Estratto del documento

Introduzione

Che cosa fa l’educatore quando educa? L’azione didattico-educativa è l’insieme delle scelte e delle azioni compiute da un educatore allo scopo di organizzare esperienze per promuovere lo sviluppo o il recupero delle risorse dell'educando, affinché acquisti progressivamente autonomia personale.

L'azione didattico-educativa si attua principalmente attraverso la realizzazione di mediatori, cioè nella costruzione e gestione di condizioni fisico-materiali, relazionali e simboliche che promuovano i cambiamenti auspicati nell’educando. In questo senso possiamo affermare che l’azione didattico-educativa è mediale.

Principali nodi problematici

  • Le azioni educative si basano su una conoscenza parziale dei soggetti destinatari e sulla previsione (non sulla certezza) delle loro risposte a queste azioni. L'educazione riguarda una sfera dell'esistere umano che richiede la totale partecipazione del soggetto (imparare, pensare creativamente, innamorarsi, ecc.) e che non può essere imposta (l'educatore non può dire “tu devi”).
  • Ad una stessa azione possono corrispondere significati diversi e ad una stessa intenzione possono seguire scelte diverse.
  • Le “condizioni di esercizio”, cioè i vincoli di tipo organizzativo, normativo, fisico, materiale e culturale con cui l’azione didattico-educativa deve confrontarsi.

Nell’azione didattico-educativa sono distinguibili:

  • Operazioni di carattere pro-attivo che rendono possibile e preparano l’azione stessa.
  • Operazioni di carattere attivo che riguardano il rapporto diretto con gli educandi. Spesso tali operazioni non corrispondono totalmente con quanto previsto nella fase pro-attiva, perché intervengono elementi che generano situazioni inedite.
  • Operazioni di carattere post-attivo che consentono all’educatore di valutare a posteriori le scelte operate per ricavare elementi utili per il proseguimento del proprio lavoro.

Azione didattica vs azione educativa

Comunemente viene fatta una distinzione tra azione didattica e azione educativa. L’azione didattica è considerata relativa ai contesti scolastici e inerente alla trasmissione dei saperi disciplinari. L’azione educativa è percepita come riferita alla più ampia sfera della formazione personale. Nella pratica, è meglio parlare di azione didattico-educativa in quanto la precedente distinzione è molto più difficile di quanto sembri. Ad esempio, a scuola l’attività didattica connessa alla trasmissione dei contenuti disciplinari si intreccia inscindibilmente con la trasmissione di valori etici, sociali, emotivi ed affettivi.

L'educatore in classe

L’educatore opera all’interno della classe in due diverse situazioni:

  • Nella conduzione di esperienze laboratoriali rivolte al gruppo classe nell’ambito di progetti particolari come, ad esempio, quelli relativi all’educazione all’affettività.
  • Nell’attuazione di progetti di affiancamento educativo individualizzato che possono riguardare:
    • Alunni per i quali è stata certificata una forma di disabilità, quando l’attività dell’insegnante di sostegno risulta insufficiente.
    • Alunni per i quali non sussistono le condizioni per certificare una disabilità (quindi non è previsto l’insegnante di sostegno), ma che presentano problemi di apprendimento o comportamentali che gli insegnanti hanno difficoltà a gestire.

In tutti questi casi, l’interlocutore della scuola non è direttamente l’educatore, ma i servizi socio-educativi territoriali che possono intervenire direttamente oppure attribuire l’incarico a soggetti del terzo settore, come le cooperative sociali.

L’educatore che opera in affiancamento individualizzato deve essere in grado di agire nella zona di incontro tra il minore disagiato e il resto del sistema classe, cioè nelle relazioni tra i compagni, tra docenti e alunni, tra docenti tra di loro, ecc. Spesso gli insegnanti assumono un atteggiamento di parziale delega all’educatore e si aspettano che egli si occupi direttamente del minore. Comportandosi però in questo modo, l’educatore rinuncerebbe ad operare nella direzione di un cambiamento del sistema-classe e ridurrebbe le sue possibilità di lavorare per una reale inclusione scolastica del minore disagiato.

L’educatore e il servizio da cui dipende possono rispondere alle richieste di aiuto della scuola non attraverso interventi nella classe, ma con interventi diretti esclusivamente agli insegnanti. Ciò può facilmente portare a un insuccesso perché gli insegnanti potrebbero non sentirsi capiti, ma considerati come la causa stessa del problema da loro denunciato. La domanda di aiuto degli insegnanti deve essere accolta per quello che è, nel senso che occorre partire dalla loro richiesta di collaborazione per individuare possibili azioni condivise e stabilire alleanze educative.

L’educatore deve condividere con gli insegnanti strategie volte al minore disagiato e all’intero gruppo-classe per favorire la comprensione della posizione assunta da tutti i membri e i significati sottesi ai loro rapporti. L’educatore inizialmente è per gli alunni un estraneo e una figura anomala. Egli dovrà chiarire al più presto la situazione in modo da costruire un legame di senso con i bambini e gli insegnanti, ricordando che la dimensione che legittima l’incontro di tutti gli attori nel contesto scuola è l’insegnamento e l’apprendimento.

L’educatore deve interagire con tutti gli alunni della classe e non solo con quello che mostra particolare disagio. Egli deve utilizzare a scopo comunicativo le situazioni e il clima relazionale che si vengono via, via a creare, usando sia il linguaggio verbale che quello non verbale. Può svolgere alcune azioni direttamente con gli insegnanti e dare suggerimenti per la gestione del minore disagiato o per rivedere alcune regole di conduzione della classe. Può anche favorire il superamento di incomprensioni tra i docenti stessi e, in accordo con gli insegnanti, può contattare i genitori degli alunni in difficoltà.

Nodi critici

Un problema reale che l’educatore deve affrontare è legato alla necessità di ritagliarsi uno spazio adeguato in un contesto formativo, la scuola, che vede come protagonisti altri educatori di professione, gli insegnanti, con i quali l’educatore deve ridefinire continuamente le differenze di ruolo e la specificità delle proprie funzioni. Sul piano della relazione tra scuola e servizi socio-educativi, l’educatore può essere percepito come una figura intrusiva, estranea rispetto ai problemi tipici della vita in classe.

L'educatore in strada

La strada è uno degli ambiti più complessi del lavoro educativo. In Italia, gli interventi educativi sulla strada si sono sviluppati a partire dagli anni Ottanta allo scopo di prevenire il contagio dell’HIV presso prostitute e tossicodipendenti e per sostenere soggetti in condizione di grave disagio, come le persone senza fissa dimora. Il termine stesso “educativa di strada” sottolinea la necessità di figure educative professionali. L’educativa di strada ha lo scopo di migliorare la qualità dell’aggregazione spontanea dei gruppi di adolescenti presenti in un certo territorio, rilevandone interessi, bisogni e richieste e predispone percorsi volti alla promozione delle loro abilità sociali.

L’educativa di strada offre agli adolescenti una rete di supporto, fornendo opportunità di ascolto e di eventuale indirizzamento ai servizi presenti sul territorio, in grado di trattare dei bisogni specifici (legati all’orientamento lavorativo, a questioni inerenti l’affettività, la sessualità, ecc.).

La prevenzione come sostegno alla crescita

Il termine “strada” può evocare diversi significati:

  • Strada = libertà, cioè luogo in cui agire al di fuori delle convenzioni, luogo di incontro e di socializzazione.
  • Strada = pericolo, cioè luogo in cui incontrare rischi per la salute e per l’integrità personale. È la “cattiva strada” in cui incontrare lo spaccio, la prostituzione, la delinquenza.

La strada è un luogo abitato dagli adolescenti. L’adolescenza è spesso intesa come età del rischio il quale può essere considerato:

  • Positivamente, perché consente l’esplorazione e la ricerca che consentono la nascita sociale dell’adolescente.
  • Negativamente, perché connesso al pericolo, al danno, all’incidente considerati elementi legati alla fragilità dell’adolescenza.

A partire dagli anni Novanta, l’educativa di strada si è affermata come modalità di intervento privilegiata per la prevenzione del disagio giovanile. Da quel momento, si è registrata una presa di distanza sempre più evidente dai modelli pedagogici fondati sull’idea del rischio da evitare a tutti i costi, a favore di una nuova idea di prevenzione intesa come “venire incontro” e fondata sull’offerta di sostegno e accompagnamento ai soggetti in formazione.

L’educativa di strada è una pratica formativa di prossimità che consiste nello stare accanto ai gruppi giovanili spontanei che trascorrono sulla strada il loro tempo libero. L’educativa di strada è un’attività a bassa soglia, per la particolare modalità d’accesso da parte dei potenziali fruitori, che sono ricercati direttamente da coloro che offrono i servizi spesso senza nemmeno aspettare che la domanda sia formulata.

L’educatore presente in strada è anche fattore di tutela, perché presente nei luoghi dove spesso sono assenti gli sguardi di altri adulti. Gli obiettivi ricorrenti dell’educativa di strada consistono nell’incrementare la capacità di scelta, la coscienza dei propri limiti e l’autostima degli adolescenti.

Fattori di complessità

I fattori che determinano la complessità dell’educativa di strada sono principalmente:

  • L’impossibilità di allestire un setting educativo, cioè un ambiente intenzionalmente strutturato a fini educativi.
  • L’assenza di una domanda educativa esplicita.
  • La necessità, per l’educatore, di svolgere un’azione in trasferta resa difficile dalla variabilità e imprevedibilità dei tempi e luoghi dell’azione educativa.

Rispetto ai luoghi in cui è possibile incontrare i gruppi di giovani distinguiamo:

  • Le soglie, cioè le zone di confine di spazi istituzionali: porta dell’oratorio, il giardino della biblioteca, gli scalini del municipio, ecc. Sono luoghi simbolici posti tra il dentro e il fuori di contesti presidiati dagli adulti.
  • Gli interstizi, luoghi di passaggio che vengono occupati dai giovani e, a volte, marchiati con segni o scritte. Ad esempio, le panchine di un viottolo o di una fermata dell’autobus, gli angoli di una piazza, ecc.
  • Le tane, luoghi nascosti, abbandonati, relativamente isolati visivamente e acusticamente dal resto del mondo. Si tratta tipicamente di luoghi dismessi, come vecchie fabbriche o capannoni, caselli ferroviari abbandonati, ecc. Sono zone d’ombra, in cui spesso vengono volontariamente lasciati indizi e tracce per rendere percettibili le traiettorie del gruppo.

Tutti questi spazi possono apparire come aperti, perché immediatamente accessibili, ma possono diventare chiusi quando vengono attivati meccanismi se lo “straniero” vuole varcarne i confini.

Il fattore tempo

Un altro elemento che caratterizza l’educativa di strada è il tempo. L’aggregazione giovanile in strada non ha una temporalità definita: nessuno impone o dichiara gli orari di incontro del gruppo. La temporalità che governa le dinamiche interne del gruppo è invece connotata da ricorsività e attesa: i gesti del gruppo si ripetono nel tempo, configurando dei rituali che vanno dai saluti iniziali al congedo. Il tempo dell’incontro è spesso caratterizzato da una specie di attesa dell’accadere di qualcosa che movimenti la routine del gruppo. Il tempo del gruppo è un tempo che non passa più, dominato dalla ricerca di un senso che non si trova ed è spesso dominato da noia, passività e fatalismo.

L’educatore di strada effettua inizialmente una mappatura dei gruppi per individuare le modalità di fruizione del territorio, rituali e pratiche di socializzazione. La mappatura dei gruppi si svolge in tre momenti:

  • Mappatura indiretta che utilizza le rappresentazioni degli adulti che quotidianamente hanno a che fare con i ragazzi di strada.
  • Mappatura diretta attraverso l’osservazione del territorio da parte dell’educatore alla ricerca di conferme e scarti rispetto al quadro descritto dai testimoni privilegiati.
  • Momento relazionale che riguarda i primi contatti diretti coi gruppi.

L’entrata dell’educatore negli spazi del gruppo deve compiersi con cautela. Se l’educatore non viene immediatamente respinto, si configura una prima possibilità di trasformazione dello spazio/tempo del gruppo stesso. L’ingresso dell’educatore comporta un’immediata trasformazione del contesto; si introduce nel gruppo la componente dimostrativa e finzionale tipica dell’educazione, che consiste nel far vedere come si fanno le cose e nell’attribuire un significato alle esperienze.

Nella pratica, i gruppi informali manifestano disponibilità relazionale e sono rari gli episodi di rifiuto. La provocazione è la modalità comunicativa più frequentemente usata dai ragazzi per mettere alla prova l’educatore. Sta all’educatore non accettare passivamente le azioni provocatorie del gruppo, offrendo la propria disponibilità al dialogo, e sollecitando i ragazzi ad esprimere le loro emozioni.

Il patto relazionale che sta alla base del rapporto tra educatore e gruppo è riassunto nel seguente messaggio: “Posso stare con voi se tutto ciò che accade durante il nostro incontro potrebbe avvenire anche alla presenza di altri sguardi. A queste condizioni avete una completa libertà di espressione e quanto avviene resterà nei confini del gruppo.”

L’incontro tra l’educatore e il gruppo delinea uno spazio istituente temporaneo, cioè uno spazio che comporta una negoziazione costante e che viene continuamente ricostruito. L’educatore di strada rischia di faticare a trovare le occasioni giuste per incontrare il gruppo può avere la sensazione di girare a vuoto.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Palmieri Cristina.
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