Capitolo 1: Voglia di risorgimento
Una, sola e indivisibile
L’Amministrazione generale della Lombardia, subentrata nel 1796, fu occupata militarmente a maggio da Napoleone, nominato comandante dell’armata d’Italia il 2 marzo 1796, dal generale Carnot. Egli scese in Piemonte dove batté ripetutamente i piemontesi e gli austriaci. Il re di Sardegna fu costretto a firmare l’armistizio di Chierasco e a cedere alla Francia la Savoia e Nizza. Sconfitti poi gli austriaci a Lodi, Napoleone occupa anche Milano il 15 mag.’96 e di lì estende le operazioni verso il Veneto e l’Italia centrale. Nella primavera del ’97 riesce ad aprirsi la strada verso l’Austria e a Leoben firma i preliminari di Pace in cui l’Austria rinuncia alla Lombardia e al Belgio. Pochi mesi dopo egli conclude con l’Austria la pace di Campoformio in cui ottiene anche i possedimenti austriaci alla sinistra del Reno in cambio della repubblica di Venezia.
L’amministrazione chiamò a raccolta gli scrittori di tutta la penisola per farsi indicare ciò che intendevano per “nazione”. Il compito di giudicare venne affidato ad un comitato presieduto da Pietro Verri. Mentre i concorrenti erano impegnati nel concorso, a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 fece la sua prima apparizione la bandiera italiana per opera di vari delegati di Modena, Ferrara, Bologna e Reggio Emilia, convenuti per istituire la Repubblica Cispadana. A stabilire i colori della bandiera fu Antonio Aldini, che così intese onorare Giovan Battista de Rolandis e Luigi Zamboni che nel 1794 avevano proposto delle coccarde verdi-bianche-rosse per simbolizzare una congiura tesa a liberare Bologna dal dominio della chiesa. Il 9 luglio 1797 la Cispadana insieme alla Transpadana formano la Repubblica Cisalpina, regione satellite della Francia. La prima costituzione “italiana” fu proprio quella cisalpina emanata l’8 luglio 1797.
Nel giugno del 1797 la commissione giudicò vincitore l’abate piacentino Melchiorre Gioia, il quale propugnò una grande repubblica nazionale non più data dalla somma della Lombardia e dell’Emilia ma dall’insieme di tutti i popoli della penisola. Non tutti i 57 concorrenti erano convinti che in Italia già esistesse un profondo sentimento nazionale ma pochissimi nutrivano dubbi sulla necessità di un popolo per far risalire il nome italiano all’antica gloria. Il fronte repubblicano fu quello egemone e fu sostenuto sia da unitari che da federalisti.
Gli unitari convenivano sulla pericolosità dell’assetto federale perché causa di gravi debolezze politiche e facile preda di tiranni: per Matteo Galdi c’era la necessità di stabilire una repubblica unitaria dove “una” stava per unitaria, cioè indivisibile, e “italiana” stava per l’insieme unificato di tutte le realtà italiane: un’unità vera e non artificiale, economico-politica e non solo culturale, cosa che gli sembrava realizzare la repubblica cisalpina con la quale si schierò. Tuttavia di fronte all’impossibilità di realizzare subito il progetto, Galdi propose la formazione di una repubblica Lombarda che riunisse tutti i territori già liberati.
Altrettanto numerose furono le dissertazioni federaliste. Giovanni Antonio Ranza, dal dato storico che l’Italia era divisa da parecchi secoli in stati diversi di costumi e culture, gli uni agli altri avversi, proponeva “gli stati liberi d’Italia”, modellati sull’esempio elvetico, olandese e americano. Il suo federalismo democratico si rispecchiava nel motto: “Federati ma indivisibili”. Molti concordavano sul presupposto che l’Italia, frantumata per secoli, non fosse matura per un governo unitario, anche a causa dell’enorme estensione della penisola, delle diversità delle tradizioni locali e delle contrarietà degli occupanti francesi.
Subito dopo la conclusione del concorso si fece sempre più acceso il dibattito politico sia nella repubblica cisalpina, sia in quella ligure, quella romana e quella napoletana, le quali, anche se per breve tempo, si diedero una carta costituzionale, la cui introduzione non fu solo una scelta obbligata dall’egemonia direttoriale francese: la sistemazione del diritto, l’accentramento delle funzioni pubbliche e il rafforzamento delle strutture amministrative e istituzionali, costituirono le risposte contro il particolarismo del diritto e contro le autonomie, le immunità e le franchigie derivanti dalla tradizione medievale e post medievale. Alla seconda coalizione antifrancese parteciparono, oltre all’Inghilterra, la Russia, l’Austria, l’Impero turco e il regno di Napoli. Ferdinando IV di Borbone organizzò una spedizione contro la repubblica romana ma fu sconfitto e mentre si rifugiava con la corte in Sicilia i patrioti filofrancesi proclamarono la repubblica Partenopea (gennaio 1799). Mentre le altre repubbliche giacobine si dissolvevano la repubblica partenopea decise di resistere all’offensiva borbonica e i patrioti decisero di combattere anche dopo la ritirata dei francesi, e affrontarono le bande di briganti e di sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo. Accettarono di arrendersi alle condizioni del Ruffo che consentivano ai più compromessi di lasciare indenni il paese: i patti non furono rispettati perché il Nelson e Ferdinando IV vollero che i Giacobini subissero delle punizioni esemplari, ci furono così gli arresti e le esecuzioni di centinaia di patrioti.
Con la Francia, senza o contro?
Dopo la rioccupazione di Milano da parte di Napoleone nel 1800, con il colpo di stato del 9 novembre 1799, riprese vigore un patriottismo nazionale molto articolato. Il dibattito sul futuro degli italiani, iniziato tra il 1796 e il 1797, verteva sulla necessità della Francia nello sviluppo della nazione. La seconda repubblica Cisalpina, proclamata da Napoleone il 15 giugno 1800, favorita dalla pesante sconfitta degli austriaci a Marengo, realizzò il 28 gennaio 1802 la Repubblica Italiana, a forte caratura Lombarda, con il dipartimento del Reno e con la regione veneta e quella piemontese (1801). A presiederla fu lo stesso Napoleone, primo console, e alla vice-presidenza fu chiamato Francesco Melzi d’Eril: monarchia costituzionale, indipendenza nazionale, riformismo moderato, annessionismo territoriale, costituivano i punti salienti del suo programma politico.
La concezione costituzionale del Melzi, contrapponendosi a quella del Seyès, tese ad accentuare il peso dello stato nei confronti della libertà dell’individuo, a privilegiare il diritto pubblico rispetto ai diritti individuali. Nata a Lione per volere di Napoleone, la Repubblica Italiana poteva apparire una regione satellite della Francia consolare, ma con la parola “italiana” si comprendeva ormai tutta la penisola. Protetta e dipendente dalla strategia napoleonica, essa non era completamente autonoma, nonostante la politica internazionale fosse diretta dal governo, presieduto da Melzi fino al 1805. Con la proclamazione dell’impero Napoleonico (maggio 1804), la Repubblica Italiana si trasformò in regno d’Italia (marzo 1805), con Milano capitale, perfettamente allineato al sistema francese. “Francesizzare gli italiani” era l’obbiettivo di Napoleone il quale, con l’applicazione dei codici francesi, pensava ad un ordine politico universale che nulla concedeva ai sentimenti nazionali. In ogni modo la presenza napoleonica se da una parte favorì un primo processo di omologazione dall’altra represse qualsiasi tentativo di indipendenza dell’Italia.
Gli intellettuali come Cuoco, formatisi sulle opere di Machiavelli e Vico, cercarono di capire cosa era successo realmente. Secondo Cuoco, la rivoluzione francese fu il risultato di una nazione dilaniata da contraddizioni interne, mai risolte, che il popolo volle cercare di sanare. Per Cuoco essa fu una rivoluzione attiva perché nacque dalla piena coscienza dei mali e dalla necessità di porvi rimedio. La rivoluzione partenopea del ’99, invece fu passiva poiché fu costituita da coloro che la sognavano senza essere consapevoli di cosa si trattasse, infatti, si era rivelata del tutto inadeguata per aver voluto applicare pedissequamente alla realtà napoletana il modello parigino. Cuoco sosteneva che la Repubblica Italiana avrebbe dovuto fondarsi sulla tradizione nazionale, invece, durante la rivoluzione, volendo sempre imitare gli stranieri, l’orgoglio nazionale italiano era praticamente scomparso e l’italiano non era più nessuno. Se il Re di Napoli avesse conosciuto lo stato della sua nazione, avrebbe capito che i napoletani non volevano imitare i francesi ma che volevano una repubblica che si fondasse sui bisogni ed usi del popolo e non su quelli dei rivoluzionari. Primo passo era darsi una costituzione che è stabile perché poggia sulle leggi. I tempi del cambiamento dovevano essere progressivi e, secondo Cuoco l’indipendenza formale del regno napoleonico non equivaleva a sovranità nazionale né a libertà politica.
Sulla crisi del regno si soffermò anche Delfico, che ne criticò l’immatura manifestazione e il metodo rivoluzionario considerato distruttivo. L’Italia era stata nei secoli la patria della libertà e la Francia non sarebbe mai riuscita a raggiungerla. Secondo Salfi il periodo Napoleonico aveva assicurato comunque all’Italia uno spicchio di indipendenza: alla caduta di Napoleone (1815) sembrò più chiaro che l’Italia dovesse “fare da sé”, gradualmente, costringendo i ceti aristocratici ad affrontare il progresso, attenuando la diffusione del brigantaggio, favorendo la diffusione dei ceti produttivi e della mentalità borghese, infine programmando lo sviluppo civile e culturale. Fu comunque l’età napoleonica un periodo di forti trasformazioni: sia la repubblica che il regno d’Italia favorirono l’idea di una nazione regolata da codici universali; l’elaborazione e l’introduzione di codici unici aventi valore per l’intera penisola avevano iniziato a far comunicare tra loro stati aventi leggi, istituzioni completamente differenti e inoltre si operò un consolidamento del processo sia di unificazione economica che giuridica.
La patria, la tradizione e il risorgimento
Dal primo ingresso di Napoleone a Milano (1796) il riferimento nazionale era diventato preminente su qualsiasi altro sentimento di appartenenza religiosa, territoriale e sociale. L’appartenenza nazionale diventa patriottismo: la patria viene vista come coscienza di un’appartenenza e il patriottismo può essere repubblicano o monarchico, unitario o federalista, democratico o tirannico poiché la forma di governo non impedisce l’identificazione di patria con nazione.
L’invito a recuperare la passata grandezza nazionale fu ben raccolto soprattutto in ambito letterario e negli ambienti del romantismo, infatti ciò che apparve in evidenza fu il legame tra cultura e nazione. Questo sentimento di coscienza nazionale era stato presente negli scrittori italiani sin dai primi del ‘700; nell’ambito del recupero dell’identità nazionale andavano situate le riflessioni sulle caratteristiche della libertà italiana e la descrizione dei costumi italiani. A metà ‘700 l’idea di nazione in Italia era ancora da una parte lotta all’invadenza straniera e dall’altra critica al localismo. Questa progressiva affermazione dell’appartenenza nazionale può essere captata nell’individuazione roussoiana del bene del cittadino nel bene della patria. Questa formula venne esaltata sia dalla rivoluzione francese (1789) sia dagli antirivoluzionari e antifrancesi sia da nazioni in via di unificazione sia da nazioni già unificate.
Fu nei mesi intercorrenti tra il giuramento della pallacorda e la dichiarazione dei diritti (1789), che il termine nazione assunse il suo significato ultimo. L’abate Seyès, che già nell’immediata vigilia della rivoluzione aveva sostenuto che la nazione esiste prima di tutto, sviluppò durante la rivoluzione la teoria della nazione come soggetto costituente. La nazione stava ad indicare il popolo come unità avente una determinata coscienza politica (tradizioni, valori, obiettivi, speranze, sentimenti), che è antecedente alle articolazioni legislative, istituzionali o statali.
Negli stati italiani la formula roussoiana trovò una sua prima diffusione nel clima rivoluzionario che la presenza napoleonica provocò. Nel triennio 1812-1814, quando l’astro napoleonico cominciò a spegnersi, l’indipendenza era la parola che meglio di altre identificava quel risorgimento nazionale che ormai tutti propugnavano. A questo termine ognuno attribuiva un significato diverso: i moderati si accontentavano dell’unità statale; i liberali propugnavano un’ideologia nazionale e costituzionale; i democratici intendevano l’indipendenza nazionale connessa all’unità e alla libertà.
- Molto contribuì allo sviluppo dello spirito nazionale l’istituzione di un esercito regolare, non più basato sulla leva di massa ma sulla coscrizione: quando nel maggio 1800 Napoleone rientrò in Italia, il generale Giuseppe Lechi era a capo della legione italica organizzata a Digione; con la Repubblica Italiana (1802) l’esercito italiano fu definitivamente organizzato in forma autonoma, con propri regolamenti e proprie bandiere.
- Il servizio militare obbligatorio per 4 anni fu visto come un mezzo di educazione politica e civile per tutti i giovani compresi tra i venti e i venticinque.
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