A. VERGANI
DENTRO LA FORMAZIONE: ETNOGRAFIA, PRATICHE, APPRENDIMENTO
DOMENICO LIPARI
Anni ’80: processo di cambiamento che investe le epistemologie contemporanee [es. viene messo in dubbio
il primato della scienza sulla narrazione, viene assegnato un ruolo centrale alla scrittura, vengono posti al
centro i contesti piuttosto che i classici concetti filosofici tendenti a spiegazioni di tipo universalistico] e che
porta ad una ripresa di interesse per gli approcci qualitativi [pongono al centro il punto di vista degli attori
sociali ma fanno fatica ad emergere - i secoli di dominio del modello sperimentale hanno lasciato il segno].
Tra i diversi approcci centrati sulla comprensione dei contesti locali e dei soggetti protagonisti, quello
privilegiato è rappresentato dall’etnografia, che è “uno stile di ricerca qualitativa fondato su un’osservazione
diretta e prolungata, che ha come scopo la descrizione e la spiegazione del significato delle pratiche degli
attori sociali” [= si basa sulla considerazione dei propri oggetti d’interesse come caratterizzati da unicità non
replicabile dell’esperienza e che, quindi, possono essere compresi e descritti solo nella loro espressione
concreta osservata o ricostruita attraverso la testimonianza o il ricordo; obbliga il ricercatore ad immergersi
nella realtà; è caratterizzata dall’osservazione che consente l’acquisizione dei dati allo scopo di descrivere e
interpretare i fenomeni e dalla descrizione, cruciale perché da voce agli attori sociali].
= L’etnografia, dunque, è “un metodo di indagine empirica grazie al quale è possibile descrivere e
raccontare l’esperienza degli attori sociali così come essa si manifesta all’osservazione nelle sue varie
possibili espressioni”.
Il tema centrale del lavoro riguarda le connessioni tra l’approccio etnografico e le pratiche di formazione
[termine con il quale Lipari fa riferimento ad “attività didattiche realizzate in ambito extra-scolastico”].
Perché accostare l’etnografia alla formazione? Tale nesso che contributi apporta?
Lipari risponde: “se, avendo osservato pratiche, esperienze, relazioni, contesti, ecc., legati all’azione
formativa li descrivo e li racconto allo scopo di comprenderne le manifestazioni immediate, le dinamiche
interne, le logiche d’insieme, e in tal modo produco dei resoconti etnografici sulla realtà osservata grazie ai
quali sia possibile riflettere su di esse allo scopo di confermarle, e, se necessario, correggerle e migliorarle,
non c’è dubbio, allora, sul fatto che tali resoconti costituiscono (o possono costituire) un contributo rilevante
dell’etnografia allo sviluppo di una pratica formativa più consapevole, riflessiva, disponibile a riconoscersi e a
cambiare”.
Essendo capace di cogliere i significati attribuiti alle pratiche dagli attori protagonisti, l’etnografia della
formazione può configurarsi:
Come una pratica trasformativa [le precognizioni del ricercatore influenzano gli attori e viceversa,
• originando nuovi significati e conoscenze];
Come un processo circolare e ricorsivo di produzione di conoscenza;
• (*)
• Come un’esperienza caratterizzata da unicità che la rende un caso singolare di interpretazione locale .
I fondamenti di un sapere empirico
Etnografia = “éthnos” (popolo) + gràphein (scrivere) = consiste “nella rappresentazione scritta, dunque nella
descrizione dettagliata dei modi di vivere, delle consuetudini e delle culture di gruppi sociali determinati”; la
definizione che maggiormente interessa a Lipari è quella che definisce l’etnografia come “stile di ricerca
qualitativa fondato su un’osservazione diretta e prolungata, che ha come scopo la descrizione e la
spiegazione del significato delle pratiche degli attori sociali”.
Tratti costitutivi:
E’ un lavoro di ricerca basato su approcci di tipo qualitativo il cui fondamento è dato dal considerare i
• propri “oggetti” d’interesse come caratterizzati da unicità non replicabile dell’esperienza (il più delle volte
osservata nel suo manifestarsi e svolgersi - oppure attraverso testimonianze e ricordi);
L’etnografo si caratterizza per il fatto di essere un attore sociale implicato e impegnato nel contesto
• (osservazione e partecipazione come tratti imprescindibili e inseparabili);
L’osservazione permette l’attività di acquisizione, registrazione, selezione e classificazione dei dati;
• La descrizione assume un ruolo cruciale perché rende possibile il racconto della realtà.
•
I passaggi metodologici fondamentali [Cardano]* (operazioni distinte ma indissolubilmente intrecciate):
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Abbozzo del piano di lavoro [definizione dell’oggetto/domande conoscitive e delimitazione del campo
• d’indagine]: il ricercatore orienta fin dall’inizio le attività e focalizza l’attenzione sui temi rilevanti che intende
esplorare con il lavoro sul campo;
Lavoro sul campo (“visita all’Altro”) allo scopo di raccogliere dati [osservazione partecipante]: il contatto
• diretto, per molti, caratterizzata il “fare etnografia”;
“Ritorno a casa”, distacco dal campo e fase di sedimentazione dell’esperienza/riflessione: la rilettura
• analitica dei dati, la loro classificazione e la loro interpretazione in sintonia con le sensazioni e le emozioni
del ricercatore costituisce il passaggio riflessivo della ricerca etnografica;
Produzione di un testo scritto: la scrittura rende possibile la comunicazione dell’esperienza di ricerca [la
• scrittura è importante anche nel corso della ricerca - scrittura e attività sul campo costituiscono un
processo cumulativo e circolare grazie al quale la ricerca si orienta e si dirige verso i propri scopi].
[ORIGINI E SVILUPPI: le radici più lontane risalgono all’attività “storiografica” dell’antica Grecia (Erodoto e
Senofonte) - nel ‘500 l’opera di Montaigne, che descrive i cannibali ed elabora un primo abbozzo di
relativismo culturale.
Con la scoperta dell’America, emerge la necessità di conoscere gli “indigeni” in modo dettagliato; tuttavia,
solo nella seconda metà dell’800 si rintracciano i primi tentativi di riflessione e di sistematizzazione teorica
che avvengono nell’ambito della sociologia e dell’antropologia.
1922 - Malinowski, Argonauti nel Pacifico Occidentale: primo rilevante caso di studio etnografico -
permanenza di due anni nelle isole della Melanesia.
Scuola di Chicago: trasporta i metodi qualitativi dai paesi lontani al cuore della civiltà moderna = sociologia
urbana.
Nel secondo dopoguerra l’esperienza dell’etnografia classica si affievolisce in concomitanza con l’affermarsi
in sociologia dello struttural-funzionalismo [versione elaborata da T. Parsons] che diventa il paradigma
dominante (intatto fino alla fine degli anni Sessanta, poi in declino a causa del sovrapporsi di crisi strutturali
e congiunturali: guerra del Vietnam, crisi dei ceti medi, rivolte studentesche, lotte per i diritti civili degli
afroamericani) - parallelamente al declino dello struttural-funzionalismo, si affermano orientamenti teorici e
metodologici di tipo micro-sociologico grazie ai quali l’etnografia recupera un ruolo centrale nelle preferenze
dei ricercatori (recupera la lettura “dal basso” dei fenomeni sociali rispetto al precedente primato del sistema)
= si riafferma una strategia conoscitiva di tipo “individualistico-interpretativo”: oggetto privilegiato dell’analisi
sono i contesti d’azione, gli attori e le loro interazioni (unità d’analisi: vita quotidiana degli attori).
Uno degli sviluppi della sociologia qualitativa è rappresentato della grounded theory (Glaser e Strauss) =
approccio che considera la teoria non già come la conseguenza della verifica di ipotesi elaborate a partire
dalle conoscenze disponibili in letteratura ma come l’esito della raccolta sistematica di dati empirici.
Anni ’60 e ’70: alcuni cambiamenti [tra i quali la decolonizzazione del mondo] portano alla “fusione dei
generi”, ossia al superamento delle barriere disciplinari e ad un rimescolamento di idee provenienti da vari
campi = in uno scenario così interconnesso, entra in crisi la cultura intesa come forma chiusa in se stessa e
la possibilità per l’Occidente di parlare a nome di popoli lontani = “l’etnografia si afferma come approccio
innovativo che contribuisce alla comprensione del funzionamento di molti ambiti della vita sociale”.
La svolta per l’etnografia avviene negli anni ’80; nello specifico, Geertz fonda tale prospettiva sulla centralità
dell’interpretazione: la cultura è l’oggetto privilegiato della ricerca ed essendo dotata di caratteristiche tali da
non consentire alcuna riduzione (è singolare e non riproducibile), l’orientamento del ricercatore non può che
basarsi sulla sua specifica capacità di cogliere in profondità l’essenza dei fenomeni che osserva.
Da Geertz in poi (1984, seminario presso la School of American Research di Santa Fe), viene introdotta la
questione della scrittura e della “costruzione di un testo etnografico” - viene riconosciuta la non-oggettività
dei resoconti etnografici, poiché riflettono la soggettività del loro autore e, quindi, viene riconosciuto il
carattere locale, limitato e parziale delle descrizioni derivanti dalla ricerca (possono essere accettate solo se
legittimate dagli attori sociali appartenenti ai contesti analizzati)].
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