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Pedagogia sociale

La necessità di una definizione

La definizione di pedagogia sociale non è così facile in quanto è costituita da due concetti, la pedagogia (il "sapere dell'educazione"), che spesso subisce ripensamenti, e la parola sociale, un termine polisemico (con più significati). Si può così definire la come: il sapere inerente il rapporto tra educazione e società. È considerata un’area di riflessione incerta perché i confini di tale sapere sono interessati da rielaborazioni e revisioni dovute a mutamenti economici, politici, culturali di una particolare società che influenzano i soggetti, gli obiettivi e gli assetti dell'educazione. Tutto questo apre uno spazio di riflessione ampio e complesso e mette in evidenza i bisogni formativi.

Gli elementi che hanno contribuito a riformulare i contenuti e i confini della pedagogia sociale sono:

  • L’emergere di nuovi bisogni e l’esplicarsi di nuove domande educative da parte della collettività;
  • L’affacciarsi di nuovi soggetti sociali che rivendicano direttamente il diritto di essere coinvolti o che vengono inseriti da altri (es. anziani, migranti);
  • L’ampliarsi o il ridursi del livello di “benessere” ritenuto opportuno o auspicabile per i soggetti individuali e collettivi (la quantità e qualità dei beni e servizi ritenuti essenziali per raggiungere un livello minimo di benessere);
  • La variazione dei compiti affidati alle tradizionali agenzie formative/educative (scuola con nuovi incarichi e modificazione di quelli antichi);
  • Il riformularsi di finalità, spazi, possibilità delle azioni educative non legate alle agenzie tradizionali.

Tutto questo ha portato a una modificazione dell’educazione e dei soggetti a cui è rivolta. La pedagogia risente inevitabilmente del contesto in cui si trova e agisce; questa dinamicità non è temporanea ma è costitutiva e permanente soprattutto in un periodo storico caratterizzato da rapide, diffuse e contraddittorie trasformazioni: vedi la realtà dell’immigrazione clandestina, vedi la globalizzazione, vedi la crisi e le sue conseguenze.

La difficoltà di definire gli ambiti della pedagogia sociale è determinata anche dal non aver ancora dichiarato che esperienze educative extra-scolastiche debbano essere elaborate e comprese a livello pedagogico, e che possano quindi intervenire nell’educazione della comunità. Esistono infatti una molteplicità di occasioni educative post-scolastiche e post-familiari:

  • Manifeste/latenti
  • Spontanee/intenzionali
  • Saltuarie/continuative
  • Inattese/previste

che coinvolgono gli attori per tutto il corso della loro vita e che sono altro rispetto alla famiglia e alla scuola – agenzie specificatamente educative.

La pedagogia sociale quindi deve essere in grado di produrre orientamenti teorici, metodologici e operativi per quella “educazione diffusa” esterna alle tradizionali agenzie educative che esercita una forte influenza sulla vita delle persone.

Definizioni di educazione e pedagogia

Definizione di "educazione": pratiche che influiscono sul modo di essere dell’individuo, intenzionali o no che siano, considerate nei loro risvolti materiali, tecnici, prescrittivi, ideologici, valoriali e teleologici, colti nella loro traduzione e attuazione. Maria Grazia Riva. Essa rappresenta il piano dell’azione pratica.

Definizione di "pedagogia": "è la teorizzazione di quei processi sociali, culturali, individuali che producono inculturazione, apprendimento e formazione personale, presenti in tutte le culture e società" Francesco Cambi. "è la disciplina che ha assunto il ruolo di riferimento per ogni discorso rigoroso sull’educazione" Tarozzi. Essa rappresenta il piano dell’azione teorica.

Se l’educazione può non essere consapevole, intenzionale o esserlo secondo livelli diversi es. l’educazione in famiglia, oppure la signora delle pulizie che riordinando l’ambiente mostra un modello di vita e gestione dell’ambiente (tutti possono educare nelle diverse situazioni); la pedagogia invece richiede che la consapevolezza e l’intenzione siano esplicitati, analizzati e governati.

Il pedagogista non si colloca però solo sul piano conoscitivo ma deve porsi sul piano trasformativo che prefigura i luoghi, le situazioni e le opportunità che permettano la crescita della persona, sia essa un bambino o un anziano.

La pedagogia è proiettata verso il futuro e l’educazione che la concretizza ha la caratteristica di essere una attività modificatrice, volta al cambiamento: cioè al superamento di uno stato di cose esistente verso una differente situazione futura. È una pedagogia “allargata” che non è sempre “generata” da un pensiero limpido e inossidabile ma assorbe tutta la problematicità del contesto sociale in cui deve operare. La funzione trasformante della situazione presente che si proietta verso il futuro si connota in termini di “costruzione e crescita della personalità e di creazione di un patrimonio culturale: conoscenze, strumenti, comportamenti, valori, appartenenti all’educando”.

È una educazione che stabilisce un equilibrio tra bisogni individuali: crescita, espressione di sé, autonomia e bisogni sociali: sviluppo sociale, funzionamento sociale, ordine sociale. Questa sintesi non è mai universale e perenne, lineare, irreversibile ma è sempre sottoposta a revisioni e arretramenti.

Dall’educazione diffusa all’educazione extrascolastica

In genere, ogni gruppo umano, a prescindere dalle sue specifiche configurazioni, per potersi riprodurre necessita di una vita sociale, di una cultura, cioè di un insieme di valori, di regole e di saperi teorici e pratici che, dinamicamente, mutevolmente e non senza opposizioni, conflitti e insuccessi, sono tendenzialmente trasmessi alle generazioni successive. L’educazione delle giovani generazioni (e in particolare di tutti) garantisce la sopravvivenza e lo sviluppo del gruppo e la crescita della cultura.

Ogni società quindi attiva percorsi che perseguono la trasmissione e il consenso dei valori, delle regole e dei procedimenti che riguardano l’organizzazione e il controllo dell’ambiente. Si parla di “rivoluzione neolitica” (rifacendosi alle rivoluzioni scientifiche) passaggio da nomadismo a vita stanziale dove la famiglia ha un compito importante per trasferire e riprodurre “infrastrutture culturali”: ruoli sessuali, ruoli sociali, introiezione dell’autorità ecc..

La vita stanziale porta all’apprendimento e addestramento attraverso la partecipazione diretta alle manifestazioni di vita collettiva dei valori e delle tradizioni della propria cultura. È la famiglia che assolve questa funzione di trasferimento di conoscenze e competenze, di valori e regole condivise, provvedendo all’istruzione professionale e alla formazione della personalità dei propri figli.

Lo sviluppo economico, la divisione del lavoro, la stratificazione sociale determina mutamenti sulla pratica educativa e la trasmissione è sempre più veicolata dal linguaggio, da saperi discorsivi e non solo da procedure operative. Alla scuola è stato così attribuito un ruolo sempre più importante nella formazione degli individui con due obiettivi (più recenti nel tempo):

  • Il dovere finalizzato all’acquisizione di competenze atte al mantenimento e allo sviluppo di assetti economici e culturali.
  • Il diritto minimo indispensabile per la predisposizione di pari opportunità economiche, culturali e sociali tra tutti gli individui.

La scuola però non assolve tutta l’esperienza socializzante. Altre istituzioni sono portatori di modelli spesso diversi e anche contradditori e che costituiscono una trama educativa che accompagna l’individuo per tutta la vita. Quindi il processo di formazione dei soggetti avviene in una molteplicità di situazioni relazionali in cui si apprendono stili di vita e modelli di comportamento propri del gruppo di appartenenza o propri della cultura.

SINTESI: in qualsiasi contesto sociale vi è la presenza di più ambiti educativi che concorrono alla formazione dei soggetti per tutta la durata della loro esistenza. Esiste una formatività diffusa che può essere coerente con le esperienze educative tradizionali oppure essere in conflitto e incoerente. Questa incoerenza può determinare esiti socialmente non auspicati e anche devianti: es. uso di nuovi stupefacenti, criminalità organizzata, contestazione dell’autorità e anarchia oppure altre esperienze di cittadinanza diversa: es condomini solidali, comunità famiglia ecc.. La formazione dei soggetti occupa potenzialmente non solo l’intero spazio vitale ma anche l’intero tempo vitale per questo si parla di educazione permanente in tutte le età della vita.

Un difficile ordine

Di fronte a questa complessità e ricchezza il desiderio è quello di organizzare e suddividere le diverse esperienze educative secondo delle possibili griglie di lettura volte a semplificare questa molteplicità educativa. Tramma le suddivide in:

  • Auspicate/non auspicate: quando il criterio di discriminazione è rappresentato dalla corrispondenza o meno dei processi educativi agli auspici sociali derivanti dal sistema di valori alla quale una società fa riferimento. Per esempio ci si attende una buona esperienza educativa familiare (auspicata) mentre non è auspicata l’educazione all’interno di una sistema familiare problematico.
  • Individuali/collettive: le esperienze coinvolgono le persone isolatamente o in quanto appartenenti a una collettività. Per esempio le relazioni di un individuo con una figura educativa (individuali), esperienze che si svolgono in associazioni, squadre e gruppi (collettive).
  • Professionali/non professionali: professionali sono esperienze condotte da operatori formati allo scopo maestri, insegnanti, allenatori ecc.; non professionali sono quelle esperienze con figure educative non legate a contratti o competenze professionali: genitori, parenti amici.
  • Intraistituzionali/extraistituzionali: intraistituzionali sono le esperienze in luoghi dedicati allo scopo (es. scuola, caserme, residenze…) ed esperienze che si realizzano nel diffuso ambiente di vita del soggetto (extraistituzionali).
  • Strutturate/destrutturate esperienze che dispongono di setting, procedure, figure professionali, organizzazione ampiamente previsti e attuati e altre in cui l’intervento educativo è flessibile e tiene conto degli elementi di variabilità che caratterizzano il contesto di intervento stesso (es. educativa di strada).

Altre due possibilità di categorizzazione sono la formalizzazione e l’intenzionalità. Per quanto riguarda la formalizzazione, l’educazione è ripartibile in formale, non formale e informale.

Educazione formale: riconducibile all’istituzione scolastica il cui esito è certificato da un diploma finale, un titolo di studio spendibile per proseguire l’iter formativo o per accedere ad attività professionali.

Educazione non formale: sono quelle azioni formative realizzate all’esterno dell’istituzione scolastica, ma anch’esse dotate di progetto, intenzionalità e contatto. Non viene rilasciato un titolo di studio ma le conoscenze possono essere importanti per la carriera e migliorare la posizione professionale della persona.

Educazione informale: riguardano l’insieme di esperienze formative che non sono riconducibili a tempi e luoghi ma riguardano la complessiva e quotidiana esperienza di vita del soggetto. Le esperienze formative possono anche essere ripartite secondo il criterio della intenzionalità e cioè intenzionali, non dichiaratamente intenzionali e non intenzionali.

Intenzionali: sono indipendenti da una certificazione finale ma sono così riconosciute come esperienze formative da chi le frequenta (formazione aziendale, corsi di vario tipo ecc).

Non dichiaratamente intenzionali: che tendono a modificare o modellare atteggiamenti comportamenti, abitudini o obiettivi dei destinatari senza essere dichiarate tali e senza sottostare a una diretta o indiretta negoziazione rispetto agli obiettivi, agli esiti e ai procedimenti: es. campagne pubblicitarie, organizzazione di spazi urbanistici, imporre uno stile di comportamento ad un gruppo.

Non intenzionali: gli esiti formativi non sono riconosciuti , previsti o ricercati né dai produttori né dai destinatari ma esistono: rapporti amicali, effetti di uno spettacolo televisivo, eventi sportivi, catastrofi naturali ecc.

La pedagogia sociale come scoperta, invenzione e organizzazione

La pedagogia generale, luogo teorico dell’agire educativo (pensiero che pensa l’educazione) tende sempre di più a configurarsi sia come pedagogia (longitudinale) del corso della vita che come pedagogia (trasversale) della totalità dell’esistenza dei soggetti individuali e collettivi. All’interno della pedagogia si è assistito e si assiste a un progressivo delinearsi di aree e problematiche riguardanti oggetti specifici. La necessità quindi di un’attenzione pedagogica specifica e delimitata emergente all’interno della complessità educativa evidenzia un’area sufficientemente omogenea di soggetti, problemi individuali o sociali tali da richiedere un funzionale sforzo distinto e specialistico di pensiero e operatività.

Proprio per questo si sono sommate alle precedenti aree di interesse della pedagogia anche quelle della disabilità e dell’integrazione che hanno portato a una maggior specializzazione della pedagogia. In sintesi, la pedagogia, da quando ha ampliato il suo significato originario andando oltre “l’educazione del bambino”, si è <>, cioè si è ancorata a un oggetto in un rapporto dialettico di definizione, organizzazione e trasformazione reciproca.

L’ambito della pedagogia sociale non ha univoca interpretazione per quanto attiene la definizione del campo di ricerca e di settori d’intervento. A rivelarsi problematico è proprio il tentativo di trovare il nesso stabile tra educazione e società, cioè la loro possibile correlazione chiarificatrice. Se per pedagogia si può intendere il pensiero e il sapere dell’educazione ciò che possa intendersi per sociale non è esente da strutturali ambiguità dovute alla molteplicità dei significati. Il rischio è che il sociale possa diventare una dimensione onnicomprensiva e la pedagogia collegata diventi la pedagogia del tutto e del niente.

La pedagogia tende ad acquisire uno status relativamente autonomo dal tempo in cui la teoria dell’educazione non si è più accontentata di trattare il proprio oggetto a partire dalle persone dell’educando e dell’educatore e dal loro rapporto, ma si è vista obbligata dal progresso delle scienze umane a riconoscerlo nel contesto della società in cui esso si forma e si sviluppa e in funzione del quale opera.

Secondo Aldo Agazzi: la pedagogia sociale potrebbe essere intesa per un verso come pedagogia dell’ambiente storico-culturale e, per un altro verso, come ambito in cui si definiscono i compiti educativi di una società e i conseguenti modi per soddisfarli. Quello che emerge è la prospettiva di una “società come educatrice”, come “soggetto educante”. In questo senso la pedagogia sociale si definisce nell’attenzione che rivolge alla società intesa come “operatrice” e “soggetto attivo” dell’educazione delle persone che la costituiscono, nel loro valore intrinseco e nella loro dimensione comunitaria. L’accento può dunque essere posto sulla società che educa, sul programma educativo che qualsiasi società deve porsi, ma può essere posto anche sul discorso orientato all’educazione sociale, intesa come promozione della persona nella dimensione sociale.

Luisa Santelli Beccegato individua 3 direttrici d’indagine nel grande campo del rapporto tra società ed educazione:

  • Analisi dei fattori sociali dell’educazione presenti nelle istituzioni che hanno dichiaratamente intenzionalità educative;
  • Istituzioni che pur non avendo tali dichiarate finalità educative possono essere cariche di potenzialità;
  • Analisi delle finalità educative nei loro significati e nella loro portata sociale.

Domenico Izzo sostiene che la pedagogia sociale si delinea in 4 stadi o indirizzi:

  • Riflessione sull’educazione in generale, con il compito di “elaborare il concetto di educazione in chiave sociale”;
  • “Educare nella società, mediante la società, e per la società” (secondo Natorp);
  • Pedagogia sociale come “pedagogia per i casi di necessità” sia intesa come soccorso che prevenzione vedendo l’educazione stessa come politica sociale.
  • Educazione intesa come “aiuto alla vita”.

In sintesi, è possibile dire che la pedagogia sociale può essere considerata un’area d’interesse interna alla pedagogia, le cui caratteristiche risentono del contesto in cui “si pensa” ed è pensata. Un’area il cui oggetto di attenzione è rappresentato da quella gamma di azioni educative che muovono dal considerare i soggetti come portatori di alcuni diritti di cittadinanza acquisibili mediante azioni formative collocate nell’ampia dimensione e nelle molteplici articolazioni della vita quotidiana. Le attenzioni sono dunque rivolte ad alcune dimensioni esistenziali degli individui che si suole ricondurre al cosiddetto “sociale”, cioè all’ambiente in cui si svolge la propria vita.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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