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Riassunto esame Pedagogia sociale, prof. Tramma, libro consigliato Che cos'è l'educazione informale

Riassunto per l'esame di Pedagogia sociale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro "Che cos'è l'educazione informale" di Sergio Tramma, ed. Carocci 2009 . Gli argomenti trattati sono i seguenti: il termine "educazione", le sedi dell'educazione, i destinatari dell'educazione, il grado di formalizzazione dell'educazione, l'educazione informale, l'educazione informale,... Vedi di più

Esame di Pedagogia sociale docente Prof. S. Tramma

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stessa. Essa avviene in molti ambiti d’esperienza (nel gruppo dei pari, attraverso i media e la

comunicazione interpersonale) e genera apprendimenti che delineano un’idea di scuola non

sempre positiva.

In particolare, tende a prevalere a livello sociale l’idea di una scuola che non riesce a mantenersi

al passo dei tempi, che non mantiene le promesse, che è poco rilevante per il successo

professionale e personale.

La scuola occupa una posizione contraddittoria: se da un lato si riduce la fiducia rispetto alla

possibilità che l’educazione scolastica raggiunga i suoi obiettivi (tipicamente si affida alla scuola

l’educazione professionale, la formazione del “buon cittadino”, ecc), dall’altro lato si addossano

alla scuola nuove responsabilità educative, quasi a voler colmare le insufficienze della famiglia e

degli altri contesti extrascolastici.

Le comunità

In ambito educativo, la comunità è un oggetto sfuggente, difficile da inquadrare e da definire in

modo univoco.

Possiamo considerare due significati­limite tra i quali si colloca un’ampia gamma di sfumature

intermedie:

1) comunità come ambito relazionale percepito e vissuto intensamente dai suoi membri;

2) comunità come generica dimensione collettiva e/o di gruppo.

Nella pratica, le comunità possono:

● essere caratterizzate da relazioni dirette tra i componenti oppure da relazioni

“virtuali” o a distanza;

● fondarsi su motivazioni e scopi che permangono nel tempo oppure possono essere

temporanee e finalizzate al raggiungimento di uno scopo limitato;

● possono riferirsi ad un determinato territorio oppure no.

Le comunità si collocano tra l’ambito individuale e familiare e quello sociale.

Possiamo riconoscere:

1) forme di educazione alla comunità, che mirano a sviluppare il senso di appartenenza alle

comunità locali, nazionali o internazionali;

2) forme di educazione della comunità, cioè azioni educative svolte dalla comunità stessa nei

confronti dei propri membri.

Nella contemporaneità si è verificato un indebolimento della coesione comunitaria e, di

conseguenza, una diminuita capacità di educazione alla e della comunità. Questa situazione è la

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conseguenza:

● della comparsa di soggetti specializzati che risultano prevalenti nel fornire l’educazione

indispensabile ai cittadini;

● del ridimensionamento delle culture forti che venivano espresse dalle comunità.

Il “peso” dell’educazione informale nell’epoca contemporanea

Il diminuito peso educativo della famiglia, della scuola e delle comunità, sottolinea il peso sempre

maggiore che stanno assumendo le dimensioni informali e non intenzionali dell’educazione.

Occorre però osservare che le esperienze educative informali sono comunque rilevanti, anche

nei periodi storici e nelle società in cui la famiglia, la scuola e le comunità appaiono solide ed

efficienti.

L’educazione informale risulta essere:

1) tanto più diffusa, quanto più la società è complessa e attraversata da processi di

cambiamento;

2) tanto più sfuggente ad ogni controllo, quanto meno le istituzioni educative risultano presenti e

credibili.

Nella contemporaneità si parla di società educante in quanto all’educazione dell’individuo

concorrono molti fattori, numerose azioni e soggetti, che non riescono a delineare un progetto

educativo unitario.

La didattica dell’educazione informale

Il clima educativo della contemporaneità

Tentare di elencare le esperienze educative informali è particolarmente difficile, almeno per due

motivi:

1) spesso le ricerche condotte sull’educazione informale hanno preso le mosse da esigenze

conoscitive relative ad altri tipi di esperienze e solo in seconda battuta hanno considerato

l’informalità educativa;

2) anche concentrando l’attenzione direttamente sull’educazione informale, sorgono difficoltà

legate al fatto che tali esperienze educative sono, per definizione, sfuggenti e difficilmente

circoscrivibili.

Per analizzare l’educazione informale diventa indispensabile riferirsi al clima educativo

generale della società e ai climi educativi particolari che permettono le esperienze educative

informali. 11

Il clima educativo generale è il risultato dell’intreccio di una pluralità di fattori, quali quelli già

esaminati e tipici della contemporaneità, come la globalizzazione, il post­fordismo, ecc.

Si tratta di fattori non solo numerosi, ma in continuo cambiamento, che tendono a influenzare

ogni relazione e ogni ambito territoriale.

Prima di occuparci della didattica di alcuni aspetti educativi informali, precisiamo alcuni

significati del termine “didattica”:

A) didattica = complesso intenzionale e preordinato di comportamenti, procedure e strumenti

che permettono di raggiungere obiettivi educativi chiaramente individuabili. Questa definizione

non può essere applicata all’educazione informale.

B) didattica = modalità e percorsi, non necessariamente intenzionali e svolti con rigore

metodologico, che permettono di conseguire esiti educativi (cioè apprendimenti). Questa

definizione è applicabile anche all’educazione informale.

La didattica dei mezzi di comunicazione di massa

Lo sviluppo e la diffusione dei mass­media hanno prodotto una radicale e irreversibile

trasformazione dell’intero panorama educativo, soprattutto perché hanno contribuito a

ridimensionare il peso educativo di molti soggetti, tra cui la scuola, la famiglia, ecc.

I pedagogisti hanno riservato una particolare attenzione ai mass­media fin dal loro apparire.

Tra i mass­media, spicca la televisione come mezzo molto diffuso e fruibile dalle persone di

tutte le età.

La raccolta di saggi “Cattiva maestra televisione” (1994) è un classico dell’analisi sugli effetti

educativi della televisione.

Nel libro, il filosofo statunitense John Condry osserva che l’influenza della televisione dipende

da due fattori:

● il tempo di esposizione dello spettatore al mezzo televisivo: tanto maggiore è il tempo,

tanto maggiore è l’influenza esercitata;

● i contenuti trasmessi dalla televisione.

Condry specifica però che la sola esposizione basta ad influenzare lo spettatore,

indipendentemente dai contenuti trasmessi.

La raccolta precedentemente citata, raccoglie anche un saggio di Karl Popper il quale ritiene

che la televisione potrebbe diventare un potente strumento per il bene se, chi fa televisione,

ricordasse di avere una parte importante nell’educazione delle persone e se ne assumesse la

responsabilità. Il filosofo si auspica che coloro che producono i programmi televisivi si

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trasformino da agenti educativi inconsapevoli e non intenzionali, in agenti educativi consapevoli

ed intenzionali.

Come educa la TV

1) La televisione evidenzia un’importante intenzionalità educativa finalizzata al consumo.

Ci si riferisce, in particolare, alla “televisione pubblicitaria”, che si caratterizza per molte

espressioni: da quelle più esplicite ed immediate a quelle meno manifeste fino a quelle occulte.

La TV è educativa perchè persegue l’obiettivo di formare il cittadino consumatore, colui che si

identifica e prova soddisfazione nelle pratiche consumistiche.

2) La “televisione pedagogica” ha avuto la sua massima diffusione negli anni del boom

economico, ma è presente anche oggi nelle trasmissioni che forniscono informazioni, stimolano

riflessioni critiche, ecc.

Si tratta di programmi che mirano intenzionalmente ad educare i cittadini all’accettazione del

presente.

3) La TV è educativa soprattutto quando non viene percepita in questo modo dai telespettatori,

che considerano i contenuti trasmessi come occasioni di divertimento e di intrattenimento.

Di fatto, anche attraverso i “programmi non educativi” vengono veicolate ideologie, modelli

sociali, valori, modelli di vita.

Ad esempio, i reality show e i talk show favoriscono nello spettatore l’identificazione in modelli

irreali.

Sono numerose le trasmissioni che premiano i concorrenti con ingenti somme di denaro, senza

richiedere ad essi alcuna competenza o abilità particolari. Queste trasmissioni accentuano la

diffusa convinzione sociale dell’opportunità di percorrere scorciatorie per raggiungere in tempi

brevi il successo e l’idea del sapere effimero.

I reality show sullo stile del “Grande fratello” danno spazio a storie di persone “normali” che

diventano modelli “virtuosi”, che enfatizzano dei modi di essere che non richiedono

apprendimenti e riflessione critica.

Lo sviluppo delle nuove tecnologie ha investito anche la televisione. I principali processi sono:

1) aumento del numero di canali televisivi e dell’offerta di programmi.

Lo spettatore può scegliere tra una vasta gamma di offerte per costruire un proprio “palinsesto”.

Ciò aumenta il fascino della televisione e, di conseguenza, le sue potenzialità educative

soprattutto informali.

2) possibilità di interazione tra telespettatore e mezzo televisivo

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Sono numerose le trasmissioni che prevedono il televoto, cioè che permettono agli spettatori di

esprimere un voto di preferenza tramite SMS.

Altre trasmissioni consentono l’intervento in diretta attraverso l’invio di mail per esprimere la

propria opinione.

In questo modo il telespettatore ha l’illusione di partecipare a un evento, di influire sulle decisioni,

di essere parte di una comunità mediatica.

I nuovi media

Nella contemporaneità sono numerosi i mezzi di comunicazione ormai alla portata di tutti:

telefoni cellulari, PC, videogiochi, Internet, ecc.

I nuovi media, a differenza della televisione, offrono la possibilità di produrre in proprio

programmi, video, ecc. (si pensi a You Tube).

Dal punto di vista degli effetti educativi, i nuovi media che stimolano la produzione in proprio,

riducono il tempo di esposizione passiva ai prodotti altrui. E’ un effetto positivo, ma occorre

considerare il rischio che questo fare senza competenze specifiche aumenti il peso della

“banalizzazione delle competenze necessarie” per affrontare la vita.

Inoltre le nuove tecnologie presentano il problema di educare alla distanza, alla non prossimità,

alla marginalizzazione delle relazioni dirette e personali con gli altri. La conseguenza è la povertà

delle relazioni nelle grandi aree metropolitane e l’accresciuta importanza delle relazioni “mordi e

fuggi” tra le persone.

La didattica del consumo

Il consumo, nelle società contemporanea, è una pratica importante che definisce tratti di identità

degli individui e contribuisce a definire la loro posizione sociale.

Considerando l’educazione al consumo, possiamo distinguere quella diretta a far apprendere

che un certo bene è in grado di soddisfare un certo bisogno, da quella che mira a promuovere il

consumo in generale. Essa ha lo scopo di legare la qualità della vita alle quantità di beni

consumati, in una relazione di proporzionalità diretta.

La questione non si pone solo nei termini di consumo effettivo, ma piuttosto di configurazione di

un modello “vincente” al quale tendere anche quando non si può consumare direttamente un

bene. La conseguenza è la frustrazione che nasce dal non sentirsi adeguati al modello.

Nella contemporaneità, il “buon consumatore” non si caratterizza per la soddisfazione

derivante dal possesso e dal consumo dei beni, ma per la sua insoddisfazione perenne che

deriva dal non sentirsi mai sufficientemente appagato da ciò che consuma.

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Le didattiche volte a stimolare i consumi sono rappresentate da:

1) la pubblicità, esplicita o occulta, effettuata attraverso i mezzi di comunicazione;

2) le relazioni informali che producono apprendimenti attraverso i rapporti quotidiani tra le

persone. In particolare, si impara a sentirsi gratificati grazie al possesso e alla possibilità di

esibire un certo oggetto che risulta rilevante nelle relazioni con gli altri e nella percezione di sé.

La didattica della flessibilità e dell’incertezza

Dal punto di vista pedagogico, la diffusa incertezza può considerarsi legata alla riduzione della

ragionevole prevedibilità della storia delle persone e delle molteplici storie individuali in cui essa è

scomponibile (storia familiare, scolastica, lavorativa, ecc.).

Questa considerazione non implica:

1) che in passato (tipicamente nella società fordista) i corsi di vita fossero completamente

prevedibili, mentre oggi non lo sono per nulla;

2) che una maggiore prevedibilità sia di per sé garanzia di una maggiore positività dei corsi di

vita.

Un corso di vita può dirsi prevedibile quando sono socialmente condivisi e consolidati gli obiettivi

generali e parziali da raggiungere nel corso della vita, nonché i tempi e i modi per farlo.

Si pensi alla sequenza formazione scolastica ­ lavoro ­ pensionamento le cui fasi erano rigide e

consequenziali nelle società fordiste. Sono fasi presenti anche nella società attuale, ma la

sequenza è più flessibile.

Nelle società post­fordiste si sono ridotte le possibilità di ricorrere a punti di riferimento stabili che

facilitino l’inquadramento della propria storia e del proprio percorso di vita.

In collegamento alla situazione descritta, possiamo evidenziare una didattica della riduzione

della prevedibilità, dovuta a molti fattori, principalmente al mutamento nel rapporto tra individuo

e lavoro.

In questo ambito, si è passati dal modello di lavoro stabile per tutta la vita, a un modello

improntato sul movimento e basato sul lavoro flessibile e/o precario.

Il sociologo Luciano Gallino, riflettendo sulle conseguenze della flessibilità del lavoro, ritiene che,

sebbene vi siano aspetti apprezzati dalle persone, i pesi legati alla nuova situazione sono molti,

tra essi ricordiamo:

● la difficoltà ad elaborare progetti, anche di breve durata, sul proprio futuro lavorativo e, di

conseguenza, anche su quello esistenziale e familiare;

● la difficoltà di acquisire un’adeguata esperienza professionale;

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● la difficoltà ad instaurare e mantenere relazioni durature con i colleghi di lavoro;

● la difficoltà a mantenere la noiosa, ma rassicurante, routine lavorativa

La riduzione della prevedibilità riguarda anche altri ambiti della vita dell’individuo. Si pensi

all’ambito familiare dove si moltiplicano i percorsi possibili, quando in passato il modello di

riferimento era sostanzialmente uno solo.

L’educazione diffusa all’incertezza si evidenzia attraverso due modalità:

1) il passaggio dall’apprendimento di saperi stabili e cumulabili nel tempo, all’apprendimento di

competenze, cioè di saperi riguardo alla capacità di acquisire saperi;

2) il maggior peso dell’educazione informale che provoca una maggiore responsabilità

individuale nella costruzione di un proprio percorso di vita, mentre in passato era possibile

riferirsi a itinerari collaudati.

La didattica dell’insicurezza

Nella società contemporanea sono riconoscibili paure relative ad un nemico locale, quotidiano,

visibile e diffuso.

Sono paure che riguardano situazioni di violenza che potrebbero riguardare la propria incolumità

fisica o i propri beni.

Ci limitiamo a considerare la violenza sociale, quella che viene attribuita alle bande giovanili,

agli immigrati, ai tossicodipendenti, ecc. e che si manifesta in particolare nei territori degradati e

considerati malfamati, tralasciando la violenza privata (tipicamente quella che ha luogo

all’interno della famiglia).

Lo sfondo della didattica dell’insicurezza è la metropoli.

Il clima di paura e di insicurezza relativo al territorio può essere analizzato considerando tre

elementi:

1) i dati di realtà, che derivano dalle rilevazioni su quantità e modalità dei fenomeni violenti. Se

da un lato si tratta di dati oggettivi, dall’altro sono dati influenzati dalla cultura e dalle finalità di

colui che li ha rilevati.

2) la percezione (individuale e collettiva) dell’insicurezza da parte di coloro che

concretamente abitano in un certo territorio. La percezione è spesso più importante dei dati di

realtà, perchè essa genera i sentimenti e le emozioni che determinano i comportamenti delle

persone. Questa percezione è molto influenzata dalle modalità con cui i mass media affrontano

le tematiche della violenza sociale.

3) la soglia sociale di tolleranza dell’insicurezza, cioè dalla capacità di tollerare e convivere

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con le situazioni che provocano insicurezza.

Considerarsi inseriti in un contesto sociale e territoriale definito violento può generare una visione

semplicistica e rassicurante del mondo, cioè caratterizzata dalla contrapposizione evidente tra

un noi e un loro, tra i buoni e i cattivi. In questo quadro semplicistico si riescono a collocare

facilmente i soggetti violenti (gli altri, i cattivi), i motivi che li sostengono e i rimedi adeguati.

La didattica della paura

Ci limiteremo a considerare le paure pubbliche e collettive vissute a livello sociale. Non

considereremo invece né le rielaborazioni individuali delle paure collettive, né quelle riconducibili

alle storie relazionali delle singole persone.

Rispetto ai legami tra paura ed educazione possiamo evidenziare due aree:

1) Educazione alla paura ­ La paura è l’esito a cui tendono le azioni educative. Distinguiamo:

● educazione alla ragionevole paura, quella provata dalla persona che sa rendersi

conto dei rischi derivanti dalle proprie azioni individuali e collettive. E’ un aspetto

educativo auspicabile e condivisibile.

● educazione alla paura come stato, quella che paralizza, che limita il processo di critica

verso l’esistente (ad esempio, paura dell’autorità, dell’inferno, ecc.) Si tratta di un aspetto

educativo non auspicabile.

2) Educazione attraverso la paura ­ La paura diventa uno strumento didattico per promuovere

cambiamenti relativamente ai valori, ai comportamenti, ecc. Attraverso la paura si convincono i

soggetti del loro essere o non essere (ad esempio, di appartenere a un’etnia superiore o

inferiore).

La paura della guerra

Nella seconda metà del Novecento era diffusa la paura del conflitto nucleare (Terza Guerra

Mondiale).

E’ il periodo della “guerra fredda” e il temuto conflitto nucleare avrebbe visto contrapposte le due

superpotenze (URSS e Paesi satelliti da un lato, USA e Paesi ad essa alleati dall’altra).

Si è trattato di un’esperienza vissuta collettivamente, che ha generato una paura diffusa e

costante “degli altri” (gli americani, i russi, la NATO, a seconda dei casi).

Era una paura alimentata dalla certezza della totale e definitiva distruzione dell’intero genere

umano in caso di conflitto generalizzato.

La paura del conflitto nucleare, in seguito alla caduta del muro di Berlino del 1989, è calata

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lasciando il posto a una preoccupazione debole, che testimonia la sottovalutazione delle tensioni

internazionali ancora presenti.

Paradossalmente, la paura della guerra si è indebolita in un periodo in cui i conflitti presenti in

varie parti del mondo coinvolgono anche i Paesi occidentali. Questa situazione può essere

spiegata considerando che:

1) le aree dove il conflitto ha luogo sono percepite come “distanti”;

2) è stato abolito il servizio militare obbligatorio con la conseguente diminuzione della paura di

essere coinvolti direttamente nella guerra.

La paura del terrorismo

Nella contemporaneità, la paura della guerra sembra essere sostituita da quella del terrorismo.

In Italia, nei cosiddetti “anni di piombo” (periodo che comprende gli anni ‘70 e i primi anni ‘80)

ebbero luogo numerosi attentati e stragi come quella di Piazza Fontana a Milano, della stazione

di Bologna, del treno Italicus, ecc.

Era un terrorismo che aveva come finalità quello di creare un clima di paura, che ha educato a

una paura diffusa e condivisa socialmente e che ha paralizzato ogni tentativo di riforma sociale e

politica.

Un discorso a parte va fatto in riferimento alla “lotta armata” (azioni rivendicate da particolari

gruppi ed ispirate ad un progetto politico­militare esplicitato chiaramente). In questo ambito

rientra, ad esempio, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978. Queste azioni si basano sul

principio “colpisci uno per educarne cento” che, da un lato, sottolinea la fattibilità di un progetto

politico e, dall’altra, serve ad impaurire il “nemico”.

Il terrorismo internazionale che ha prodotto l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York, quello

del 2004 a Madrid e quello del 2005 a Londra, può essere definito guerra informale. Essa

genera apprendimenti sia dal lato dell’avversario (che è portato a non sentirsi sicuro nella sua

vita quotidiana), sia dalla parte di quell’ambito di riferimento in cui si cerca di aumentare la

percezione della fattibilità di un progetto in grado di mettere in difficoltà i Paesi sviluppati e di

rivitalizzare la cultura dei Paesi tradizionalmente ad essi sottomessi.

Territorio e didattiche

Attualmente sia in Italia che in altri Paesi, sono riconoscibili ambiti che mostrano una marcata

problematicità educativa.

Tra essi rientra il territorio che: 18

1) consente un legame sia materiale che esistenziale tra i soggetti, le istituzioni, le

organizzazioni e le culture in esso presenti;

2) permette un’osservazione “orizzontale” in grado di favorire l’analisi dell’insieme dei fatti

inerenti l’educazione informale;

3) permette un’osservazione “verticale” che favorisce l’analisi dell’andamento temporale dei fatti

dell’educazione informale.

Nella contemporaneità, i territori hanno subito profonde trasformazioni. La conseguenza più

evidente è che diventa sempre più raro poter configurare luoghi unitari di vita; infatti famiglia,

lavoro, formazione, tempo libero, ecc. si articolano su una pluralità di territori anche in relazione

al singolo individuo (ad esempio, la persona lavora o studia in un ambito territoriale diverso da

quello dove risiede con la sua famiglia). Le persone sono così meno radicate su un territorio

specifico e tendono ad avere relazioni sempre più deboli con i diversi territori in cui si muovono.

Il territorio è il luogo in cui le trasformazioni della contemporaneità danno vita a particolari

esperienze di educazione informale.

Oggi il territorio si caratterizza per:

1) formatività endogena debole a causa dell’indebolimento del reticolo educativo in cui

interagivano le pratiche e gli esiti degli apprendimenti realizzati in famiglia, nel lavoro, nelle

relazioni tra pari e tra generazioni diverse;

2) formatività esogena forte in quanto, soprattutto attraverso i mass­media, non solo il

territorio educa, ma al territorio si viene educati;

I mezzi di comunicazione infatti:

● tendono ad occupare il tempo delle persone, tempo che viene sottratto alle relazioni

possibili nel territorio;

● contribuiscono a diffondere un’idea semplicistica del territorio: da un lato il territorio viene

considerato come luogo insicuro e pericoloso (il che induce gli abitanti a ricorrere ad

accorgimenti pratici, come le ‘ronde’, l’installazione di sitemi di allarme, ecc. che, a loro

volta, alimentano il clima di insicurezza); dall’altro vengono esaltate le peculiarità dei

piccoli paesi e delle loro tradizioni.

Nel territorio sono osservabili processi contrastanti:

1) processi di omologazione che rendono i territori simili tra loro (ad esempio, presenza di

centri commerciali, discoteche, ecc. tutti tra loro simili);

2) processi di diversificazione in relazione ai processi migratori che interessano ciascun

territorio. 19

Si può allora parlare sinteticamente di processo di diversificazione omologata, nel senso che

i territori si differenziano tra loro, seguendo però gli stessi percorsi.

Nonostante la tendenza all’indebolimento dell’unitarietà dei territori, sono osservabili:

1) tentativi di salvaguardare o ripristinare aspetti e tradizioni del passato. Si pensi alle feste

paesane, alle sagre, al palio delle contrade, ecc.;

2) tentativi volti a modificare intenzionalmente alcuni aspetti del territorio attraverso la

realizzazione di progetti per favorire la socialità e la partecipazione dei cittadini alla vita del

territorio stesso.

La didattica dell’insicurezza finisce per delineare un sapere diffuso in base al quale un

territorio è insicuro a causa della presenza di soggetti (stranieri in generale o persone che hanno

una certa nazionalità, tossicodipendenti, emarginati, ecc.) che lo rendono tale e che agiscono in

base a determinate motivazioni e contro i quali bisogna reagire in un certo modo.

La tendenza ad associare determinati comportamenti a determinati gruppi di persone è

un meccanismo antico, analizzato dalle scienze sociali, e denominato stigmatizzazione,

pregiudizio e ricerca del capro espiatorio.

L’organizzazione urbanistica dei territori

Il territorio contribuisce all’educazione di chi vi abita anche attraverso l’organizzazione

urbanistica degli spazi la quale:

● è costruita, cioè è il prodotto di molteplici attività compiute dall’uomo;

● è data, perchè l’individuo, come singolo, ha scarse possibilità di apportarvi cambiamenti

significativi;

● è il risultato della dialettica tra spinte conservative e spinte innovative e dei

conflitti tra gruppi sociali o diversi centri di interesse.

Le implicazioni educative relative all’organizzazione urbanistica del territorio sono legate ai

seguenti fattori:

1) dotazione educativa formale e non formale esistente nel territorio (ad esempio scuole, centri

sociali, oratori, ecc.);

2) dimensioni educative legate alla storia del territorio;

3) effetti educativi, intenzionali e non, che si manifestano già nel momento in cui viene progettato

un intervento che modifica l’organizzazione territoriale esistente. Infatti lo spazio territoriale viene

strutturato sulla base del tipo di relazioni che si ritiene auspicabile per le persone che lo abitano.

Ad esempio, la progettazione e la realizzazione di una piazza significa la predisposizione di

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Riassunto per l'esame di Pedagogia sociale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro "Che cos'è l'educazione informale" di Sergio Tramma, ed. Carocci 2009 . Gli argomenti trattati sono i seguenti: il termine "educazione", le sedi dell'educazione, i destinatari dell'educazione, il grado di formalizzazione dell'educazione, l'educazione informale, l'educazione informale, la globalizzazione, i processi migratori, il turismo di massa, l'entropia educativa.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Tramma Sergio.

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