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Pedagogia sociale

Modulo 1: Un quadro di riferimento della pedagogia sociale

Verso una definizione di pedagogia sociale

La pedagogia sociale è una disciplina ancora incerta e pertanto dinamica poiché i suoi contenuti e confini sono costantemente interessati da rielaborazioni e revisioni dovute al rapido mutamento delle variabili economiche, politiche e culturali che portano a:

  • Nuovi bisogni e nuove domande educative;
  • Nuovi soggetti sociali che rivendicano il diritto ad essere coinvolti in azioni educative;
  • Nuove finalità, spazi e possibilità delle azioni educative non riconducibili alle tradizionali agenzie;
  • L'ampliarsi o il ridursi del livello di benessere e dell'utilizzo dei servizi essenziali;
  • La variazione dei compiti attribuiti alle "tradizionali" agenzie formatrici.

Questo non impedisce però di tracciare alcuni elementi cardine che ne giustificano lo statuto di area di interesse distinta, in grado di produrre orientamenti teorici e operativi al di fuori della realtà scolastica, sempre più determinante nella formazione dei soggetti individuali e collettivi.

È dunque indispensabile partire dall'analisi della relazione tra i termini che la denominano: pedagogia, educazione e sociale.

Pedagogia

Trascende ormai l’area di "educazione del bambino" strettamente detta e ha per oggetto di studio le teorie, i metodi e i problemi relativi al campo dell’educazione. La pedagogia fa riferimento allo studio ed elaborazione teorica dei contenuti (piano teorico). Essa ha un intento sia conoscitivo che trasformativo (proiettato verso il futuro).

Educazione

Fa riferimento agli interventi educativi (piano pratico) che possono avere, o meno, diversi livelli di consapevolezza, intenzionalità e strumentazione didattica. Essa influisce sul modo di essere dell’individuo. È un’attività modificatrice volta al cambiamento: è la dimensione relazionale e intenzionale tra soggetti che mira al mutamento di situazioni in termini di "costruzione e crescita della personalità dell’educando" e di trasmissione di un patrimonio culturale relativo a conoscenze, comportamenti, strumenti e valori. Essa può sempre incorrere ad imprevisti o delusioni, poiché l’esperienza educativa non è mai del tutto controllata.

L'educazione come fenomeno sociale

Emile Durkheim, sociologo francese promotore del paradigma positivista, fu tra coloro che agli inizi del '900 inaugurò una ricerca "scientifica" attorno alle prassi e alle teorie dell'educazione. Egli era convinto dell'esistenza di un'educazione unica ed universale (valevole per tutti gli individui) e tentò nel suo lavoro di confermare la sua tesi. Tuttavia il suo sforzo fu destinato all'insuccesso, poiché l'educazione nei secoli ha subito notevoli variazioni in relazione ai contesti socio – culturali.

Pertanto, al fine di dare una definizione globale al termine "educazione", risulta necessario un'analisi ed un confronto dei sistemi educativi esistenti ed esistiti. In conclusione a ciò Durkheim affermò che il tratto distintivo dell'educazione sia l'azione esercitata da una generazione (adulti) su un'altra (giovani). Tuttavia egli dichiarò che questo fosse solo un aspetto della questione, infatti esistono tante specie di educazione quanti sono i differenti ambiti sociali. L'educazione dunque varia con la classe sociale o semplicemente con l'ambiente.

L'autore sostenne inoltre che all'interno di ogni società l'educazione risulta unitaria, poiché ogni società presenta un ideale di uomo da raggiungere. Egli porta a configurare l’educazione come fenomeno sociale e distinguerla dalla pedagogia e dalle scienze dell'educazione. Infatti l'azione esercitata dagli adulti sui giovani si verifica in ogni istante, in modo continuo ed in ogni ambiente di vita; non avviene solo in modo consapevole per le vie dell'insegnamento ma si configura come "un'incessante educazione inconscia". I giovani vengono formati a prescindere dalle intenzioni, in ogni momento della giornata essi sono costantemente sottoposti a influenze educative.

Durkheim in risposta al dibattito filosofico del ’800 che cercava di condensare la pedagogia (educazione) in una scienza unica e onnicomprensiva, assegna all’educazione un ruolo variabile dipendente (dal periodo storico). In questa prospettiva, l’educazione non avrebbe una sua reale autonomia nel decidere e definire le proprie finalità e i propri obiettivi; ovvero essa è considerata un insieme di pratiche finalizzate alla riproduzione sociale.

Queste pratiche non possono essere ritenute sempre elaborate e controllate intenzionalmente da un qualche centro di potere ma, anzi, risultano essere delle pratiche a promozione diffusa/generale, altre a promozione unitaria e centrale (es: scuola) e altre ancora più locali e periferiche.

Conclusioni di Durkheim

  • L'educazione è intesa come "influenza esercitata in modo continuo in qualsiasi esperienza relazionale";
  • L’educazione è unitaria all'interno di ogni società;
  • L’educazione è differenziata (varia a seconda degli ambienti particolari e delle classi sociali);
  • L'educazione è un processo prevalentemente unidirezionale (tratto distintivo dell’educazione rispetto alla pedagogia);
  • L'educazione si configura come un processo di socializzazione (scopo: adattare la nuova generazione all'ambiente sociale di vita);
  • Distinzione tra educazione intenzionale ed educazione non intenzionale (consapevolezza o meno di essere in una relazione educativa).

Contesto sociale e ambiti educativi

Ogni società per sopravvivere necessita di processi educativi che mirino alla creazione e al consenso verso norme, valori e procedimenti che ne caratterizzino l'organizzazione ed il controllo sull'ambiente. La rivoluzione neolitica (passaggio da organizzazioni umane nomadi a stanziali) portò con sé una vera rivoluzione educativa, la divisione delle mansioni lavorative e dell'educazione (maschi – femmine, addetti alla produzione – alla difesa – alle pratiche sacrali) portò ad una maggiore produzione alimentare ed a nuove tecniche produttive.

La famiglia rappresentava il nucleo fondamentale delle pratiche di trasmissione culturale (ruoli sociali, sessuali, competenze elementari ed introiezione all'autorità), diversificate in base alla propria estrazione e occupazione. I genitori si occupavano sia della formazione professionale che di quella della personalità. L'addestramento e l'educazione dei giovani avveniva attraverso la partecipazione alla vita collettiva, alle pratiche familiari e tribali. Il livello di formazione diffusa era così esteso da non richiedere un'istituzione dedicata agli interventi educativi specifici.

Nelle epoche successive con lo sviluppo economico, la diversificazione del lavoro, la stratificazione sociale e l'aumento delle conoscenze relative alla produzione, l’educazione diviene sempre più una prassi legata al linguaggio: i saperi diventano discorsivi e non solo legati a procedure pratiche ed operative. Di conseguenza questa nuova modalità trasmissiva necessita di un luogo specifico: la scuola.

La scuola diviene un luogo in cui l'esperienza educativa viene progettata intenzionalmente al fine di raggiungere gli obiettivi auspicati. Tuttavia la scuola, considerata luogo privilegiato in cui intenzionalmente si predispongono alcuni tra i processi formativi fondamentali, non racchiude in sé tutta l’esperienza socializzante. Altri istituti come la famiglia, il gruppo dei pari, la chiesa, i partiti e i mass media sono portatori di modelli spesso diversi (se non opposti) a quelli trasmessi dalla scuola.

Il processo di formazione avviene quindi in una molteplicità di contesti, dove le componenti intenzionali e quelle involontarie sono spesso inestricabili. In sintesi possiamo affermare che all'interno di qualsiasi contesto sociale si riscontra la presenza di più ambiti/agenzie educative che si occupano della formazione permanente degli individui.

La formazione degli individui infatti non è più intesa semplicemente senza confini spaziali, ma anche senza confini temporali. Questi ambiti/agenzie sono ritenuti, di volta in volta e a seconda degli orientamenti teorici, primari o secondari, naturali o artificiali e più o meno efficaci e gestibili. Sono contesti imposti agli individui, al fine di assicurarsi la riproduzione degli assetti sociali e culturali, indipendentemente dall'accordo dei soggetti stessi e dagli esiti del processo.

Tuttavia la pluralità e la diversificazione dei luoghi educativi non sempre conduce ai risultati sperati, è infatti importante tenere in considerazione che alcune esperienze di formazione diffusa possono determinare esiti indesiderati e considerati espressione di sub-culture minori, marginali e devianti (es: le donne di camorra).

Donne di camorra: vi sono storie individuali in cui l’intreccio tra le varie aree di esperienze educative e i comportamenti e valori auspicati e/o praticati è particolarmente complesso e di non facile decodificazione; è il caso delle cosiddette "carriere devianti". Alcune esperienze (eventi traumatici, condizioni familiari problematiche, "cattive compagnie", modelli di vita imperanti in alcuni ambienti sociali) formano all’illegalità molto più di quanto formino alla legalità. In contesti con infrastrutture in stato di degrado e carenza di servizi pubblici (es: camorra napoletana), la popolazione ha reagito ricreando un equilibrio interno, con un proprio ufficio di collocamento, con meccanismi propri di sicurezza e di mantenimento dell’ordine. Il sottoproletariato ha dovuto costruirsi da sé meccanismi di sopravvivenza, data la non presenza dello Stato e delle istituzioni. Cultura e ambiente hanno dunque influenzato lo sviluppo ed il radicamento dell'illegalità diffusa e violenta.

Le categorie dell’educazione

In questo quadro di complessità le azioni educative possono essere suddivise in tre macro categorie:

  • Educazione formale → secondo Maria Luisa Iavarone si intende fa riferimento all'educazione istituzionalizzata (delimitata e definita), coincidente in linea di massima col sistema scolastico nazionale. È un’area intenzionale che si occupa della formazione di giovani e di adulti, caratterizzata da programmi istituzionali e dal rilascio di titoli/attestati vincolanti e riconosciuti.
  • Educazione non formale → i suoi confini con l'educazione formale sono abbastanza definiti, mentre quelli tracciati con l'educazione informale sono meno nitidi. Età evolutiva: fa riferimento alle opportunità educativo – formative legate al territorio (extrascolastiche); Età adulta: tutti gli interventi realizzabili all’interno di contesti specifici (lavorativo, sanitario, culturale) o destinati a soggetti specifici (tossicodipendenti, disabili, stranieri, devianti, etc). In questa area sono inclusi interventi che tendono a produrre apprendimenti compensativi o aggiuntivi rispetto a dell’istituzione scolastica, all'interno di luoghi come la famiglia, il lavoro, gli enti locali, le associazioni ed i luoghi di culto.
  • Educazione informale → area formativa meno delineata e chiara, essa comprende gli apprendimenti spontanei e naturali, generati dal contesto di vita del soggetto, dalla forte connotazione esperienziale. Essa è diffusa nel sistema di trasmissione socio – culturale ed è riferibile alle relazioni interpersonali (eventi della vita quotidiana) o agli apprendimenti legati ai mass – media. Può essere vista come una fisarmonica che espande e ritrae i propri confini in base a dove arrivano le prime due aree (ad esempio l’educazione alla salute può essere formale attraverso lezioni ed opuscoli, non formale in famiglia ed informale in base a influenze esterne come mass media o testimonianze di soggetti di riferimento).

Tale suddivisione è in parte ritenuta superata, tuttavia può ancora consentire una sorta di ordine all'interno delle esperienze educative.

Apprendimenti derivanti da esperienze di vita quotidiana: esempi di educazione informale

Comportamenti alla guida: esistono le scuole guida che hanno il compito di formare ed abilitare i soggetti, tuttavia in seguito le persone tendono ad adottare “comportamenti creativi” ed infrangere la legge a causa di influenze derivanti da vari settori, come il gruppo dei pari, i mass media, la famiglia, convinzioni diffuse su cosa significa essere un buon conducente, etc.

Pagamento delle imposte sul reddito: le imposte andrebbero pagate non solo perché la sanzione per non farlo è certa, ma soprattutto poiché si è introiettato un valore (contribuire al benessere collettivo rinunciando a una quota del proprio reddito) connesso a doveri di cittadinanza ritenuti, in una data società, auspicabili e universali. Tuttavia è possibile affermare che esiste una differenza tra ciò che è auspicato e ciò che è effettivamente praticato; anche in questo caso la differenza si verifica perché le esperienze che formano il cittadino concreto sono molte e differenziate, e non sempre gli esiti di tali esperienze sono coerenti con i tratti di quel cittadino teorico che dovrebbe formarsi all’interno di alcune specifiche esperienze quali, per esempio, la scuola e la famiglia.

Altri esempi:

  • Comportamenti giovanili contro le istituzioni;
  • Educazione ambientale;
  • Buone maniere a tavola.

L’intenzione di educare

Le esperienze educative possono essere, inoltre, ripartite in:

  • Intenzionali;
  • Non dichiaratamente intenzionali;
  • Non intenzionali.

Queste si incrociano con i differenti livelli di consapevolezza con cui sono vissute dai consumatori e dai produttori delle azioni educative. Durkheim analizzò nei suoi studi il nesso tra intenzionalità e spontaneità dell'educazione. Piero Bertolini, settant'anni dopo, ha realizzato una classificazione delle esperienze educative attorno all'educazione informale.

Esperienza educativa spontanea e naturale

Esistono due aree:

  1. Il soggetto stesso è il protagonista principale del suo processo formativo (apprendimento diretto e pratico, senza educatori ed intenzionalità). Ciò avviene anche per il solo fatto di essere inserito in sistemi di relazioni con agli altri individui e con le cose;
  2. I protagonisti sono i soggetti più maturi, che intervengono sugli individui meno maturi stimolando e condizionando il loro apprendimento, ma senza aver programmato dei veri e propri interventi educativi. Il loro intervento appare casuale ed estemporaneo, tuttavia possono produrre importanti effetti educativi.

Esperienza educativa voluta o intenzionale

I protagonisti sono ancora gli adulti che cercano di orientare la crescita dei soggetti meno maturi facendo riferimento a precisi contenuti d’esperienza e a precisi valori. I contenuti da trasmettere alle nuove generazioni derivano da prassi di tipo religioso, filosofico o politico.

Esperienza educativa razionalmente fondata

In questa area l’intenzionalità si associa ad unità di senso auto-prodotte dalla stessa struttura che educa, ovvero non ideologicamente predeterminate o ricavate da altre forme di esperienza umana. Queste quattro diverse accezioni possono essere divise in due macro aree:

  • Esperienze intenzionali → è presente l’intento di stimolare gli apprendimenti, indipendentemente da quanto questo sia supportato da una riflessione su modalità ed ambienti più idonei allo scopo. Queste esperienze educative sono riscontrabili nel contesto della famiglia, della scuola o di specifici percorsi (es: corsi di italiano per stranieri, scuola guida, alle conferenze sui rischi per l’ambiente, etc), ma anche nelle campagne informative o nelle manifestazioni politiche, religiosi o culturali. Esse dichiarano espressamente i propri intenti e presentano spesso un assetto organizzativo fortemente connotato (la famiglia è un’eccezione di cui parleremo in seguito).
  • Esperienze non intenzionali → relative a situazioni in cui, nonostante non vi sia una dichiarata intenzionalità, si generano apprendimenti (es: gruppo dei pari, incontri tra culture, film, opere letterarie, mass media, etc). Ne fanno parte anche alcune esperienze che si verificano all’interno di contesti intenzionali, quando il clima e le relazioni al loro interno contraddicono le intenzioni educative “ufficiali” (es: il cattivo esempio di un genitore, la competizione scolastica, etc).

A queste due realtà educative andrebbe aggiunta una terza area relativa alle esperienze non dichiaratamente intenzionali, ovvero un'area dove l’intenzionalità educativa esiste ma resta implicita, non espressamente dichiarata E chiara (es: campagne di disinformazione, disposizione dei prodotti nei supermercati, atti terroristici, promozione dello sport per tenere lontani i giovani dai pericoli, etc).

L’apprendimento trasformativo

L’educazione informale risulta quindi di difficile definizione, come lo è in parte anche il concetto di educazione “generale” e questo comporta dei rischi: da un lato l’eccessiva dilatazione del campo educativo, dall’altro quello della sua eccessiva restrizione (es: riconoscere solo alla scuola lo status di luogo educativo). Porre al centro l’educazione implica superare i confini dei processi intenzionali, organizzati e delimitati, perché spesso l’apprendimento si colloca al di fuori di essi. Il criterio regolatore è rappresentato dall’apprendimento trasformativo (Demetrio), ovvero dall’acquisizione/trasformazione/scoperta di saperi a prescindere da dove e come avvenga.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vannasonoio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Niccolò Cusano di Roma o del prof Cardinali Cristiana.
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