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Analisi della situazione

- Elaborazione del progetto: momento delle decisioni, una sintesi in cui “fotografare”

- la situazione

Attuazione del progetto: deve essere costantemente verificato in itinere, per

- confermarlo o modificarlo

Conclusione e valutazione dei risultati: diverse variabili, riguarda i gruppi

-

L’educazione di strada: la massima esplicitazione del lavoro educativo territoriale è

nell’educazione di strada: essa si presenta come luogo strano, ambivalente, densamente

abitato e al tempo stesso desertificato. La strada presenta diversi volti fra il giorno e la

notte riguardo a sicurezza, abitanti e comportamenti. Non a caso molti luoghi educativi

sono nati per togliere i ragazzi dai pericoli della strada. Lavorare sulla strada significa

ribaltare quella concezione meccanica che vede una risposta solo al porsi di un problema.

L’intervento di strada muove dalla risposta, cerca il problema, stimola l’espressione del

bisogno e tenta di trasformarlo in progetto educativo. Intervenire sulla strada significa

uscire dai servizi, sia come atto fisico degli operatori, sia come logica da sportello per

andare la dove il disagio è presente.

CAPITOLO 5

Il lavoro educativo è sempre attuale, si confronta col presente. *PAG. 152, 153, 154, 157,

159, 161, 162, 164, 165.

PEDAGOGIA DEI MEDIA – PROF. FELINI

CAPITOLO 1

Louis Porcher, nel 1974, nel volume “L’ècole parallele” diceva: “la scuola parallela (insieme

dei circuiti al di fuori della scuola, grazie ai quali gli studenti ricevono info) ha strumenti

come i mass media: stampa, fumetti, radio… non controllati dagli insegnanti. Questa frase

pone il problema del rapporto tra scuola e educazione e mass media. Nei giovani c’è un

abbondante presenza dei media nella quotidianità. Questo elemento lo affrontiamo tramite

2 descrittori: tastiera mediale e socializzazione leggera. Tastiera mediale = oggi i minori

4

guardano meno TV perché ci sono altri stimoli e diversi prodotti culturali. I media sono un

sistema sempre più intercumnicante: per questo abbiamo 3 livelli di conferma:

“Linguaggio dei bit” che permette il trasferimento di informazioni da un supporto

1) all’altro

“content provider” => il mercato delle comunicazioni è nelle mani di major che

2) controllano i giornali, TV…)

Costante richiamo tra i media, una sorta di eco da un mezzo all’altro.

3)

La figura dell’utente è cambiata (si trasforma da recettore di prodotti culturali a

consumatore autonomo). I media sono agenti di socializzazione (trasmettitori di norme e

valori). Martelli parla di socializzazione leggera (processo che è compiuto da famiglia,

scuola, chiesa): nelle società preindustriali l’integrazione dell’individuo avveniva dalla

famiglia attraverso riti di passaggio; nell’età dell’industrializzazione, l’individuo si formava

da famiglia, scuola, mondo del lavoro); il post moderno (distacco tra individuo e istituzioni).

Quindi la leggerezza della socializzazione è data da: perdita di prestigio e incisività delle

agenzie tradizionali, il fatto che i media favoriscano le relazioni sociali fra i ragazzi. Le 3

fasi della socializzazione leggera a PAG. 20.

Il tema del diluvio e carestia: il tema dell’accessibilità dell’informazione si apre a

prospettive di lettura più ampie, declinate in due risvolti apparentemente antietici ma allo

stesso modo problematici: il “diluvio” e la “carestia” delle informazioni. Le autostrade

telematiche, Internet, i canali televisivi sono tutti elementi che vanno a comporre la faccia

di una stessa medaglia, quella che Pierre Levy ha indicato come il diluvio delle

informazioni. Paradossalmente, la crescita esponenziale dell’accesso alle informazioni non

fa si che tutto sia finalmente a disposizione, quanto piuttosto che il tutto sia fuori portata; si

avverte così la necessità di addomesticare il caos.

Questa prospettiva del diluvio delle informazioni, però, si coniuga con una situazione

opposta, che è pur sempre al centro dell’attenzione. Infatti se le società tecnologicamente

avanzate sono alle prese con un’inondazione del flusso di dati, i paesi in via di sviluppo

subiscono invece le conseguenze di un gap informativo che non riescono a colmare e che

si traduce in un ampliamento della distanza che li separa dalle nazioni più avanzate.

Parliamo di uno squilibrio socio-economico, che è al tempo stesso tecnologico, informativo

e culturale.

La teoria dell’evoluzione psico-culturale di Kerckhove:

La comunicazione orale è legata ad una forma di pensiero concreta e situazionale,

1) che non riesce a staccarsi dall’esperienza diretta ed è incapace di ragionamento

astratto e logico-deduttivo

La tecnologia alfabetica ha sviluppato una forma di pensiero osservativa, attenta ai

2) dettagli, e dunque capace di analisi, che ha conquistato l’astrazione e la

concettualizzazione

La civiltà dei media elettrici (telegrafo, radio, televisione), ha invece dato origine ad

3) una forma di pensiero chiamata “public mind”, dato che questi media si rivolgono

per loro natura alle masse, creando forme di consenso

L’epoca dei computer ha contribuito a formare una “accelerated mind”

4) Internet, infine, starebbe mettendo in discussione l’autonomia delle persone,

5) moltiplicando e connettendo le menti in una sorta di comunità pensante o

intelligenza collettiva.

L’etica: la dimensione dell’etica dei media è in continua evoluzione. Ci sono 4 nodi teorici

dell’etica:

Libertà: libertà di avere accesso ai media, ma anche libertà di farne uso secondo la

1) propria personale coscienza 5

Responsabilità: dove si intrecciano da un lato le coscienze dei singoli utenti nella

2) propria personale esperienza di fruitori dei prodotti mediali e, dall’altro, le

responsabilità dei professionisti che operano in questo campo.

Possibilità: che si sono aperte grazie all’uso dei media

3) Senso: che si dà alle esperienze mediali

4)

CAPITOLO 2

Nei giovani c’è un interesse crescente verso la comunicazione; c’è un bisogno di

formazione; l’educazione ai media si distingue dall’educazione attraverso i media.

L’educazione ai media viene definita come “lo studio, l’insegnamento e l’apprendimento

dei moderni mezzi di comunicazione ed espressione considerati come specifica ed

autonoma disciplina nell’ambito della teoria e della pratica pedagogiche, in opposizione

all’uso di questi mezzi come sussidi didattici per le aree consuete del sapere”.

Ci sono 3 modelli di educazione ai media:

Educazione ai media come educazione alla comprensione => il più diffuso

1) modello di ed. ai media è quello che mette al centro dell’attività didattica lo scopo di

aiutare i ragazzi a capire più a fondo la realtà mediale. Questo modello pone alla

base del lavoro formativo l’analisi del testo mediale, ed è poi a partire dal testo che

vengono ricavate le ulteriori informazioni sul contesto che lo ha prodotto

Educazione ai media come educazione alla fruizione => modello legato alle

2) metodologie di analisi del consumo: con questo si intendono quegli interventi che

mettono al centro la situazione reale in cui si svolge l’utilizzo dei media da parte del

pubblico ed hanno come finalità educative quelle di rendere consapevoli gli utenti

stessi della loro fruizione mediale e favorire l’assunzione di comportamenti di

consumo più adeguati

Educazione ai media come educazione alla produzione => molto praticato ma

3) poco studiato sia in italia che all’estero, questo modello mette al centro le attività di

produzione mediale. Si va a toccare in questo caso quell’area di iniziative educative

e didattiche che hanno come scopo la realizzazione da parte degli allievi di

messaggi costruiti sull’esempio e con le tecniche dei prodotti della radio, della

televisione o della carta stampata; attività scelte dagli educatori per il loro

potenziale di sviluppo della creatività.

CAPITOLO 3

Il cinema nasce nel 1895 con le prime proiezioni pubbliche dei fratelli Lumiere. Alla fine

della seconda guerra mondiale, i problemi relativi al cinema sono 4:

La questione della natura del cinema

1) Comprensibilità del linguaggio filmico da parte dei soggetti in età evolutiva

2) Effetti che questa realtà ha sulla società e sulle giovani generazioni

3) Necessità di un’educazione al cinema

4)

*1) la questione della natura del cinema => Luigi Volpicelli, sulla rivista “bianco e nero”, fa

un approfondimento. L’autore sosteneva un0irrazionalità del film, il quale si muoveva

secondo schemi alogici dettati dall’emotività, e non dalle facoltà più alte dell’uomo. La

natura del film sarebbe narrativa e drammatica e somiglierebbe a esperienze di trance

tipiche delle popolazioni primitive. Si parla di “paticità”. Giuseppe Flores D’Arcais

considerava il film un linguaggio irrazionale e suggestivo, ma precisò che non poteva

esserci un linguaggio o solo emotivo o solo razionale; quindi il cinema era

prevalentemente narrativo, ma sapeva trasmettere anche contenuti.

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*2) rapporto fra cinema ed età evolutiva => due punti: a) l’evoluzione della comprensione

del film segue il percorso compiuto dalla psiche nel suo sviluppo cognitivo; b) bisogna

tenere presente 2 momenti, secondo Wallon, quello che va dai 3 ai 6/7 e quello subito

dopo dai 6/7 ai 12 anni.

Nei primi 3 anni non si è in grado di cogliere nulla del linguaggio audiovisivo per

immaturità del sistema percettivo del bambino, in quanto non si distingue sé dal mondo

esterno. Dai 3 ai 6 anni vi è una percezione globale delle diverse inquadrature, le

sequenze vengono colte in termini confusi; dai 7 ai 12 anni il bambino riesce a collegare

gli elementi che si presentano sullo schermo, arrivando a una comprensione abbastanza

matura; solo a questo punto il bambino è in grado di aggiungere alla comprensione anche

la memorizzazione completa, significativa e duratura di ciò che ha visto.

Subito dopo, il problema passa dalla comprensione all’interesse, inteso come forma di

svago o interesse più specifico per i diversi generi cinematografici. Il questionario di

Tarroni e Paderni: 4 proiezioni, una per ogni domenica. L’unica differenza, i maschi erano

più liberi di poter scegliere gli spettacoli. Generi dei ragazzi: guerra, avventura, gialli e

sportivi. Generi delle ragazze: religioso, storico e musicale.

Laporta condusse uno studio: nota come l’attenzione dei ragazzi sia rivolta ad alcuni

elementi-base: sesso, denaro, violenza, desiderio di affermazione e successo, vita facile,

la forza del progresso tecnologico, il senso della giustizia come qualcosa che si deve

ottenere da sé. Non bisogna stupirsi se la loro attenzione non si rivolge a ideali superiori di

natura morale, artistica o politica; questo ci sarà in momenti successivi.

*3) c’è una separazione, condivisa dai pedagogisti, fino alla metà degli anni 50’, tra 2

grandi generi cinematografici: spettacolare e documentaristico. Questa divisione

andava di pari passo con l’idea che solo il documentario fosse degno di essere ammesso

nelle scuole come supporto alla lezione; quello spettacolare era solo un impiego ricreativo

(tra l’altro considerato negativo, poiché si pensava che il cinema fosse un’esperienza

spersonalizzante). Il giudizio negativo nasceva dai pedagogisti del dopoguerra perché per

loro il cinema era un fenomeno di comunicazione di massa, capace quindi di parlare e

trasmettere messaggi a un’intera nazione; il problema era quello di diffusione di immoralità

sulla popolazione. Volpicelli, nel suo primo articolo (1948), evidenzia da una parte il

grande potere di pervasività subdola, in grado di influenzare anche gli aspetti più minuti

della vita degli spettatori; dall’altra evidenzia il grande ruolo di trasmissione culturale (per i

film di Hollywood, stili di vita e comportamenti diversi da quelli italiani).

I pedagogisti vedono una seconda conseguenza, in particolare sui giovani: la

suggestione. Laporta dice che il film interviene nei momenti come: atto di volontà,

inibizione e decisione. Atto di volontà = tutela esercitata sui centri inferiori (istinti, passioni

e impulsi) da quelli superiori (i quali nel bambino non hanno raggiunto una maturità). In

questo modo, l’attività inibitoria è deficitaria, quindi ha luogo quell’effetto di suggestibilità,

cioè la tendenza a obbedire sotto l’influsso di idee estranee, comunicate da altri per mezzo

della parola o dell’esempio. La decisione = il bambino, visto che non ha un bagaglio forte

di esperienza a cui rifarsi, decide sulla base di impulsi.

Luigi Stefanini dice che il cinema è ormai ridotto, nel 70% dei casi, ad un lenone tra l’arte

e il sesso, che ti reca nello spazio di 1 ora, le impressioni più varie e suggestive. Ti abitua

a tutto, al bene e al male, a non essere più te stesso. L’effetto primario più preoccupante è

la spersonalizzazione dell’individuo, l’incapacità i rientrare in se stesso, lo smarrimento

della propria intimità, quindi suggestione. Comunque, Stefanini rinosceva le grandi

possibilità anche formative di questo mezzo (considerato da lui straordinario nel caso in

cui si riuscisse a tenerne a bada gli effetti negativi). Quindi l’autore richiedeva la necessità

di interventi educativi orientati su 2 fronti:

Lo sviluppo del senso estetico => capace di favorire la riflessione, la

a) concentrazione e la crescita di sé attraverso il riconoscimento del bello

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La maturazione delle capacità di assistere ai film in maniera autodisciplinata e non

b) passiva.

Giuseppe Flores D’Arcais propone una soluzione per salvaguardare i minori dai pericoli

dei film: intende promuovere una speciale produzione di film ricreativi per la gioventù per

rispettare le fasi dell’evoluzione cognitiva, morale e spirituale dei bambini. Per l’autore i

bambino fino ai 6/7 anni il problema non doveva nemmeno porsi (non erano in grado di

comprendere il senso del lungometraggio). Solo in seguito egli poteva essere introdotto

gradatamente al film; si ha un’esperienza piena solo dopo i 12 anni, caratterizzata dalla

possibilità di scelta dello spettacolo sulla base dei propri interessi e visione completa di un

film. Secondo questo autore i caratteri che la cinematografia per ragazzi deve avere sono:

vicenda chiara, concreta e movimentata, conclusioni senza imprevisti, niente colpi di

scena, essere educativa (ispirare valori come la vittoria dei buoni sui cattivi, il trionfo della

giustizia, sentimenti di coraggio, tenacia ecc).

IN SINTESI => fino ai primi anni 50’ i pedagogisti erano orientati a una sorta di

protezionismo della gioventù dagli influssi negativi del cinema (Remo Branca dice che il

cinema è un veleno di cui non si poteva pensare di farne uso nella scuola, dove si poteva

usare solo il film didattico-documentario). Attorno alla metà del decennio vi fu un’apertura

con Volpicelli, Laporta, Stefanini, seppur legati a considerazioni negative, cominciano a

intravedere possibilità di soluzioni positive, sentendo l’esigenza cosi sempre più di

un’educazione al cinema.

EDUCARE AL CINEMA = contributo importante soprattutto di Volpicelli, il quale

>

riconosce nel film spettacolare una qualità educativa, in quanto testimonianza di valori,

portatore di problematiche civili, sociali, intellettuali, estetiche e spirituali; perde la sua

connotazione di tabù, diventa strumento di educazione, utilizzabile dalla scuola.

Quest’idea è senza dubbio innovativa.

Laporta considera sia l’ambiente educativo scolastico (1) che quello extrascolastico (2).

Ambiente educativo scolastico riguarda l’esigenza di trovare un modello in grado di

1) vedere, nel lavoro di classe, il film spettacolare. Due linee portanti: criticità e

organicità. Con il primo termine si intende educare la persona in crescita a

controllare l’effetto ipnoide del film e controllo razionale su esso. Con il secondo

termine, Laporta voleva richiamare gli insegnanti a fare in modo che la proiezione

del film fosse una cosa integrante della vita di classe. Lezione modello => scelta

comunitaria della pellicola (scelta che deve essere compiuta dal gruppo-classe

attraverso un’azione guidata dall’insegnante; solo la scelta è il momento di

educazione al cinema in quanto porta alla luce i vissuti degli allievi),

ridimensionamento (momento in cui il maestro riporta gli allievi dalla situazione

catatonica ad una situazione di prontezza intellettuale e di pensiero riflessivo),

discussione (momento per iniziare un dibattito).

Ambiente educativo extrascolastico => cineclub per ragazzi. Il cineclub si

2) caratterizza come ambiente pensato apposta per la fruizione cinematografica,

quindi dotato di locali idonei sia alla proiezione sia alle attività di contorno. Esso

garantiva la presenza di una figura educativa preparata.

L’autore dice che l’esperienza filmica è un’idea distorcente e limitante. Distorcente perché

portava a vedere gli effetti negativi del film sullo spettatore; limitante perché non si

consideravano gli elementi che stavano fuori dalla semplice visione della pellicola. Da qui

la necessità di parlare di “esperienza cinematografica”, la quale comprende la scelta dello

spettacolo, la lettura delle recensioni…

MODELLI DI EDUCAZIONE AL CINEMA => sono 3:

Educazione al cinema come educazione alla comprensione dei film: nasce dal

1) bisogno educativo che gli studiosi di psico del film avevano messo in luce. Si

avvertiva l’esigenza di proporre ai ragazzi un’educazione al cinema intesa come

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graduale avvicinamento alla natura del film. Leandro Castellani diceva che si

dovesse iniziare da alcuni aspetti tecnici (sceneggiatori, attori, regista..), poi

passare agli elementi specifici (luce, piani, campi..) e infine alla riflessione

sull’aspetto etico e sociale del film, cioè il senso da attribuire all’opera.

Educazione al cinema come educazione alla fruizione dello spettacolo

2) cinematografico: è quella che Stefanini chiama “parsimonia filmica”, secondo cui i

giovani devono essere aiutati a moderare la propria frequentazione delle sale

cinematografiche.

Giuseppe flores d’arcais guardava il film come oggetto artistico e come strumento

3) per far crescere nei giovani il senso del bello, come un quadro, una poesia.

*4) necessità di un’educazione al cinema => Impostazione inoculato ria: con il termine

Inoculatorio Halloran e Jones indicano un primo approccio dell’educazione ai media, la

quale doveva svolgere un’azione ‘igienica’ rispetto alle influenze negative dei mass media.

All’inizio, la posizione dei pedagogisti italiani fosse riconducibile alla prospettiva inoculato

ria: sfiducia nel cinema, la preoccupazione per i suoi poteri di suggestione e perversione

della moralità.

Tre elementi sottolineati da Laporta e Flores:

Distinzione laportiana tra filmico e cinematografico;

1) Conquista graduale della consapevolezza che il film sia educativo per trasmettere

2) valori

Affermazione del cinema come opera d’arte

3)

In questo modo il film/cinema viene inserito nel campo dell’educazione e della pedagogia

e quindi superamento della logica protezionista tipica del paradigma inoculatorio.

Tre approcci al cinema:

Apporto dell’estetica (minoritario rispetto agli altri 2) per offrire gli strumenti di

1) comprensione e valutazione del film per farne un’analisi educativa. Questo discorso

rimane ai margini del discorso pedagogico

Filmologia => si ritenevano indispensabili gli apporti psicologici, sociologici e

2) linguistici per indagare gli effetti del cinema.

Approccio principale: evoluzione dell’esperienza filmica nei soggetti dell’età dello

3) sviluppo

CAPITOLO 4

Thomas Jefferson evidenzia la stretta connessione tra libertà di stampa, alfabetizzazione

dei cittadini, partecipazione democratica e sicurezza nazionale. Negli USA i media

education sono chiamati ‘media literacy’ (alfabetizzazione mediale).

In europa, australia e canada l’educazione ai media viene dal basso, come movimento

voluto dagli insegnanti; negli USA invece la spinta viene dall’alto, come associazioni attive

nella società, mondo politico ecc. . Questo fa si che alcune posizioni conservatrici siano

ancora alla base di molte iniziative, proprio a causa dell’intervento dall’alto di gruppi di

pressione impegnati nei valori tradizionali e della serietà della scuola nazionale. Questo

approccio è diverso da media education britannico-canadese-australiano, che al contrario

hanno un approccio più aperto, mentre gli USA sono più protezionistici e inoculatori.

Gli anni della fondazione: dagli anni 70’ ci furono i primi movimenti: il primo fu il

CRITICAL VIEWING SKILLS CURRICULA, una serie di progetti educativi per sviluppare

nei bambini e nei ragazzi abilità di visione critica della TV. Lo U.S. Office of Education

prevedeva 4 progetti per mettere a punto 4 curriculi di educazione ai media per elementari,

medie, superiori e università. Tyner sottolineò che l’office of education si limitava alla TV

9

ed escludeva tutti gli altri strumenti di comunicazione. Inoltre le indicazioni dell’office erano

basate su presupposti non dimostrati: ‘la pubblicità ha influenza diretta sulla psiche…’ .

Tutto ciò contribuì a indebolire il movimento e nel 1981 chiusero i battenti.

Mappa di educazione ai media, sono 5:

Media literacy: istruzione sui media che si fa nei vari gradi di scuola. Questo

1) termine racchiude più degli altri la dimensione dell’istruttività dell’educazione ai

media. Approccio orientato all’analisi sei testi mediali e allo sviluppo di competenze

critiche

Visual literacy: finalizzato alla comprensione e all’interpretazione dell’elemento

2) visivo (immagine fissa, in movimento…). Approccio che si rifà alla storia, alla critica

dell’arte e all’estetica, non nel senso filosofico del bello, ma di una psicologia della

percezione

Critical viewing skills curricula: hanno origine da un background psicologico,

3) orientati a far acquisire ai ragazzi una maggiore consapevolezza della propria

relazione con i diversi strumenti mediali. Forse è la meno usata oggi, perché

compromessa col passato

Media production: forma utilizzata nella scuola per indicare le attività didattiche di

4) produzione: video, i laboratori di media production sono diffusi nelle High School e

sono piccoli studi televisivi per ripresa e montaggio di materiale audiovisivo.

Approccio più debole dal punto di vista culturale, in quanto ha una natura

prevalentemente tecnica

Health and media: dotato di uno specifico e originale background teorico. Esso

5) vede l’impegno di medici, educatori di scienze sociali e docenti di scienze. In

origine, nato sulla base delle preoccupazioni dei pediatri per la troppa esposizione

dei bambini allo schermo e conseguente sedentarietà e carenza di contatti sociali.

Oggi l’oggetto di attenzione è su: disturbi alimentari, alcolismo, tossicodipendenza e

comprendere poi come certi comportamenti sono rappresentati dai media. Soggetti

interpretativi sono associazioni, università, centri e fondazioni.

Concetto di literacy: dall’alfabetizzazione alle plurialfabetizzazione

Media literacy è l’approccio più diffuso. Il termine literacy indica la capacità di saper

leggere e scrivere, quindi si traduce con alfabetizzazione. 3 idee al riguardo:

Concetto di alfabetizzazione non è statico ma si è ampliato

1) Transitività di Freire

2) Non è un semplice insieme di abilità cognitive meccaniche, è un’abilità cognitiva

3) complessa, connessa con le nostre relazioni sociali.

Negli anni 80’ ci furono schieramenti opposti: rapporti allarmanti che mettono gli studenti

americani agli ultimi posti delle graduatorie dei paesi industrializzati: c’è una critica della

tradizione deweyana che si scontra con la pedagogia emancipatoria di Freire, ponendo

l’attenzione ai problemi di istruzione e inserimenti che vivevano le minoranze etniche. Sui

2 fronti gli alfabeti erano al centro: da un lato l’alfabetizzazione era un riscatto per la

scienza, la tecnica, un modo per riscoprire l’identità nazionale; dall’altra parte

l’alfabetizzazione è intesa come modalità di incontro con tutte le culture, come

arricchimento attraverso la conoscenza reciproca e possibilità di acquisire uno status

sociale migliore e una cittadinanza piena. Al di là di questo, la categoria di literacy assume

significato non solo nell’ambito letto-scrittura, ma più generale di ‘istruzione di base’ in ogni

campo. Si tratta di accettare il termine literacy in senso estensivo e metaforico; la Tyner

parla di un ‘umbrella concept’ che aiuta a comprendere l’ampio spettro dei bisogni reali e

percepiti di alfabetizzazione nell’età contemporanea e proprio per questo si spinge a

parlare di plurialfabetizzazione. Questa, ha avuto un ampio successo, da un lato perché si

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sposa con la teoria delle diverse intelligenze di Gardner, dall’altro le diverse forme di

alfabetizzazione richieste al giorno d’oggi si possono vedere in relazione l’una con l’altra.

l’educazione ai media come media literacy

conferenza della NationalLeadership Conference convocata dall’Aspen Insistute nel 1992

=> prima questione fu quella della denominazione. Gli australiani insistevano per ‘media

education’; i leader americani tuttavia mantennero ‘media literacy’, il quale era più

conosciuto nel paese. Definizione di media literacy secondo Renee Hobbs => abilità di

accedere, analizzare, valutare e produrre messaggi secondo una varietà di formati

mediali.

Accedere, analizzare, valutare e comunicare.

Questa definizione si basa su 4 processi cognitivi (4 competenze):

Accesso: abilità che vanno dalla capacità di leggere e scrivere all’arricchimento del

1) vocabolario del vocabolario personale, alle capacità di trovare, riorganizzare e

memorizzare le informazioni, alla sintesi di testi. Esempio: l’accesso alle

informazioni è si dato dalla capacità di navigare in internet usando un motore di

ricerca, ma prevede e richiede anche competenze di base di tipo trasversale.

Analisi: riguarda la capacità di capire che le persone sono sempre coinvolte nella

2) costruzione di messaggi mediali, i quali hanno uno scopo (informare, intrattenere o

persuadere). L’analisi quindi è concepita come una comprensione interpretativa dei

messaggi mediali che richiede la conoscenza di concetti appropriati e l’uso dei

nessi logici. Sicuramente è personale e soggettiva.

Valutazione: legata agli aspetti individuali del porsi di ciascuno nei confronti del

3) testo stesso. Essa riguardai giudizi sulla rilevanza e il valore che un messaggio ha

per ciascun lettore, prevede l’identificazione del valori etici, estetici e culturali.

Comunicare: produrre messaggi nei diversi formati mediali (da quelli scritti –

4) giornalini, libro – a quelli audiovisivi – foto, video – a quelli digitali – CD, internet).

La media literacy nella temperie educativa americana

Uno dei problemi più gravi della scuola americana è quella della demotivazione degli

studenti per l’apprendimento e alle attività in genere. La media literacy ha trovato spazio

nella scuola anche per via del suo alto potenziale attrattivo nei confronti dei ragazzi

(questo perché i suoi contenuti vengono percepiti sia dai bambini che dagli adolescenti).

Critical media literacy : tema della pop culture; distinzione tra:

cultura di massa: cultura in cui la società capitalista tenta di dominare il pensiero delle

1) persone

cultura popolare: è formata dal tentativo di sviluppare forme di pensiero diverse.

2)

Quindi la cultura pop non è di massa, ma l’opposto. L’introduzione della cultura popolare

nel lavoro didattico è un’operazione delicata. Ci sono alcuni rischi, come l’introduzione

sregolata e illimitata di prodotti di cultura popolare che porta però a un piacere senza

parametri (la politica del piacere). I principali caratteri di questa politica sono:

la liceità della cultura popolare nella scuola, accettando il fatto che il piacere

1) provato dagli studenti non è cattivo

il piacere non è univoco universale => in 1 gruppo di ragazzi ci sono diverse letture

2) di uno stesso testo mediale, e quindi atteggiamenti diversi nei suoi confronti

questo può essere sfruttato per un migliore approfondimento e confronto tra le

3) diverse forme di godimento, aumentando cosi la conoscenza.

La critical media literacy quindi dovrebbe incoraggiare la presenza nell’aula di diverse

prospettive interpretative: questo pedagogia dovrebbe far assumere ai ragazzi

atteggiamenti di ricerca. 11

ESEMPIO => STATO DEL MARYLAND, SCUOLA DI NORRBACK DA FARE SUL LIBRO

Istruttività e protezionismo

Intendere l’educazione ai media in termini di literacy, anziché di education significa 2 cose:

rivela un’accentuazione degli aspetti istruttivi su quelli formativi

1) la scuola, anche se cerca la collaborazione con le altre agenzie educative, rimane

2) l’ambiente privilegiato in cui pensare all’educazione ai media

l’accentuazione della dimensione istruttiva è legata all’intenzione protezionistica nei

confronti dell’infanzia.

CAPITOLO 6

Le categorie della pedagogia dei media:

Pendolarità => metafora del pendolo => atteggiamento dei pedagogisti nei

- confronti dei media. Atteggiamento ostile perché:

effetto passivizzante (volpicelli, paticità)

1) pericolosità per i bambini di certi contenuti, soprattutto quelli violenti. Molti studi

2) confermavano la correlazione tra esposizione di contenuti violenti e comportamenti

aggressivi messi in atto dai soggetti.

Impossibilità dei media a piegarsi alle logiche tradizionali dell’educazione e della

3) scuola. Scuola parallela : fatica – divertimento / concettualismo discorsivo –

paratassi delle immagini / cultura nobile – cultura ignobile (pag. 168).

Sulla base di questi elementi i media erano visti come un’entità distruttiva e

sacrilega

Contrastività => si vuole indicare una modalità proattiva della riflessione sui media

- che si realizza nel momento progettuale, quando ci si chiede cosa fare; quindi

relazione tra pendolarità e contrastività. E’ quel insieme di posizioni teoriche e

realizzazioni pratiche che mettono in gioco una precisa azione educativa che ha lo

scopo di avversare gli effetti negativi dei media

Ecologicità => riconoscimento, della pedagogia, del carattere sistemico,

- contestuale e situato dell’esperienza mediale. Esempio di Laporta con distinzione

fra esperienza filmica ed esperienza cinematografica. Studi di Letizia Caronia =>

definisce la socializzazione ai media come un processo attraverso cui i bambini

acquisiscono conoscenze e saperi sui media attraverso la loro partecipazione a un

mondo sociale che ha elaborato specifiche idee culturali relative ai media. Quindi i

significati che i bambini attribuiscono ai media non dipendono solo dallo sviluppo

cognitivo raggiunto, ma anche dal patrimonio di conoscenza e concezioni

accumulate sia nell’esperienza personale, sia grazie alle interazioni sociali entro cui

si verifica l’uso dei media.

Strumentalizzazione => l’ingresso dei media nel campo educativo sotto forma di

- aiuto che facilita la comunicazione tra educatore ed educando per garantire il

raggiungimento degli obiettivi educativi e didattici. 5 funzioni dei media didattici:

Amplificazione: i media aumentano i canali della comunicazione educativa con

1) una pluralità di stimoli legati all’integrazione di diversi codici comunicativi;

Distanziamento: i media consentono di far agire persone lontane, di portare in

2) aula oggetti materialmente assenti (TV, filmati), di vedere in tempo ragionevole

un fenomeno che in natura avviene in un periodo più lungo (crescita di una

pianta).

Implementazione: l’utilizzo di Internet consente di implementare il messaggio

3) didattico con la ricerca di ulteriori notizie pertinenti

12

Richiamo: i media hanno la capacità di facilitare il mantenimento dell’apertura

4) del canale comunicativo

Economicità: grazie alla possibilità di registrazione dei messaggi, l’utilizzo delle

5) tecnologie garantisce una certa riduzione dei costi visto che lo stesso

messaggio si può utilizzare più volte e rivolgerlo a un pubblico illimitato

Oggettualizzazione => questa categoria indica la coltivazione di quella

- competenza mediale; essa rappresenta il modo proprio dell’educazione ai media.

Curricolarizzazione => contesto scolastico, esigenza del curricolo è tipica della

- scuola. Il curricolo è l’insieme realizzato per far conseguire agli alunni i traguardi di

istruzione e formazione previsti. E’ un percorso sensato e non causale di attività

educative.

CAPITOLO 7

Obiettivi e significati dell’educazione ai media: quando si chiede a insegnanti,

educatori o studiosi il perché di un’educazione ai media, ci si sente rivolgere risposte

legate alla massiccia diffusione dei media nella società contemporanea, al fatto che la vita

dei bambini e dei ragazzi sia scandita da momenti predisposti dai media o al bisogno di

introdurre i giovani a un nuovo sistema di comunicazione, diverso da quello tradizionale.

Len Mastermann, nel suo ‘teaching the media’ individua 7 ragioni:

La pervasività dei media nella vita dei ragazzi

1) I media come industria di conoscenze

2) I media come fabbriche di notizie

3) Il rapporto fra i media e la vita delle nostre democrazie

4) L’importanza dell’immagine e dell’audiovisivo nella cultura contemporanea

5) La comunicazione mediatizzata come parte cospicua del futuro a cui i giovani

6) stanno andando incontro

La privatizzazione dei media nelle mani di un sempre minor numero di soggetti

7) economici

Senso critico: pensiero critico => capacità, non innata ma educabile, di reagire

attivamente ai messaggi di media, pensare criticamente vuol dire non accettare

passivamente ogni informazione che ci viene fornita, saper uscire dalla massa

Educare alla salute: l’educazione ai media rientra nell’educazione alla salute su 4 temi

rilevanti: abuso di sostanze che creano dipendenza (alcol, droga, tabacco), disturbi

alimentari (anoressia, bulimia, obesità), sesso precoce e non protetto e la promozione di

una sana attività sportiva. L’efficacia della sinergia tra educazione ai media ed educazione

alla salute risiede nell’aiutare i soggetti a rendersi conto dell’influenza sociale sul proprio

agire. Esempio Heineken pag. 201.

Educare al senso civico: educare al senso civico oggi significa educare ai diritti e ai

doveri. Il primo obiettivo è quello di fare in modo che i giovani siano sempre aggiornati su

quello che accade nel mondo attraverso radio, TV, internet; cosa non semplice, visti i dati

sconfortanti riguardo al consumo da parte dei giovani di giornali e riviste. I telegiornali

riscuotono più successo, anche se presentano diversi problemi di comprensione,

compensabili con interventi formativi. Anche se la passione civile dei giovani si dimostra

nel volontariato e in vari movimenti, si ha l’impressione che molti non riescano a trovare

spazio per l’impegno sociale e che si faccia fatica ad esprimere le proprie idee e ad

esporsi.

Educare allo sviluppo dell’identità di genere: il percorso dell’identità va a coinvolgere

tutte le parti della persona, dalle scelte scolastiche e lavorative a quelle amicali, e

comprende anche la sfera di appartenenza di genere (cioè dell’essere e diventare uomini

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o donne). La nozione di genere è complessa, e l’appartenenza maschile o femminile non

corrisponde per forza al dato anatomico del soggetto. I media sono uno strumento

potentissimo di rappresentazione delle caratteristiche di genere. Film e spettacoli ci

mostrano i soggetti in diverse situazioni di vita. Sono messaggi ruolizzanti, inizialmente

ristretti, ora invece molto più flessibili. Il genere dunque è per il momento, per la scena, e

cambia con una certa frequenza.

Educazione ai media per l’educazione estetica: l’educazione estetica ha subito negli

ultimi decenni una sorta di caduta, essa si rivolgeva all’interiorità dello spirito che l’uomo

viene costruendo perché li nascono il gusto, il senso della bellezza. Oggi il punto è

sull’interpretazione e non sulla contemplazione. Educazione estetica è un oggetto teorico

e pratico complesso che non si può ridurre a un’unica direzione di marcia. Al suo interno,

ci sono 4 connotazioni: comprensione, discernimento, affinamento del gusto,

contemplazione. Nei primi due => modalità educative rivolte alla parte razionale della

persona, le ultime 2 rivolte alla sfera emotiva, affettiva e della sensibilità. L’educazione

estetica può dare un contributo alla formazione estetica della persona in tutte e 4 le

direzioni.

CAPITOLO 8

I codici di condotta sono leggi, atti concessi dai governi alle varie emittenti

radiotelevisive, documenti ufficiali che si preoccupano di stabilire regole generali di

condotta per tutelare l’infanzia. L’obiettivo è quello di non recare danni a livello fisico,

psichico o morale dei minorenni. L’italia risponde a questo con la legge Mammì, la quale

vieta assolutamente la messa in onda di programmi vietati ai minori di 18 anni, e offre la

possibilità di trasmettere programmi vietati ai minori di 14 anni solo dopo le ore 23. Si

tratta di un approccio protezionista. C’è anche un’altra linea di tendenza che si basa

sull’idea di qualità: il Children’s Television Charter sostiene che i bambini hanno diritto a

programmi realizzati appositamente per loro, e che sia vero che la TV sia un impiego

ricreativo, ma sottolinea anche l’importanza educativa dei messaggi mediali da essa

trasmessi. Per quanto riguarda internet, i testi scarseggiano. L’approccio più usato è quello

protezionista, vista la novità del prodotto e la grossa quantità di materiale dannoso

facilmente accessibile. Su questa linea si attua ‘il codice italiano di autoregolamentazione

internet e minori’ del novembre 2003.

Sistemi di rating: sono procedure di valutazione e classificazione dei materiali: il loro

scopo è quello di stabilire se una trasmissione o una pagina web può o non può essere

trasmessa, se può esserlo con apposita segnalazione o in modalità protetta (canale

criptato o a pagamento), o nel caso della TV se può esserlo in determinate fasce orarie.

Fanno riferimento al vero problema pedagogico, ossia quello di stabilire cosa sia dannoso

e cosa no (obiettivo non semplice, sia per la delicatezza della psiche infantile, sia per la

varietà culturale della società post-moderna).

Rating televisivo: un po’ in tutto il mondo i contenuti ritenuti inadatti ai minori sono: sesso,

volgarità, linguaggio scurrile, comportamenti devianti. Il rating televisivo si divide in

valutativo e descrittivo. Quello descrittivo dice com’è un certo programma, il genere a cui

appartiene, se ci sono contenuti problematici; quello valutativo, senza fornirci tutte queste

informazioni, ci dice se quella trasmissione è adatta ai bambini, ad esempio, di 6 anni. Il

rating descrittivo fornisce un maggior numero di informazioni, e in vista di queste, il

genitore, in base alla maturità del figlio e alla propria possibilità di mediare, deciderà se

fargli vedere un programma o meno. Il rating valutativo dice solo la categoria a cui quel

programma è adatto, facilita la vita al genitore ma lo espropria del suo compito, rischiando

di fargli prendere decisioni sbagliate, perché si rischia che il bambino assista a programmi

non adatti a lui, o al contrario che non possa assistere a contenuti che potrebbero essere

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motivo di crescita. Il rating, comunque, è inutile se in quel momento non è presente

qualcuno che lo renda operativo.

Rating per internet: il rating per internet è deterministico, descrittivo, auto conferito. Il

primo fornisce una valutazione automatica sulla base di criteri obbiettivi, predefiniti e

formulati in maniera inequivocabile. Gli standard ora in uso sono il sistema ICRA e la

scala safesurf. Il secondo è orientato a indicare non solo l’età degli spettatori, ma anche

quale tipo di contenuto inopportuno è presente e il grado della sua pericolosità. Nel caso di

internet però non ci sono icone come per la TV. Il rating è costituito da un’etichetta inserita

nella testa dello script HTML di ciascuna pagina. Infine il terzo: nessuna pagine web è

obbligata a inserire l’etichetta, la quale, se presente, viene disposta dallo stesso produttore

del sito. Tutto questo quindi è lasciato alla volontà di chi mette le pagine in rete. E questo

indica un forte senso di responsabilità che è un punto di forza, perché comporta la scelta

di evitare censure.

Dispositivi tecnologici di protezione: sono strumenti elettronici che applicati alla TV o al

PC intervengono in maniera autonoma a oscurare i contenuti inadatti ai minori. Sono

considerati particolarmente utili vengono incontro alle necessità dei genitori che lavorano

fuori casa e che sono costretti a lasciare i figli soli per diverse ore. Per la TV, l’unico

esempio è il V-Chip, un dispositivo elettronico che, installato sul televisore, riceve un

segnale a seconda del quale permette o meno la visione di quel canale in quel momento.

Per il web, si distinguono due grandi famiglie: i client-based (installati sui PC domestici) e i

server-based (che si servono di tecnologie che giungono alla postazione dell’utente

finale).

Le fasce orarie: è un sistema che può essere impiegato solo per la TV, strumento di

protezione più diffuso a livello europeo. L’idea è di stabilire periodi di tempo nel corso della

giornata durante i quali non si possono mandare in onda trasmissioni lesive della

sensibilità dei minori. Queste regole si applicano non solo ai programmi veri e propri, ma a

tutto ciò che viene trasmesso (compresa anche la pubblicità). Non ci sono molte differenze

di utilizzo tra i vari paesi, per lo più differenze circa gli orari(questo poi dipende dalle

abitudini del paese stesso).

IL CONFINE SOTTILE CAP. 1 – ELENA BESOZZI

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TRA BISOGNI DI APPARTENENZA E VOGLIA DI TRASGRESSIONE

Nella società di oggi c’è un profondo cambiamento per quello che riguarda le condizioni e

le modalità di concepire la vita individuale e sociale. Ulrich Beck parla di mutamento

evolutivo. Lo scenario della società viene descritto da alcuni processi in atto:

globalizzazione, individualizzazione, tecnologizzazione. In adolescenza, i compiti di

sviluppo, sono diventati vere e proprie sfide in particolare sul conseguimento dell’identità,

dell’attaccamento e dell’appartenenza, lo sviluppo morale, lo sviluppo di competenze

sociali. La realtà mette a nudo le difficoltà inerenti allo svolgimento dei compiti di sviluppo.

L’esistenza di ciascuno di noi è caratterizzata da 2 esigenze fondamentali: il bisogno di

appartenenza e il bisogno di prendere le distanze (2 punti necessari per la formazione

dell’identità del soggetto). L’identità è un traguardo di conquista dell’autonomia dell’io, che

si fonda sulla percezione della differenza, nel percepirsi simili agli altri, ma allo stesso

tempo diversi; corrisponde a un vero e proprio processo di costruzione e ricostruzione

continua. Fra gli adolescenti è frequente la duplice rivendicazione: quella di appartenenza

e quella di apertura. Il gruppo assume un valore importante: la sperimentazione di sé. Nel

gruppo si sperimenta sia una forma di regolazione, sia l’infrazione della regola. Gli adulti

temono le forme di aggregazione che sfuggono al loro controllo, mentre i gruppi formali

(scuola, oratorio, scout…) sono più favoriti perché consentono non solo il controllo, ma

anche forme di comunicazione. Gli adulti temono soprattutto le conseguenze dei rischi che

i ragazzi corrono durante le ore in cui non sono sorvegliati: rischio di drogarsi, esperienze

sessuali precoci ecc. Per riuscire a interagire in modo più sano ci ragazzi bisognerebbe

liberarsi dell’idea che i giovani sono privi di valori, e dall’altra parte vedere genitori e

insegnanti poco impegnati nel trasmettere valori.

CAP. 2 – LUIGI REGOLIOSI – LA DIFFICILE NORMALITA’

Il malessere del benessere.

Tra i preadolescenti c’è una larga fascia di devianza che si potrebbe definire ‘leggera’,

riguarda anche i ragazzi ‘migliori’ che tengono condotte quali: violenze in ambito familiare,

offesa contro il prof., il furto nel grande magazzino, il fumo di droga leggera. Per quanto

riguarda la devianza femminile, è aumentata soprattutto per il furto di rossetti e cd. Le

ragazze coinvolte in reati più gravi sono generalmente legate affettivamente a ragazzi più

grandi, già coinvolti in una cultura delinquenziale. Con l’aumentare dell’età, questa forma

di ‘devianza normale’ si fa più grave e pericolosa: spaccio di sostanze, lanci di pietre dai

cavalcavia, bullismo…

Origini e significati delle ‘normali devianze’.

Nella gestione delle problematiche adolescenziali le figure genitoriali oscillano tra

un’impostazione giovanilistica che porta a complicità pericolose, e un’impostazione rigida

dettata dalla paura e insicurezza.

I nuovi adolescenti e il rischio di devianza.

Tratti che caratterizzano gli stili di vita dei nuovi adolescenti:

Assenza di conflitti con l’autorità parentale

- Diffusa sofferenza di matrice narcisistica

- Grande precocità sociale, ma insieme grande fragilità

- Difficoltà a stabilire relazioni oggettuali vere perché temono il rifiuto

- Il sesso viene vissuto con troppa facilità e nello stesso tempo è investito di attese

- smisurate (causa cinema e TV); però l’esperienza spesso è deludente, c’è il disagio

e paura a vivere l’intimità perché il rapporto col corpo non è per niente risolto.

Incapacità di tollerare la noia, perché sono stati cresciuti come bambini sempre

- impegnatissimi

La paura di diventare grandi e di affrontare il futuro

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e dei processi formativi
SSD:
Università: Parma - Unipr
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher kela.nexha di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Parma - Unipr o del prof Felini Damiano.

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