Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Dunque abbiamo detto che l’educazione informale è più determinante di quella scolastica ma è

anche la meno influenzabile; l’educazione formale però influisce comunque nel trasformare il

destino individuale ed è più efficiente quanto più gli insegnanti sono disposti a trasmettere

l’educazione.

Infatti di dice “fare” l’educatore perché implica attività pratiche che accompagnano nei periodi critici

κρινω=passare

della vita (da da una parte all’altra).

Il compito formativo infatti è duplice: portare a tutti i costi all’obiettivo oppure riunire tutti allo stesso

livello. Secondo l’orientamento AUT-AUT ci sono 2 tipi di insegnanti il pastore e il maestro e uno

non può essere anche l’altro: il pastore tiene la classe come un gregge e se anche solo una

pecora si smarrisce la aspetta o torna indietro a riprendersela perché non ha una meta e un

percorso da seguire; il maestro è invece uno che insegna quel che sa che deve insegnare e segue

il suo percorso per arrivare alla meta prefissata senza interessarsi di chi lo segue, ma chi riesce a

farlo può diventare in futuro un individuo.

Ma c’è anche un altro tipo di orientamento quello VEL-VEL dove si accettano entrambe le visioni

con una questione di priorità: prima l’uno poi l’altro. L’insegnante deve lasciare un segno di cultura

e di formazione per poi cedere il testimone ad un altro per arrivare alla meta.

Ma che succede quando il disagio è nell’adulto stesso, cioè quando sia i pastori che i maestri

sono in crisi?

Infatti gli insegnanti possono provocare danni psicologici agli studenti per modi troppo aggressivi

(non violenze fisiche) bloccando lo sviluppo dell’autostima e dell’identità. Per risolvere il problema

non basta rendere gli insegnanti responsabili e capaci di relazioni positive con gli studenti ma

analizzare il loro comportamento durante un intero anno scolastico per vedere cosa hanno fatto

per essere punti di riferimento di un classe.

Bisogna attivarsi pedagogicamente per superare gli svantaggi e anche se non si raggiungerà un

buon fine l’importante è vedere se si è fatto tutto ciò che si poteva fare.

Prediamo in considerazione l’esempio di un romanzo in cui si descrive la professionalità negativa

di un’insegnante 40enne: pessimista,astensionista, salta riunioni e non rispetta programmi, fa

preferenze e vuole solo riposare, è incerta se qualificarsi più come insegnante o come

allevatrice,fa lezioni astruse e divertenti ogni anno ma ammette di non essere capace di tradurre in

insegnamento quel che pensa e sa e infine sente di non essere più entusiasta di insegnare come

da giovane. Quando si arriva a questo punto si fa solo il male degli studenti e conviene cambiare

lavoro.

L’elemento principale dello scontro tra istanze individuali (benessere) e vincoli istituzionali (obiettivi

educativi) è il rapporto con le norme nel momento in cui ci si incontra/scontra con le regole degli

adulti tipico dei ragazzi. I problemi di oggi coinvolgono sia adulti che giovani perciò non è un

problema generazionale, ma segno di una scuola e una società considerate “troppo poco

repressive”. Il problema stà soprattutto nella relazione tra insegnante e studente che cercando i

motivarsi a vicenda: lo studente vuole essere motivato e l’insegnate chiede “motivami a motivarti”;

dunque l’adulto non sa più porsi e dare punti di riferimento arrivando al “non sapere cosa fare” (per

mancanza di funzionalità di strumenti vecchi e nuovi), “non voler fare” (paura del rischio) e il “super

fare” (troppo coinvolgimento affettivo).

Dunque si arriva ad un principio valido ma male utilizzato per mascherare l’inettitudine degli adulti:

ciascuno individuo deve essere protagonista del proprio destino (“protagonismo”). Ma ciò non può

essere ricondotto ad un semplice titanismo del singolo e a una realizzazione individuale; il

protagonismo aumenta quanto più viene reso possibile dagli adulti. Non è sufficiente che il minore

decida da sé ma occorre percepire una coerenza, un’intenzionalità e una tenuta educativa

dell’adulto.

I problemi sul funzionamento della scuola non si possono ricondurre ai singoli protagonisti

(insegnanti demotivati e studenti sfaticati) e neanche hanno cause singole (i figli non studiano solo

perché i genitori non sono mai in casa), ma sono più da considerare con una teoria delle

microfratture cioè vari problemi che presi singolarmente possono sembrare insignificanti ma presi

insieme formano una rottura e un danno difficilmente spiegabile in un solo modo; per vedere questi

problemi bisogna usare i “raggi x” della pedagogia e della “speranza educativa”: gli studenti

devono trovare insegnanti che sappiano farsi apprezzare e dunque il problema è parzialmente

interno alla scuola, ma le sinergie si costruiscono anche all’esterno, infatti è a casa che si possono

formare i buoni alunni.

Non è l’assenteismo genitoriale il problema dell’educazione ma la perdita della loro funzione

simbolica,culturale e relazionale. Infatti anche se sono assenti per lavoro, osservano e valutano la

loro educazione sui figli e non si disinteressano. Il problema stà nel modo di comportarsi dei

genitori. Essi non sono tali solo perchè adulti, genitori si diventa non lo si è grazie a competenze

innate o capacità naturali.

Quello del genitore è un ruolo difficile perché si tratta di realizzare il figlio e spesso ciò diventa

realizzazione di sé stessi nel figlio; la differenza la fa lo stile educativo del genitore non per quel

che predica ma per quello che fa. Ma a volte alcuni adulti credono che basti pretendere la

perfezione con impegno e volontà per trasformare il bambino in ciò che l’adulto avrebbe voluto

essere.

La genitorialità è la funzione dell’essere genitori tipica dell’età adulta, continua per lungo tempo e

influenza molto il figlio.

La difficoltà dell’essere genitori al giorno d’oggi è dovuta all’irrinunciabile principio di autorità nei

confronti dei minori ( ) e il clima culturale che esalta l’autodeterminazione

“che bello avere potere!”

( ), così si arriva a voler essere se stessi senza preoccuparsi degli

“decido io se va bene come educo”

altri e evitare di dare troppe figure di riferimento ai giovani. Ci sono molti elogi all’immaturità ma

non tanto come desiderio di non essere rigidi ma come alibi per fare ciò che gli pare senza

prendersi cura di chi li circonda e anteponendo il proprio benessere a quello altrui. Dunque il

genitore del nuovo millennio non riesce e non vuole essere adulto. Ma l’adulto deve per forza

essere sempre adulto in quanto modello?

No se si pensa al senso tradizionale cioè “essere perfetto” e inalterabile o anche nel senso post-

moderno cioè come mai soddisfatto e “incerto”, Sì se invece si guarda all’ “essere adulto” come

capace di creare nuovi valori e libertà per una nuova creazione.

Non serve il tempo per diventare bravi genitori e non si studia neanche per esserlo: i genitori più

avveduti sono molto umili e consci che i legami tra le variabili (ambiente, persone) sono labili e

l’esito non è garantito. Il concetto di “competenza” genitoriale potrebbe riferirsi alla gestione

parentale, ma si traduce in un giudizio sulla persona attraverso la valutazione di una sua presunta

adeguatezza nel rispondere alle aspettative in una specifica cultura.

Il genitore dovrebbe stimolare il bambino ma metterli dei paletti che vanno rispettati; inoltre non

bisogna vivere per i figli , ma essi devono far parte del senso della vita, così come non bisogna

sentirli come peso.

[Vengono descritti come neutri e provati scientificamente i comportamenti corretti da tenere e si

criticano i principi di riferimento che orientano le scelte di dei giovani: si ritorna al dover

essere.]???

Si deve dunque dire che ognuno si comporta come crede? Sì in parte perché le relazioni familiari

si reggono su equilibri originali e unici non di forza ma di desiderio. Ma no se si tratta di eccessi,

concessioni per il piacere immediato a discapito di obiettivi più lunghi danneggiando il figlio.

Infatti non tutti i genitori sanno raggiungere l’equilibrio tra estrema vicinanza al figlio (per sostegno

materiale ed emotivo) e accurata lontananza (perché sia rispettoso di tutti e abbia sufficiente

libertà) come la metafora dei porcospini.

a) Ci sono i troppo genitori che con la loro presenza invadente paralizzano i bambini e li alienano

dal mondo oscurando la consapevolezza del proprio valore, oppure con la violenza abbassano la

loro autostima, infatti non ci sono norme autoritarie giuste per educare: sia con norme troppo

rigide(difficile trovarle), sia con la pretesa di rispetto per la superiorità adulta(genitori di oggi troppo

insicuri), sia con la distanza dal figlio(oggi i genitori cercano l’affetto e non possono fare così) e

ancora con le punizioni (troppo faticoso).

b) Ci sono i non genitori poi che per mancanza (lutti) o con metodi di violenza indiretta (silenzio o

astensione) portano alla “collusione” (reciproca soddisfazione) negativa per il figlio assecondato in

tutto per la ricerca d’affetto o la pigrizia, ma anche all’eccesso di rispetto (dare troppa libertà).

In caso di lutto bisogna mantenere lucidità perché il bambino comprenda il lutto del genitore e

elabori il fatto in modo che non abbia ripercussioni gravi e capisca che non è colpa sua.

c) Poi ci sono i genitori che non sanno cosa fare, quelli di oggi molto attenti ma poco attivi, che

cercano consigli e metodi da adottare per dare amore ma senza regole, cercare di essere

riferimenti per i figli: ma il problema non ancora compreso da tutti non è “cosa devo fare per...” ma

“come devo essere per….”.

Importante per le aspettative dei bambini sono le relazioni casa-scuola: una volta c’era

collaborazione tra adulti per raggiungere un comune progetto educativo; oggi non è più così, si

preferisce l’ostilità reciproca e lo scontro: si gioca in difesa (criticando lo studente si criticano gli

educatori), si usano stereotipi (pregiudizi verso genitori e insegnanti) e si pensa di sapere cosa

dovrebbero fare gli educatori dell’altra parte.

Ma il problema è che entrambe le parti sono isolate nella formazione dei bambini e le riunioni

genitori-insegnanti sono solo formalità per legge in cui il docente può premiare o respingere e il

genitore chiede più attenzione alla personalità del figlio, ma entrambi devono mediare tra esigenze

soggettive ed esterne del bambino, purtroppo ora si ci concentra solo più sul rendimento e

comportamento senza impegni per l’educazione del figlio.

Ci sono i deprimenti colloqui dove alla domanda “Come va mio figlio?” il docente risponde

criticando il genitore affermando che “va bene” perché la scuola lo ha educato bene oppure “va

male” perché in famiglia è stato educato male, infatti la vera domanda sarebbe “come siamo andati

come educatori?” e con queste risposte il genitore si convincerà che la scuola è il luogo adatto per

l’educazione del figlio, mente il docente si concentrerà solo sull’apprendimento e non

sull’educazione.

Ci sono poi le noiose riunioni dove si descrivono i bambini come il gruppo più problematico mai

visto mentre i genitori passano al contrattacco individuando i punti deboli degli insegnanti: carenze

scolastiche, troppe richieste, troppo poco attenti alla persona.

Infine c’è la commiserazione dei bambini che sono considerati vittime degli educatori, “poverini”

per i genitori che li vedono maltrattati dai maestri, “poveretti” per i docenti che li vedono soggetti

all’incapacità dei genitori.

Questi colloqui scuola-famiglia trovano spazio in una tecnica psicologica e in una ipotesi

pedagogica:

-Tecniche psicologiche del colloquio vedono la presenza di dimensioni implicite nella

comunicazione tra insegnante e genitore che cerca di evitare di scoprirsi e interpreta a suo modo il

messaggio che il docente trasmette a fatica a uno che non ha competenze in merito di scuola,

perciò l’importante nei colloqui sono “autenticità” cioè farsi guidare dai consigli del docente per

educare, e “professionalità” da parte dell’insegnante che deve capire dalle info acquisite cosa si

può fare per risolvere i problemi. Bisogna avere speranza pedagogica ed evitare di screditarsi

anche implicitamente uno con l’altro tra educatori perché il bambino potrebbe perdere le figure di

riferimento.

- Ipotesi pedagogiche analizzano i motivi per cui ci sono contrasti tra le parti, forse possono

esserci motivi strutturali e non solo individuali, ma bisogna tener conto dell’importanza della

partecipazione (più interesse dei genitori nella scuola per aumentare l’autoefficacia); il problema

sono le aspettative diverse tra insegnanti e familiari: i primi devono trasmettere istruzione e cultura

invece i secondi si basano su un processo che parte dai “fattori culturali”(posizione sociale, storia

familiare) che si traduce in “atteggiamenti di fondo” (reazioni alle esperienze scolastiche) e che

portano ad “aspettative” (cosa insegna la scuola di utile) che diventano “comportamenti” familiari

che si trasferiscono ai bambini diventando comportamenti scolastici. Così i genitori trasmettono

aspettative e condizionano comportamenti ai bambini prima di entrare a scuola chiedendo poi aiuto

alla scuola nell’educarli cercando di sopperire alle loro mancanza con richieste contraddittorie e

inesauribili. E’ necessario che il soggetto impari a ragionare dall’esterno per comprendere l’interno

(famiglia) e l’interiorità.

Nella scuola è sparito il maltrattamento ma non l’autoritarismo, inoltre non c’è uguaglianza e i

metodi sono diventati non più coercitivi ma “seduttivi” per invogliare i bambini con effetti speciali.

Ma il fine dell’educatore è la sua scomparsa perché il bambino deve raggiungere

l’autonomia,questo però solo se ha avuto maestri validi.

Ad ognuno il proprio ruolo: a casa si devono porre le basi per il successo scolastico, a scuola si

deve costruire la riuscita personale di ognuno.

Per una buona educazione genitoriale ci deve essere una relazione tra buon adulto e buon figlio: i

bravi genitori devono essere stati buoni figli (infatti i maltrattamenti si ripercuotono sui discendenti

per 3 generazioni), e per essere buoni figli/adulti serve un’adozione reciproca, cioè un rapporto in

cui il genitore accetti così com’è il figlio come fosse adottato così da poter dargli la migliore

educazione possibile, stessa cosa per il bambino che deve sentirsi adottato in modo da non dare

niente per dovuto. Il genitore non deve dire al bambino “Tu sei….” Per rischio di profezia che si

autoavvera in quanto i genitori sono tutto per i bambini, i quali hanno senso di autoefficacia filiale

che li porta ad essere consapevoli di saper incidere sulle relazioni familiari.

CAPITOLO 3: La scuola e la società

Scuola e società son legati tra loro secondo due modelli: 1. La scuola come rimorchio della società

cioè il sistema formativo deve portare la società verso traguardi sempre più avanzati (anche se ciò

porta ad incolpare la scuola per ogni lacuna) ma il rapporto deve essere simmetrico e

interdipendente perché la scuola assicuri coerenza all’aspetto sociale delle persone; 2. La scuola

in ritardo continuo rispetto alla società tanto che in USA gli attivisti hanno ideato un sistema

educativo che consiste nell’introdurre aspetti sociali nelle scuole per integrare i 2 sistemi, ma ciò

deve avvenire organicamente non meccanicamente.

La scuola è la società perciò non deve rincorrere la società sopperendo ai suoi bisogni, ma creare

cultura, intelligenza e non solo portare allo sviluppo economico.

Secondo Durkheim (fine ‘800) la socializzazione della scuola deve essere funzionale alla struttura

sociale di ciascun periodo storico perché conformi l’individuo agli ideali collettivi della società.

Parsons (inizi ‘900) afferma che l’interazione trai due sistemi è necessaria oltre che possibile in

quanto devono esercitare le funzioni per equilibrare il sistema sociale, personale e culturale:

integrazione tra le parti, mantenimento modelli culturali, realizzazione fini collettivi e adattamento al

mondo.

Dewey (inizi ‘900) si concentra meno sulla trasmissione dei valori ma prevale l’esigenza di

costruire una identità americana attraverso la coscienza che organizza le esperienze e

l’educazione come partecipazione alla coscienza, così si poteva con l’educazione migliorare le

qualità dell’esistenza.

La società dunque è importante nell’educazione perché risolve il problema del consenso nel

contesto sociale con tanta differenziazione. Ma purtroppo spesso si considerano positive le

conformazioni più stabili tralasciando le più importanti trasformazioni e innovazioni, i conflitti e la

soggettività.

Nei primi anni del ‘900 arrivò poi il pensiero opposto convinto che la scuola debba essere

disinteressata rispetto alla società, mirata solo alla formazione di una cultura generale.

Gentile affermò la necessità di una scuola superiore che formi la classe dirigente; secondo

l’idealismo l’uomo crea se stesso inserendosi nella tradizione culturale, sviluppandosi su ciò che

hanno fatto coloro che lo hanno preceduto (come avvicinarsi ai classici inutili rispetto alla società).

Hessen (prima metà ‘900) vede la scuola come formante autorealizzazione di tutti i soggetti, infatti

la scuola è unica per tutti.

Dagli anni ’60 la scuola comincia a diventare un problema a causa della scolarizzazione diffusa e

universale, infatti ci sono emancipazione e promozione sociale che creano disparità,

conflittualismo anziché integrazioni, conformismo che porta a considerare la scuola un apparato

ideologico dello stato per controllare l’opinione pubblica. Famiglia e scuola possono portare

all’emancipazione (indipendenza) dei soggetti se pedagogia e società riescono a cooperare

riformando il sistema. La società “buona” deve trovare nella scuola un servitore o un valido

collaboratore, così come la scuola “non buona” può portarsi al servizio della società per riscattare

le classi più svantaggiate.

Ma c’è anche la questione dei modelli incentrati sull’alunno che si distinguono tra teorie

dell’apprendimento e personalistiche:

- Le teorie dell’apprendimento sono studiate da esperti per selezionare i metodi migliori per

l’educazione

- Le teorie personalistiche in parte vedono la centralità del soggetto,in parte se ne distaccano

perché la “persona” sia un fine ultimo, infatti la psicologia carica sulle spalle dell’individuo le

responsabilità e le colpe; non solo si introduce con queste teorie la componente spirituale cristiana

ma ribadiscono l’importanza primaria dell’impegno educativo, cioè non avere troppo rispetto verso i

figli/studenti, dunque col personalismo non si può avere una educazione neutrale perché non si

può imporre ma neanche proporre. Per formare buone persone bisogna che la società sia

educante e pluralista, infatti non deve imporre un solo modo di pensare, ma insegnare a scegliere

tra varie possibilità e idee perché se si impone qualcosa non si dà un valore.

Ora è difficile tracciare linee con un minimo di senso, infatti i trend seguono mutamenti economici e

socio-culturali.

CAPITOLO 4: I disagi della scuola

Per parlare dei disagi a scuola prendiamo spunto dal romanzo di Mastrocola dove parla di un

ragazzo, Gaspare, che è bravissimo a scuola, ma per uniformarsi al gruppo smette di studiare e

comincia a usare mezzi consumistici e conformisti.

L’idea rousseauiana dell’ Emilio in cui dice che tutto ciò che è naturale è giusto si può tradurre per

gli studenti della scuola moderna in 3 sotto-ipotesi del buon studente: andare a scuola (importante

per emergere nella società e per cultura), andare bene a scuola (trovare un buon mentore che

motivi gli studenti) e star bene a scuola (i bravi alunni non stanno bene perché vittime di pregiudizi

ed emarginazione).

- Andare a scuola: tutti oggi possono andare a scuola, il problema però è la dispersione che vede

l’abbandono della scuola per svariati motivi; mentre prima infatti l’istituzione era elitaria ed

escludeva già determinati tipi di persone (“ ”), nel XIX sec si

l’unico problema era selezionare i migliori

cominciò a rendere obbligatoria per necessità lavorative, ma c’era comunque una scelta che

scartava determinate persone; dal XX sec poi la scuola obbligatoria ha portato col boom

economico a un abbandono causato dalle differenze socio-economico-culturali (“ l’unico problema

”); poi con un periodo di benessere si sono livellati i problemi finanziari ma

sono i ragazzi che disperde

non quelli socio-culturali che causano ancora abbandono da parte dei ragazzi non solo a livello

dello smettere di studiare, ma anche all’interno con la sofferenza formativa causata da una scuola

che insegna male e poco provocando “mal di scuola” (“

la scuola non ha più solo il problema dei ragazzi

”). Per risolvere il disagio e assicurare una scuola per tutti, si è bocciato sempre di meno

che perde

(mentre all’inizio c’erano tempi fissi con obiettivi fissi che se non rispettati costavano la bocciatura)

causando ulteriori problemi che ora hanno portato a trovare soluzioni anche per le altre 2 ipotesi.

Aprendosi dunque la “scuola di massa” ha saputo dare istruzione a tutti togliendo l’esclusione

sociale, ma non è ancora capace di eliminare l’auto-esclusione a causa di una istruzione aleatoria.

Perciò bisogna migliorare il secondo aspetto, l’“andar bene”.

- Andare bene a scuola: con la scuola obbligatoria il problema è assicurare a tutti un a corretta

istruzione che permetta agli studenti di andar bene a scuola,assicurare il successo scolastico; in

passato i fallimenti erano legati ad aspetti socio-economici perché non tutti potevano permettersi

gli studi, ma oggi il problema è socio-culturale , gli studenti non motivati aspirano al voto minimo,

gli insegnanti cercano metodi didattici facilitanti e rilassanti (come nel romanzo dove Gaspare

viene criticato per volere andare avanti col programma, tanto che gli passa la voglia e smette

studiare). La riuscita scolastica non dipende più dal ceto o dalla zona in cui si vive: al sud

l’abbandono è certo trai ragazzi figli di genitori di bassa cultura mentre al nord il problema colpisce

tutti ma i motivi sono simili: il voler guadagnare subito soldi facili che portano al nord a lavoretti al

posto della scuola, al sud alla criminalità organizzata, oltre al pensiero tanto di moda trai giovani

d’oggi studente=bambino dipendente, non studente=adulto indipendente. Quando si parla di calo

della dispersione scolastica bisogna analizzare anche il calo demografico e la riduzione della

selezione scolastica, cioè delle bocciature che però è influenzata proprio dal calo delle iscrizioni

che portano alla competizione tra le scuole alzando le valutazioni ma abbassando gli standard: si è

più tolleranti in modo da mascherare ma non eliminare i problema, anzi si porta lo studente ad

attribuirsi le colpe del proprio insuccesso scolastico le responsabilità dell’abbandono abbassando il

livello di autoefficacia. Si è passati dunque da tempi fissi/obiettivi fissi a tempi fissi e obiettivi

variabili perché l’importante è la socializzazione e il benessere psicologico dell’alunno (“star bene”)

e non l’istruzione e la cultura. Ma in-segnare deve lasciare segni sennò a che serve?

- Star bene a scuola: in questa scuola solo formalmente di massa (andare a scuola) piuttosto che

impartire nozioni e cultura (andar bene) ultimamente si preferisce dare più respiro ai ragazzi (star

bene) che per gli studenti vuol dire avere profitto ma senza molti costi; a ciò si aggiunge il

problema del disagio di quelli che sono rimasti nella scuola e che può avvenire per vari motivi. La

persona che prova disagio si dice “disagiata” perchè ha carenze di qualche tipo (per lo più

materiali-economici) e si trova in condizioni “disagiose” perché ricche di difficoltà, infatti il disagio

deriva da situazioni oggettive di svantaggio ma anche da percezioni soggettive. Questo è un

problema che va risolto non con la minima sussistenza e formazione ma operando per ridurre il

malessere e l’insicurezza, esigenza venuta fuori dagli anni ’70 dove vennero associati i disagi alla

condizione giovanile; ma bisogna distinguere vari tipi di disagio:

a) Disagio esistenziale tipico di ogni individuo quando si sente insoddisfatto di sé che va superato

per maturare e acquisire autoconsapevolezza, dunque è innato

b) Disagio evolutivo tipico di chi si trova ad attraversare una fase evolutiva (soprattutto

adolescenti) poiché messi in difficoltà da fattori esterni; è endogeno perché si sviluppa

nell’interiorità del soggetto e durante la sua vita, è infatti comune a tutti gli esseri umani, anche se

più presenti in chi si trova in condizioni difficili: isolamento,maltrattamento, disinteresse,

iperprotezione, ecc…

c) Disagio socio-culturale legato ai condizionamenti (esogneno)di situazioni a rischio come la

povertà o l’ignoranza che portano a insicurezza in casi specifici perché si è incapaci di eseguire

azioni adeguate al contesto. Ma non sempre vale il collegamento tra disagio socio-culturale e

deviazione sociale.

d) Disagio cronicizzato è presente anche dopo lo sviluppo, perché non basta crescere per

rimediare a situazioni svantaggiate, servono rimedi pedagogici , o si rischia di dover curare

disadattamento (relazione disturbata tra sogg e ambiente) e devianza (comportamenti che non

seguono le norme).

A provocare disagi (che esplodano in condotte violente o implodano in attacchi depressivi) sono i

percorsi scolastici accidentati; questo mal-di-scuola infatti può essere un disadattamento provocato

dagli insuccessi scolastici così come gli insuccessi sono portati da un disadattamento del soggetto.

L’abbandono non è presente nella scuola dell’obbligo, ci sono le normali ansie portate nella scuola

primaria dalle competenze base (chi non le ha fallisce senza però sentirsi disadattato), nelle scuole

secondarie (medie e superiori) invece si aggiungono le cattive relazioni coi docenti. Ci sono

problemi di apprendimento dovuti alla mancanza di impegno e problemi relazionali che porta

malessere in quanto la scuola è luogo di socializzazione.

Così nel campo scolastico agiscono contemporaneamente le forze delle istituzioni (offerta

formativa) concentrate a dare conoscenze sociali,lavorative e culturali, e i fini soggettivi (la

domanda da parte degli utenti) richiedente i requisiti fondamentali per l’accesso al lavoro. Ma per

arrivare a tutto questo occorrono tempi variabili e obiettivi variabili, che comunque non basteranno

mai per le richieste infinite e mai soddisfatte di famiglie e studenti.

Ma dal romanzo emerge una rappresentazione pessimista e stereotipata della scuola, infatti ci

sono elementi non approfonditi o esagerati che nella realtà sono casi inferiori rispetto a quelli

positivi: gli insegnanti per es non sono tutti disinteressati e pigri come i 2 che vengono descritti (gli

altri non sono neanche citati fino all’università), la scuola in generale viene presentata con toni

critici come va di moda in questi anni, viene derisa dall’autrice con una pars destruens sempre

facile, ma la pars costruens invece non viene toccata, la colpa di tutto è degli insegnanti che

portano a famiglie che si accontentano di poco e di studenti che copiano; gli studenti infatti sono

raffigurati come antipatici, emarginano Gaspare perché “secchione” ma siamo sicuri che Gasapre

sia lo studente modello che viene descritto dall’autrice? Non riesce a risolvere i problemi con i

compagni, si concentra solo sugli studi classici e finisce per deludere i genitori che si sono

sacrificati per lui smettendo di studiare e rifugiandosi nella compagnia degli alberi; invece la vita

viene descritta nel romanzo con toni più positivi, l’albero è più fedele degli uomini perché non ti

abbandona mai, ma è anche proiezione delle propri aspirazioni a rompere gli schemi di Gaspare,

quindi anche in casi di delusione della vita l’individuo si può riscattare con cose che la vita ci regala

inaspettatamente (come le piante crescono a nostra insaputa).

Il romanzo s’intitola “Una barca nel bosco” e rappresenta la metafora di un qualcosa che non

dovrebbe trovarsi in quel posto: infatti l’educazione deve servire a diffondere cultura, non

contenere o soffocare le ansie di ogni tipo delle persone, non deve cioè tagliare gli alberi per far

stare comoda la barca, infatti una scuola sufficientemente buona non promette ciò che non può

mantenere e mantiene tutto ciò che promette tenendo conto dell’efficienza (raggiungere obiettivi in

base ai costi) e non della semplice efficacia (raggiungere obiettivi e basta), sapendo cosa può

offrire o no la scuola.

CAPITOLO 5: L’insegnante ideale

L’insegnante ideale si definisce in base a vari aspetti che coinvolgono il docente delle masse, che

succede al maestro del passato, una figura che insegnava a discepoli scelti non come l’insegnante

che è nato in funzione dell’istruzione comune e che deve relazionarsi con gli alunni nella scuola

non in privato come il maestro, l’insegnante-educatore deve insegnare tutto a tutti e può essere di

ogni tipo:

- si parte dall’insegnante missionario cioè quello che ha la vocazione ad insegnare, che si

impegna per educare i ragazzi con le sue doti innate che non possiedono tutti, tipica figura di una

scuola passata in cui il maestro di scuola era contemporaneamente molto stimato e poco stimato

perché esercitava il suo mestiere in situazioni difficili e umili,

- col trascorrere del tempo però sono migliorate le condizioni lavorative anche se a discapito

dell’aulicità del ruolo, però secondo la teoria di Maslow incalzano altri bisogni come quello di

autorealizzazione, perciò nasce l’insegnante specializzato che è molto più competente nel suo

campo, però ciò causa una riduzione del campo d’intervento generale sugli alunni

- nasce quindi l’esigenza di adattarsi ai nuovi sistemi e di usare mezzi più sofisticati, arriva così

l’insegnante tecnologico che deve saper però gestire i problemi derivanti dai mass-media e

interpretare i messaggi provenienti da chi ha controllo sui di essi, perciò ha bisogno di una ricerca

continua

- per questo esiste l’insegnante ricercatore che deve acquisire una forma mentis per l’indagine

distaccata dall’esperienza pratica per rendere evidente a tutti cosa fa, inoltre deve saper non solo

ricercare ma anche saper improvvisare quando mancano i mezzi per una ricerca accurata

- qui ritorna un concetto di insegnante artista confusionario e creativo, irrazionale che sa

improvvisare ma pianificando, per dare agli alunni la capacità di risolvere i problemi con metodo,

ciò però avviene con un lungo processo di formazione dell’insegnante sia teorico che pratico per

insegnare l’improvvisazione agli studenti

- ne deriva dunque un insegnante interattivo che instauri un rapporto con gli studenti che non sia

il semplice “star bene insieme” ma che sia una specie di tutor, senza però tralasciare l’importanza

dell’insegnamento, della trasmissione culturale, una figura di maestro del senso comune ma anche

del significato individuale

- ecco che dalla cultura orientale arriva la figura dell’insegnante guru che trasmette al “discepolo”

saggezza, con approcci specifici consente di raggiungere armoni con se stessi, dunque non ha

competizione con altri docenti e neanche coi ragazzi;

- una figura più moderna è quella dell’insegnante manager che si concentra sul processo

d’apprendimento con il problem solving ma non analizza i conflitti irrisolvibili scientificamente nelle

relazioni scolastiche

- oggi soprattutto c’è l’insegnante stratega che ceca modi per evitare contrasto con gli studenti

che mentre prima erano sottomesi con schema perdente-vincente, ora si cerca il vincente -

vincente

- infine c’è l’insegnante riflessivo, che studia tutto ciò che fa e i processi all’interno della classe.

Ma questi modelli non sono fissi né obbligatori.

Ci sono state ricerche hanno studiato i modelli ideali di insegnante:

- Lo studio di Glickman (1981) vede la classificazione degli insegnati in 4 gruppi in base alla

presenza di impegno/coinvolgimento (che evolve nel tempo sia positivamente che negativamente)

e alla capacità di pensiero astratto (che consentiva maggiore flessibilità e capacità di risposta ai

problemi):

1. docente minimale (basso impegno e pensiero astratto) è quello che compie il minimo

indispensabile per fare il suo lavoro, dà la colpa dei problemi ad altri e se ne va appena può da

scuola,

2. docente entusiasta (alto impegno ma poco pensiero) cerca sempre di migliorarsi ma non

individua i problemi e cerca di fare più cose possibili insieme

3. docente analitico-osservatore (grande astrattezza ma poco impegno) è quello che sa individuare

i problemi e sa come risolverli ma non si impegna nel portare a termine i problemi

4. docente professionista (alto impegno/partecipazione e astrazione) è quello sempre impegnato

nella sua attività, sa individuare i problemi e struttura le soluzioni realizzandole, spesso inoltre si fa

coinvolgere da programmi degli altri.

Queste figure non sono fisse, infatti gli insegnanti possono cambiare durante la loro vita e passare

da una fase all’altra.

- Per questo è importante lo studio dinamico di Huberman (1984) che analizza l’evoluzione

dell’attività del docente che spesso si indebolisce, infatti ogni docente è diverso dagli altri e mai

uguale a se stesso, perciò è utile per individuare i problemi delle figure scolastiche rendendo

possibile fare diagnosi e costruire nuove figure positive.

I problemi dell’insegnamento sono vari: l’occupazione cala a causa della fuga di talenti che sono

scoraggiati dal ruolo dell’insegnante nella società e intraprendono altre strade, la produttività è

sotto accusa ma ciò deriva dalle percezioni soggettive dei docenti che si ritengono inadeguati se

competenti e competenti se inadatti ad insegnare riversando le proprie colpe sugli altri o le colpe

degli altri su di sé, inoltre è difficile comprendere tutti i fattori che influenzano l’apprendimento degli

studenti, l’ansia che se raggiunge livelli elevati rende difficile ogni compito portando disagio e

insoddisfazione personale, stress che è portato dall’impossibilità secondo il soggetto di adempire

ad un compito e lo porta ad esaurire tutte le risorse disponibili fino al burn out.

Ci sono però anche elementi positivi, di riscatto: etero e auto- formazione migliorati dalle ricerche

quantitative (etero) e qualitative (auto) per insegnanti preparati e capaci di autocostruirsi,

l’esperienza e la professionalità che portano a migliorarsi col tempo cercando di imparare cose

nuove e mantenerle nel proprio stile educativo, la valutazione che ultimamente si stà potenziando

con interventi teorici e sperimentali, la qualità che non é più elemento di forza ma elemento

indispensabile per il servizio e quindi si fa più attenzione al livello qualitativo dell’insegnamento,

infine la deontologia che porta ad una dimensione etica dell’insegnate da cui gli studenti traggono

modello se rispettato con coerenza. Dunque bisognerebbe presentare un quadro di riferimento per

i docenti per ampliare gli orizzonti educativi.

Questi modelli ideali possono servire per individuare caratteristiche corrette ma anche difetti nel

ruolo di insegnanti, ma per definire un buon prof non bisogna individuare il miglior modello, ma

trovare quello che riesce ad adottare ciascuno di questi atteggiamenti adattandoli alle varie

esigenze, non sempre quindi deve essere un comportamento corretto; l’insegnante deve essere

esigente per pretendere il massimo da tutti senza laisser faire. Il buon insegnante deve usare la

“logica del cruscotto” cioè fare come il guidatore che non si preoccupa del motore ma solo di tener

sotto controllo le spie, quindi avere punti di riferimento per sorvegliare la situazione, solo che il

lavoro lo deve fare tutto lui (non ci sono tecnici che sanno perché le spie fanno così e cosa

vogliono dire), deve saper interpretare tutto ciò che fa da sé, senza distrarsi ma con “consapevole

attenzione”.

CAPITOLO 6: L’insegnante reale e la valutazione

La valutazione è un aspetto importante e difficile per il ruolo di insegnante, soprattutto con

l’istruzione obbligatoria dove bisogna valutare la quantità e qualità dei risultati oltre che gli obiettivi

mancati, dunque si tratta di controllo. Gli insegnanti sono sia soggetti della valutazione che oggetti

da parte degli alunni che giudicano, per questo i docenti sono i più soggetti ad ansia e stress,

perchè la valutazione mostra la loro identità professionale. Si possono adottare interventi formativi

per l’acquisizione della padronanza di strumenti e competenze: diffusione di competenze teoriche

e tecniche di valutazione, riduzione dell’ansia circoscrivendola a particolari situazioni, sfruttare le

risorse personali dell’insegnante oltre a quelle interpersonali. Sono gli insegnanti migliori ad essere

maggiormente stressati e quindi a perdere fiducia in se stessi, perciò è necessario un riscontro

esterno che li rassicuri e valorizzi, un sistema di valutazione degli insegnanti che riduca

l’insicurezza, anche se spesso non amano essere giudicati benchè sia una condizione buona per

migliorare. Questa avversione è provocata soprattutto dall’approssimazione dei metodi di

valutazione attuali,oltre a considerare un giudizio sul mestiere come sulla persona, ma le

valutazioni informali sono molto più vaghe e pericolose dunque sarebbe utile una valutazione

formale e ufficiale.

I motivi della valutazione dei docenti sono l’importanza del ruolo dell’insegnante che però viene

sminuito dalla sproporzione tra ruoli e compiti idealmente attribuiti all’insegnante e le condizioni

reali.

I problemi dell’insegnamento riguardano:

-l’occupazione, come visto prima i talenti non considerano l’insegnante un ruolo appetibile e viene

visto come scelta di ripiego, così per risolvere questa situazioni si dovrebbero innalzare i requisiti, i

salari, le opportunità di carriera e dare supporto tecnico (tutto ciò deve essere correlato perché il

sistema sia efficiente)

- la motivazione in crisi del ruolo che vede un crescente stress che sostituisce le motivazioni date

dalla vocazione o dal’inclinazione personale, perciò si riduce il senso di autoefficacia che riduce

anche la qualità dell’educazione, la soluzione è la risoluzione dei problemi scolastici in quanto è

provato che l’entusiasmo scompare con esperienza, anche se l’autoefficacia varia da individuo e a

seconda del contesto.

Tutte le valutazioni degli insegnanti devono valutare obiettivamente le prestazioni professionali. Gli

scopi principali di queste valutazioni sono: influenzare le prestazioni degli individui perchè

migliorino sempre più (seguano meglio gli stessi compiti), controllare i movimenti di essi nella

scuola (modifiche dei compiti)e legittimare i controlli per mediare tra sistema autoritario e

aspirazioni.

Oltre a ciò le valutazioni possono provocare effetti a livello individuale (insegnanti che reagiscono

male se vengono identificati problemi irrisolvibili, o bene se sono risolvibili con sostegni),

organizzativo (modifiche di norme per tutti gli insegnanti anche se non fanno parte della

valutazione) e sull’ambiente (reazioni politiche e sociali da famiglie a sindacati).

Ci sono ulteriori problemi che riguardano il concentrarsi troppo sugli insegnanti talentuosi dando

loro tutto il supporto e indebolendo il corpo docenti; dunque per concludere possiamo dire che la

valutazione degli insegnanti dipende da come si intende l’insegnamento stesso,non va troppo

burocratizzato perché lo rende meno significativo agli occhio di coloro che vengono valutati i quali

nasconderanno i problemi al posto di risolverli, infatti è importante la franchezza e la volontà di

volersi migliorare, deve essere “supportata” e non sopportata dagli insegnanti; inoltre bisogna

evitare che diventi puro formalismo quindi va applicata una costante attenzione critica per “valutare

la valutazione”.

-Ma CHI deve valutare?

Il valutatore può essere interno (più informazioni) o esterno (più obiettività) anche se c’è il

problema di definire esattamente cosa è interno o esterno a cosa ( i colleghi possono essere

entrambi), e ogni scelta dipende dal’obiettivo che ci si pone. Procediamo per centri concentrici

partendo dall’autovalutazione interna del docente stesso fino agli specialisti:

1) l’autovalutazione è la meno attendibile perché frutto di un’elaborazione soggettiva che non può

essere oggettiva, perciò è meglio interpretare l’ “auto” non come isolato ma come approccio di

gruppo, una revisione comunitaria

2) Gli studenti non sono imparziali ma loro sono quelli che hanno più contato con l’insegnante e da

essi si può capire molto del docente tenendo conto però che su essi influisce il loro rapporto con

lui, infatti è importante che sappiano cosa i propri studenti pensano di loro

3) I colleghi sono una figura competente per analizzare i loro pari, infatti possono dare

collaborazione e consulenza, anche se in casi di sanzioni e decisioni economiche il vantaggio

sparisce o per oscurare i problemi della propria classe o per ampliarli a causa di conflitti tra

colleghi

4) Il dirigente scolastico è sempre più emarginato dal ruolo di controllore diventando sempre più

formale, anche perché non sarebbe molto obiettivo verso i suoi docenti

5) Gli ispettori sono ex-insegnanti e funzionari qualificati che dall’esterno riescono a valutare il

docente ma ciò a dei limiti in quanto la qualità degli ispettori non è sempre elevata, inoltre essi non

sono a conoscenza di molte situazioni che condizionano la valutazione

6) le agenzie di valutazione sono nate in USA e consistono in commissioni specializzate per la

valutazione degli insegnanti ma ?

chi valuterà i valutatori

Dunque per valutare correttamente bisogna distinguere i soggetti per la valutazione formativa e

non formativa distinguendo anche un superiore immediato (dirigente) con uno immediato che valuti

i dati raccolti, inoltre bisogna stabilire qual è l’oggetto della verifica e l’obbiettivo da raggiungere,

tutto basato su più fonti.

-COSA ora bisogna valutare negli insegnanti?

Importante è analizzare l’efficacia, l’efficienza e le competenze degli insegnanti:

1) l’efficacia è il “raggiungimento degli obiettivi” individuabile dai risultati degli studenti che però

non sono molto attendibili perché come i risultati positivi non sono tutto merito del docente quelli

negativi non sono tutti colpa sua ed è difficile valutare il progresso d’apprendimento dell’allievo e

non la sua cognizione, ma è comunque una informazione importante

2) l’efficienza è il “raggiungimento degli obiettivi tenuto conto dei costi” anche se non sempre

l’insegnante efficiente è anche un bravo docente, tutto dipende dal metodo, inoltre vanno analizzati

i modelli e li stili

3) le competenze vanno distinte in competenze statiche e la competenza dinamica, nel primo caso

sono “requisiti fondamentali professionali” che sono conoscenze e abilità, il secondo è l’ “attitudine

all’insegnamento” che non è perfettamente identificabile ma consiste nella relazione tra

competenze essenziali e i modi d’’essere (intenzioni,qualità) quindi è una meta-abilità.

L’insegnante per essere tale deve avere del abilità minime di base, quello competente deve

possedere una professionalità che gli consente di decidere quando e come applicare queste

competenze. L’insegnante fa la differenza ma non tutte le differenze sono colpa dell’insegnante.

- COME valutare gli insegnanti?

Le modalità di valutazione dei docenti prevedono dei presupposti: la valutazione deve coinvolgere

tutta la scuola, bisogna stabilire chi è giudice (valutaz non formativa) e chi consigliere (val

formativa), i risultati devono essere attendibili soprattutto se si tratta di gestione del personale, ci

devono essere standard minimi e obiettivi limitati e specifici; devono esserci standard minimi e

livelli di prestazione elevati.

Bisogna tener conto di aspetti tecnici come gli strumenti, i metodi, la formazione e l’esperienza di

valutatori, ma anche i fattori organizzativi come gli obiettivi dell’istituto, le risorse e

l’organizzazione.

Non ci sono modalità migliori di altre ma ci sono dimensioni fondamentali per un intervento: tempo

per raccogliere dati, obiettivi, processo di incontri con gli insegnanti e metodi per raccogliere dati.

Importanti le fonti: autovalutazione, obiettivi, studenti, programmazioni docente, contatti

scuola/famiglia.

Le valutazioni sono di 8 tipi distinti ma interconnessi: sommativa e formativa, ufficiale e ufficiosa,

di processi e di prodotti, interna ed sterna, predeterminata e di reazione, generale o particolare,

globale o analitica, descrittiva e interpretativa.

La valutazione dunque modella le condizioni di lavoro e il metodo degli insegnanti; con la

spiegazione si verifica il valore presente (accertamento) con la comprensione si attribuisce un

valore aggiuntivo (valorizzazione).

Le varabili sono numerose e il loro intersecarsi dà origine a modelli differenti.

CAPITOLO 7: Autenticità e autorevolezza

L’insegnamento formale va fatto da un insegnante che deve cercare di raggiungere lo scopo, non

solo di essere simpatico agli alunni: importante sicuramente è la relazione educativa con essi

che dipende dalla situazione, importante è comunque il modo con cui si impone l’educatore, lo

“stile” spontaneo che va costruito come una seconda pelle infatti deve basarsi sull’indole naturale:

per creare lo stile bisogna fare un lavoro su di sé che permetta di eseguire il proprio lavoro con la

giusta ansia in modo che ogni cosa che si fa sia perfetta come fosse la prima, l’ultima e l’unica;

bisogna avere simpatia spontanea ma anche empatia per obbligo deontologico(del lavoro) per

potersi mettere nei panni dell’altro e facilitare la relazione. Bisogna esser consapevoli del proprio

mestiere ma non adagiarsi perché bisogna essere sempre pronti e presenti a sé stessi. Per

educare bene una persona bisogna abituarla a non avere abitudini in modo che non faccia di un

abitudine qualcosa di male. Inoltre non bisogna cercare di essere diversi da ciò che si è.

Oggi agli insegnanti viene richiesta una grandissima preparazione oltre ad una grande capacità di

relazionarsi con gli studenti, cose che spesso questi non hanno e non si possono imporre.

Purtroppo la relazione insegnanti - alunni a scuola è breve e spesso questa mancanza degli adulti

può rendere i minori ancora più vicini alle relazioni coi pari che non sono molto educative. Inoltre

anche per lo stesso adulto l’essere pressato da ideali perfezionistici è controproducente perché si

rischia di nascondere qualche difetto per presentare una immagine di sé perfetta ma falsa.

L’errore nell’educazione spesso è la soppressione della soggettività del minore a vantaggio della

conservazione del proprio sé, così anche per gli adolescenti per essere parte del gruppo dei pari

abbandona il proprio sé a favore di quello collettivo.

Dunque è importante un rapporto educativo scolastico costruito su rispetto,accoglienza e aiuto alla

persona.

La scuola però non vive di sola relazione, infatti spesso queste sono luogo di scontri tra alunni e

insegnanti a causa di atteggiamenti di sfida che portano a generalizzazioni sulla generazione

giovanile. Spesso la scuola può essere una cassa di risonanza della crisi di una persona che

l’insegnante non sa controllare e di cui non capisce la genesi, oppure cerca di trovare una strada

propria: lasciar cadere la provocazione o prevenire azioni che motivino lo sfidante a sfidarlo;

ovviamente questi elementi non devono avere più attenzione degli altri,soprattutto di quelli che

faticano a interagire con il docente e restano in silenzio.

Ci sono insegnanti ottusi che non comprendono gli studenti, ma anche quelli che cercano di essere

simpatici con lezioni speciali che però non favoriscono l’incontro con le “persone” e non solo con

gli alunni.

Ci sono 3 tappe d’interesse verso la qualità della vita scolastica: il “poter andare a scuola” ,

l’“andare bene a scuola” e lo “star bene a scuola”, ma spesso la terza (attenzione che gli obiettivi

non ostacolino la crescita dei soggetti) si è sostituita alla seconda dando un pessimo servizio agli

studenti.

Una volta i giovani non si sentivano adeguati agli adulti,oggi invece si sentono superiori,autonomi

grazie ad un’educazione basata sull’abolizione delle punizioni e le gratificazioni; da una parte ciò

può essere buono per l’autostima ma se si eccede il ragazzo arriva ad avere troppa esuberanza.

Ora si cerca l’appagamento, una tendenza primaria che può conseguire eventualmente un

piacere (posso fare qualcosa che mi appaghi anche se arreca dolore). La scuola quindi deve

portare al desiderio ( ) e alla desiderabilità ( ). La motivazione del

voglio imparare voglio andare a scuola

giovane non riguarda il semplice risultato scolastico ma la consapevolezza delle proprie capacità

perciò si possono vedere molti insuccessi nella vita scolastica di una persona che però non sono

emblema del suo risultato finale (alcuni lascano la scuola con meno insuccessi di chi si è laureato).

Perciò non solo le esperienze scolastiche decidono l’evolversi del soggetto, ma ogni cosa nella vita

viene elaborata diversamente da ogni individuo, chi soccombe e chi supera. La scuola può essere

una protezione per chi ha situazioni negative al di fuori di essa, ma può anche ampliarle a causa

spesso di adulti con disordine motivazionale verso l’educazione dei giovani; infatti qualunque

atteggiamento che non tenga conto della realtà contingente del soggetto che si ha di fronte e del

suo valore intrinseco porta ad esiti negativi.

Per lungo tempo il docente è stato visto come il Persecutore dei minori che non riescono ad

adeguarsi al sistema scolastico, poi sono diventati Salvatori delle categorie svantaggiate, poi sono

tramutati in Vittime del sistema ingrato.

Ci sono 3 principi per costruire una buona relazione educativa:

1) Autenticità cioè imparare a presentarsi per quello che si è, senza sentirsi superiori e senza

neanche sentirsi tropo umili (falsa umiltà); essere autentici vuol dire aver credibilità, avere rispetto

per gli altri chiunque essi siano per poter esigere rispetto.

2) Trasparenza cioè non amichevoli, aperti a narrare i fatti propri, ma fare scelte professionali che

permettano di avere regole da dare agli studenti, regole che vanno spiegate perché capiscano

perché devono farle; quindi bisogna saper rispondere alle domande provocanti, la risposta deve

sempre esserci ma non deve essere diretta, bisogna chiedere perché si vuole sapere ciò che si

chiede e poi rispondere non alla domanda ma al bisogno dell’alunno di sapere qualcosa


ACQUISTATO

26 volte

PAGINE

27

PESO

86.64 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione (SAVIGLIANO - TORINO)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eddyilgranata di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Mariani Anna Marina.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Pedagogia generale

Riassunto esame Pedagogia, prof. Chiosso, libro consigliato Novecento pedagogico
Appunto
Pedagogia generale - Appunti
Appunto
Riassunto esame Pedagogia, prof. Chiosso, libro consigliato Il principio dialogico, Buber
Appunto
Appunti esame pedagogia generale
Appunto