Rivista "Educare", Sellino Editore, Avellino, 2005
(Interventi di: G. Acone, M. Attinà, M.E. Di Lieto, P. Martino, T. Pane)
È ancora possibile educare? di Giuseppe Acone
Oggi il termine "pedagogia" non ha molto successo. Rispetto a politica, economia e tecnologia è una parente povera. Molti oggi lo definiscono come scienza dell'educazione e, anche se con un nome diverso, la pedagogia ha sempre a che fare con l'educazione. L'educazione, in quanto umanizzazione dell'uomo, esiste da sempre e rappresenta il passaggio dal bambino all'adulto attraverso l'adolescenza. Nella realtà attuale dominata dalla tecnologia e dall'informatica ciò è ancora possibile? Questo è il problema che ci poniamo.
"Educare" significa porre problemi di funzioni e di senso. Per le funzioni ci si riferisce all'istruire, al formale, al socializzare. Per il senso non si ha altra parola a disposizione che l'educare. Prima il senso dell'educare era chiaro perché vi era meno distanza fra tradizione e innovazione, oggi invece c'è un'infinita distanza tra quella che i pedagogisti definiscono paideia funzionale e irriflessa e paideia progettuale riflessa. A noi interessa quella funzionale riflessa cioè, l'educazione come intenzione, come progetto che oggi è in crisi perché sono in crisi le istituzioni tradizionali su cui si basava (famiglia, scuola, Chiesa). Non si sa bene per cosa educare, si scappa dai valori del passato (Dio, patria, famiglia) ma è difficile anche approdare al futuro.
G. Gentile diceva che l'educazione è sempre questione di "avvenire" mentre San Giovanni Bosco diceva che in educazione è questione di cuore mettendo quindi al centro dell'educazione il sentimento che è in crisi perché sono decaduti valori. Con G. Gentile si parla di defuturizzazione nel senso che si guarda l'adolescenza che non finisce mai, dove c'è mancanza di autonomia e infatti i giovani preferiscono rimanere in famiglia. Non c'è più una progettualità futura, a livello psicologico questa viene definita sindrome di Peter Pan. Insomma oggi educare è difficile. A ciò si aggiunge la crisi dell'ideologia politica. Resta perciò solo alla scienza e della tecnologia come ultima possibilità della ragione educante.
Se nello zainetto c'è un cellulare... di Marinella Attinà
Una recente ricerca dell'Università di Trieste ha rilevato che il 56% dei bambini sotto gli 11 anni ha già un cellulare, la percentuale sale al 70% se si prendono in esame i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni. L'uso del cellulare si basa sulla categoria della de spazializzazione, cioè il telefonino non ha un limite spaziale, e della detemporalizzazione cioè, si può comunicare in qualsiasi momento. Ciò cambia anche il linguaggio delle telefonate, dal "chi parla", "io sono" si è passati al "dove sei", "quando arrivi".
Quindi con il cellulare si sono dematerializzati i confini spaziali e temporali e ciò permette di poter comunicare tutto a tutti in tutti momenti abbandonando anche la tradizionale conversazione "uno a uno", infatti si parla in auto, nelle strade, mentre si è impegnati in un'altra conversazione e non. Tutto ciò porta alla cancellazione del confine tra sfera pubblica e privata ma produce anche un effetto comunicativo "corale", proprio di una cultura orale. Il telefonino allora rappresenta non solo un simbolo dell'intelligenza collettiva di cui parla Levy, ma anche il simbolo di quella oralità secondaria di cui parla Ong, un'oralità succeduta alla cultura orale, a quella chirografica e a quella tipografica.
Inoltre si può dire che il telefonino rappresenta la forma umanizzata della tecnologia nel senso che quando scegliamo un cellulare lo scegliamo non solo in base alle funzioni ma al colore, peso, design e addirittura sembra essere diventato un'estensione della nostra corporeità: non è più qualcosa di nostro ma è qualcosa di noi stessi, insomma è nato l'uomo-telefonino.
Sul piano educativo il cellulare non può essere considerato semplicemente come un nuovo strumento che serve alla comunicazione, i modelli più nuovi rendono il telefonino mp3, radio, videogames quindi si configura come amplificatore delle attività cognitive. Tutto ciò porta il cellulare a passare da uno strumento di libertà a una vera forma di prigione perché quando non c'è si va in panico. Altro punto a favore del cellulare è rappresentato dall'uso dell'sms che rimanda all'utilizzo della scrittura che però presenta errori dovuti alla necessità di sintetizzare il testo perché il suo unico fine è farsi capire senza badare a nient'altro e il vero problema è rappresentato dal fatto che i ragazzi utilizzano questo tipo di linguaggio anche in contesti diversi (scuola, università).
Sul piano educativo la frequenza alla modalità di uso del cellulare cambia il rapporto all'età. Se a livello di scuola elementare esso viene utilizzato per giocare, nei gradi scolastici successivi viene utilizzato per comunicare. In entrambi i casi comunque il rischio è quello di un adultizzazione dell'infanzia cioè più sviluppata sul piano logico-cognitivo ma più fragile su quello emotivo-relazionale.
L'orfanotrofio tecnologico. Quale educazione nel tempo del post-umano? di Paola Martino
L'uomo contemporaneo è sospeso tra antropocentrismo (desiderio di essere signore dell'universo) e tecno centrismo, non accetta i propri limiti e vuole potenziare le proprie performance; così il corpo smarrisce la sua intransitività e diviene manipolabile, costruibile e decostruibile. Secondo Acone oggi andiamo incontro a un post-umanesimo che si illude di andare oltre l'uomo, la cui matrice è la biotecnologia. Lasciandosi contaminare dalla tecnologia l'uomo è indotto a mutazioni sempre nuove fino a smarrire la propria identità.
Secondo Acone la ragione biotecnologica è causa della scissione della paideia contemporanea che da un lato tende ad un'idea di educazione che mira a fornire un'imputazione di significato e di senso e dall'altro lato invece è invasa dalla potenza della tecnica e tende a costruire un mondo privo di senso di valore. L'autore attraverso la scrittura conduce al bivio dell'educazione che vede una paideia in bilico tra umanesimo tradizionale (che si ispira alla tradizione cristiana) e secentismo-tecnicismo tipico del nostro tempo. Da qui la crisi dell'umanesimo con la conseguente introvabilità della paideia progetto (di un'educazione intenzionale e riflessa).
Per ritrovare la paideia progetto bisogna ricorrere a una nuova sintesi che sia in grado di riformare la costellazione di valori e di senso fondando, quindi un umanesimo scientifico. Questa nuova sintesi è capace di restituire un senso generale alla presenza dell'uomo e alla sua destinazione, ed è, allo stesso tempo, una paideia-progetto capace di riaffermare la centralità dell'uomo e del processo educativo rispetto alla potenza della biotecnologia.
Non la pensa così Sloterijk, filosofo tedesco, secondo il quale l'umanesimo è finito per sempre così come la paideia progetto, solo la biotecnologia (perché preserva l'uomo dall'imbarbarimento) può umanizzare l'uomo. La biotecnologia si sostituisce a Dio creando un altro uomo genetico. Morto Dio, l'unico idolo è il DNA manipolabile all'infinito, capace di sopperire quel senso di inadeguatezza rispetto alle macchine. Trionfa, quindi, l'ingegneria genetica non per scopi terapeutici ma selettivi dato che vi è la possibilità di progettare un figlio a piacimento. L'unica soluzione a tutto ciò per Acone è conservare una prossimità-distanza tra umanità e criminalità ed essere capaci di progettare e attualizzare l'umanesimo scientifico.
Appunti per una lettura sintetica della scuola primaria di Teresa Pane
La scuola dell'infanzia e quella primaria sono state interessate da molti cambiamenti, soprattutto negli ultimi trent'anni. Nel 1971 si avviano le attività integrative, gli insegnanti speciali e il tempo pieno. Nel 1977 si ha l'integrazione degli alunni diversamente abili nelle classi comuni. Poi i programmi dell'85 che da una parte puntano all'interiorizzazione di norme e valori e, dall'altra, puntano all'alfabetizzazione culturale che mira al cambiamento.
Con la legge 30/2000 si parla di scuola di base che comprende elementari e medie. Fino ad arrivare alla 53/2003 che stabilisce il diritto-dovere di ogni cittadino di coinvolgersi in processi di istruzione, formazione, utilizzo del portfolio di competenze e il modulo dell'equipe di classe con un docente coordinatore. Tutti questi cambiamenti spesso hanno suscitato clamore, frastuono, cambiando il modo di fare scuola. Ma prima di riformare l'insegnamento, bisogna riformare il pensare e l'interpretazione del mondo.
Negli ultimi anni è stato preferito l'insegnamento volto all'apprendimento di saperi separati e divisi; un insegnamento incapace di contestualizzare il sapere, di globalizzare, di organizzare le conoscenze per dargli un senso effettivo. In realtà, la separazione delle discipline dalla loro lontananza dall'ambiente vissuto non produce conoscenza ma solo una parziale lettura delle complesse problematiche della società contemporanea. Tutto ciò limita la formazione di un'intelligenza reale capace di cogliere e interpretare il globale.
Pertanto, la scuola del 21o secolo, ha bisogno di un paradigma generale se non si vuole ridurre a un'agenzia di informazione-nozione. L'educazione non è trasmissione di conoscenze, è un'altra cosa: stile di vita, responsabilità, interiorità, formazione educativa. La conoscenza va contestualizzata in un orizzonte di senso che non c'è. Dare senso in una società della conoscenza in cui l'educazione è solo scienza è il problema della paideia oggi.
Modulo applicativo
Cap 1- Infanzia e processi culturali
1) Infanzia e cultura degli adulti: quale rapporto?
Secondo Postman e Winn nel mondo contemporaneo sta cambiando l'immagine classica dell'infanzia, oggi infatti si parla di scomparsa dell'infanzia, e al tempo stesso si riconosce anche una sorta di contaminazione culturale del mondo adulto attraverso l'uso di software e videogiochi, inizialmente prodotti esclusivi di bambini e adolescenti ed entrati oggi nell'universo ludico adulto.
Un ulteriore elemento di rottura con la tradizionale rappresentazione dell'infanzia è costituito dal processo di secolarizzazione che sta accompagnando la Stimmung (disposizione d'animo), culturale novecentesca: secondo Acone, sotto il profilo educativo, tale processo ha dato vita a una metamorfosi trasformando la Bildung (formazione/educazione) teocentrica (concezione etico-religiosa che pone Dio come principio della realtà e punto di riferimento per ogni manifestazione umana) in antropocentrica e quest'ultima in una paideia tecnocentrica. Tale mutamento ha fatto sì che il bambino, inizialmente percepito come dono, sia oggi considerato come manifestazione di volontà individuale, o espressione di efficienza tecno-riproduttiva di ingegneria genetica.
L'antropologia pedagogica, di conseguenza, ha prodotto modelli teorici dell'infanzia che sottolineano l'artificialità dell'esistenza in opposizione alla naturalità umana, il bambino infatti è stato interpretato come bambino-computer, bambino multimediale. In pratica, ad un'idea di fanciullezza, intesa come stadio essenzialmente "dipendente e preparatorio" alla vita adulta, si alterna oggi un modello "interattivo" dove al bambino sono ascritte competenze e abilità che gli consentono di presentarsi come soggetto di diritti. Tuttavia "la scoperta dell'infanzia" e la sua tutela non hanno dato luogo a una riflessione politico-pedagogica corretta, il rapporto della commissione Zoso-Scurati per la revisione degli Orientamenti individua infatti forti contraddizioni tra l'essere e il dover essere del bambino; afferma che pur riconoscendo la centralità dell'infanzia, ad essa si contrappone un contesto di vita attuale problematico ed educativamente inadeguato (lo confermano gli episodi di violenza sia fisica che morale); e ancora, il benessere materiale di cui gode una parte della popolazione infantile non è sempre accompagnato da un’equivalente soddisfazione delle esigenze interiori di sicurezza, di identità e affermazione dell’io. Anche il Rapporto 1997 sulle condizioni dell'infanzia e dell'adolescenza, analizzando il rapporto adulti-bambini, ha evidenziato che il fanciullo è presentato come il piccolo tiranno (colui che si oppone con la forza) la cui personalità forte non adeguatamente supportata dall'adulto ne aumenta le componenti narcisistiche d'onnipotenza ed egocentrismo determinando comportamenti regressivi sul piano affettivo e sociale.
Il mancato protagonismo dell'infanzia nella cultura contemporanea è confermato dall'assenza del bambino nelle politiche sociali e dalle iniziative educative della città: il bambino è invisibile per la città, gli spazi per il gioco sono rarefatti e la presenza dell'infanzia nella vita adulta è considerata come un fatto eccezionale che richiede cure e attenzioni straordinarie, insomma l'investimento sull'infanzia si è concentrato su un numero minore di bambini.
In quest'ottica, il periodo che va dalla nascita all'adolescenza è considerato come un primo avviamento ai processi di competizione e selezione sociale. In questo senso l'infanzia è considerata la stagione migliore per la progettazione di un individuo potenzialmente capace di svolgere una pluralità di ruoli e di muoversi all'interno della stratificazione sociale. Questo porta a considerare il bambino merce preziosa, un capitale da custodire per la società e volendo massimizzare la resa sia attuale che futura non si fa altro che adultizzare l'infanzia.
Tuttavia le recenti indagini delle scienze dell'educazione restituiscono oggi alla pedagogia un bambino dai tratti più umani, il bambino oggi non è solo cognitivamente competente ma cerca di sintonizzarsi con il mondo e le persone che lo circondano in modo libero, spontaneo e creativo.
1.1) Nell'infanzia e dell’adultità
L'intenzionalità caratterizza il discorso pedagogico e condiziona la possibilità e l'esistenza di una relazione educativa efficace tra due soggetti, (educatore ed educando). Mentre l'assenza di intenzionalità e quindi anche di responsabilità può comportare fenomeni di deformazione percettiva che alterano nell'adulto la possibilità di originare una relazione educativa autentica. Tra questi fenomeni di deformazione percettiva ricollegandoci ai meccanismi di difesa Freudiani possiamo individuare: la proiezione; la rimozione-negazione; l'introiezione.
I) La proiezione è la tendenza ad attribuire ad altre persone caratteristiche proprie di noi stessi così, il bambino non riesce a vivere la propria avventura esistenziale da protagonista. In questo senso ci sono due dinamiche che condizionano la validità della maturazione del bambino e sono: l’adultomorfismo e l’idealizzazione.
- Per il primo aspetto emerge la concezione che durante l'infanzia si deve esercitare il bambino a fare (attraverso il gioco) in piccolo, ciò che gli adulti fanno in grande. L'efficacia educativa, secondo questa prospettiva si identifica nell'accorciamento-estinzione dell'infanzia. Tale concezione, condivisa da Durkheim e Parsons delinea un bambino ultrasocializzato alla continua ricerca del consenso da parte degli adulti, che gli verrebbe concessa in cambio dell'interiorizzazione di quelle norme di convivenza che gli permettono di soddisfare il suo bisogno di appartenenza alla comunità umana. Emerge così un'infanzia concepita come entità malleabile in attesa di impostazioni dall'esterno, totalmente incapace di autodeterminazione e libertà.
- Per il secondo aspetto, all'idealizzazione si associa l'iperprotezione; Il bambino è considerato come una creatura fragile e indifesa; una tale immagine fa sì che si creino relazioni "nevrotizzate" dove gli adulti dubitano delle loro capacità di essere buoni, mentre i bambini pagano questo eccesso di cure e protezione sul piano dell'autonomia e della compromissione della libertà individuale. Tra il fenomeno della proiezione e dell'idealizzazione si cela una contraddizione culturale come dice Cesare Scurati: "sovraccarichiamo i bambini con richieste emotive, intellettuali e sociali proprie degli adulti e al tempo stesso li trattiamo come semplici bambini".
II) La scissione-negazione. La maternità oggi ha smarrito il suo significato sociale, veicolo di storia e di tradizioni diventando individualistica e narcisistica, paurosa del nuovo. Il bambino è quindi percepito più come funzione compensativa ed è posto in relazione soltanto con gli aspetti più gratificanti dell'essere genitore. In questo modo si assiste a una negazione e alla fatica dell'educare e a un'enfatizzazione degli aspetti intimi, legati a immagini tenebre dell'infanzia.
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