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Politica economica e finanziaria

Il tasso naturale di disoccupazione e la curva di Phillips

Nel 1958 A.W. Phillips disegnò un grafico che riportava il tasso di inflazione in funzione del tasso di disoccupazione del Regno Unito, trovando che quando la disoccupazione era bassa l’inflazione era alta, mentre se essa era alta, l’inflazione era bassa. Due anni dopo Paul Samuelson e Robert Solow replicarono l’esercizio di Phillips per gli USA trovando anch’essi una relazione negativa tra le due variabili, che denominarono curva di Phillips. Essa sembrava indicare che i paesi potessero scegliere tra varie combinazioni di disoccupazione e inflazione, potendo garantire una disoccupazione minore tollerando un’inflazione più elevata, o ottenendo la stabilità dei prezzi tollerando una disoccupazione maggiore. Negli anni ’70 tuttavia iniziò a manifestarsi un’altra relazione tra il tasso di disoccupazione e la variazione del tasso di inflazione; oggi una disoccupazione elevata sembra comportare non tanto una bassa inflazione, quanto una sua riduzione nel tempo.

Inflazione, inflazione attesa e disoccupazione

L’offerta aggregata può essere riscritta come una relazione tra inflazione, inflazione attesa e tasso di disoccupazione. Si parte dall’equazione di offerta aggregata: P = P (1 + μ) F(u, z), la funzione F cattura gli effetti sul salario del tasso di disoccupazione, u, e degli altri fattori che influenzano la determinazione dei salari rappresentati dalla variabile z. Si vuole assumere una forma specifica per questa funzione: F (u, z) = 1 − αu + z. Essa esprime l’idea che quanto maggiore è il tasso di disoccupazione, tanto minore è il salario; quanto maggiore è z, tanto maggiore è il salario. Il parametro α esprime la forza dell’effetto della disoccupazione sul salario. Sostituendo la funzione F con quella di partenza si ottiene: P = P (1 + μ)(1 − αu + z).

Infine, sia Π il tasso di inflazione e Πe il tasso atteso di essa. L’equazione precedente può essere riscritta come: Π = Πe + (μ + z) − αu.

Su quest’ultima equazione operano tre effetti.

  • Un aumento dell’inflazione attesa Πe porta un aumento dell’inflazione effettiva Π. Un aumento del livello atteso dei prezzi porta a un aumento di pari proporzione del livello effettivo dei prezzi: chi fissa i salari chiederà un maggior salario nominale, determinando un aumento del livello effettivo dei prezzi. Dato il livello dei prezzi dell’anno passato, un maggiore livello dei prezzi significa inflazione maggiore; dato il livello dei prezzi dell’anno scorso, prezzi attesi più elevati significano maggiore inflazione attesa.
  • Data l’inflazione attesa Πe, un aumento del markup μ scelto dalle imprese, o un aumento dei fattori che influiscono sulla determinazione dei salari, z, porta ad un aumento dell’inflazione Π. Dato il livello atteso dei prezzi, un aumento di μ o di z fa aumentare il livello dei prezzi P.
  • Data l’inflazione attesa Πe, un aumento del tasso di disoccupazione u, porta a una riduzione dell’inflazione Π. Dato il livello atteso dei prezzi, un aumento del tasso di disoccupazione u porta a un minor salario nominale, che determina un minor livello dei prezzi P.

Essendo utile usare indici temporali per riferirsi alle variabili, si riscrive l’equazione come:

Πt = Πe,t + (μ + z) − αut

La curva di Phillips

La prima formulazione

Pensiamo a un’economia con inflazione positiva in alcuni anni e negativa in altri, in modo che l’inflazione media sia nulla. Quale salario nominale verrà scelto l’anno successivo se il tasso di inflazione oggi è uguale a zero? Aspettandosi un’inflazione nulla anche nel corso dell’anno dopo, ponendo Πe = 0, l’equazione diventa: Πt = (μ + z) − αut.

Dati i prezzi attesi, che i lavoratori assumono pari a quelli dell’anno precedente, una minore disoccupazione comporta salari nominali più elevati, che si riflettono in prezzi maggiori secondo la spirale prezzi-salari la quale opera così:

  • Una bassa disoccupazione fa aumentare il salario nominale.
  • In risposta a un maggior salario le imprese aumentano i prezzi.
  • In risposta a maggiori prezzi, i lavoratori chiedono un maggior salario.
  • Un salario nominale più alto spinge le imprese ad aumentare ancora i prezzi.
  • Con i prezzi ancora più alti, i lavoratori chiedono un aumento ulteriore.

La rincorsa tra prezzi e salari si traduce in inflazione dei prezzi e dei salari.

Le formulazioni successive

Negli anni ’60 la politica macroeconomica USA fu volta a mantenere la disoccupazione a tassi coerenti con un’inflazione moderata. Tra il 1961 e il 1969 la loro economia si mosse lungo la curva di Phillips, ma dal 1970 in poi la relazione tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione venne meno facendo sparire la curva originaria per due ragioni di fondo:

  • Gli USA furono colpiti due volte da un forte aumento del prezzo del petrolio, che costrinse le imprese ad aumentare i prezzi rispetto ai salari, alzando il markup μ. Un aumento di esso fa aumentare l’inflazione, anche a parità di tasso di disoccupazione.
  • I lavoratori modificarono il loro modo di formare le aspettative: se l’inflazione è costantemente positiva, aspettarsi che i prezzi futuri siano uguali a quelli correnti diventa sistematicamente sbagliato, e di fronte a un’inflazione costantemente positiva e più persistente le aspettative iniziarono a incorporarne la presenza modificando la natura stessa della relazione tra disoccupazione e inflazione.

Si suppone che le aspettative si formino in base alla relazione: Πe,t = θ Πt−1. Il parametro θ descrive l’effetto del tasso di inflazione dell’anno precedente Πt−1 sul tasso di inflazione atteso nell’anno corrente Πe,t. Maggiore è il valore di θ, tanto più l’inflazione passata spinge i lavoratori e le imprese a rivedere le aspettative sull’inflazione futura: è accaduto un progressivo aumento del suo valore. Fintanto che l’inflazione era bassa e non persistente, lavoratori e imprese ignoravano l’inflazione passata e assumevano che il livello corrente dei prezzi sarebbe stato uguale a quello passato. θ era vicino allo zero, e l’inflazione attesa era pressoché nulla (Πe,t = 0).

Quando l’inflazione è diventata più persistente, i lavoratori e le imprese hanno iniziato ad assumere che se l’inflazione era stata alta nell’anno prima, sarebbe stata tale anche nell’anno corrente. Il parametro θ è aumentato costantemente, diventando uguale a 1. Sostituendo usando l’equazione precedente, si ottiene: Πt = θΠt−1 − αut + (μ + z).

Quando θ = 0, si ottiene la curva di Phillips originaria: Πt = (μ + z) − αut. Quando θ è positivo, il tasso di inflazione dipende dal tasso di disoccupazione ma anche da quello di inflazione dell’anno precedente: Πt = θΠt−1 − αut + (μ + z). Quando θ = 1, l’equazione di offerta aggregata diventa Πt − Πt−1 = −αut + (μ + z), quindi qui il tasso di disoccupazione non influenza il tasso di inflazione ma piuttosto la sua variazione: una disoccupazione elevata comporta inflazione decrescente, una moderata comporta un’inflazione crescente.

Con l’aumento di θ da 0 a 1, la relazione di Phillips ha perso validità, dandone invece ad una nuova: la relazione tra la disoccupazione e la variazione dell’inflazione. Quando la disoccupazione è bassa, la variazione dell’inflazione è positiva, quando è alta la variazione è negativa. L’equazione con θ = 1 è detta curva di Phillips modificata o corretta per le aspettative o accelerata.

Tornando al tasso naturale di disoccupazione

La curva originaria di Phillips implicava l’assenza del tasso naturale di disoccupazione. Quando essa forniva ancora una buona descrizione dei dati, Milton Friedman ed Edmund Phelps si interrogarono sull’esistenza di un trade-off tra disoccupazione e inflazione, affermando che esso poteva esistere solo in presenza di una sottostima sistematica dell’inflazione nella determinazione dei salari. Se il governo avesse tentato di sostenere un’occupazione elevata accettando una maggiore inflazione, il trade-off sarebbe scomparso e il tasso di disoccupazione non sarebbe sceso al di sotto di un certo livello detto tasso naturale di disoccupazione. Effettivamente è ciò che è accaduto.

Si vuole esplicitare la relazione tra la curva di Phillips e il tasso naturale di disoccupazione, tasso di disoccupazione in corrispondenza del quale il livello effettivo dei prezzi è uguale al livello atteso dei prezzi. Indicando il tasso naturale di disoccupazione con un e imponendo la condizione di uguaglianza tra inflazione effettiva e attesa (Πt = Πe,t) nell’equazione temporale, si ottiene: 0 = (μ + z) − αun, e risolvendo per il tasso naturale un si ottiene: un = (μ + z) / α.

Quanto più è elevato il markup μ, o quanto più sono elevati i fattori che influiscono sulla determinazione dei salari z, tanto maggiore è il tasso naturale di disoccupazione. Si riscrive il tutto come: Πt − Πe,t = −α(ut − un).

Se il tasso di inflazione atteso è ben approssimato dal tasso di inflazione dell’anno precedente, la relazione diventa: Πt − Πt−1 = −α(ut − un).

Quest’ultima equazione è importante per due ragioni:

  • La variazione dell’inflazione dipende dalla differenza tra tasso effettivo e tasso naturale di disoccupazione. Quando il tasso effettivo di disoccupazione eccede il tasso naturale, l’inflazione diminuisce; quando la disoccupazione effettiva è inferiore al tasso naturale, l’inflazione aumenta.
  • È il tasso di disoccupazione che mantiene costante l’inflazione, e per questo il tasso naturale è anche chiamato tasso di disoccupazione non inflazionistico o Nairu (non accelerating inflation rate of unemployment).

Una sintesi e molti avvertimenti

Differenze nel tasso naturale tra paesi

Il tasso naturale di disoccupazione dipende da tutti i fattori che influenzano la determinazione dei salari z, dal markup stabilito dalle imprese μ, dalla risposta dell’inflazione alla disoccupazione α. Non c’è alcuna ragione per aspettarsi che in nazioni diverse vi sia lo stesso tasso naturale di disoccupazione; un alto tasso di disoccupazione riflette un altrettanto alto tasso naturale di disoccupazione, e non uno scostamento del primo dal secondo.

Variazioni del tasso naturale nel tempo

Non c’è ragione per credere che μ e z siano costanti nel tempo; il grado di potere monopolistico delle imprese, la struttura della contrattazione salariale, il sistema dei sussidi di disoccupazione ecc cambiano nel tempo, facendo variare anche il tasso naturale di disoccupazione. Le variazioni del tasso naturale nel tempo sono difficili da misurare, poiché si può osservare il tasso effettivo ma non quello naturale; tuttavia si può stabilire l’evoluzione del tasso naturale confrontando i tassi medi di disoccupazione nel corso dei decenni.

Elevata inflazione e curva di Phillips

Negli anni ’70 la curva di Phillips negli USA è cambiata: l’inflazione è diventata più persistente ed è cambiato il meccanismo di formazione delle aspettative da parte di chi fissava i salari. La relazione tra disoccupazione e inflazione cambia al variare del livello e della persistenza dell’inflazione. Quando il tasso di inflazione diventa elevato, l’inflazione tende anche a diventare più variabile, e i lavoratori e le imprese sono più riluttanti a firmare contratti di lavoro che fissano i salari nominali per un lungo periodo: se l’inflazione risultasse più alta, i salari reali scenderebbero e i lavoratori perderebbero potere d’acquisto, se risultasse più bassa, i salari reali aumenterebbero e le imprese potrebbero non essere in grado di pagare. Per questo le condizioni delle contrattazioni salariali cambiano al variare del livello di inflazione; i salari nominali sono fissati per periodi di tempo più brevi, e l’indicizzazione dei salari, meccanismo che adegua automaticamente i salari all’inflazione, diventa una condizione imprescindibile.

Si immagina un’economia con due tipi di contratti di lavoro, una proporzione λ di contratti di lavoro è indicizzata, una proporzione (1−λ) non lo è. Si ha quindi:

Πt = [λΠt + (1−λ)Πe,t] − α(ut − un).

Una porzione λ di contratti è indicizzata e risponde all’inflazione effettiva, e una porzione (1−λ) risponde all’inflazione attesa. Se si assume che l’inflazione attesta quest’anno sia uguale a quella dell’anno scorso (Πe,t = Πt−1), si ottiene:

Πt = [λΠt−1 + (1−λ)Πt−1] − α(ut − un).

Quando λ = 0 tutti i salari sono fissati sulla base dell’inflazione attesa, e l’equazione si riduce a:

Πt − Πt−1 = −α(ut − un).

Quando invece λ è positivo, una proporzione λ dei salari è fissata sulla base dell’inflazione effettiva attesa. Spostando il termine tra parentesi (1−λ) a sinistra e dividendo entrambi i lati per (1−λ) si ottiene:

Πt − Πt−1 = −α(ut − un) / (1−λ) = (ut − un).

L’indicizzazione salariale aumenta l’effetto della disoccupazione sull’inflazione: senza indicizzazione una minor disoccupazione fa aumentare i salari, determinando un aumento dei prezzi. Poiché i salari non rispondono direttamente ai prezzi, nel corso dell’anno questi non aumentano ulteriormente. Con l’indicizzazione invece un aumento dei prezzi porta un ulteriore aumento dei salari, che provoca un aumento dei prezzi e così via, tale che la disoccupazione abbia un effetto maggiore sull’inflazione nel corso dell’anno. Possono darsi grandi variazioni dell’inflazione con variazioni quasi nulle della disoccupazione: dove l’inflazione è molto alta, la relazione tra le due diventa sempre più labile e poi scompare.

Deflazione e curva di Phillips

Quando c’è deflazione, la curva di Phillips si comporta in modo strano. Negli anni ’30 la disoccupazione era elevata ma, dato il suo elevato tasso, il tasso di inflazione era sorprendentemente alto. Ci sono due spiegazioni: 1) la Grande Depressione provocò un aumento non solo del tasso effettivo di disoccupazione, ma anche del tasso naturale di disoccupazione; 2) quando un’economia inizia ad entrare in deflazione, la curva di Phillips non vale più, per esempio per la riluttanza dei lavoratori ad accettare riduzioni dei loro salari nominali. Ciò implica che la curva di Phillips possa scomparire e indebolirsi quando l’economia è vicina ad un’inflazione nulla.

Inflazione, produzione e crescita della moneta

Produzione, disoccupazione e inflazione

La legge di Okun

Se produzione e occupazione si muovono assieme, un aumento dell’1% della produzione porta un aumento dell’1% dell’occupazione e viceversa. Indicando con ut il tasso di disoccupazione dell’anno t, con ut−1 il tasso di disoccupazione nell’anno t−1 e con gyt il tasso di crescita della produzione, vale la relazione ut − ut−1 = −gyt. La variazione del tasso di disoccupazione dovrebbe essere uguale all’opposto del tasso di crescita della produzione. Si confronta questa relazione con quella effettiva tra crescita della produzione e variazione del tasso di disoccupazione, nota come legge di Okun. Sia gy il tasso normale di crescita dell’economia; il parametro β dice quanto una crescita oltre il normale si rifletta in una riduzione del tasso di disoccupazione. Si può scrivere: ut − ut−1 = −β(gyt − gy).

Una crescita della produzione superiore al tasso normale porta a una riduzione del tasso di disoccupazione, una crescita della produzione inferiore al tasso normale porta a un aumento del tasso di disoccupazione.

La curva di Phillips

L’offerta aggregata può essere espressa come una relazione tra inflazione, inflazione attesa e disoccupazione: Πt = Πe,t − α(ut − un). L’inflazione dipende dall’inflazione attesa e dalla deviazione della disoccupazione dal suo tasso naturale. Essendo l’inflazione attesa approssimata dall’inflazione dell’anno precedente, si sostituisce Πe,t con Πt−1, trasformando la relazione in Πt − Πt−1 = −α(ut − un). Una disoccupazione superiore al tasso naturale provoca una riduzione dell’inflazione; una disoccupazione inferiore fa aumentare l’inflazione.

La domanda aggregata

La domanda aggregata è una relazione tra produzione, offerta reale di moneta, spesa pubblica e imposte:

Y = Y(M/Pt, Gt, Tt).

Si ignorino le variazioni dei fattori diversi dai saldi moneta.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Boscaioloasr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e finanziaria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Mazzoli Marco.
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