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Capitolo 1 – La figura professionale

Dell'incertezza e della salutare debolezza

La figura dell’educatore professionale è una figura costitutivamente incerta, alle volte quasi sfuggente, costantemente in via di sviluppo, restia a qualsiasi atteggiamento di stabilizzazione all’interno di una rassegna esaustiva di compiti e funzioni. Quella dell’educazione è una "debolezza" essenziale e salutare se interpretata come una costante apertura di possibilità, una ricerca ininterrotta sul senso dell’agire educativo, una costante messa in discussione del proprio orizzonte di finalità, delle esperienze di vita, degli obiettivi, dell’universo dei soggetti destinatari/co-costruttori dell’azione educativa.

L’educatore è incerto perché educare è stato ed è sempre incerto perché oggi la figura professionale è la risultante di molte chiamate in causa di molte assunzioni di responsabilità. Oggi possiamo affermare che tutta l’esistenza di tutte le persone è potenzialmente interessabile dal pensiero e dall’azione dell’educatore professionale. L’incertezza dell’educatore può anche essere una condizione di fluidità che progressivamente si solidifica. L’incertezza però è considerata un dato di stabilità cioè una caratteristica strutturale progressivamente costruitasi per stratificare successive e tendenzialmente irreversibili, un elemento costitutivo della professionalità.

Formidabili quegli anni

La condizione di incertezza è l’instabile risultante di una lunga storia, l’inizio viene collocato negli anni ’60-’70. Sono anni impegnativi e pesanti ma non perché riconducibili al fenomeno del terrorismo-lotta armata ma perché in essi si rintracciano alcuni degli elementi donativi dell’attuale figura professionale e del dibattito che lo riguarda. Fino agli inizi degli anni ’60 gli educatori professionali potevano essere individuati come “personale che lavora in istituzioni chiuse per l’educazione o la rieducazione dei minori”.

Secondo Macario, le origini dell’educazione attuale sono rintracciabili anche nell’esperienza della segregazione minorile cioè in quei luoghi che esercitavano un forte controllo sociale assumendo come impostazione di riferimento più la logica carceraria finalizzata alla separazione e al contenimento che una logica comunitaria tesa allo sviluppo complessivo e al pieno reinserimento sociale dei giovani coinvolti. Negli anni ’60 l’educatore contenitivo e correttivo, sia quello che operava nelle istituzioni totali, sia quello che operava nei luoghi più “fraterni” e aperti, entrano in crisi.

Perché entrano in crisi le concezioni e le pratiche educative custiodialistiche tipiche delle società premoderne, le convinzioni pedagogiche e pratiche professionali che ormai non erano più adeguate a risolvere i problemi generati dalla nuova realtà sociale e culturale venutasi a creare con il passaggio da un assetto economico prevalentemente agricolo a uno prevalentemente industriale. Negli anni del cosiddetto “miracolo economico” ci sono stati processi che hanno profondamente modificato lo scenario economico-sociale e i materiali contesti di vita delle persone.

Negli anni ’60 inizia a manifestarsi il passaggio da un’assistenza particolaristica finalizzata a garantire livelli minimi di sopravvivenza ad aree disagiate di popolazione a servizi rivolti a tutti i cittadini che progressivamente ampliano il proprio campo di attenzione e di azione oltre i bisogni vitali delle persone. La crescita e l’accentuarsi della differenziazione nelle società industrialmente avanzate hanno determinato la nascita di diverse specializzazioni educative.

Il ripensamento della concezione del welfare state maturato in quegli anni produce l’idea di un diritto di cittadinanza al benessere. I servizi non sono più concepiti come diritti esclusivamente alle tradizionali frange emarginate della società ma si estendono all’insieme dei cittadini, con intenti di promozione di benessere oltre che di considerazione del malessere.

Quindi la ridefinizione dei bisogni e degli obiettivi dei servizi fa emergere compiti educativi nuovi e diventano pratiche di prevenzione e sensibilizzazione. La possibilità di accedere al sistema dei servizi, il superamento della riduzione delle pratiche educative a semplici azioni di contenimento, l’affermazione del diritto a ricevere attenzioni educative extrascolastiche ed extrafamiliari, tutto ciò ha aperto per l’educatore e per l’educando un orizzonte di possibilità ancora attuale.

L’istitutore “autoritario” come il genitore e il maestro subisce una crisi di legittimità dovuta alla riflessione autocritica rispetto alla propria collocazione e alla propria modalità di azione. In questo clima si pone la questione della soggettività e della presa di coscienza degli educatori rispetto a un loro possibile nuovo ruolo, il quale non esaurisce solo nella protezione della società ma anche nel cambiamento di questa.

Il mandato sociale quindi subisce delle modifiche da parte degli stessi educatori imboccando strade dirette più all’integrazione degli stessi educatori che alla loro stigmatizzazione ed esclusione. All’operatore educativo che tenda tale normalizzazione con metodi autoritari si affianca l’operatore che tende alla normalizzazione con metodi non autoritari fino ad arrivare all’operatore che mette in dubbio oltre ai metodi autoritari anche il concetto stesso di normalizzazione.

Nuove professionalità si delineano mentre quelle “tradizionali” sono interessate da un processo di radicale ripensamento. Quindi si verifica un rimescolamento nel campo delle professionalità sociali e si assiste alla nascita di nuove figure educative.

Dilemma presente tutt'ora

  • 1) Attorno all’essere educatore una figura generalista in grado di operare grazie a delle solide competenze pedagogiche o l’essere una sommatoria di profili specialistici cioè un insieme di operatori formalisti per lavorare in relazioni a specifici bisogni e obiettivi con alcuni soggetti e non con altri.
  • 2) Distinzione strutturale di educatore e animatore.

Situazione attuale: l’educatore professionale interviene verso individui che non dispongono e non dispongono adeguatamente di un sistema di appartenenza familiare, lavorativa, scolastica altresì quando gli interventi di genitori e insegnanti risultano insufficienti o fallimentari. Quindi un educatore risponde a richieste esterne in possibilità di crescita per il soggetto problematico attraverso l’assunzione di un ruolo che può essere definito di “supplenza” verso strutture ed esperienze che risultano momentaneamente inadeguate.

Inoltre l’educatore è ‘operatore che si è affrancato quasi completamente da un ruolo custiodialistico, contenitivo e correttivo ha ampliato il campo di azione, gli obiettivi e i problemi di riferimento e nelle intenzioni, diventa consapevole a agente di cambiamento tentando di operare una sintesi tra i bisogni sociali e i bisogni delle diverse “utenze” con le quali entra in contatto.

La debolezza (forza) dell’educatore professionale extrascolastico nella configurazione che assume oggi nella varietà dei suoi possibili destinatari e delle sue possibili azioni, è quindi la risultante dei tentativi socialmente legittimati di rispondere elle innumerevoli distanze tra le condizioni auspicabili degli individui, famiglie, gruppo sociali e le condizioni reali.

Negli anni ’60-’70 si è avviato un processo di definizione della figura considerabile tutt’ora in corso: l’educatore professionale è stato interessato da un processo di individuazione e differenziazione dalle altre figure professionali, ma l’insieme della abilità e delle competenze sviluppate non è ancora in grado di definire con certezza la sua identità e la specificità del suo ruolo rispetto a quella degli altri operatori.

I tratti essenziali

L’educatore professionale è ritenuto un operatore che ha come compito generale individuare/promuovere/sviluppare le potenzialità dei soggetti. Le azioni nei confronti delle potenzialità si collocano e si esplicano su diversi piani:

  • Piano promozionale: attraverso azioni educative finalizzate a rendere abili i soggetti cioè a far sì che le potenzialità diventino atti cognitivi, affettivi e relazionali
  • Piano preventivo: attraverso azioni tendenti a far sì che le potenzialità diminuiscano il rischio di non trasformarsi in atti
  • Piano riabilitativo: attraverso azioni che si pongono come scopo riconsegnare al soggetto la possibilità di riacquisire il processo di trasformazione delle potenzialità in atti

I diversi piani sui quali si sviluppano le azioni rivolte alla potenzialità dei soggetti sono vincolati dal mandato sociale del quale l’educatore è nello stesso tempo esecutore e coautore. L’educatore per raggiungere gli obiettivi deve instaurare con gli utenti una relazione educativa. Tratti essenziali di un disegno neutro dell’educatore sono:

  • La centralità attribuita alle potenzialità dei soggetti
  • L’esistenza di differenti piani di azione educativa
  • Il vincolo e la rielaborazione del mandato sociale
  • La dimensione del servizio, la relazione e la formazione

Successivamente ci sono altre variabili che costituiscono l’educatore cioè:

  • La cultura
  • L’umanità dell’educatore
  • Dagli utenti
  • Il tempo e il luogo
  • La specifica relazione in atto
  • La filosofia dell’educazione che viene privilegiata

L'educazione professionale e non

L’affidamento e la delega educativa sono previste quando la complessità delle intenzioni educative rendono necessario l’intervento di operatori specializzati. Nello stesso tempo però vi sono alcune dimensioni educative come quella familiare in cui non si può delegare il compito di educare i figli. La non delegabilità dell’educazione familiare è rappresentata dal sapere educativo in possesso della famiglia (ritenuta in possesso solo per il fatto di essere tali cioè genitori).

La capacità di educare potrebbe essere considerata naturalmente presente nelle persone in termini di competenze innate. Il sapere necessario per educare si acquisirebbe per il solo fatto di essere stati a propria volta educati cioè per aver vissuto esperienze educative in quanto educandi.

La comunità non è una famiglia e l'educatore non è un amico

L’educatore professionale non dovrebbe essere né caldo (genitoriale) né freddo (tecnicista cioè dotato di razionalità strumentale) ma dovrebbe essere un mix degli aspetti migliori e attenuati delle due figure dette precedentemente. L’educatore non potrà mai essere amico di un educando poiché è la struttura relazionale stessa e il sistema nel quale la relazione è inserita impedirebbe tale posizione. La comunità non è una famiglia poiché le affettività presenti in una comunità per minori non può replicare quelle familiari.

Le relazioni educative professionali sono collocate all’interno di un contratto pubblico che vincola o influenza i soggetti che vi partecipano e che prevede anche un compenso economico. In sintesi, la possibilità di essere in relazione e di governarla in funzione degli scopi auspicati dipende sia da una disposizione vocazionale, sia da una solida formazione di base e da costanti pratiche di aggiornamento che dotino l’educatore degli idonei strumenti disciplinari e metodologici anche attraverso un’opera di rielaborazione e valorizzazione della propria storia formativa e delle proprie motivazioni alla professione e aspettative risposte nella professione.

Formare gli educatori: la prassi e la teoria

L’educatore professionale deve essere professionalizzato cioè dotato di un sufficiente bagaglio di saperi e competenze che poggiano su un solido e pensato nocciolo motivazionale. I tre quesiti:

  1. Quali istituzioni debbano formare gli educatori professionali?
  2. Quali sono gli obiettivi formativi?
  3. Come debba essere impostata la formazione?

Il primo quesito è stato da tempo risolto: l’università forma gli educatori professionali non più corso post-diploma o scuole di formazione professionale. Gli altri due quesiti non possono essere mai risolti del tutto se non nelle loro linee generali essendo riconducibili alle impostazioni anche significativamente differenti delle diverse sedi formative e ai vari curricula, percorsi o indirizzi nei quali si articola la formazione dell’educatore. Uno dei dibattiti più accesi attorno alla formazione dell’educatore professionale riguarda il rapporto tra la teoria e la pratica.

Primato del piano pratico rispetto a quello teorico "del fare sullo speculare": nasce dalla convinzione che quella dell’educatore sia una professione pratica che procede inevitabilmente, autonomamente e progressivamente i riferimenti teorici per orientare le condotte operative. Però in questo caso si rischia di sottovalutare la teoria cioè di un sapere e di un saper potenzialmente fare anche in assenza dell’esperienza diretta del caso concreto.

Primato del piano teorico rispetto a quello pratico "speculare sul fare": da una parte è opportuno sottolineare la necessità di avere teorie di riferimento per conoscere e affrontare l’atto pratico dall’altra è presente il rischio di un’antica sopravvalutazione di tutto ciò che è intellettuale rispetto a tutto ciò che è materiale cioè la padronanza del pensiero attorno ai fatti dell’educazione renda di per sé capaci e abili a educare con cognizione di causa.

Non esiste nessuna gerarchia tra teoria e pratica professionale. Gli elementi formativi teorici e quelli pratici devono essere integrati poiché l’operatività dell’educatore è la sintesi tra i due: una costante circolarità tra teoria e prassi in cui il generale serve a leggere il particolare e questi contribuisce a ridefinire il generale. La necessità di un’equilibrata integrazione tra teoria e pratica è il riflesso della realtà educativa: in ogni caso agendo educativamente si possiede una teoria dell’educazione così come si utilizzano saperi e strumenti per comprendere la realtà sociale, psichica ecc.

Cos'è l'idea di educazione?

Insieme di esperienze che influiscono sul modo di essere dell’individuo, dei gruppi, delle collettività. Una possibile definizione. Il risultato educativo di ogni essere umano è differente. L’impatto educativo inoltre è diverso se si parla di individuo o gruppo o collettività.

L’educazione influisce sul modo di essere:

  • Acquisire/Trasformare/Scoprire
  • Saperi (base e specialistici)
  • Comportamenti
  • Valori (quella cosa di stabile presente nell’individuo e che mi orienta nella costruzione della vita e mi guida rispetto ad altri individui)

Si possono scoprire valori che vanno al di là degli uomini. Se si lavora con bambini ci si basa sul piano dell’Acquisizione, mentre se si lavora con gli adulti ci si basa su tutti e tre i piani.

Pedagogia e educazione

La pedagogia ha per oggetto l’educazione. Si occupa di riflettere sull’educazione in generale, non solo di quella che si promuove ai bambini. (es. nei regimi dittatoriali c’era un'educazione delle persone che non gli permetteva di attivare la loro consapevolezza e la loro presa di opposizione).

L’oggetto “Educazione” ha differenti significati:

  1. L’educazione è un’azione finalizzata a favorire l’acquisizione di valori, comportamenti e atteggiamenti di un contesto sociale (dal piccolo gruppo all’intera società). Attraverso questa azione non si entra nel merito ma si coglie l’aspetto invariante. L’educazione è quindi ritenuta socializzazione. L’acquisizione deve essere trasmessa alle nuove generazioni e ai processi migratori (apparentemente notiamo due società diverse con processi di socializzazione differenti).
  2. L’educazione è un processo di formazione complessivo e armonico della personalità umana. Processo di crescita e maturazione armonico. Processo che può prescindere parzialmente dalle culture specifiche nel contesto sociale in cui avviene, quindi si parla di caratteristiche universali. Il significato di educazione tende a sottolineare (più) lo sviluppo della potenzialità del soggetto e l’acquisizione di una piena autonomia e (meno) l’adattamento ambiente-sociale.
  3. L’educazione sono specifiche e delimitate attività intenzionali svolte in ambiti specifici; finalizzate all’acquisizione di determinate e particolari saperi (un sapere tecnico-strumentale).
  4. L’educazione è la pratica delle buone maniere (forse il più diffuso).

Posso dire che una persona è non-educato? No, posso dire che una persona è educata in un modo diverso, con valori differenti dai miei. Quello che per noi è maleducato, in contesti diversi dal nostro può essere definito bene educato.

Due significati estremi di educazione

  • Kant sostiene che l’educazione ha per fine di realizzare l’umanità (cioè far uscire tutto ciò che appartiene agli esseri umani). L’educazione deve trasformare l’uomo dall’animale.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher beatrice.cirla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Tramma Sergio.
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