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Prefazione

Bruner ci parla della cultura dell'educazione. Secondo il nostro autore essa non si ferma all'istruzione che viene impartita nelle scuole; le scuole infatti costituiscono soltanto una piccola parte degli strumenti che una cultura dispone. Anzi, la scuola può risultare anche in contrasto con alcuni strumenti adottati dalla cultura. L'educazione non riguarda infatti solo problemi scolastici tradizionali, come voti e verifiche.

Riflettendo sul titolo "La cultura dell'educazione" possiamo capire che esso ci vuole far riflettere sul fatto che la cultura plasma la mente. La cultura, infatti, ci fornisce gli strumenti mediante i quali costruiamo il nostro mondo e la concezione che abbiamo di noi stessi. Bruner, prima di scrivere questo libro, era infatti impegnato a studiare una nuova "psicologia culturale". Infatti, secondo il nostro autore, non si può capire l'attività mentale se non si tiene conto del contesto culturale e di tutte le sue risorse. La cultura è intesa come un insieme di conoscenze che il soggetto possiede.

Antropologia e cultura

Secondo l'antropologia ottocentesca la cultura è un sistema fisso, radicato e stabilizzato di usi, costumi, credenze, valori, ecc., che l'uomo acquisisce in quanto membro di una società. Secondo l'antropologia contemporanea, la cultura è un sistema in continua evoluzione.

La mente

Il sistema occidentale non ha mai parlato di mente, piuttosto ha usato termini come anima, spirito, coscienza, psiche, ecc. È nel Novecento che emerge il concetto di mente, prima inteso come una black box (comportamentismo) e poi come un sistema di organizzazione di risposte (cognitivismo).

Teoria computazionale

La prima teoria è quella computazionale, essa si occupa dell'elaborazione delle informazioni, di come cioè le informazioni finite vengano registrate e immagazzinate. Esse vengono così gestite da uno strumento computazionale. Secondo questa teoria le informazioni sarebbero così già stabilite secondo un codice preesistente. La scienza computazionale fa alcune interessanti affermazioni riguardo al modo di condurre l'educazione. È infatti diffuso il pensiero, secondo il quale, il modo di saper programmare i computer dovrebbe farci capire meglio come insegnare in modo più efficace agli esseri umani.

Il computazionalismo ci riporta alla visione di un computer che organizza le informazioni in modo veloce, ordinato e non discontinuo. Ma la nostra mente non organizza le conoscenze necessariamente in questo modo, essa effettua una produzione di significati spesso ambigui e disordinati.

Culturalismo

Da qui giungiamo al secondo modo di intendere la natura della mente, parliamo dunque della corrente del culturalismo: la mente infatti non potrebbe esistere senza la cultura. La comunità infatti condivide, conserva e tramanda da generazione in generazione tutte le sue conoscenze, mantenendo così intatta la propria cultura. La cultura in questo senso è superorganica. Quindi conoscere e comunicare sono due processi inseparabili. È la cultura stessa che ci fornisce gli strumenti per organizzare e capire il mondo che ci circonda.

Possiamo dire a questo punto che non esiste una contraddizione tra computazionalismo e culturalismo. Il computazionalismo non sostiene che la mente sia una sorta di computer, sostiene invece che tutti i sistemi che elaborano delle informazioni devono essere governati da regole, ma ciò non può valere per i processi disordinati, ambigui e sensibili al contesto significativo.

La difficoltà incontrata dai computazionalisti riguarda il genere di "regole" o operazioni che sono possibili nella computazione, infatti queste regole devono essere esenti da contingenze imprevedibili, e proprio tutto ciò si presenta come grave limite del computazionalismo. In definitiva possiamo affermare che esiste un rapporto di complementarietà tra quello che il computazionalista cerca di spiegare e quello che il culturalista cerca di interpretare.

Teoria sull'educazione

Una teoria sull'educazione per poter essere efficiente deve dare le indicazioni su quali sono gli strumenti affinché una mente operi in modo efficace. Una teoria dell'educazione diventa più interessante soltanto quando è più rivolta dall'interno all'esterno. Per esempio il computazionalismo è molto più rivolto dall'interno all'esterno, mentre il culturalismo è più rivolto dall'esterno all'interno.

Approcci computazionalisti

Nell'approccio computazionalista si possono individuare tre stili diversi:

  • Riformulare le teorie classiche dell'insegnamento e dell'apprendimento.
  • Il secondo approccio comincia con un'ampia descrizione di quello che succede quando qualcuno si accinge a risolvere un particolare problema o a impadronirsi di un campo di conoscenza. Si cerca di ripercorrere quindi tutti i passaggi (dall'inizio alla fine) che una mente compie nella risoluzione di un particolare problema.
  • Il terzo approccio è invece quello di Smith. Smith può rivelarsi utile per spiegare alcune idee computazionali. Smith osserva che quando ci si accinge a risolvere particolari problemi, per esempio l'acquisizione di una lingua, solitamente ci si rifà ai risultati di un procedimento che ha già funzionato bene in passato. La regola della ridescrizione è una caratteristica di tutti i calcoli adattivi (il termine adattivo vuol dire ridurre la complessità).

Culturalismo e educazione

Il culturalismo parte dalla premessa che l'educazione non è un'isola, ma fa parte del continente della cultura. Il compito del culturalismo è duplice: esso infatti guarda alla cultura come sistema di valori, diritti, potere; il culturalismo si concentra sul modo in cui gli individui costruiscono la realtà. Il culturalismo viene annoverato tra le scienze del soggettivo, esso infatti si interessa di capire come gli esseri umani giungono a conoscenza della mente degli altri.

Psicologia culturale

Adesso osserviamo alcuni principi che riguardano la psicologia culturale. Tutti questi principi "toccano" necessariamente la questione della natura e della mente, infatti una teoria sull'educazione non potrebbe prescindere da esse. Questi sono dunque alcuni principi con le rispettive conseguenze per l'educazione.

Il principio della prospettiva (non oggettivo)

Per parlare di questo principio è necessario parlare di "significato", ogni significato collegato ad una qualsiasi vicenda è relativo alla prospettiva, al quadro cioè di riferimento in cui viene interpretato. Per capire bene il significato di qualcosa, è necessario conoscere i diversi significati che possono essere attribuiti alla cosa stessa. Il nostro significato sarà "giusto" o "sbagliato" solo se lo correliamo alla prospettiva nella quale lo stiamo esaminando. Nel fare questo lavoro un ruolo importante lo occupa anche la cultura, che influenza i rispettivi cittadini. La cultura si serve così di alcune forme canoniche grazie alle quali essa ricostruisce la realtà. Tutti gli individui sono comunque influenzati da queste forme canoniche! Il pensiero, e il concetto di sé di un soggetto diventano così una fusione tra l'influsso istituzionale e l'influsso delle loro storie individuali. Di conseguenza il nostro principio della prospettiva vuole mettere in luce da un lato il pensiero umano e dall'altro i rischi di conflitto impliciti nell'esercizio di questa proprietà.

Il principio delle limitazioni (non assoluto)

In questa cultura le forme del fare significato vanno incontro a due limitazioni. La prima riguarda il funzionamento stesso della mente umana, per quanti sforzi possiamo fare non possiamo accettare una versione della nostra stessa vita senza essere influenzati da quello che pensavamo prima, rispetto a quello che pensiamo adesso. La seconda limitazione riguarda invece il senso comune. Queste limitazioni non influiscono soltanto sui nostri concetti "soggettivi" ma anche su quelli "oggettivi" come il tempo, lo spazio e la causalità, così come ci dimostrano anche i nostri antropologi, i quali ci affermano che il modo di concepire il tempo varia, infatti, da cultura a cultura. Nonostante ciò, i "limiti" vengono considerati un'eredità della nostra specie e fanno parte della nostra "dotazione innata", ma queste limitazioni non devono essere considerate una dote fissa dell'uomo, esse devono essere sempre sufficientemente stimolate, affinché nascano. Il compito della pedagogia, quindi, è proprio quello di far superare tutte le predisposizioni innate e trasmettere tutti gli "attrezzi" della cultura. Abbiamo detto che uno dei limiti è imposto dal senso comune, ma più in particolare possiamo dire che la limitazione è imposta dal linguaggio stesso. Il pensiero infatti prende proprio forma dal linguaggio. Ma sui "limiti della lingua" possiamo dire poco con certezza. Non è mai stato chiarito fino in fondo se la capacità di concepire certe idee sia inerente alla mente stessa o ai vari sistemi simbolici. Alcuni sono arrivati addirittura a paragonare il linguaggio ad un istinto, ma questa ipotesi è stata tranquillamente smentita. Ciò che è certo è che i limiti imposti dai nostri linguaggi possono essere superati grazie ad una maggiore consapevolezza della nostra lingua, e quindi un'altra funzione della nostra pedagogia consiste nel coltivare di più questa consapevolezza!

Il principio del costruttivismo (costruttivo e non imposto)

Parlando del costruttivismo, parliamo dell'attività del "costruire". La realtà, infatti, che noi conosciamo è una realtà costruita da noi stessi. L'educazione, quindi, deve aiutare i giovani nella costruzione della realtà, in modo che possano adattarsi meglio al mondo in cui si trovano, e se è necessario, cambiarlo.

Il principio dell'interazione

Come in ogni scambio, la trasmissione di conoscenze e abilità richiede l'esistenza di un "insegnante" e di un "discepolo", tanti discepoli. Infatti, è soprattutto attraverso l'interazione con gli altri che i bambini scoprono che cos'è la cultura. A differenza di tutte le altre specie, gli esseri umani insegnano volontariamente ad altri esseri umani. Questa caratteristica viene di solito fatta risalire al dono del linguaggio, ma ciò dipende anche dall' intersoggettività, ovvero dalla capacità degli esseri umani di capire attraverso linguaggi e gesti cos'hanno in mente gli altri. Siamo la specie intersoggettiva per eccellenza. Il docente non è l'unico ad insegnare e trasmettere conoscenze; infatti, una classe viene oggi considerata come una sottocomunità di persone che apprendono una dalle altre, oltre che dallo stesso docente. L'apprendimento è infatti un processo interattivo in cui le persone imparano l'una dall'altra.

Il principio dell'esternalizzazione

Un famoso studioso francese di psicologia culturale pensava che la funzione principale di ogni attività culturale collettiva fosse quella di produrre opere. Queste opere comprendevano le arti e le scienze di una cultura. I vantaggi dell'esternalizzare i prodotti comuni facendone delle opere, sono stati a lungo sottovalutati. Infatti, le opere collettive producono e sostengono la collettività di gruppo, contribuiscono a creare una comunità, e cosa altrettanto importante promuovono il senso della divisione del lavoro. Attraverso questi gruppi si creano modi di pensare comuni e negoziabili. L'esternalizzazione produce così una testimonianza dei nostri sforzi mentali. Tutte le culture vitali provvedono alla conservazione e trasmissione delle proprie opere. Probabilmente la più grande invenzione che sia nata nel campo dell'esternalizzazione è stata la scrittura, il fatto di mettere "il pensiero" sulle tavolette di argilla, o sulla carta, e oggi il computer e la posta elettronica possono rappresentarne un passo in avanti.

Il principio dello strumentalismo

L'educazione, in qualunque modo venga impartita, produce sempre degli effetti sulla vita di chi ne usufruisce. L'educazione per quanto possa essere fine a se stessa produce sempre abilità, modi di pensare; l'educazione quindi non potrebbe essere, in questo senso, mai neutrale, ma è sempre politica. Occorre, a questo punto, tenere conto di due aspetti: il talento e l'occasione, questi due aspetti sono tra di loro collegati. Il talento ha davvero molte sfaccettature; sono tanti infatti i modi che permettono di usare la mente. Alcune persone dimostrano grandi attitudini nell'utilizzare capacità della mente, altre invece meno. Gardner ha dimostrato che certe attitudini hanno una base innata e universale. Le diverse culture attribuiscono però un valore diverso a queste abilità; queste capacità e abilità vengono infatti rafforzate attraverso l'istruzione. In Italia, per esempio, le bambine venivano istruite di più alla poesia rispetto ai bambini, perché ritenute più sensibili, nascono così le occasioni che i giovani hanno per sviluppare le loro attività. Esistono molti aspetti negativi dell'occasione che possono influire negativamente, come il razzismo, il pregiudizio. Le scuole sono sempre state molto selettive riguardo agli impieghi della mente, hanno sempre stabilito quali dovessero essere gli impieghi fondamentali, quali quelli secondari, quali quelli adatti per le femmine, quali quelli adatti per i maschi; tutto ciò è dato dal fatto che la scuola ha sempre cercato di rispondere a quello che chiedeva la società. Per capire una cultura bisogna innanzitutto comprendere i compromessi e i conflitti che si scatenano nel campo dell'educazione. L'educazione, infatti, non è a sé stante; l'educazione è immersa in una cultura e la cultura riguarda, tra le altre cose, anche il potere, il prestigio.

Il principio istituzionale

L'educazione nel mondo sviluppato cambia e diventa istituzionalizzata. Ciò che caratterizza l'educazione è il fatto che essa prepara i giovani a prendere parte più attivamente ad altre istituzioni della cultura. Le culture sono composte proprio dalle istituzioni e possono essere concepite come sistemi di scambio. Le istituzioni impongono poi la loro volontà attraverso la coercizione, a volte in modo implicito, quindi sotto forma di incentivi, a volte in modo esplicito quindi sotto forma di restrizioni sostenute dal potere dello stato. Le istituzioni svolgono quindi un lavoro serio della cultura, anche se a volte può apparire ambiguo e incerto, le istituzioni infatti si trovano spesso in conflitto per la conquista di privilegi e potere. Le istituzioni, poi, forniscono dei mercati dove le persone si scambiano le "abilità" per ottenere privilegi; queste istituzioni vanno poi in gara tra loro per ottenere distinzioni. Le istituzioni poi però alla fine hanno bisogno le une delle altre per sopravvivere, come per esempio medici e pazienti. La lotta per le distinzioni sembra quindi essere una caratteristica di tutte le culture. Perché l'educazione possa fare dei passi avanti è indispensabile che gli insegnanti capiscano e credano nei miglioramenti da loro stessi progettati.

Il principio dell'identità e dell'autostima

Uno degli aspetti più importanti è proprio quello del fenomeno del sé e l'educazione è essenziale per la sua formazione. La scuola, essendo uno dei primi impegni istituzionali al di fuori della famiglia, ha un ruolo cruciale nella formazione del sé. Ciò appare ancora più chiaro se prima consideriamo due aspetti fondamentali:

  • Capacità d'azione (agency): le persone si vivono come soggetti agenti, ma qualsiasi vertebrato distingue un ramo che lui ha scosso e un ramo che lo ha scosso. Quindi l'identità personale è qualcosa di più del riconoscimento della semplice attività semimotoria. La costruzione del sé, quindi, da un lato dipende da fattori interni, dall'altro da fattori esterni, da cose, attività, luoghi nei quali viene coinvolto il nostro io. Il successo e il fallimento sono i principali strumenti che nutrono lo sviluppo del sé.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher unfiorellinoblu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof De Sanctis Ornella.
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