POLITICA ECONOMICA
17/09
Lionel Robbens definì l’economia politica come lo studio dell’impiego delle risorse scarse per
massimizzare (o ottimizzare) obiettivi di benessere. Possiamo però individuare dei punti
problematici, identificabili con i concetti di risorse scarse, con le definizioni di ottimizzazione e
di benessere o interesse collettivo; inoltre nella sovramenzionata definizione di economia
politica manca l’elemento degli scambi.
Se si parla di risorse scarse è implicito il fatto che noi conosciamo effettivamente le risorse e i
prezzi relativi. L’attività umana di chi ragiona in termini economici ruota attorno al concetto di
scarsità, che però è una misura del tutto relativa poiché dipende da fattori reali come genere,
situazione politica etc… Impiegare risorse scarse dunque è vero fino a un certo punto, in quanto
l’obiettivo è piuttosto quello di abbassare sempre di più il vincolo di scarsità: per esempio se
consideriamo il prezzo breakeven del petrolio, quello che permette la copertura dei costi,
questo scende sempre di più con l’avanzamento tecnologico. In sintesi possiamo asserire che i
vincoli di scarsità facciano parte del problema e non debbano essere considerati come variabile
esogena.
Per quanto riguarda un operatore economico inoltre, data la carenza di capacità di elaborazione
dei dati e la non conoscenza della propria funzione di utilità, le scelte formulate non
massimizzano l’utilità, ma mirano a aumentare il benessere di volta in volta, per cui non sono
scelte massimizzanti ma esclusivamente migliorative.
Anche il concetto di benessere può risultare ambiguo. Infatti un individuo di per sé non conosce
il proprio benessere e non agisce per raggiungere questo. Un individuo è piuttosto spinto da un
principio di non sazietà che lo porterà a voler sempre cercare di migliorare la propria situazione
se possibile. Ma se anche riuscissimo ad assegnare un valore al benessere individuale,
identificare il benessere collettivo come somma dei benesseri individuali può non apparire
riscontrabile nella realtà in quanto le utilità non sono confrontabili né tantomeno aggregabili in
quanto entrano in gioco fattori reali come l’invidia che rende per esempio scontento un
individuo poiché un altro viene pagato di più, o ottiene condizioni migliori etc... Lo scambio non
porta a una situazione di ottimo, ma si tratta di un mero miglioramento della posizione di
entrambi gli individui. L’economia dunque tentando di rappresentare delle conclusioni
attraverso lo studio degli scambi viene definita disciplina amorale in quanto si deve astenere da
giudizi di valore.
L’economia è l’analisi delle condizioni di crescita economica, quindi è un processo dinamico
piuttosto che statico. Infatti i vari processi produttivi, prodotti e fattori produttivi si modificano
in continuazione. La visione dinamica tradizionale considera il futuro come un’estrapolazione del
passato, nel senso che il futuro viene visto come continuazione del passato. Per cui vengono
analizzati fenomeni passati e applicati per prevedere fenomeni futuri per inferenza. Parlando di
futuro però non si può non menzionare l’incertezza. Nel caso specifico vi sono tre tipologie di
incertezza. Una prima è quello che comunemente chiamiamo rischio, ovvero una situazione in
cui l’evento è noto ed è nota la distribuzione di probabilità di realizzo dell’evento. Inoltre può
essere noto l’evento, ignota la distribuzione di probabilità o possono essere ignoti entrambi. Un
imprenditore avverso al rischio deve essere in grado non di prevedere un certo evento, ma di
considerare le varie incertezze ed essere in grado di correggere in corso d’opera, anche
rinunciando alla minimizzazione dei costi favorendo costi di medio piuttosto che di lungo
termine, errori dovuti magari a un’obsolescenza dei fattori.
Politica economica 20/09 (lezione due)
Con il concetto di soggettivismo si intende l'idea secondo cui l'unico giudice di un bene di
consumoè l'individuo che consuma. Non si possono dare giudizi oggettivi sull'utilità di consumo,
l'unico che può farlo è colui che consuma. Non sempre l'individuo ha ragione, infatti questo può
pentirsi della scelta effettuata, ma il fatto che abbia sbagliato non tocca questo concetto. Ognuno
dunque è l'unico arbitro delle proprie attività economiche.
Se si considera il grafico con prezzi sulle ordinate e quantità sulle ascisse l'area sottesa alla curva di
domanda alla quantità x* al prezzo p* è il sacrificio che si fa per ottenere la quantità x*. In caso di
acquisto di un bene al prezzo di 100 euro , questi 100 euro non sono l'utilità guadagnata, ma è il
prezzo dei beni a cui devo rinunciare per acquistare quel bene a 100 euro. Quindi non è il valore
esatto del sacrificio, ma una misura indicativa. Il sacrificio sarebbe l'utilità che si sarebbe ottenuta
utilizzando i 100 euro per altri beni. La visione soggettivista è dunque una visione in cui il concetto
di valore è diverso per ognuno di noi. Non è possibile quindi nell'ambito della politica economica
misurare le variazioni del benessere, ma solo prefiggerci l'obiettivo di migliorarlo.
Dal punto di vista aziendalistico, considerando la curva data dal costo marginale C', sappiamo che il
costo totale è dato dall'area sottesa alla curva in corrispondenza del prezzo e della quantità di
equilibrio. La differenza tra l'area totale e il CT è il profitto. La rendita del produttore ammonta al
valore dei beni e servizi che il produttore ricava attraverso l'impiego del profitto. Il benessere che si
ottiene dall'impiego di questo è maggiore o uguale al profitto stesso. Se il beneficio fosse minore
infatti non saremmo spinti a spendere poiché meno conveniente di tenere i soldi senza investirli. In
caso di ampliamento di capacità produttiva o di espansione in un nuovo mercato, questo dipende dal
guadagno di tale investimento. Le percezioni sono soggettive, come lo sono a priori i prezzi e il
profitto e le vendite.
Vi sono due tipi di efficienza: di scambio e di produzione. Per quanto riguarda la produzione si
definisce efficiente la posizione in cui data tecnologia e insieme di fattori produttivi si massimizza
la produzione. Quindi se x=f(K,L) io massimizzo x dati K e L. Si può anche dire che data la
funzione di produzione sono efficiente quando uso la minima quantità di fattori produttivi.
La curva di trasformazione o frontiera delle possibilità produttive mi mostra le modalità di impiego
dei fattori. (La tecnologia è l'insieme delle tecniche). Un ampliamento tecnologico si ha quando
cambiano le possibilità di scelta.
Se si producono entrambi i beni e produco A vuol dire che c'è qualcosa che a
non funziona: sono all'interno della frontiera e non abbiamo max. Tutti i punti
tra a e b sono migliori di A, cioè sono paretianamente superiori poiché tutte le
combinazioni descritte da tale area prevedono un miglioramento di A b
produzione di un bene senza peggiorare l'altro. Andando a produrre A y
significa che non abbiamo utilizzato tutte le risorse possibili, oppure non
abbiamo usato le tecniche migliori (e quindi inefficienti).
Per quanto riguarda il consumo si fa più complicato, poiché entra di nuovo in x
gioco il concetto di soggettivismo: l'efficienza non è perfettamente misurabile
anche perché l'utilità varia da individuo a individuo.
Si dice efficiente qualunque scambio che aumenta l'utilità delle parti coinvolte nello scambio.
Quindi le attese date dei benefici dello scambio devono essere vantaggiose, quindi il concetto di
efficienza si applica a prima dello scambio, perciò lo scambio ex ante è efficiente. Quindi
l'efficienza che riguarda il consumatore è un problema irrisolvibile, perché le premesse dello
scambio, in quanto volontarie, sono sempre efficienti. Ex post invece è difficile da capire.
Chiamiamo free riding una serie di comportamenti opportunistici. Il consumatore ha dei benefici ma
non paga nulla. Secondo alcuni questo giustifica misure di politica economica. A questo proposito
possiamo individuare un problema normativo e economico. Per esempio, se ipotizziamo che un
soggetto debba pagare, io non conosco il beneficio per quale è disposto a pagare. Il soggettivismo
rende molto vaga l'idea del free riding (basti pensare alla rendita del consumatore, in cui il triangolo
del surplus del consumatore è a tutti gli effetti free riding, poiché si ottiene un valore aggiunto che
non paghiamo, ovvero crea benefici per cui non si paga).
L'obbligo viola la libertà di scelta. Il free rider non ruba nulla e non può essere in alcun modo
paragonato al furto. Il free riding è un comportamento inevitabile: se non ci fosse un modo per
ottenere benefici superiori ai benefici non scambieremmo.
Individualismo metodologico: il soggetto economico è sempre un individuo e non un organo
complesso. Le decisioni sono sempre individuali: decisioni aggregate sono date dalla somma delle
varie decisioni individuali. Quindi non esiste il benessere collettivo, ma solo quello dei singoli
individui. Essendo soggettivisti i vari benesseri individuali non sono sommabili. Non esiste
nemmeno l'interesse collettivo, dato dal miglioramento paretiano di un gruppo di individui.
Applichiamo i principi soggettivisti e individualistici alle seguenti situazioni: dignità e razionalità.
Dignità individuale: pari dignità delle preferenze o impossibilità di individuare un criterio in base al
quale si classificano le preferenze individuali. Se non si ha qualunque cosa che discrimini una parte
di popolazione, qualunque criterio per porre parte di popolazione sopra ad un'altra, si è alla pari
dignità delle preferenze. Il governo dunque non può perseguire politiche paternalistiche e non può
imporre cose: per quanto riguarda il fumo per esempio, non si può imporre una legge specifica che
ne limiti l'utilizzo. Il fatto che si abbiano pari dignità per preferenza sottintende che ognuno fa ciò
che vuole: quindi le norme non esistono se danneggiano almeno una persona. Per esempio appunto i
fumatori. In un'impostazione individualistica politiche di redistribuzione del reddito, se ai ricchi
italiani si taglia per dare a qualcuno un reddito extra, assegnarlo solo ai poveri italiani e non ai
poveri in generale, anche se magari più abbienti, comporta una discriminazione.
Analisi costi-benefici: vi sono due possibilità, oggettiva e soggettiva. Nel caso di una analisi
oggettiva bisogna guardare ai costi di produzione e il valore attuale dei flussi di ricavi
(considerando mantenimento e costi futuri attesi). Se a favore, il beneficio certo è sottostimato, in
quanto non considera il beneficio che se ne ricaverebbe. L'analisi costi-benefici non può tenere solo
conto di variabili oggettive, ma dovrebbe tenere conto non dei prezzi ma dei valori. Se è un'impresa
privata questa non lavora per conseguire perdite e quindi deve creare ricchezza, creando valore per
chi decide di acquistare il prodotto. Nel pubblico le cose sono più complesse, in quanto è difficile
calcolare i benefici. Infatti nel pubblico i prezzi sono regolamentati, e quindi poco indicativi.
L'intervento pubblico può esservi in settori che danno un'analisi costi-benefici negativa, fornendo
comunque il servizio.
Egoismo e altruismo: avversione all'egoismo piuttosto che per l'altruismo. Il fatto che un
comportamento o evento sia desiderabile non da diritto a obbligare gli altri a farlo. L'altruismo puro
non esiste. Esiste quello spurio in quanto si ottiene una remunerazione anche se non materiale,
come la gratificazione per una buona azione. In ogni caso qualunque comportamento economico
porta a un miglioramento della propria situazione, cioè io dopo lo scambio, o dopo aver dato soldi
in beneficienza, sto meglio di prima (nelle premesse non si considera ciò che avviene dopo lo
scambio)
Razionalità:
informazione: secondo alcune tesi gli individui non sono razionali e quindi sono necessari sforzi
paternalistici per porre rimedio a ciò. Vi sono infatti i sottostanti problemi:
1. non si hanno informazioni necessarie
2. capacità di elaborare informazioni
3. comportamenti emotivi.
Il problema sta nel fatto che si dovrebbe fornire le informazioni senza costringere gli individui a
agire in un certo modo piuttosto che un altro. Il compito dell'ente che è adito a porre rimedio alla
mancanza di informazione non è sostituirsi a colui che deve decidere, ma esclusivamente fornire le
informazioni.
Lezione 3 politica economica, 24/09
L'assenza di informazione non implica necessariamente irrazionalità, infatti potrebbe essere
razionale in alcune situazioni decidere di non accettare l'informazione in quanto questa è reputata
errata. Non si può conoscere il valore di un'informazione finché non la si ha ottenuta.
L'individuo commette errori in quanto tale: l'importante è correggersi in modo rapido. Questo
concetto riprende quello già esposto dell'impossibilità di eliminare tutti gli errori, a cui invece
occorre porre rimedio adattandosi ad essi e cercando di migliorare. Inoltre bisogna considerare la
plausibile incapacità di elaborazione dei dati, e quindi una limitata capacità di immagazzinamento
delle informazioni da un lato e la loro rielaborazione dall'altro.
Questi possono essere motivi per cui viene preferito non informarsi. Inoltre l'agire umano spesso è
spinto dall'emotività, che non implica necessariamente errore in quanto fa parte del nostro essere. I
comportamenti emotivi non sono di per sé negativi.
La differenza tra politica economica e economia è che l'economia spiega come gli individui
stringano tra di loro relazioni di scambio, confrontando i dati opportuni dei singoli individui (si
richiama il concetto di costo opportunità, ovvero il sacrificio che l'individuo deve compiere per
ottenere qualcosa, come variabile essenziale in uno scambio). Il costo opportunità di acquistare
delle cose a un determinato ammontare è in sintesi il valore che avrei ottenuto acquistando altri beni
con lo stesso ammontare.
La politica economica invece non si pone come obiettivo quello di spiegare qualcosa. Essa si
divide in tre momenti:
1. Si definiscono gli obiettivi da seguire
2. si individuano gli strumenti con gli quali perseguire e ottenere tali obiettivi
3. si procede alla valutazione dei risultati
La definizione degli obiettivi non dovrebbe riguardare l'economista. Questa è una decisione
politica, e deve essere considerata una variabile esogena. Il problema a tal riguardo sorge quando si
considera la legittimità della autorità politica che può essere sovrana, come può essere sovrano
l'individuo, o dichiarata illegittima.Fino al '500 l'impostazione era prevalentemente di tipo
sovranista, in quanto il diritto a governare veniva fatto risalire essenzialmente a un diritto divino.
L'autorità si proponeva di fronte ai sudditi come garante del diritto divino e per questo legittima a
priori. Con l'avvento dell'umanesimo si cominciò a dare importanza all'individuo in quanto
individuo. Questo favorì l'avvento dell'idea di contratto sociale.
Gli autori principali del '900 sono Rawls e Buchanan, però già Aristotele definiva gli esseri umani
come animali sociali, in quanto siamo nati in una collettività che ci è utile per difesa, scambio,
vantaggi vari derivanti da specializzazione etc..., e realizziamo la nostra natura di individui sociali.
Secondo Hobbes invece, l'uomo non si realizza nella collettività. La natura di uomo presuppone
dei diritti, tra cui quello fondamentale è quello all'incolumità fisica e alla sopravvivenza. Poiché
l'istinto umano è un istinto violento, se lasciati a se stessi gli uomini darebbero vita a uno stato di
natura caratterizzato da violenza e prevaricazione, meglio definito come stato di guerra. Poiché
l'essenza stessa dell'individualità è come detto l'incolumità fisica, non è possibile essere contrari alla
nascita di un'autorità politica capace di dare sicurezza da aggressioni esterne e interne in quanto
andrebbe contro la propria natura. Questo è un contratto sociale, cioè un contratto tra individui che
accettano lo Stato come pacificatore. Il contratto non è esplicito, ma viene soltanto soddisfatto un
diritto naturale. Lo Stato dunque è legittimato a fare di tutto per evitare un ritorno allo stato di
guerra. Non essendoci un contratto tra Stato e individui è una idea molto moderna, poiché tuttora lo
Stato è legittimo proprio perché guarda all'interesse collettivo. L'autorità politica si deve far carico
quindi della protezione degli individui. Questa è una visione classica: l'economia classica prevede
lo Stato minimo, cioè un'autorità politica con funzioni ridotte alla protezione dell'incolumità. Un
esempio di questo è lo stato americano creato nel '700. I padroni fondatori chiedevano
essenzialmente poteri e risorse per la difesa e la libertà di commercio. L'idea è che se io individuo
appartenente di una comunità non riconosco lo Stato hobbesiano, non riconosco il diritto
fondamentale che mi definisce in quanto uomo e quindi lo Stato è legittimato ad aggredirmi. Come
è intuibile nella teoria vi sono alcuni punti oscuri, che riguardano soprattutto la natura di uomo, in
quanto gli viene riconosciuta una propensione alla violenza piuttosto che alla cooperazione, cosa
difficilmente accetta
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