Percorso clinico e pedagogia clinica
La locuzione «percorso clinico» non assume qui il significato di «esame, cura e studio del malato», né si connota come competenza medica, psicologica o comunque sanitaria, bensì come «azione umana di aiuto alla persona». Un aiuto offerto dal pedagogista clinico per fronteggiare difficoltà e disagi che impediscono o rendono estremamente difficile a un soggetto il normale dispiegarsi della sua personalità. Il libro sostiene la validità di un'educazione lontana dai principi dell'ammaestrare, del persuadere e dell'obbedire, e si propone al lettore come nuovo orientamento caratterizzato da un ricco patrimonio scientifico e tecnico-metodologico, prefazione indispensabile per un professionista che sia capace di dare al processo educativo un significato autentico.
L'Autore orienta sulla formazione del pedagogista clinico, ne analizza l'abilità professionale, si sofferma sui metodi e sulle tecniche proprie di questo specialista, un potenziale educativo attuato con virtualità profonde, testimoni della sua sicurezza e competenza.
Principi di una formazione
Capitolo I
Nel corso degli ultimi 30 anni l’interesse scientifico e un alto l’interesse alla vita dell’uomo ha consentito di percepire un futuro diverso, in cui l’individuo può ritrovare un proprio equilibrio e raggiungere una maggiore indipendenza integrazione.
La pedagogia clinica è una scienza che si propone proprio lo scopo di aiutare l’individuo a eliminare ogni stato di disagio psico-fisico e socio-relazionale, attraverso la conquista graduale di nuove abilità e competenze, che permettano alla persona di superare le proprie difficoltà.
Obiettivo del pedagogista clinico è educare la persona (dal latino educere, “trarre fuori”) ovvero aiutarla a trovare in se stessa le risorse necessarie per affrontare le situazioni difficili.
Utilizzando una modalità di ascolto partecipato e attivo, il pedagogista clinico aiuta l’individuo a riflettere su di sé, favorendo la presa di coscienza delle proprie difficoltà, dei propri limiti, ma anche delle proprie potenzialità. Ed è lavorando sullo sviluppo delle potenzialità insite nella persona che il pedagogista clinico aiuta il soggetto a raggiungere la padronanza di sé, a rafforzare l’autostima e ad acquisire un nuovo slancio vitale, che lo renderà capace di dominare le circostanze e di superare gli ostacoli.
Principio fondamentale della pedagogia clinica è la libertà personale dell’individuo, ragion per cui l’intervento di aiuto del pedagogista clinico non agisce sulla base di un modello autoritario, con un “paziente” completamente passivo, che esegue le direttive dello specialista.
Il pedagogista clinico è consapevole del fatto che un cambiamento determinato dal consiglio dell’“esperto” non è un reale cambiamento, ma semplicemente un adattarsi alla volontà altrui. Per tale motivo la persona non otterrà mai dal pedagogista clinico indicazioni, suggerimenti, consigli su come agire nella vita. L’unica vera educazione è l’autoeducazione: se l’obiettivo dell’individuo è trovare una reale soluzione alle proprie difficoltà è necessario che comprenda la natura delle proprie problematiche. Il pedagogista clinico può favorire questa presa di coscienza, stimolando la persona alla riflessione, ma è un cammino che l’individuo intraprende in assoluta libertà. Inoltre, le tecniche e i metodi propri della pedagogia clinica si rifanno a un’ideazione attiva e partecipativa della formazione. Ciò che l’individuo esperisce appartiene a un apprendimento reale, che implica una crescita e uno sviluppo globale della personalità.
Parlare di pedagogia clinica significa parlare di aiuto alla persona nella sua interezza e globalità, come entità psicofisica e sociale. Il pedagogista clinico sa che per conoscere realmente una persona, e quindi riuscire ad aiutarla, non è possibile limitarsi a considerarne una singola manifestazione o un elenco di “sintomi”, poiché l’individuo è un’unità complessa, risultato dell’interazione tra corporeità, intelletto e affettività.
Inoltre, lo studio dinamico dell’individuo porta il pedagogista clinico a considerare con particolare attenzione le sue esigenze di essere sociale ovvero la sua realizzazione sociopsicologica. Egli osserva l’interazione tra individuo e ambiente, dà significato alle reazioni del soggetto di fronte a quella trama estremamente complessa di influenze, forze, spinte, tendenze cui quotidianamente è sottoposto, e su di essa lavora per giungere al superamento o alla riduzione degli stati di difficoltà o disagio.
Nella convinzione che la crescita dell’individuo non termini con l’inizio dell’età adulta e che quindi il pedagogista clinico risponda alle esigenze educative della persona lungo tutto l’arco della sua esistenza, i suoi interlocutori sono individui di tutte le età: bambini, adulti, anziani, coppie e gruppi.
La comunicazione
Capitolo II
La comunicazione costituisce la struttura di ogni fatto sociale, coinvolge più soggetti in una serie di eventi, i cui effetti sono importanti per il pedagogista clinico, interessato a stabilire un rapporto, una mediazione. La comunicazione, sia che si serva del linguaggio verbale, sia che si realizzi con silenzi, è comunque capace di influenzare la relazione tra i partecipanti. La comunicazione costituisce un’importante occasione di scambio di informazioni e consente di far mutare stati soggettivi come idee e sentimenti, di raggiungere una maggiore conoscenza e offrire un’immagine di sé agli altri.
Il processo di interazione dello specialista si basa sul comunicare a un ricevente, di stimolarlo in un’attività correlata al contenuto della comunicazione che gli viene fatta. Questo modo di comunicare coinvolge la personalità nella sua interezza, quindi nel pedagogista clinico occorre un’abilità professionale. Egli dovrà codificare un messaggio che dovrà tenere conto del campo d’esperienza del ricevente, rendergli possibile e facilitare il processo di codificazione. Ciò significa che il pedagogista clinico deve disporre di un sistema di segni acquisiti dall’esperienza e di una provata capacità di formulare il messaggio, decidere quando e dove emetterlo, sapere captare l’attenzione della persona e farglielo ricevere con il minimo sforzo.
La complessità della comunicazione, intesa in modo da aiutare il ricevente a vincere gli ostacoli e promuovere l’armonia, obbliga il pedagogista clinico ad appellarsi al Reflecting. L’utilizzo di questo metodo implica il ricorso alla semiotica, ossia lo studio e l’analisi delle modalità comunicative nella loro totalità. Tra i tanti sistemi comunicazionali, il pedagogista clinico non deve sottovalutare i fenomeni sovralinguistici, che vanno a comporre i monemi (termine per designare le più semplici unità linguistiche dotate di significato: nella sequenza prendi la palla i m. saranno prend-, -i ‘seconda persona dell’indicativo presente’, l-‘articolo determinativo’, -a (di la) dei quali ha l’obbligo di studiare i diversi pronunciamenti, le intonazioni, le pause, ecc…).
Altri fenomeni espressivo-comunicazionali fanno parte del mondo della scienza cinesica (come la postura, la mimica facciale, i gesti, ecc… il linguaggio del corpo). Inoltre, l’intervento di aiuto del pedagogista clinico è subordinato alla consapevolezza dell’influenza che può avere su una persona una frase monoreme (fatta di una sola parola) rispetto ad una costruita con più parole. Inoltre avere l’abilità nell’uso delle frasi ipotattiche, cioè quelle che sono collegate alla proposizione principale mediante congiunzioni subordinati del tipo quando, perché o pronomi relativi.
Inoltre, il pedagogista clinico deve utilizzare le sfumature linguistiche, quel parlato figurato, come metafore, similitudini, allegorie, ecc. Né può ignorare l’uso del volume, dei toni, la dolcezza o la durezza dell’attacco della comunicazione. Il patrimonio paralinguistico serve ad offrire alla persona sollecitazioni, stimolanti sensazioni di piacere o di disagio, di freno o di incitamento. La formazione del pedagogista clinico non può rinunciare a strutturare l’abilità nella modulazione tonemaica per gli effetti che essa ha sugli stati d’animo.
La semiologia ha individuato un ulteriore ampio sistema di linguaggio silenzioso idoneo a stabilire un contatto psicologico col ricevente. Particolare rilevanza assume anche l’eco-posturale ossia l’assunzione di posture uguali al ricevente per dimostrare un’intesa, oppure opposte per creare reazioni di profondo disagio.
Approfondimento
- Pedagogia olistica: prestare attenzione alla persona nella sua globalità psico-fisica, vale a dire non trascurare nessun aspetto che possa essere coinvolto sia nell’espressione del disagio che nel superamento delle difficoltà o nello sviluppo delle sue potenzialità della persona. Significa interessarsi alla persona nella globalità del suo essere psico-fisico sia nel colloquio anamnestico sia nel percorso di intervento educativo e formativo.
- Il metodo Reflecting si basa sul principio che è possibile giungere a una comprensione profonda di noi stessi solamente per mezzo della riflessione. Esso respinge ogni procedimento che si affida all'incoraggiamento, alle istruzioni, alle interpretazioni e ai buoni consigli, per offrire invece un aiuto esclusivo e indispensabile a promuovere la riflessione. Perché la persona possa essere aiutata in questo suo procedere, e possa trovare nella riflessione un contributo alla propria crescita, il metodo fa appello a tutti i contenuti espressivi e comunicativi andando oltre l'utilizzo della parola come frammento della comunicazione. L'obiettivo di questo nuovo metodo è quello di favorire un'evoluzione positiva sfruttando le risorse personali, è un modo per analizzarsi, conoscersi e proporsi in direzione di una crescita che agevoli il coraggio di affrontare i rischi e le delusioni esistenziali e che favorisca lo sviluppo delle proprie potenzialità fino a raggiungere la libertà di essere se stessi.
Accoglienza
Capitolo III
L’accoglienza viene testimoniata già nella telefonata con cui la persona fa richiesta di un appuntamento. Se la telefonata viene filtrata dalla segretaria è frequente che si dica “Avrei voluto parlare con lui, comunque ho preso appuntamento con la segretaria”, quel comunque dimostra un’attesa non soddisfatta. Se la telefonata risponde direttamente lo specialista è frequente che si dica “L’ho sentito, ho parlato con lui”, che denota una situazione di piacere, gradimento. Sovente si afferma che “Ho saputo di lei” oppure “mi hanno indirizzato da lei..A questo punto segue, da parte dello specialista, una domanda: Per lei? È importante prendere nota di chi ha al telefono. Nel caso in cui a telefonare sia una persona che non è parente dell’interessato, prima di prendere l’appuntamento dovremo conoscere le ragioni che l’hanno spinta a telefonare. Già nell’atto della prenotazione si attiva una comunicazione, c’è una prima presentazione del soggetto, sul suo modo di essere e di rappresentarsi.
Se è lo specialista a rispondere può già nella telefonata chiedere se già esistono documentazioni di indagini effettuate in precedenza, ed eventuali dire quali portare nella visita. Se il soggetto frequenta la scuola, richiedere gli elaborati scolastici e i quaderni. Conviene sempre fissare un appuntamento in modo da far trovare un ambiente calmo senza che vi siano altri che aspettano. È utile anche farsi dare un recapito telefonico in modo da informarla di qualche imprevisto. Una telefonata, pur breve, è sempre uno scambio con cui concretizzare un atto educativo.
L'incontro
- Comunicare i propri nomi: Il primo incontro prende il via con le presentazioni, in cui si comunicano i propri nomi e si struttura quell’unità minima di interazione, sancita dal dare la mano.
- Dare la mano: Un gesto molto significativo per il pedagogista clinico, al quale non sfugge l’importanza di essere lui per primo a compierlo. Con tale atto si invia un messaggio che avvia all’interpretazione dei legami. Il modo di stringere la mano è spesso più significativo di un fiume di parole.
Se la stretta è molle e fredda, è quasi sempre indice di riservatezza o rivela una persona egoista, che non si fida. Offrire solo le dita è frequente in chi è ossessionato dall’idea che qualcosa possa sfuggirgli o che ha paura di noi. Con la punta delle dita è l’intento del soggetto di dominare. Con il dorso della mano verso l’alto presenta una mancanza nel soggetto. Con il dorso della mano verso il basso.
- L’andatura: L’andatura può servire al soggetto per manifestare un suo disagio.
- La voce: Il cui registro e ritmo rivestono un’importanza capitale.
Prime ipotesi
Il primo incontro è di grande interesse per la formulazione di ipotesi. Un dato rilevante è quello della puntualità. Qualcuno si presenta un’ora prima, altri cinque minuti dopo, altri con mezzora di ritardo. Tali differenti comportamenti aiutano a formulare delle prime ipotesi. Ansia, mancanza di rispetto, necessità di ostentazione…
- Ritardo di un componente della coppia: Se la coppia decide di venire insieme e poi arriva ciascuno per conto suo con tempi diversi potrebbe essere indice di disinteresse nei confronti della scelta di rivolgersi ad uno specialista.
- Venire da soli o in compagnia: È un elemento importante, può annunciare una situazione difficile all’interno della famiglia.
Nel caso di un adulto anziano, se l’anziano vive in una casa propria e che ha più figli ma viene accompagnato da uno solo di essi, le ipotesi che si possono fare sono tante. Es. l’intesa con i figli si riduce solo con uno.
Il terzo occhio e le connotazioni scopiche
Ognuno di noi parla, comunica mediante tracce o segnali che consentono agli altri di analizzare la propria personalità e il proprio carattere. Una macchina da presa posta fuori dal centro sarà il terzo occhio che consentirà al pedagogista clinico di rilevare importanti dati utili al suo scopo, cogliendo informazioni già da quando le persone sostano sul pianerottolo del centro. Se si tratta di una famiglia, le riprese all’ingresso proporranno varie relazioni tra loro, un atto unico in cui gli elementi scenografici e gli attori si dichiarano i conflitti che li animano. Un fotogramma documentario è più esplicativo di un graphonage che vede rappresentate i componenti della famiglia in una costruzione topografica sulla carta.
La famiglia giunta con l’ascensore, può sostare in attesa. Essi rimangono vicini, con lo sguardo rivolto verso la porta d’ingresso, dando l’impressione di essere affiatati. I due adulti sono affiancati, dimostrando la loro intimità, mentre il figlio è posizionato in modo da testimoniare i sentimenti che lo legano ai genitori. Il padre potrebbe essere vicino alla porta perché gerarchicamente riconosciuto il più importante, mentre il figlio tenuto per mano investe la maggior carica affettiva, lo guarda sia con amore che con ammirazione. Può anche accadere che qualcuno si comporti in modo da palesare di non sentirsi a suo agio in famiglia rimanendo fuori dal gruppo o assumendo una posizione statica. Diverse situazioni traducono importanti dichiarazioni inconsce dello stato di agio o di disagio di ciascuna delle componenti in relazione all’altra. Si tratta di un complesso di forme di comunicazione derivanti dalla distanza tra un soggetto e un altro e la loro rispettiva orientazione che, sapute leggere, potranno essere di valido aiuto.
Una volta entrati, essi sostano nell’ingresso, rimanendo di nuovo sempre insieme in dinamica affettiva. Il bambino a volte può sembrare un burattino, mentre il padre che, entrando per ultimo, dopo il saluto si colloca in disparte, controllato e sospettoso, mostra di sentirsi isolato dagli altri membri della famiglia. Altre immagini vengono scattate mentre i famigliari entrano in sala di attesa. Si nota come ciascuno si dispone all’interno di quello spazio, se rimane unito all’altro, oppure se, ad esempio il padre prende un giornale e il figlio va verso la finestra e la madre si siede su una poltrona dal lato opposto al marito. L’uso dello spazio e di situazioni sia dinamiche che statiche, esprimono negazioni e conferme in momenti carichi di forte risonanza emotiva. Coreografie improvvisate di gruppo evidenziano forme d’inibizione, incapacità di espressioni spontanee, contraddizioni interiori, impossibilità di espansione del proprio Io.
Nel caso che si tratti di una coppia è importante chi entra per primo, ciò dimostra una volontà di prevalere sull’altro o a prevaricarlo. L’ordine d’entrata più frequente è: padre, madre e figlio. Seduti davanti allo specialista ci saranno, a destra il padre, al centro la madre a sinistra il figlio. Il fatto che la madre sia davanti al pedagogista clinico, è quasi sempre una buona occasione, poiché è le
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