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Pedagogia dell'infanzia – Modulo applicativo

Appunti di Pedagogia dell'infanzia – Modulo applicativo. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: infanzia e processi culturali, 1) Infanzia e cultura degli adulti: quale rapporto?, nell'infanzia e dell’adultità, la scissione-negazione, ecc.

Esame di Pedagogia dell'infanzia docente Prof. B. Attinà

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ESTRATTO DOCUMENTO

Giovanni bosco diceva che in educazione è questione di cuore mettendo quindi al centro

dell'educazione il sentimento che è in crisi perché sono decaduti valori.

Con G. Gentile si parla di defuturizzazione nel senso che si guarda l'adolescenza che non

finisce mai, dove c'è mancanza di autonomia e infatti i giovani preferiscono rimanere in

famiglia. Non c'è più una progettualità futura, a livello psicologico questa viene definita

sindrome di Peter Pan.

Insomma oggi educare è difficile. A ciò si aggiunge la crisi dell'ideologia politica.

Resta perciò solo alla scienza e della tecnologia come ultima possibilità della ragione

educante.

Se nello zainetto c'è un cellulare…. di Marinella Attinà

una recente ricerca dell'Università di Trieste ha rilevato che il 56% dei bambini sotto gli

11 anni ha già un cellulare, la percentuale sale al 70% se si prendono in esame i ragazzi

tra gli 11 e i 14 anni.

L'uso del cellulare si basa sulla categoria della de spazializzazione, cioè il telefonino non

ha un limite spaziale, e della detemporalizzazione cioè, si può comunicare in qualsiasi

momento. Ciò cambiare anche il linguaggio delle telefonate, dal "chi parla", "io sono" si

è passati al "dove sei", "quando arrivi".

Quindi con il cellulare si sono dei materializzati i confini spaziali temporali e ciò

permette di poter comunicare tutto a tutti in tutti momenti abbandonando anche la

tradizionale conversazione "uno a uno", infatti si parla in auto, nelle strade, mentre si è

impegnati in un'altra conversazione e non.

tutto ciò porta alla cancellazione del confine tra sfera pubblica e privata ma produce

anche un effetto comunicativo "corale" cioè proprio di una cultura orale. 2

Il telefonino allora rappresenta non solo un simbolo dell'intelligenza collettiva di cui

parla Levy, ma anche il simbolo di quella oralità secondaria di cui parla Ong, una oralità

succeduta alla cultura orale, a quella chirografica e a quella tipografica.

Inoltre si può dire che il telefonino rappresenta la forma umanizzata della tecnologia nel

senso che quando scegliamo un cellulare lo scegliamo non solo in base alle funzioni ma

al colore, peso, al design in e addirittura sembra essere diventato un'estensione della

nostra corporeità: non è più qualcosa di nostro ma è qualcosa di noi stessi insomma è

nato l'uomo-telefonino.

Sul piano educativo il cellulare non può essere considerato semplicemente come un

nuovo strumento che serve alla comunicazione, i modelli più nuovi rendono il telefonino

mp3, radio, videogames quindi si configura come amplificatore delle attività cognitive.

Tutto ciò porta il cellulare a passare da uno strumento di libertà ad una vera forma di

prigione perché quando non c'è si va in panico.

Altro punto a favore del cellulare è rappresentato dall'uso dell’sms che rimanda l'utilizzo

della scrittura che però presenta errori dovuti alla necessità di sintetizzare il testo perché

il suo unico fine farsi capire senza badare a nient'altro e il vero problema è rappresentato

dal fatto che i ragazzi utilizzano questo tipo di linguaggio anche in contesti diversi

(scuola, università).

Sul piano educativo la frequenza alla modalità di uso del cellulare cambia il rapporto

all'età. Se al livello di scuola elementare esso viene utilizzato per giocare, né gradi

scolastici successivi viene utilizzato per comunicare.

in entrambi i casi comunque il rischio è quello di un adultizzazione dell'infanzia cioè più

3

sviluppata sul piano logico-cognitivo ma più fragile su quello emotivo-relazionale.

L'orfanotrofio tecnologico. Quale educazione nel tempo del post-umano?

di Paola Martino

L'uomo contemporaneo è sospeso tra antropocentrismo, (desiderio di essere signore

dell'universo) e tecno centrismo, non accetta i propri limiti e vuole potenziare le proprie

performance; così il corpo smarrisce la sua in transiti vita e diviene manipolabile,

costruibile e decostruibile.

Secondo Acone oggi andiamo incontro ad un post-umanesimo che si illude di andare

oltre l'uomo, la cui matrice è la biotecnologia.

Lasciandosi contaminare dalla tecnologia l'uomo è indotto a mutazioni sempre nuove

fino a smarrire la propria identità.

Secondo Acone la ragione biotecnologica è causa della scissione della paideia

contemporanea che da un lato tende ad un'idea di educazione che mira a fornire

un'imputazione di significato e di senso e dall'altro lato invece è invasa dalla potenza

della tecnica e tende a costruire un mondo privo di senso di valore.

L'autore attraverso la scrittura conduce al bivio dell'educazione che vede una paideia in

bilico tra umanesimo tradizionale (che si ispira alla tradizione cristiana) e secentismo-

tecnicismo tipico del nostro tempo. Da qui la crisi dell’ umanesimo con la conseguente

introvabilità della paideia progetto (di un'educazione intenzionale e riflessa).

Per ritrovare la paideia progetto bisogna ricorrere ad una nuova sintesi che sia in grado

di riformare la costellazione di valori e di senso fondando, quindi un umanesimo

scientifico. Questa nuova sintesi è capace di restituire un senso generale alla presenza

dell'uomo e alla sua destinazione, ed è, allo stesso tempo, una paideia-progetto capace di

riaffermare la centralità dell'uomo e del processo educativo rispetto alla potenza della 4

biotecnologia.

Non la pensa così Sloterijk , filosofo tedesco, secondo il quale l'umanesimo è finito per

sempre così come la paideia progetto, solo la biotecnologia (perché preserva l'uomo

dall'imbarbarimento) può umanizzare l'uomo.

La biotecnologia si sostituisce addio creando un altro uomo genetico.

Morto Dio, l'unico idolo e il DNA manipolabile all'infinito, capace di sopperire quel

senso di inadeguatezza di antiquato rispetto alle macchine.

Trionfo, quindi, l'ingegneria genetica non per scopi terapeutici ma selettivi dato che vi è

la possibilità di progettare un figlio piacimento.

L'unica soluzione a tutto ciò per Acone è conservare una prossimità-distanza tra umanità

e criminalità ed essere capaci di progettare e attualizzare l'umanesimo scientifico.

Appunti per una lettura sintetica della scuola primaria.

di Teresa Pane

La scuola dell'infanzia e quella primaria sono state interessate da molti cambiamenti,

soprattutto negli ultimi trent'anni.

Nel 1971 si avviano le attività integrative, gli insegnanti speciali e il tempo pieno.

Nel 77 sia l'integrazione degli alunni diversamente abili nelle classi comuni.

Poi i programmi dell'85 che da una parte puntano all'interiorizzazione di norme e valori

e, dall'altra, puntano all’alfabetizzazione culturale che mira al cambiamento.

Con la legge 30/2000 si parla di scuola di base che comprende elementari e medie.

Fino ad arrivare alla 53/2003 che stabilisce il diritto-dovere di ogni cittadino di

coinvolgersi in processi di istruzione, formazione, utilizzo del portfolio di competenze e

il modulo dell'equipe di classe con un docente coordinatore. 5

Tutti questi cambiamenti spesso hanno suscitato clamore frastuono cambiando il modo

di fare scuola.

Ma prima di riformare l'insegnamento, bisogna riformare il pensare e l'interpretazione

del mondo.

Negli ultimi anni è stato preferito l'insegnamento volto l'apprendimento di saperli

separati e divisi; un insegnamento e incapace di contestualizzare di sapere, di

globalizzare di organizzare le conoscenze per dargli un senso effettivo.

In realtà, la separazione delle discipline della loro lontananza dall'ambiente vissuto non

produce conoscenza ma solo una parziale lettura delle complesse problematiche della

società contemporanea. Tutto ciò limita la formazione di un'intelligenza reale capace di

cogliere e interpretare il globale.

Pertanto, la scuola del 21° secolo, ha bisogno di un paradigma generale se non si vuole

ridurre ad un'agenzia di informazione-nozione.

L'educazione non è trasmissione di conoscenze, è un'altra cosa: stile di vita,

responsabilità, interiorità, formazione educativa.

La conoscenza va contestualizzata in un orizzonte di senso che non c'è.

Dare senso in una società della conoscenza in cui l'educazione è solo scienza è il

problema della paideia oggi. 6

A.Bobbio, Pedagogia del’infanzia, La Scuola, Brescia, 2002 (capp. I,II, III, IV).

MODULO APPLICATIVO

Cap 1- INFANZIA E PROCESSI CULTURALI.

1) INFANZIA E CULTURA DEGLI ADULTI: QUALE RAPPORTO?

Secondo Postman e Winn nel mondo contemporaneo sta cambiando l'immagine classica

dell'infanzia, oggi infatti si parla di scomparsa dell'infanzia, e al tempo stesso si

riconosce anche una sorta di contaminazione culturale del mondo adulto attraverso l'uso

di software e videogiochi, inizialmente prodotti esclusivi di bambini e adolescenti ed

entrati oggi nell'universo ludico adulto.

Un ulteriore elemento di rottura con la tradizionale rappresentazione dell'infanzia è

costituito dal processo di secolarizzazione che sta accompagnando la Stimmung

(disposizione d'animo), culturale novecentesca: secondo Acone, sotto il profilo

educativo, tale processo, ha dato vita ad una metamorfosi trasformando la Bildung

(formazione/educazione) teocentrica (concezione etico religiosa che pone Dio come

principio della realtà e punto di riferimento per ogni manifestazione umana) in

antropocentrica e quest'ultima in una paideia tecnocentrica.

Tale mutamento ha fatto sì che il bambino, inizialmente percepito come dono, sia oggi

considerato come manifestazione di volontà individuale, o espressione di efficienza

tecno-riproduttiva di ingegneria genetica. L'antropologia pedagogica, di conseguenza, ha

prodotto modelli teorici dell'infanzia che sottolineano l'artificialità dell'esistenza in

opposizione alla naturalità umana, il bambino infatti è stato interpretato come bambino

computer, bambino multimediale. In pratica, ad un'idea di fanciullezza, intesa come 1

stadio essenzialmente "dipendente e preparatorio" alla vita adulta, si alterna oggi un

modello "interattivo" dove al bambino sono ascritte competenze e abilità che gli

consentono di presentarsi come soggetto di diritti.

Tuttavia "la scoperta dell'infanzia" e la sua tutela non hanno dato luogo ad una

riflessione politico-pedagogica corretta, il rapporto della commissione Zoso-Scurati

per la revisione degli Orientamenti individua infatti forti contraddizioni tra l'essere e il

dover essere del bambino; afferma che pur riconoscendo la centralità dell'infanzia, ad

essa si contrappone un contesto di vita attuale problematico ed educativamente

inadeguato (lo confermano gli episodi di violenza sia fisica che morale); e ancora, il

benessere materiale di cui gode una parte della popolazione infantile non è sempre

accompagnata da un’equivalente soddisfazione delle esigenze interiori di sicurezza, di

identità e affermazione dell’ io.

Anche il Rapporto 1997 sulle condizioni dell'infanzia e dell'adolescenza, analizzando

il rapporto adulti-bambini, ha evidenziato che il fanciullo è presentato come il piccolo

tiranno (colui che si oppone con la forza) la cui personalità forte non adeguatamente

supportata dall'adulto ne aumenta le componenti narcisistiche d'onnipotenza ed

egocentrismo determinando comportamenti regressivi sul piano affettivo e sociale.

Il mancato protagonismo dell'infanzia nella cultura contemporanea è confermato dall'assenza del

bambino nelle politiche sociali e dalle iniziative educative della città:

il bambino è invisibile per la città, gli spazi per il gioco sono rarefatti e la presenza dell'infanzia nella

vita adulta è considerata come un fatto eccezionale che richiede cure e attenzioni straordinarie,

insomma l'investimento sull'infanzia si è concentrato su un numero minore di bambini.

In quest'ottica, il periodo che va dalla nascita all'adolescenza è considerato come un primo avviamento

ai processi di competizione e selezione sociale. In questo senso l'infanzia è considerata la stagione

migliore per la progettazione di un individuo potenzialmente capace di svolgere una pluralità di ruoli e

di muoversi all'interno della stratificazione sociale. Questo porta a considerare il bambino merce

preziosa, un capitale da custodire per la società e volendo massimizzare la resa sia attuale che futura

non si fa altro che adultizzare l'infanzia.Tuttavia le recenti indagini delle scienze dell'educazione

restituiscono oggi alla pedagogia un bambino dai tratti più umani, il bambino oggi non è solo

cognitivamente competente ma cerca di sintonizzarsi con il mondo e le persone che lo circondano in

modo libero, spontaneo e creativo.

1.1) NELL'INFANZIA E DELL’ADULTITÀ

L'intenzionalità caratterizza il discorso pedagogico e condiziona la possibilità e

l'esistenza di una relazione educativa efficace tra due soggetti, (educatore ed educando).

Mentre l'assenza di intenzionalità e quindi anche di responsabilità può comportare

fenomeni di deformazione percettiva che alterano nell'adulto la possibilità di originare

una relazione educativa autentica. Tra questi fenomeni di deformazione percettiva

ricollegandoci ai meccanismi di difesa Freudiani possiamo individuare: la proiezione;

la rimozione-negazione; l'introiezione.

I) La proiezione è la tendenza ad attribuire ad altre persone caratteristiche proprie di noi

stessi così, il bambino non riesce a vivere la propria avventura esistenziale da

protagonista. In questo senso ci sono due dinamiche che condizionano la validità della

maturazione del bambino e sono: l’adultomorfismo e l’idealizzazione.

> Per il primo aspetto emerge la concezione che durante l'infanzia si deve esercitare il

bambino a fare (attraverso il gioco) in piccolo, ciò gli adulti fanno in grande.

L'efficacia educativa, secondo questa prospettiva si identifica nell'accorciamento-

estinzione dell'infanzia. Tale concezione, condivisa da Durkheim e Parsons delinea un

bambino ultrasocializzato alla continua ricerca del consenso da parte degli adulti, che

gli verrebbe concessa in cambio dell'interiorizzazione di quelle norme di convivenza che

gli permettono di soddisfare il suo bisogno di appartenenza alla comunità umana.

Emerge così un'infanzia concepita come entità malleabile in attesa di impostazioni

dall'esterno, totalmente incapace di autodeterminazione e libertà.

> Per il secondo aspetto, all'idealizzazione si associa l'iperprotezione; Il bambino è

considerato come una creatura fragile e indifesa; una tale immagine fa sì che si crei

relazione "nevrotizzate" dove gli adulti dubitano delle loro capacità di essere buoni, 3

mentre i bambini pagano questo eccesso di cure e protezione sul piano dell'autonomia e

della compromissione della libertà individuale. Tra il fenomeno della proiezione e

dell'idealizzazione si cela una contraddizione culturale come dice Cesare Scurati:

"sovraccarichiamo i bambini con richieste emotive, intellettuali e sociali proprie degli

adulti e al tempo stesso li trattiamo come semplici bambini".

II) La scissione-negazione

La maternità oggi ha smarrito il suo significato sociale, veicolo di storia e di tradizioni

diventando individualistica e narcisistica, paurosa del nuovo. Il bambino è quindi

percepito più come funzione compensativa è posto in relazione soltanto con gli aspetti

più gratificanti dell'essere genitore. In questo modo si assiste ad una negazione e alla

fatica dell'educare e a un'enfatizzazione degli aspetti intimi, legati ad immagini tenebre

dell'infanzia. Altro aspetto del processo di scissione è l’istituzionalizzazione, cioè la

crescita del bambino è costretta in ambienti precostituiti come la famiglia, il nido, la

scuola dell'infanzia, luoghi che emarginano il bambino dalla vita culturale dell'intera

società. La rimozione dell'infanzia è molto grave perché porta alla violenza e allo

sfruttamento del bambino.

Oggi infatti gli adulti considerano l'infanzia come terra di nessuno, occasione di dominio

e di umiliazione abbandonandosi così ad ogni forma di violenza.

III) l’introiezione.

È quel procedimento attraverso il quale il mondo esterno e i suoi aspetti vengono

incorporati dall'individuo.

Tale meccanismo agisce anche a livello di rappresentazione sociale e infatti, all'opposto

della proiezione nella relazione adulto-infanzia fa sì che gli adulti attribuiscano a se

stessi e quelle caratteristiche che tipicamente sono attribuite al bambino tutto ciò mette

in crisi l'educazione (l'adulto non è più un modello di memoria e di educazione).

L'adulto ponendosi quindi sullo stesso piano del bambino ricerca dal bambino

quell'innocenza che lo rigenera. Si assiste così ad un'inversione dei ruoli dove l'infanzia

diviene modello di naturalità e amorevolezza che gli adulti non solo devono rispettare

ma anche ispirarsi per liberarsi dai pregiudizi della cultura adulta.

Inoltre si riconosce l'urgenza della necessità di una riflessione sulla responsabilità, come

affermava Bertolini "è proprio nella mancanza di responsabilità che si deve ricercare il

motivo della crisi dell'uomo e della società di oggi".

La figura dell'adulto, pedagogicamente responsabile deve riconoscere che l'infanzia così

come l'essere adulti non sono perfezioni ma condizioni reciproche di convivenza e di

vita e responsabile l'una nei confronti dell'altro.

2) INFANZIA, CULTURA E COMPLESSITÀ

Dagli anni 60 ad oggi la società, da complessa è diventata iper-complessa (mandando in

crisi persino la politica del welfare). In campo pedagogico, ad un bambino iperprotetto e

socializzato attraverso prassi educative specialistiche (piccolo Budda) si contrappone

un'infanzia alternativa, un'infanzia cresciuta in luoghi non educativi, per strada, per le

piazze, avviata precocemente al lavoro e al contatto diretto con gli adulti (Pollicino).

La globalizzazione e l'avvento della società multietnica hanno portato ad un

disorientamento pedagogico e quindi l'incontro tra infanzia e realtà è sempre più segnato

dalla complessità. In tale società è cambiato anche il linguaggio, alla parola scritta si

sono affiancati il suono e le immagini. l'universo comunicativo si è destrutturato

abbandonando i cannoni normali, quelli propri dell'uomo gutemberghiano, per approdare

a nuove modalità espressive per es. internet.

Dunque l’educazione, attraversata da questa crisi culturale sente il bisogno di ritornare

all'essenza. Oggi, più che la scuola è la città a rappresentare un potente settore di

apprendimento per l'infanzia; il bambino impara a manipolare le informazioni che gli

provengono. Ma, se ciò da un lato è positivo, dall'altro la sovrabbondanza dei codici e

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dell'interpretazione comporta il bisogno nell'infanzia di essere accompagnata nella

decifrazione del reale (mediatore e da tramite).

Di fronte alla ricchezza dell'infanzia il mondo adulto oggi denunciano una situazione di

vuoto pedagogico che assume i connotati di una vera e propria crisi della vocazione

educativa. Inoltre, il mondo occidentale si è occupato dell'infanzia solo in termini

scientifici e giuridici trascurando molti obiettivi come mettere il fanciullo in relazione

con l'interiorità, il mondo della natura, della ludicità.

3) IL "CASO ITALIA": L'IMMAGINARIO SOCIOLOGICO. (Pag.34)

Il processo di marginalizzazione dell'infanzia è legato anche all’ immaginario collettivo

di un paese, infatti come ricorda Donati: "l'infanzia è legata molto di più ad immagini,

sentimenti, valori, simboli dei gruppi primari che all'azione delle istituzioni pubbliche".

Esistono diverse sub-culture per rappresentare l'infanzia in Italia, es. di subculture sono:

- familismo amorale in cui il bambino oggetto-proprietà della famiglia chiusa,

strumento del suo avvenire, delle sue sfortune o sfortune

-contadina-tradizionale che impone al bambino importanti limitazioni espressive, con

pesanti sacrifici per essere conforme al modello patriarcale;

-borghese-acquisitiva che valorizza il bambino come continuatore delle fortune

economiche della famiglia;

-consumistica che si attacca al bambino visto come una compensazione per adulti in

crisi. Carattere peculiare delle subculture è quello di

istituzionalizzare certi valori, aspettative e comportamenti che pregiudicano seriamente

lo sviluppo umano del bambino. Una piena e adeguata valorizzazione dell'infanzia

richiede che la società globale penetri in tale subcultura e ne attenui le rappresentazioni.

Occorre dunque un'azione per correggere gli stereotipi culturali e conciliare quei

contrasti che paralizzano il "progetto infanzia" rendendolo antinomico.

tra le antinomie non risolte della contemporaneità, in relazione al rapporto tra infanzia

società italiana possiamo rilevarne alcune:

Pueurocentrismo contro adultocentrismo, mentre le società premoderne, (con

economia di tipo agricola industriale) sono state culturalmente

adultocentriche, le società contemporanee sono per lo più puerocentriche (cioè il

bambino al centro).

Matriarcalismo contro patriarcalismo: mentre la società premoderna si fonda su un

sistema patriarcale, centrato sull'autorità maschile e sulla svalutazione dei sentimenti

apertamente manifestati; la società contemporanea si riferisce ad un modello

matriarcale. L’antinomia matriarcalismo-patriarcalismo introduce un nuovo

modello di convivenza tra l'uomo e la donna caratterizzato dalla radicale messa in crisi

della figura del padre e dall'emergere di una figura femminile connotata dai tratti

aggressivi, emancipativi e competitivi. Naturalmente, la crisi di convivenza tra uomini e

donne proietta nell'educazione infantile le seguenti ricadute pedagogiche generali:

1. Gli operatori per l'infanzia, nelle istituzioni prescolastiche ed elementari, sono in

gran parte di sesso femminile; la figura maschile, quasi inesistente, ripropone il

tema del "padre assente" e delle "società senza padri" che caratterizza la critica al

modello familiare tradizionale.

2. Si ripropone la vecchia concezione che i bambini e le bambine devono essere

educati separatamente, concezione che la pedagogia aveva superato da tempo.

Particolarismo contro universalismo: nelle società premoderne il bambino si educava

in un orizzonte culturale geograficamente delineato (il paese, o il quartiere); nella

società moderna al bambino si propone invece, come orizzonte culturale, quello del

"villaggio globale" e della "società aperta". Questo è evidente anche nei cartoon che

rappresentano ambientazioni in "non luoghi", delocalizzati, anonimi e senza volto.

Integrazione contro separazione: nelle società premoderne l'educazione dei figli

avveniva all'interno della famiglia che trasmetteva loro competenze, valori e abilità

socialmente condivise. Nella società moderna, invece la stessa struttura della famiglia,

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(passata da un modello esteso ad uno nucleare), ha portato a delegare ad agenzie esterne

la socializzazione e l'educazione dei figli. Ciò ha determinato la segregazione dei

bambini in istituzioni (nidi e scuole dell'infanzia), nate per accoglierli, ma pensate per i

bisogni degli adulti, (liberando i genitori del "peso dell'educazione").

Mente contro affetti nella società contemporanea i sentimenti sono visti come opposti

alla ragione e quindi qualcosa da dominare. Tutto ciò porta alla nascita di un bambino

più cervello che cuore; sicuramente abile con le tecnologie ma più fragile e indifeso sul

versante affettivo.

Cap. 2 INFANZIA E FAMIGLIA (pag. 41)

L'avvento della società consumistica, la crisi dei valori, l'evoluzione economica, hanno

trasformato sensibilmente l'ambiente familiare alterandone la funzione educativa e i

rapporti. Tutto ciò ha determinato oltre ad una crisi a livello culturale, anche una

frantumazione nelle relazioni umane sempre più instabili e informali. Nascono allora per

la pedagogia nuove urgenze educative che possono essere così tematizze:

denatalità-Le nuove famiglie- famiglie monogenitoriali- il bambino artificiale.

1) Denatalità. Verso gli anni 70 in Italia e negli altri paesi europei si è registrato un calo

demografico. Il motivo di ciò è legato a fenomeni socio economici quali: l'inserimento

della donna nel mondo del lavoro, le difficoltà economiche della famiglia.

Ma accanto agli aspetti socioeconomici emerge anche un altro aspetto che è

l'individualismo, cioè l'adulto si concentra sempre più su se stesso e anche se il bambino

è qualcosa di fortemente desiderato a livello di immaginario simbolico è molto temuto

perché richiede rinunce e c'è la paura di non farcela.

La conseguenza della riduzione numerica dell'infanzia rappresenta un nuovo evento

educativo poiché mette in evidenza una nuova relazione adulto bambino. Infatti, i legami

tra genitori e figli diventano emotivamente più forti, i figli si sentono più vicini ai

genitori e viceversa, questo porta i genitori a considerare i figli merce preziosa e rara

diventando iperprotettivi.

2) Nuove famiglie. Con tale termine si intendono quelle famiglie in cui uno dei coniugi

è al secondo o ennesimo matrimonio, in queste confluiscono i figli nati dalle precedenti

unioni di uno o entrambi, così come i figli che nascono dalla nuova relazione.

Le separazioni e i divorzi oggi in continuo aumento determinano proprio situazioni di

questo tipo, dove il coniuge non deve relazionarsi esclusivamente con il partner ma

anche con i figli acquisiti e con tutta la loro storia precedente.

La possibilità di essere buon genitore, in casi del genere, è legata alla capacità del nuovo

partner di tessere relazioni positive sotto il profilo affettivo e sotto l'aspetto formativo.

Il rapporto tra genitori sociali-genitori biologici e figli, nelle famiglie ricostruite,

richiede sforzi educativi eccezionali per non incorrere in problematiche come ad

esempio la possibilità che i figli possano entrare in competizione fra loro o con i

genitori, sentirsi a disagio nella nuova casa, o addirittura sentirsi di intralcio della

formazione della coppia.

Nei confronti del terzo genitore inoltre, spesso si scatena la gelosia e la rabbia dell'ex

coniuge e il bambino che rappresenta il soggetto più debole in questa delicata situazione

è colui che ne paga le conseguenze. Il bambino riconoscendo questo stato di abbandono

e la crisi familiare risponde con una sintomatologia particolare: stati di ansia,

depressione, disturbi del linguaggio, il ritiro dell'attività ludica, comportamenti

aggressivi. Per far fronte a ciò i nuovi genitori spesso utilizzano stili educativi

amichevoli, ma ciò è sbagliato perché il genitore deve porre sempre il senso del limite

altrimenti rischia che il figlio perda fiducia in lui.

3) Famiglie monogenitoriali. Si intendono quelle famiglie costituite da un solo

genitore, che non sposato né convivente, vive insieme al proprio figlio. Le famiglie

monoparentali, disponendo di un solo stipendio, si trovano generalmente in condizioni

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più disagiate rispetto alle famiglie tradizionali; inoltre, il genitore affidatario, di solito la

madre, dopo la separazione, risulta sovraccaricata di compiti educativi ed esistenziali.

Naturalmente ciò comporta una inferiore quantità di opportunità educative offerte ai

figli. Quando poi la conflittualità della coppia è alta spesso l'aggressività

coinvolge anche i figli che così si alleano con i genitori affidatari allontanandosi quasi

del tutto dall'altro genitore. Il bambino si trova dunque ad elaborare una sorta di lutto per

una persona che non c'è solo simbolicamente, ma esiste fisicamente e ciò porta alla

nascita di nuove alleanze all'interno della famiglia.

Inevitabilmente i ruoli educativi tradizionali si stravolgono, con la madre che spesso

diventa sorella maggiore dei figli del marito e viceversa con il padre.

I processi identificativi per l'acquisizione di identità positive e armoniose possono di

conseguenza risultare alterate.

4) Tecnica e infanzia: il bambino artificiale. All’aumentare delle coppie sposate senza

figli corrisponde un aumento di desiderio di maternità nelle coppie sterili.

Questo bisogno, ieri soddisfatto con le adozioni, oggi lo si può risolvere ricorrendo alle

tecnologie genetiche e così l'uomo può manipolare l'evento procreativo.

Ecco, che da una sessualità senza procreazione si passa ad una procreazione senza

sessualità.

Sotto il profilo educativo il desiderio di genitorialità costituisce un elemento

irrinunciabile per l'uomo in quanto considerato non solo atto biologico ma soprattutto

culturale e pedagogico.

Le tecnologie della riproduzione umana possono essere classificate in base alla

provenienza delle cellule germinali. Si distinguono così in tecniche di tipo:

 omologo, quando i gameti appartengono alla coppia stessa;

 eterologo, quando le cellule uovo appartengono ad un donatore esterno.

Dunque le fecondazioni omologhe hanno il vantaggio di non comportare l'esclusione di

uno dei genitori dall'evento generativo;

mentre nelle fecondazioni artificiali, (eterologhe) viene messa in discussione l'essenza

stessa della famiglia, poiché in essa tutto è artificiale: il rapporto dei genitori con il figlio

e viceversa, dei genitori tra loro, dei legami fraterni.

Ma c'è ancora un altro aspetto nelle tecniche di procreazione assistita, rappresentato

dalle "maternità sostitutive". Queste consistono nel delegare ad un'altra donna il compito

di portare avanti una gravidanza e di partorire il figlio concepito con i gameti di una

coppia sterile.

Emergono in questo caso problemi di ordine bioetico pedagogico che riguardano sia

possibili effetti sull'identità del nascituro sia le implicazioni morali circa la

strumentalizzazione della persona umana al fine procreativo.

Inoltre se c'è un rapporto di parentela tra le donne coinvolte nel processo procreativo

emerge un ulteriore problema dovuto al pericolo di uno sconvolgimento dei ruoli.

L'uso delle tecnologie procreative porta con sé il rischio che la persona si senta

soddisfatta dei bisogni e mai dei valori e che inoltre la vita sia qualcosa di programmato;

ma come sostiene Luisa Santelli Beccegato "La vita, e con essa l'educazione, non è

prevedibile né programmabile".

L'analisi dei bambini artificiali mette in risalto la perdita della normalità e della

straordinarietà di ogni uomo che nasce, e porta alla perdita della dimensione sacrale

dell'esistenza umana. 11

Cap.3 I NUOVI DIRITTI DEL BAMBINO

1) LIMITI TEORICI E POSSIBILITÀ FORMATIVE

Il tema dei diritti dei bambini suscita forti reazioni nell'opinione pubblica.

Nella ricerca di sempre nuovi diritti c'è il pericolo, che tutto sia considerato diritto anche le attese e i

desideri che non hanno reale esigenza.

La pedagogia, deve ricercare cosa sia dal punto di vista educativo, lesivo/dannoso del diritto del

bambino a divenire se stesso e cosa sia utile al bambino quindi la pedagogia ha anche un compito

preventivo orientato cioè alla promozione di una cultura, di una responsabilità e di una sensibilità

educativa condivisa da un'intera società. I diritti del bambino non devono essere separati da quelli della

società in cui vive perché spezzando i legami si separa il bambino dalla sua e dalla sua storia e lo si

marginalizza sempre più.

Il luogo in cui, principalmente, vengono difesi i diritti dei bambini sono l'asilo nido e la scuola

dell'infanzia dove i bambini iniziano una prima alfabetizzazione culturale e sociale.

In termini pedagogici i diritti dell'infanzia possono contribuire all'educazione solo se tendono a

preservare la relazione adulto-bambino e la frammentazione di tanti diritti e la conseguenza dei tanti

bisogni che dipendono dalle situazioni esistenziali della persona da tutelare. I diritti devono nascere

dall'interno, dall'esigenza del bambino e non dall'esterno altrimenti si sfocia nella sopraffazione.

2) I DIRITTI CULTURALI

Oggi la pedagogia ritiene importanti non solo i bisogni primari, (bisogno di sicurezza, di appartenenze

di integrità) ma anche la sfera culturale per lo sviluppo armonico della persona.

I diritti culturali estendono anche all'infanzia la nozione di "qualità della vita", non attribuendo ad essa

solo una funzione preparatoria alla fruizione della cultura, ma individuando immediatamente nello

stesso bambino un protagonista dell'agire sociale.

Pertanto i diritti riconosciuti al bambino sono: il diritto al tempo libero; allo svago; al riposo.

Storicamente il 1° diritto culturale del bambino è il diritto al gioco, condizione necessaria per suscitare

nel bambino interesse, esplorazione ma soprattutto curiosità verso il nuovo e il diverso;è attraverso il

gioco che si accede al diritto alla fruizione della cultura.

3) INFANZIA ED ARTE: I BAMBINI AL MUSEO

Attraverso la didattica dell'arte come esperienza all'ambulatoriale, la pedagogia deve

accettare l'idea che il testo è irripetibile perché irripetibili sono i soggetti, fare in modo

che il bambino impari a capire la differenza tra comunicazione convenzionale e

comunicazione artistica.

Nella comunicazione convenzionale l'importante è conoscere la lingua ed è sufficiente

un atteggiamento passivo mentre nella comunicazione artistica il ricevente ha un

atteggiamento attivo cioè il bambino deve costruire il senso di quanto gli viene

comunicato dall'opera che può avere diverse interpretazioni.

L'incontro tra ludico ed estetico presuppone un approccio di tipo didattico che coinvolge

tutti i sensi della persona, nasce così l'esigenza di manipolare l'opera d'arte per renderla

plausibile e presentabile al bambino.

La didattica dell'arte rivolto ai bambini quindi serve per far tornare il tempo in cui

guardando le immagini, i dipinti, le sculture, l'osservatore le ricolleghi subito ai miti, alle

gesta, agli errori. In tal senso la didattica musicale mira alla retorica del racconto

piuttosto che a quella della spiegazione perché la spiegazione scientifica annulla il

mistero mentre i racconti, il mito, le narrazioni non rispettano gli danno senso.

4) DIRITTO AL GIOCO E CULTURA SCIENTIFICA E TECNOLOGICA:

I MUSEI PER L'INFANZIA

La scienza e in stretta relazione con il gioco ed è per questo che alcuni musei europei

sviluppano progetti con precisi obiettivi educativi.

quello più rappresentativo è la "CITES DES ENFANT" in Francia (città dell'infanzia),

con l'obiettivo che la scienza sia accessibile a tutti attraverso una pedagogia attiva che

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AUTORE

Sara F

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Attinà Bobbio.

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