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Riassunto esame Pedagogia generale, prof. Tramma, libro consigliato L'educatore imperfetto

Riassunto per l'esame del professor Tramma di Pedagogia generale I , basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "L'educatore imperfetto" di Sergio Tramma, ed. 2008 p. GLi argomenti trattati sono i seguenti: burnout, prevenzione, educatore normativo, educatore non normativo, accanimento educativo, il pregiudizio in educazione, relazione educativa, la "buona educazione",... Vedi di più

Esame di Pedagogia generale I con laboratorio docente Prof. S. Tramma

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educative non consentono ai singoli o ai gruppi di individui di seguire un percorso di crescita verso una

condizione adulta che abbia le caratteristiche auspicate.

La condizione adulta si caratterizza per il possesso di alcuni diritti, doveri, beni materiali e immateriali.

I tratti che normalmente, nella cultura occidentale, definiscono la condizione adulta sono:

1. disporre di un reddito sufficiente, proveniente da fonti lecite, e utilizzarlo per ottenere beni che vadano

oltre la soglia dell’essenzialità (variabile determinata socialmente), ma che non superino la soglia di un

consumo alienante.

2. Poter ottenere, per sé e per i propri familiari, i servizi essenziali relativi alla condizione di cittadino.

3. Essere in grado di praticare un’attività professionale. Il lavoro:

● è una fonte di reddito;

● contribuisce a creare identità e ruoli sociali;

● è un progetto fondamentale per la vita.

Tratto di criticità è il fatto che oggi il lavoro è sempre più discontinuo e frammentario, mentre in passato

aveva carattere di maggiore solidità.

4. Disporre di una soddisfacente rete di relazioni sia familiari che sociali. Anche questo è un elemento

critico nella società contemporanea, caratterizzata da una evidente debolezza delle relazioni

interpersonali.

5. Godere di “buona salute”, cioè di uno “stato di benessere fisico, psichico e sociale”. Occorre

considerare il diffondersi di patologie croniche legate a uno scorretto stile di vita, di cui anche

l’educazione può facilitare l’apprendimento.

6. Fornire prestazioni fisiche e psichiche adeguate per la fascia di età e per il genere di appartenenza.

7. Disporre di un sufficiente livello di istruzione. Tale livello dipende da molte variabili e risente del

contesto sociale di appartenenza.

8. Essere in grado di esercitare la capacità critica, cioè di riflettere su di sé e sul mondo. La capacità

critica, quando si traduce in capacità di trasformazione di sé e del mondo, può scontrarsi con le

limitazioni sociali.

9. Essere autosufficienti nello svolgimento dei compiti della vita quotidiana. Il livello di autosufficienza è

relativo, nel senso che esso dipende dal rapporto tra i compiti che il soggetto deve svolgere e le forme

di sostegno su cui può contare. 15

10. Partecipare al raggiungimento del benessere collettivo, cioè agire per aumentare il benessere dei

membri della comunità di appartenenza, senza entrare in contrasto con le altre collettività.

11. Essere in grado di prendersi cura degli altri, tenendo conto che, attualmente, nel contesto familiare la

necessità di cura è diventata sempre più prolungata nel tempo (per l’allungamento dell’aspettativa di vita

e per la maggior difficoltà dei giovani a staccarsi dal nucleo familiare d’origine).

Il cambiamento

L’educatore, attraverso il suo lavoro, non può limitarsi a comprendere e a spiegare il mondo (come, ad

esempio, può limitarsi a fare il sociologo), ma deve spingersi fino a cambiarlo.

Il cambiamento, in educazione, deve essere valutato in sede di bilancio tra la situazione iniziale e la

situazione finale: i soggetti, al termine dell’esperienza educativa, dovrebbero essere più abili, più

competenti e più autonomi.

L’educatore funge da stimolatore di cambiamenti e può agire o direttamente sulle persone o

indirettamente, strutturando contesti in grado di stimolare i cambiamenti auspicati.

L’educatore assomiglia a un catalizzatore (= sostanza che, aggiunta a una soluzione, favorisce una certa

reazione chimica), ma, a differenza di esso, l’educatore, al termine del processo che ha contribuito ad

attivare, sarà egli stesso cambiato.

L’esito del cambiamento che l’educatore cerca di provocare, può anche essere diverso d quello

auspicato.

L’autonomia

Il termine “autonomia” etimologicamente significa “governarsi con leggi proprie” e quindi riguarda la

libertà di scelta tra più alternative praticabili.

Favorire l’autonomia del soggetto è una finalità educativa che deve essere definita di volta in volta, nelle

concrete situazioni operative. Infatti essa dipende da molte variabili e non è una condizione teoricamente

determinabile.

L’esperienza educativa, per dirsi compiuta, deve anche promuovere l’autonomia da se stessa, operando

per la propria inutilità, cioè operando affinché il soggetto diventi autonomo rispetto al processo che ha

prodotto il suo cambiamento. 16

L’indipendenza dei soggetti dall’esperienza educativa può realizzarsi attraverso un definitivo distacco di

essi dagli operatori oppure può prevedere il mantenimento di un livello minimo di dipendenza.

CAPITOLO 4 ­ L’educazione tra formazione e deformazione

Interessante è chiedersi chi e che cosa abbia autorizzato l’educazione (la civilizzazione) dei cosiddetti

“ragazzi selvaggi”, che sono quei bambini che riemergono, in genere, dal fondo della giungla dove

sono sopravvissuti completamente isolati grazie alle loro forze o perché accuditi da animali.

La loro cattura troverebbe giustificazione nella volontà di intervenire per aumentare il loro benessere,

anche se spesso ai ragazzi “selvaggi” non viene data la possibilità di esprimere alcun parere al riguardo.

Uno dei casi più noti, riguarda Victor il “sauvage dell’Ayeron”, catturato attorno al 1790. E’ un caso

famoso perché il medico Itard lo prese in carico con intenti educativi, inserendolo nella sua famiglia.

Interessante è anche il film “Nell” di M. Apted. Nell ha quasi 30 anni, quando viene trovata

casualmente nel bosco accanto al cadavere della madre. Ella ha vissuto, fino a quel momento, senza altri

contatti se non quelli con la madre e una sorella gemella, morta quando era bambina.

Nell ha vissuto in un microgruppo dal quale ha appreso valori e saperi e si esprime usando una lingua

indecifrabile. I professionisti (medici e psichiatri) tentano di praticare un trattamento finalizzato alla sua

completa socializzazione. Si confrontano due correnti di pensiero: quella che vorrebbe praticare un

trattamento laboratoriale in ospedale e quella che predilige un trattamento ecologico, lasciando Nell

nella sua casa nel bosco. Prevarrà questa seconda ipotesi.

I due casi citati hanno in comune il fatto che i soggetti che hanno scoperto e catturato i due “ragazzi

selvaggi”, non hanno tollerato la loro condizione e hanno cercato di riportarli alla “normalità”, senza che i

ragazzi abbiano chiesto il loro aiuto.

In un certo senso, la situazione è la stessa che si delinea in famiglia e a scuola: i soggetti sono coinvolti

nella prassi educativa indipendentemente dalla loro domanda e senza alcuna negoziazione preventiva

circa il processo e gli obiettivi del percorso che li coinvolge.

La famiglia ha come compito quello di promuovere la socializzazione di base, allo scopo di favorire

l’acquisizione, da parte del bambino, dei valori ritenuti opportuni nel contesto sociale di appartenenza.

La scuola (esperienza educativa “senza domanda”, infatti per anni essa è “dell’obbligo”) educa nella

convinzione che sia necessario fornire ai soggetti gli strumenti e le competenze che servono per

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affrontare la vita e raggiungere la propria autonomia.

In tutti questi casi, l’autorizzazione ad educare il soggetto deriva dal malessere del soggetto che educa e

che deriva dalla percezione della distanza tra ciò che l’altro è e ciò che l’altro potrebbe e dovrebbe

essere.

Formazione e/o educazione

Secondo alcuni autori, tra cui Franco Cambi, i due termini educazione e formazione sono equipollenti.

L’educazione ha un carattere più marcatamente sociale e istituzionale, pone l’accento sull’informazione

ed è affidata a un educatore adulto e non al soggetto destinatario. L’educazione è quindi conformativa,

direttiva e autoritaria.

La formazione è un percorso che tende ad adattarsi maggiormente alla personalità di ciascun soggetto.

Secondo Duccio Demetrio, il concetto di formazione sintetizza in un unico termine due diverse modalità

di trasmissione del sapere: quella educativa, riguardante i valori e i comportamenti, e quella istruttiva e

addestrativa.

Riccardo Massa afferma che il termine “formazione”oggi indica interventi specialistici da parte di

professionisti (ad esempio, si parla di “formazione aziendale”).

La buona educazione

Sono numerose le concezioni di “buona educazione”, tenendo conto che essa immagina per gli altri

quale sia il modo di essere a cui conformarsi e gli strumenti per farlo.

La “buona educazione” deve fare i conti con la possibilità che i soggetti destinatari possano immaginare

un modo di essere diverso da quello proposto.

Si tratta della situazione che spesso determina lo stallo nel lavoro educativo.

I soggetti tendono a immaginare il loro futuro tenendo conto delle risorse in loro possesso, del sistema di

simboli e rappresentazioni del gruppo sociale di appartenenza e al confronto con gli altri.

Gli educatori professionali devono allora svolgere un’azione che aiuti il soggetto a scoprire le proprie

risorse e a prefigurarsi un futuro diverso da quello che hanno immaginato fino a quel momento.

L’educatore dovrebbe dotarsi di una filosofia ponendosi, tra l’altro, la domanda fondamentale:

l’educazione è un modellamento (quindi un’imposizione), oppure è un disvelamento di un progetto

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presente in nuce (maieutica)?

CAPITOLO 5 ­ La relazione educativa

La relazione è una delle caratteristiche distintive dell’educazione professionale, infatti dove non c’è

relazione non c’è la possibilità di realizzare le intenzioni educative.

La relazione educativa, secondo Bertolini, presenta le seguenti caratteristiche:

● la globalità: l’educatore deve considerare la persona nel suo insieme, evitando di enfatizzare

una sola dimensione a scapito delle altre;

● l’operatività: la relazione educativa deve stimolare il soggetto a muoversi in nuove direzioni;

● l’integrazione: l’educazione deve promuovere l’autonomia personale e la comprensione dei

propri limiti (principio di realtà).

Oggi la relazione educativa, anche a causa dei numerosi e variegati campi in cui l’educatore è chiamato

ad operare, appare abbastanza indefinita. E’ allora indispensabile riflettere su di essa.

Per prima cosa, notiamo che la relazione educativa assume sfumature diverse a seconda di alcune

variabili come:

● il luogo in cui essa avviene (luogo aperto = relazione meno formale; luogo chiuso = relazione più

formale);

● l’età dei partecipanti;

● il fatto che essa sia stata scelta o meno;

● la presenza eventuale di altri operatori oltre all’educatore stesso.

Nella relazione educativa sono individuabili delle caratteristiche che delineano aree problematiche e di

sofferenza. Tra esse consideriamo:

1. l’asimmetria

La relazione educativa deve essere asimmetrica, ma non nel senso di dipendenza del più giovane dal più

anziano, del più debole dal più forte o del meno formato dal più formato.

Di fatto, la superiorità dell’educatore rispetto all’educando non è qualcosa di acquisito una volta per

tutte. Ad esempio, l’asimmetria può riguardare un solo contenuto e ciò non comporta che vi sia

asimmetria rispetto ad altri.

Ciò che resta immutabile rispetto all’asimmetria, è la consapevolezza del carattere educativo della

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relazione e la responsabilità rispetto al futuro del soggetto educando.

2. il pregiudizio

Il termine “pregiudizio” significa letteralemente “idea o opinione precostituita, anteriore alle diretta

conoscenza di fatti o persone”.

Nel lavoro educativo il pregiudizio è considerato di per sé un limite, un condizionamento non auspicabile

che compromette la neutralità dell’osservazione dell’educatore.

Ci sono però varie interpretazioni della parola “pregiudizio”.

Secondo Gadamer, il pregiudizio è la condizione del nostro incontro con la realtà, la precondizione che

orienta il nostro sguardo e che stimola la riflessione.

In questo senso, cioè se i pregiudizi sono intesi come le coordinate che ci guidano nell’incontro con

l’altro che potrà, eventualmente, metterli in discussione e provocarne il cambiamento, sono accettabili

anche in educazione.

Non lo sono se queste coordinate si trasformano in una immobilità che classifica la situazione o la

persona, senza alcuna apertura a un ripensamento.

3. il coinvolgimento emotivo

Secondo Santerini, la relazione educativa comprende sempre una dimensione affettiva che coinvolge

pensiero e sentimento.

Per alcuni autori, la dimensione affettiva potrebbe compromettere la stessa azione educativa.

Il problema sta nel cercare il giusto equilibrio, evitando di cadere in un eccessivo coinvolgimento

(surplus di vicinanza) oppure nella situazione opposta di scarso coinvolgimento (surplus di distanza).

Occorre applicare i metodi opportuni per modulare la distanza affettiva, che non può essere stabilita a

priori, una volta per tutte, ma che varia da caso a caso, da educatore ad educatore, da momento a

momento.

4. i valori propri e i valori altrui

Luciano Gallino afferma che i valori rappresentano i criteri in base ai quali si valutano la correttezza,

l’efficacia e la dignità delle azioni proprie e altrui.

Nella vita quotidiana, i valori si traducono in norme sociali, in base alle quali vengono definite la qualità e

il grado dell’eventuale devianza.

Le questioni relative ai valori, che coinvolgono anche il lavoro educativo, sono molte. Tra esse

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ricordiamo:

1. è possibile considerare alcuni valori come assoluti o universali, oppure tutti i valori sono storicamente

generati e quindi relativi?

2. Esistono dei valori che sono di fatto praticati e desiderati dall’intera umanità e quindi sono da ritenersi

universali?

3. I valori che nascono in contesti diversi sono tra loro comparabili?

4. I rapporti tra i diversi sistemi di valori devono essere di riconoscimento o di rifiuto? Di tolleranza o di

conflitto?

5. Il rapporto tra i valori individuali e quelli sociali deve essere di imposizione oppure di negoziazione o

di libera scelta?

6. Esistono campi di esperienza in cui non vigono i valori sociali, ma solo quelli individuali o di gruppo?

La riflessione su ciascuna di queste questioni esula dall’obiettivo di questo testo, è però importante

sottolineare che la risposta non è mai una sola, perchè ciascuna risposta risente della visione del mondo

e dei valori di riferimento di chi la formula.

Nella relazione educativa:

1. è impossibile non possedere valori;

2. è impossibile non giudicare i valori altrui. Si può “sospendere il giudizio”, ma il giudizio sotterraneo

permane;

3. è impossibile non proporre dei valori (anche solo attraverso il proprio comportamento).

L’educatore deve essere consapevole della presenza dei valori nella relazione educativa e della loro

influenza sulla stessa.

L’educatore deve riconoscere i valori che si mettono in gioco nella relazione, governarli e sottoporli a

critica costante. Egli deve anche esplicitarli, in modo da rendere più comprensibili all’altro i propri

comportamenti.

CAPITOLO 6 ­ Alcuni nodi del lavoro educativo

Alcuni aspetti del lavoro educativo necessitano di particolare riflessione. Tra essi ricordiamo:

1) la prevenzione 21

L’opera di prevenzione può assumere forme diverse, ma occorre che essa non si riduca a semplice

informazione e spiegazione, nel presupposto che alcuni comportamenti si sviluppano solo per ignoranza.

Occorre adottare una logica che mira all’acquisizione degli strumenti adatti per “leggere” le esperienze,

facendo rientrare nella prevenzione anche l’ascolto delle ragioni dell’altro.

Una caratteristica tipica del lavoro di prevenzione è l’incertezza dell’esito. Questo aspetto è tipico del

lavoro educativo e non deve scoraggiare l’opera dell’educatore.

2) Legalità e illegalità

L’educatore professionale assume funzioni di tramite tra l’area della legalità e quella dell’illegalità.

In particolare, la legalità deve essere presente nel lavoro educativo in termini di:

● comunicazione dell’esistenza di questa dimensione;

● spiegazione della funzionalità della stessa;

● sottolineatura delle conseguenze dei comportamenti illegali.

Possiamo distinguere due tipi di educatore:

1) educatore normativo che agisce per stimolare alla condivisione della legalità;

2) educatore non normativo che illustra le conseguenze delle azioni illegali, ma lascia al soggetto la

libera scelta di attuare o meno comportamenti legali.

In generale, l’educatore dovrà valutare caso per caso come comportarsi.

3) l’accanimento educativo

L’accanimento educativo è l’eccessiva insistenza operativa nei casi dove non esistono effettive

possibilità di successo.

Esso può essere suscitato dal tentativo dell’educatore di non ammettere la sconfitta.

L’accanimento educativo può configurarsi come:

1) eccesso di azioni educative rivolte a soggetti che hanno tutte le potenzialità psicofisiche. Si tratta di

soggetti che sembrano sfuggire alle intenzioni dell’educatore. Prima di arrendersi, l’educatore deve

ripensare al percorso proposto, alla relazione instaurata col soggetto e ai suoi tempi, per valutare le

eventuali modifiche da compiere. Se le modifiche apportate non risultano efficaci, non resta che

rielaborare quanto accaduto, ricordando che il fallimento dell’educatore può essere segno

dell’autonomia dell’educando.

2) Eccesso di azioni educative rivolte a soggetti che non possiedono i prerequisiti psicofisici, o perché

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non li hanno mai avuti o perché li hanno persi.

In questi casi, quando l’educatore si rende conto che le possibilità di intervenire sono per lui esaurite,

non resta che affidare l’operatività ad altri soggetti.

4) Il burnout

La sindrome da burnout (o semplicemente burnout) può colpire tipicamente le persone che esercitano

professioni d'aiuto (ad esempio, i medici, i poliziotti, i sacerdoti, gli insegnanti, gli educatori, ecc.),

qualora esse non riescano a sopportare adeguatamente i carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li

porta ad assumere.

Maslach e Leiter (2000) hanno individuato le seguenti dimensioni del burnout:

● deterioramento dell'impegno e delle motivazioni nei confronti del lavoro

● deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro

● problema di adattamento tra persona ed lavoro, a causa delle eccessive richieste di

quest'ultimo.

Il riconoscimento scientifico della sindrome da burnout ha evidenziato quanto possa essere faticoso il

lavoro educativo.

La sindrome da burnout può divenire una via di fuga, quando essa diventa un modo per etichettare altri

disagi collegati alla propria professione e non adeguatamente esplicitati.

5) La supervisione

La supervisione, particolarmente frequente in ambito educativo, si configura come rapporto con soggetti

che, in virtù delle esperienze e delle competenze maturate, possono esprimere un parere sull’esperienza

in cui l’educatore è impegnato.

Nel lavoro educativo è possibile distinguere:

1) supervisione psicologica: può essere rivolta a un singolo educatore o a un gruppo di lavoro. Pone

interrogativi sul vissuto individuale o collettivo collegato all’esperienza operativa;

2) supervisione pedagogica: ha lo scopo di favorire la lettura pedagogica dei fatti educativi ed è

finalizzata a:

● individuare e risolvere situazioni di intoppo che non consentono il proseguimento del progetto;

● evidenziare il senso dell’azione educativa, mettendo in luce l’educazione pensata e la pratica

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educativa anche dove non sembrano esserci né l’una né l’altra;

● favorire il confronto tra gli intenti educativi dichiarati e gli effetti educativi concretamente

prodottisi.

La supervisione può essere presente anche in assenza di momenti di criticità. Essa può riguardare tutte

le fasi di un progetto o solo alcune di esse.

6) La radicale alterità

Il concetto di “follia” è relativo: occorre sempre una collocazione del soggetto e della situazione nel

contesto di riferimento.

Ci sono soggetti che presentano gravi alterazioni della mente nei quali è parzialmente o totalmente

assente la percezione della propria patologia. Si tratta di persone “malate” (psicotici, dementi) che non

condividono con gli altri nemmeno un insieme minimo di linguaggi e codici. Con esse è praticamente

impossibile stabilire qualsiasi relazione di reciprocità.

Sono soggetti inquietanti perché:

● trasmettono un’immagine di “pericolosità”;

● la loro situazione non è interpretabile attraverso gli schemi usuali;

● sono portatori di una “anormalità” che può aiutare a comprendere il limite della “normalità”.

Le situazioni di alterazione della mente (follia, demenza senile, ritardo mentale) non devono essere

confuse con situazioni di disagio psichico (ansia, depressione, fobie).

Nei confronti della psicosi possono essere considerati diversi approcci:

1) quello che considera la psicosi come un difetto di funzionamento rispetto alla “normalità” e che non si

pone il problema di cercare il significato del sintomo;

2) altri autori, come Civita, ritengono che le manifestazioni psicotiche siano incomprensibili per le

persone “normali”, in quanto esse non riescono ad immedesimarsi in esperienze mentali completamente

estranee al loro universo;

3) il mondo psicotico ha un suo significato. Esso è un mondo in cui sono vigenti delle norme che

assegnano alla vita del soggetto psicotico una sua fisionomia.

L’atteggiamento dell’educatore nei confronti dell’alterità radicale dovrebbe comprendere aspetti dei due

approcci 2) e 3): da un lato occorre mantenersi consapevoli dell’impossibilità di immedesimarsi nei

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panni dell’altro, dall’altro lo sforzo di concepire la possibilità di un’esistenza radicalmente diversa dalla

propri, ma non per questo priva di senso.

Questo atteggiamento dovrebbe guidare l’educatore anche di fronte a situazioni di alterità meno estreme

e di fronte a culture diverse dalla propria.

L’educatore deve mantenere una tensione verso la comprensione delle ragioni dell’altro. Ciò comporta

la necessità di mettere sempre in dubbio le proprie convinzioni, senza che tale dubbio arrivi però a

bloccare ogni decisione.

7) I fantasmi del lavoro educativo

“Fantasma” letteralmente significa “immagine creata dalla fantasia che non ha alcuna corrispondenza con

la realtà dei fatti”.

Il fantasma è un prodotto illusorio che può rappresentare un desiderio o un timore.

L’educatore è abitato da fantasmi, che delineano modi particolari di concepire il proprio ruolo. Enriquez

ne elenca alcuni:

1) il formatore: colui che vuole dare una buona forma. L’educando viene percepito come inadeguato,

l’educatore ha il compito di dare ad esso una forma ideale, di “plasmare” l’educando secondo un certo

modello.

Rischio: formare soggetti “in serie”, senza tener conto dell’individualità del soggetto.

2) il terapeuta: colui che vuole “guarire” e “restaurare”. L’educatore opera per riportare il soggetto a

un presunto stato originario di benessere, compromesso da agenti esterni.

Rischio: valutare la situazione del soggetto in termini di “scarto” rispetto alla presunta situazione di

normalità.

3) il maieuta: colui che vuole “fare emergere”. L’educando è visto come una persona naturalmente

ricca di potenzialità che l’educatore deve portare alla luce.

Rischio: idealizzare il soggetto e pensare che l’azione educativa si risolva stabilendo un buon clima

relazionale e un ascolto comprensivo.

4) l’interpretante: colui che vuole far prendere coscienza. E’ l’educatore che, a ogni costo, assegna un

significato a qualsiasi azione o comportamento, cercando di spiegare qualunque cosa accada.

Rischio: non essere mai nemmeno sfiorato da un salutare dubbio.

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5) il militante: colui che vorrebbe cambiare il mondo. E’ l’educatore che ritiene che tutto il male sia nel

mondo di cui l’educando è vittima.

Rischio: non tenere conto della realtà.

6) il riparatore: colui che segue la logica del sacrificio e che tende a riparare il male che è stato fatto.

Rischio: mantenere comunque un certo grado di disagio, perché egli, in fondo, ha bisogno del malessere

degli altri.

7) il trasgressore: colui che ritiene che le norme siano divieti che tendono a reprimere il piacere.

Rischio: teorizzare la rottura sempre e comunque.

8) il distruttore: colui che trasforma il desiderio di formare in volontà di distruggere, il desiderio di

guarire in volontà di far ammalare l’altro.

Rischio: sviluppare progetti educativi destinati a collettività nazionali o etniche che mirano a enfatizzare il

“noi” contro “gli altri”.

I fantasmi di per sé non devono essere considerati elementi patologici della relazione educativa. Se

l’educatore acquisisce consapevolezza della loro presenza, essi possono rivelarsi funzionali al buon esito

del lavoro educativo.

CAPITOLO 7 ­ La complessità del soggetto e il rapporto con le altre figure professionali

L’educatore professionale si trova spesso ad entrare in rapporto con altre figure professionali (assistenti

sociali, insegnanti, psicologi, medici, ecc.).

Il rapporto tra l’educatore e le altre figure professionali potrebbe essere esaminato partendo dalla

considerazione del tipo di sapere di cui le diverse figure sono portatrici, dal diverso profilo professionale

delineato dalle norme vigenti, dalle diverse aree e dai diversi bisogni nei confronti dei quali ciascuna

figura è chiamata ad intervenire.

Un’altra possibile prospettiva per indagare sui rapporti tra educatori e altri professionisti, è quella di

considerare invece la centralità e l’unitarietà del soggetto che con tali figure entra in relazione.

Il soggetto destinatario degli interventi è sempre “unitario” e portatore di bisogni per rispondere ai quali

occorre il coinvolgimento contemporaneo di diversi operatori e lo svolgimento di azioni appartenenti a

diversi campi disciplinari.

Nel soggetto destinatario, gli interventi posti in essere dai diversi professionisti trovano la loro

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ricomposizione a unità.

Nel concreto, ciò comporta che per definire le linee di intervento relative a uno stesso soggetto, occorre

che tutte le figure professionali coinvolte considerino paritarie le proprie discipline e si coordinino per

giungere all’unico obiettivo sperato.

Il rapporto educativo e il lavoro sanitario

La malattia e il suo trattamento possono essere considerati esperienze educative perchè possono

modificare:

● la percezione che il soggetto ha di se stesso;

● la percezione delle proprie possibilità e dei propri limiti;

● la riflessione sul proprio percorso di vita;

● la propria colocazione nel rapporto con gli altri, nel quale può subentrare una situazione di

dipendenza che rende la relazione asimmetrica.

Nella pratica, la dimensione educativa legata alla malattia è scarsamente considerata. Ad esempio, negli

ospedali il lavoro educativo è scarso e spesso limitato al solo riempimento del tempo “vuoto” durante la

degenza, soprattutto per i bambini.

In campo sanitario, la presenza dell’educatore riguarda principalmente:

● le attività di prevenzione delle dipendenze;

● i servizi diurni per soggetti portatori di patologie psichiatriche;

● le strutture riabilitative per soggetti che abusano di sostanze psico­attive.

In queste situazioni, il lavoro educativo può essere interpretato in due modi:

1) come strumento sanitario che si affianca ad altri strumenti. L’educatore attua programmi terapeutici

(riabilitativi e contenitivi);

2) come processo autonomo, con obiettivi e metodi propri, che si affianca al lavoro sanitario, senza

esserne un diretto strumento. L’educatore contribuisce alla realizzazione di progetti nei quali sono

centrali il recupero e il mantenimento dell’autonomia del soggetto, che acquista centralità.

Il lavoro educativo e il lavoro assistenziale

A volte è concreto il rischio che il lavoro educativo sconfini nel lavoro assistenziale.

Infatti, mentre il lavoro educativo mira a produrre dei cambiamenti nel soggetto, il lavoro assistenziale

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Riassunto per l'esame del professor Tramma di Pedagogia generale I , basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "L'educatore imperfetto" di Sergio Tramma, ed. 2008 p. GLi argomenti trattati sono i seguenti: burnout, prevenzione, educatore normativo, educatore non normativo, accanimento educativo, il pregiudizio in educazione, relazione educativa, la "buona educazione", formazione ed educazione, i "ragazzi selvaggi", crisi educative, gruppo dei pari.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale I con laboratorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Tramma Sergio.

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