

Il 26 ottobre 1944 veniva diffuso un comunicato in cui il governo statunitense rendeva nota la

ripresa dei rapporti diplomatici con l’Italia. In verità Churchill tentava di recuperare terreno e di 17

esercitare quel diritto di supervisione negli affari italiani di cui si ostinava a ritenersi titolare. In

occasione della crisi del primo governo Bonomi, bocciò la candidatura del conte Sforza alla guida

di aver mancato all’impegno assunto, al momento del rientro in Italia, di

degli Esteri e gli addebitò

appoggiare il governo Badoglio. Su Sforza il premier britannico veniva momentaneamente

accontentato. Mail nuovo segretario di stato americano, subentrato a Cordell Hull, condannava

l’interferenza inglese sostenendo che gli italiani avevano il diritto di scegliere liberamente i propri

rappresentanti. Era l’ultima volta che Churchill potè esercitare un diritto di veto sulla formazione

del governo italiano.

La novità che emergeva nella composizione del 2° governo Bonomi era la nomina di Alcide De

Gasperi alla guida del Ministero degli Esteri; era il primo esponente cattolico militante a occupare

la poltrona di ministro degli Esteri dell’ Italia post-risorgimentale. De Gasperi punta sulla

“moralità” dell’ Italia risorta dalle macerie della guerra voluta dal fascismo.

Alla conferenza di Jalta, (febbraio 1945) Churchill presenta due note sulla regolazione dei nostri

e l’Austria,

futuri confini con la Jugoslavia Roosevelt e Stalin si limitano a prenderne atto.

Il presidente americano si presenta più comprensivo ma la proposta di Bonomi di trasformare la

cobelligeranza in una vera e propria alleanza non viene accolta.

Il 25 aprile 1945 il nostro paese non viene invitato alla conferenza di San Francisco indetta con lo

delle Nazioni Unite, cioè l’organizzazione internazionale voluta da

scopo di varare la Carta

Roosevelt, il quale però muore pochi giorni prima della conferenza.

L’unico passo avanti verso il recupero della piena sovranità dell’ Italia è costituito da un memoriale

clausole dell’armistizio,

che, pur mantenendo le riduce i controlli della commissione alleata e

sancisce l’impegno degli alleati ad aiutare il nostro paese attraverso l’importazione di merci,

rifornimenti, materie prime e aumento della produzione.

3. Liberazione e pacifismo nazionale. Il 25 aprile 1945, con la sconfitta del nazismo e la

liberazione di tutto il territorio dovuta alle forze alleate e a quelle partigiane, si chiude una pagina

della storia nazionale segnata dalla guerra civile. La situazione politica vede il crescente peso di un

attore che fino all’inizio del1944 aveva svolto un ruolo marginale: il movimento di resistenza

partigiano, che aveva contribuito, spesso in maniera determinante, alla lotta armata contro i nazi-

fascisti nel Nord della penisola. Nell’ estate del 44 il movimento resistenziale aveva dato una forte

spina per la liberazione di alcune città dell’Italia centrale, come Firenze era più incisiva

ma l’azione

a diffidare dell’eccessivo dinamismo del movimento e

nel Nord, e presto gli alleati cominciavano

dei suoi capi, quasi tutti schierati su posizioni di estrema sinistra.

Nel novembre 194 il comandante delle forze alleate in Italia, Alexander, invitava, attraverso un

proclama, tutte le forze partigiane a uscire dalla clandestinità e sospendere le loro azioni fino alla

primavera successiva,gli alleati infatti volevano che la resistenza fosse solo un supporto alla loro

strategia militare e non che avesse un ruolo autonomo.

C’era bisogno di una svolta: aprire le porte del governo a coloro che, armi in pugno, avevano

contribuito alla sconfitta dei nazi-fascisti del Nord.

La scelta per la candidatura ricadeva su Ferruccio Parri, capo partigiano a Milano, capo del partito

d’azione antifascista. Parri però non dava preoccupazioni agli altri leader politici, visto che il Pda

era una forza minoritaria e transitoria tra i 3 principali partiti: il Partito comunista, socialista e

Democrazia cristiana.

La collaborazione tra i 3 partiti di massa si protrarrà per un biennio, fino alla primavera del 47,

orientando le scelte e gli indirizzi del paese sia sul fronte istituzionale (ad es. nella stesura della

Costituzione), sia sul versante della politica estera ancorata a 2 valori fondamentali:

l’internazionalismo e il pacifismo.

Ovviamente i 3 partiti avevano una visione propria ed autonoma:

interpretava l’internazionalismo come parte integrante della propria fedeltà

Il Partito Comunista

alla volontà e alla politica di Mosca. 18

Togliatti era ligio ai principi dell’ “internazionalismo proletario” (solidarietà alla classe lavoratrice

ed eliminazione della società in classi così da superare gli antagonismi nazionali).

pensava ad un’Italia

Il Psiup (Partito socialista di unità proletaria), interpretato da Pietro Nenni,

indipendente da ogni blocco e vagheggiava una terza via tra quella capitalista e quella comunista,

puntando illusoriamente molte carte sulla Gran Bretagna guidata dai laburisti, che avrebbe dovuto

assumere un ruolo di mediazione tra gli Stati Uniti e l’Unione sovietica e che invece si schiererà al

fianco dell’America contro la politica di Stalin.

L’Internazionalismo cattolico era diversamente orientato. Sfuggiva ad una collocazione di parte,

visione globalizzante che avevano come pilastro il ripudio della guerra; soprattutto dopo i

bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki (agosto 1945).

C’era tuttavia un tratto comune tra i 3 partiti di massa, uniti nell’affermazione dei valori

dell’antifascismo: esorcizzare il passato attraverso una risposta sovranazionale e internazionalista ai

problemi della futura collocazione del paese.

Si guardava con estremo interesse all’Onu, ma si seguivano anche altri progetti internazionalisti,

come la proposta di Churchill (settembre 1946) per la costituzione degli “Stati Uniti d’Europa”.

Si tratterà di un processo che porterà alla definitiva cancellazione di qualunque politica di potenza e

all’inserimento dell’Italia nel sistema della cooperazione internazionale.

De Gasperi mantiene, con il governo Parri, il ministero degli Esteri. Ma deve affrontare da subito 2

e un’altra lungo la frontiera orientale.

crisi: una ai confini nord-occidentali

In Val d’Aosta e nelle zone alpine del tentano l’occupazione di alcuni

Piemonte le truppe francesi

territori di frontiera (metà marzo 1945). Si tratta di una violazione degli accordi bilaterali e delle

intese tra lo stesso de Gaulle e gli anglo-americani. De Gasperi reagisce mobilitando gli

ambasciatori a Parigi e a Washington, Saragat e Tarchiani, per denunciare la violazione e impedire

l’occupazione. maggio la situazione sembra precipitare. Il prefetto d’Aosta invia

A un messaggio a

Bonomi in cui spiega che le truppe francesi cercano di indurre con ogni mezzo la popolazione a

esprimere il proprio desiderio di essere annessa alla Francia.

Harry Truman scrive a De Gaulle che fino a quando permarrà una tale minaccia non saranno più

assegnati alle forze francesi armi ed equipaggiamenti. Il 12 giugno 1945 il governo ritira le truppe

dall’intera regione che passa sotto il controllo del governo militare alleato.

In qualche modo il copione si ripete sul fronte orientale, cioè in Venezia Giulia. Il 1° maggio 1945 i

partigiani di Tito occupano Trieste volendola annettere al resto della Jugoslavia. Churchill si sente

tradito dal capo comunista jugoslavo quando viene a sapere che questi ha sottoscritto a Mosca un

trattato di amicizia con Stalin. Dunque è fondato il sospetto che il dittatore sovietico voglia

estendere la propria influenza sull’area adriatica settentrionale. Anche Truman che in un primo

non voleva entrare nelle “questioni balcaniche”,

momento è costretto a cambiare idea e autorizza

l’intervento delle truppe di Alexander in Venezia Giulia. Il presidente americano minaccia

un’operazione militare sharp and short (improvvisa e rapida) se Belgrado non ritira immediatamente

le truppe. Il maresciallo Tito non ha alternative, deve lasciare Trieste anche perché è abbandonato

da Stalin che non vuole rischiare un conflitto con glia anglo-americani.

L’accordo viene perfezionato a Duino dal generale Morgan e dal capo di stato maggiore jugoslavo

il 20 giugno 1945. Prevede la creazione di 2 zone: La “zona A” sotto amministrazione alleata e la

“zona B” sotto amministrazione jugoslava. Finisce l’incubo per Trieste, ma non per altre città come

Pola e Fiume che finiscono nelle mani di Tito. Lo scontro per Trieste si configura come il primo,

vero confronto tra Est e Ovest dopo gli accordi di Jalta e dopo la fine delle ostilità in Europa. I due

blocchi cominciano lentamente a prendere consistenza anche se siamo solo alle battute iniziali e non

mancheranno i momentanei ripensamenti.

protagonista indiscusso della “lunga marcia” verso la pace è Alcide

4. Il duro prezzo della pace. Il

De Gasperi, ministro degli Esteri e a capo del governo nel dicembre 1945.

Il leader del partito cattolico diventa sempre più il punto di riferimento degli americani. Infatti il

primo gesto degli alleati, all’indomani della nomina di De Gasperi, è il ripristino della sovranità 19


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti su politica estera dell'Italia relativi all'esame di Storia delle relazioni internazionali della prof.ssa Francesca Russo.
Gli appunti sono una sintesi sui seguenti argomenti:
politica estera dell'Unità d'Italia
l'Italia nella grande Alleanza
l'Italia e la Prima Guerra Mondiale
politica estera di Mussolini
dalla sconfitta alla Costituzione Repubblicana fino alla politica estera della globalizzazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Izzo Alberto.

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